Crocifissione nel Messale Romano: significato e liturgia

Nel Messale Romano il crocifisso sull’altare indica che la Messa è il memoriale della morte del Signore e che l’Eucaristia rende presente il medesimo Sacrificio compiuto sul Calvario. Per questo l’Ordinamento Generale del Messale Romano prescrive che sull’altare, o accanto ad esso, vi sia «una croce, con l’immagine di Cristo crocifisso, ben visibile allo sguardo del popolo radunato».

Il crocifisso non è un semplice elemento decorativo né un oggetto destinato anzitutto alla devozione privata del sacerdote: è un segno liturgico posto in mezzo all’assemblea, legato all’altare e rivolto alla contemplazione comune. Esso concentra lo sguardo del sacerdote e dei fedeli sull’unico Signore, ricordando che la celebrazione eucaristica è lo stesso Sacrificio come il Calvario.

Il crocifisso come segno liturgico

Sin da tempi remoti, la Chiesa ha stabilito segni che aiutassero i fedeli ad elevare l’anima a Dio. Il Concilio di Trento, riferendosi in particolare alla S. Messa, ha motivato questa consuetudine ricordando che «la natura umana è tale che non può facilmente elevarsi alla meditazione delle cose divine senza aiuti esterni: per questa ragione la Chiesa come pia madre ha stabilito alcuni riti […] per rendere più evidente la maestà di un Sacrificio così grande e introdurre le menti dei fedeli, con questi segni visibili della religione e della pietà, alla contemplazione delle sublimi realtà nascoste in questo Sacrificio».

La liturgia non viene veramente compresa, se la si immagina principalmente come un dialogo tra il sacerdote e l’assemblea. “sacerdote e popolo non rivolgono l’uno all’altro la loro preghiera, ma insieme la rivolgono all’unico Signore” (Teologia della Liturgia, Città del Vaticano 2010).

Stando così le cose, Joseph Ratzinger (il futuro Papa Benedetto XVI) propose, di non perdere il significato antico di preghiera «orientata» e suggerì di ponere al centro dell’altare il segno di Cristo crocifisso (Joseph Ratzinger, Teologia della Liturgia). Sposando questa proposta, aggiunsi il suggerimento che “le dimensioni del segno devono essere tali da renderlo ben visibile, pena la sua scarsa efficacia” (M. Gagliardi, Introduzione al Mistero eucaristico, Roma 2007).

Crocifisso al centro dell’altare

Che cosa prescrive l’Ordinamento Generale del Messale Romano

La visibilità della croce d’altare è presupposta anche dall’Ordinamento Generale del Messale Romano: «Vi sia sopra l’altare, o accanto ad esso, una croce, con l’immagine di Cristo crocifisso, ben visibile allo sguardo del popolo radunato».

Ecco che cosa prescrive l’Ordinamento Generale del Messale Romano al n. 117 e al n. 118: “Cose da preparare 117. L’altare sia ricoperto da almeno una tovaglia bianca. In ogni celebrazione sull’altare, o accanto ad esso, si pongano almeno due candelabri con i ceri accesi, o anche quattro o sei, specialmente se si tratta della Messa domenicale o festiva di precetto; se celebra il Vescovo della diocesi, si usino sette candelabri.

Inoltre, sull’altare, o vicino ad esso, si collochi la croce con l’immagine di Cristo crocifisso. I candelabri e la croce con l’immagine di Cristo crocifisso si possono portare nella processione di ingresso. Sopra l’altare si può collocare l’Evangeliario, distinto dal libro delle altre letture, a meno che non venga portato nella processione d’ingresso.

118. Si preparino pure: a) accanto alla sede del sacerdote: il Messale e, se necessario, il libro dei canti; b) sull’ambone: il Lezionario; c) sopra la credenza: il calice, il corporale, il purificatoio e, secondo l’opportunità, la palla; la patena e le pissidi, se sono necessario; il pane per la Comunione del sacerdote che presiede, dei diaconi, dei ministri e del popolo; le ampolle con il vino e l’acqua, a meno che tutte queste cose non vengano presentate dai fedeli all’offertorio; un vaso con l’acqua da benedire se si compie il rito dell’aspersione; il piattello per la Comunione dei fedeli; inoltre il necessario per lavarsi le mani. Il calice sia lodevolmente ricoperto da un velo, che può essere o del colore del giorno o bianco”.

ElementoIndicazione liturgica
CroceSull’altare o accanto ad esso
ImmagineDeve rappresentare Cristo crocifisso
VisibilitàDeve essere ben visibile allo sguardo del popolo radunato
Processione d’ingressoLa croce può essere portata nella processione
Fuori dalle celebrazioniConviene che rimanga sopra o vicino all’altare

Le indicazioni nell’Ordinamento Generale del Messale Romano (OGRM) sulla figura di Cristo sulla croce sull’altare dicono anche che: “conviene che questa croce rimanga sopra o vicino all’altare anche al di fuori delle celebrazioni liturgiche, per ricordare alla mente dei fedeli la salvifica Passione del Signore”.

Dove collocare il crocifisso sull’altare

Prendendo spunto dal manuale di liturgia del liturgista mons. Peter Elliott, potremmo aggiungere che la croce deve essere collocata immediatamente dietro o appesa sopra l’altare. Deve apparire al popolo come visibilmente legata all’altare.

Elliott commenta: “Il crocifisso liturgico non serve in primo luogo per la devozione privata del celebrante, ma è un segno in mezzo all’assemblea eucaristica, proclamando che la Messa è lo stesso Sacrificio come il Calvario”. Quindi, il crocifisso dell’altare è in rapporto con l’altare, e non al sacerdote.

La normativa antica era ancora più dettagliata e determinava che “il crocifisso della croce d’altare deve essere voltato verso il Celebrante, qualunque sia la posizione di questo all’altare (faccia all’abside, o faccia al popolo). Il posto della croce è il centro dell’altare, o il gradino, dietro o sopra il tabernacolo, ma mai sul trono d’esposizione del SS. Sacramento, anche se questo fosse, malauguratamente, fisso (S.R.C., 4136 ad 3).

La prescrizione attuale sottolinea soprattutto tre aspetti: la presenza del crocifisso sull’altare o vicino ad esso, il suo rapporto visibile con l’altare e la sua effettiva visibilità per l’assemblea. Il tabernacolo non rende superfluo il crocifisso, perché la presenza reale di Cristo nel Sacramento e il segno liturgico della sua Passione appartengono a piani distinti ma inseparabili della fede e della celebrazione.

Perché nella Messa deve esserci il crocifisso

Perché la Messa è il memoriale della morte del Signore, come dice la Sacra Scrittura: “Ogni volta infatti che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga” (1 Cor 11,26). Per memoriale non s’intende semplicemente il ricordo, ma il vivere quell’evento come se fosse la prima volta che si compie.

Sacerdote e fedeli devono avere lo sguardo lì. Ciò che avviene durante e dopo la consacrazione sotto le apparenze del pane e del vino è la reale passione e la morte del Signore.

Pertanto non basta sapere che il Signore è presente nel tabernacolo o nella particola consacrata. La liturgia è fatta di segni. E i segni devono rimandare alla realtà.

Ora la realtà nascosta sotto le apparenze del pane e del vino è - come ho ricordato - la reale passione e la morte del Signore. È questa la realtà alla quale si assiste e si partecipa e che non dobbiamo mai perdere di vista.

Anche perché è in questa realtà che veniamo trasformati facendo la Santa Comunione. Ed è secondo questa realtà che dovremmo vivere tutte le vicende della nostra vita, facendo di noi stessi e delle nostre azioni un sacrificio a Dio gradito.

Il crocifisso e l’orientamento della preghiera

Presso i cristiani si diffuse l’uso di indicare la direzione della preghiera con una croce sulla parete orientale nell’abside delle basiliche, ma anche nelle camere private, ad esempio, di monaci ed eremiti.

«Se ci si domanda verso dove guardassero il sacerdote ed i fedeli durante la preghiera, la risposta deve suonare: in alto, verso il catino absidale! La comunità orante durante la preghiera non guardava affatto davanti a sé all’altare o alla cattedra, bensì elevava in alto le mani e gli occhi. Così il catino absidale assurse all’elemento più importante della decorazione della chiesa, nel momento più intimo e santo dell’agire liturgico, la preghiera» (S. Heid, Rivista di Archeologia Cristiana).

Quando dunque si trova rappresentato nell’abside Cristo tra gli apostoli e i martiri, non si tratta solo di una raffigurazione, bensì di una sua epifania dinanzi alla comunità orante. La comunità allora «elevava in alto le mani e gli occhi “al cielo”, guardava concretamente a Cristo nel mosaico absidale e parlava con lui, lo pregava.

Evidentemente, Cristo così era direttamente presente nell’immagine. Giacché il catino absidale era il punto di convergenza dello sguardo orante, l’arte provvedeva a fornire quanto l’orante necessitava: il Cielo, dal quale il Figlio di Dio appariva alla comunità come da una tribuna».

Dunque, «pregare e guardare per i cristiani antichi formano un tutt’uno. L’orante voleva non solo parlare, ma sperava anche di vedere. Se nell’abside si mostrava in modo meraviglioso una croce celeste o il Cristo nella sua gloria celeste, allora per ciò stesso l’orante che guardava verso l’alto poteva vedere esattamente questo: che il cielo si apriva per lui e Cristo gli si mostrava».

La celebrazione verso il popolo e il comune punto di riferimento

La celebrazione della S. Messa «verso il popolo» è un concetto entrato a far parte della vita cristiana solo dopo il Concilio Vaticano II. Nel 1964 l’Istruzione Inter Oecumenici, emanata dal consiglio incaricato di attuare la riforma liturgica voluta dal Concilio, al n. 91 prescrisse: «È bene che l’altare maggiore sia staccato dalla parete per potervi facilmente girare intorno e celebrare verso il popolo».

Da quel momento, la posizione del sacerdote «verso il popolo», è divenuta il modo più comune di celebrare Messa. La Croce sull’altare non è impedimento alla visuale, bensì comune punto di riferimento.

Concludo citando di nuovo Ratzinger: «Nella preghiera non è necessario, anzi, non è neppure conveniente guardarsi a vicenda. La Croce sull’altare non è impedimento alla visuale, bensì comune punto di riferimento.

È un’“iconostasi” che rimane aperta, che non impedisce il reciproco mettersi in comunione, ma ne fa da mediatrice e tuttavia significa per tutti quell’immagine che concentra ed unifica i nostri sguardi.

Oserei addirittura proporre la tesi che la Croce sull’altare non è ostacolo, ma la condizione preliminare per la celebrazione verso il popolo. Con ciò diventerebbe anche nuovamente chiara la distinzione tra la liturgia della Parola e la preghiera eucaristica.

Mentre nella prima si tratta di annuncio e quindi di un immediato rapporto reciproco, nella seconda si tratta di adorazione comunitaria in cui noi tutti continuiamo a stare sotto l’invito: Conversi ad Dominum - rivolgiamoci verso il Signore; convertiamoci al Signore!» (Joseph Ratzinger, Teologia della Liturgia).

Il rapporto tra altare, crocifisso e sacerdote

L’altare si saluta e si bacia perché è tipo di Cristo, e lo saluta e lo bacia principalmente il sacerdote, all’inizio e alla fine della messa, perché anch’egli è tipo di Cristo: ciò significa che le azioni liturgiche (e chi le compie) vanno a condividere con lo spazio liturgico le destinazioni e i significati loro assegnati; a messa si va per esperire la presenza di Cristo, laddove tutto è presenza di Cristo, declinata in modi distinti ma (su questo ulteriore piano) intimamente coordinati fra loro.

La mensa, tipo dell’altare, tipo di Cristo. I nostri “altari” sono anzitutto delle mense, su cui si consuma un pasto, e difatti per sottolinearne l’investitura sacrificale e sacrale il rito della consacrazione dell’altare prevede il posizionamento di un braciere acceso dal quale salgano al cielo sbuffi d’incenso combusto.

Quindi, il crocifisso dell’altare è in rapporto con l’altare, e non al sacerdote. Il crocifisso liturgico non serve in primo luogo per la devozione privata del celebrante, ma è un segno in mezzo all’assemblea eucaristica.

La venerazione della croce all’inizio della Messa

Giunti in presbiterio, il sacerdote, il diacono e i ministri salutano l’altare con un profondo inchino. Quindi, in segno di venerazione, il sacerdote e il diacono lo baciano e il sacerdote, secondo l’opportunità, incensa la croce e l’altare. Ordinamento Generale del Messale Romano, 49 (Messale Romano, p. XXIV).

Mentre si recita (ma sarebbe meglio cantarla) l’antifona d’introito (o un canto d’ingresso) chi presiede l’assemblea dovrà in qualche modo recarsi nel luogo in cui l’assemblea è radunata: è ragionevole immaginare che nelle prime domus ecclesiæ questi movimenti non fossero codificati da rubriche (la Didachè, ad esempio, non descrive riti d’ingresso di sorta), ma è certo che essi lo furono pressappoco in concomitanza con lo sviluppo architettonico basilicale.

L’altare si saluta e si bacia perché è tipo di Cristo. Per la stessa ragione, la croce e l’altare appartengono al cuore del presbiterio e orientano la venerazione dell’assemblea verso il mistero celebrato.

Il segno della croce all’inizio della celebrazione

Non “si comincia” la messa col segno della croce, bensì con la già ricordata antifona d’introito e con l’introito stesso del clero nel presbiterio. La messa, infatti, non è mai cominciata con il segno della croce, almeno nel Rito Romano.

Segni di croce se ne facevano a iosa, ma li faceva il sacerdote su di sé, e submissa voce, cioè sottovoce; un segno di croce ad alta voce e pubblico, cioè di tutta l’assemblea, non s’era mai visto fino a quando l’esplicito volere di Paolo VI dettò il corso della Riforma su questo punto.

Quindi oggi leggiamo sul messale: Terminato il canto d’ingresso, il sacerdote, stando in piedi alla sede, con tutta l’assemblea si segna con il segno di croce. Ordinamento Generale del Messale Romano, 50 (Messale Romano, p. XXIV).

Il gesto iniziale della celebrazione esprime l’appartenenza alla Trinità e colloca l’assemblea davanti al mistero di Cristo crocifisso. Il gesto fondamentale della preghiera cristiana è e rimane il segno di croce.

È una professione di adesione a Cristo, Crocifisso, espressa mediante il corpo, conformemente alle parole programmatiche di san Paolo: «Noi invece annunciamo Cristo crocifisso: scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, Cristo è potenza di Dio e sapienza di Dio» (1Cor 1,23s).

Ed ancora: «Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e questi crocifisso» (2,2). Possiamo quindi dire che nel segno di croce, insieme con l’invocazione trinitaria, è sintetizzata tutta l’essenza del cristianesimo, è rappresentato il tratto distintivo di ciò che è cristiano.

La croce nella storia della salvezza

La croce è per molti «scandalo» e «follia», ma proprio la ragione del suo scandalo - l'amore gratuito, misericordioso e onnipotente di Dio per gli uomini - è per i credenti la ragione della sua potenza e della sua verità.

La croce ha due facce, l'apparente sconfitta e la vittoria, il Crocifisso e il Risorto. Mostra tutta la malvagità e la miseria dell'uomo che non esita a condannare il Figlio di Dio innocente; ma anche tutta la profondità e l'efficacia del perdono di Dio.

L'ultima parola non è il peccato, ma l'amore! Qui, e non altrove, va cercata la vera ragione della speranza cristiana, la lieta notizia che dà senso e spessore alla vita e alla storia, nonostante i fallimenti. Ma è una lieta notizia che esige conversione.

Le folle - dice l'evangelista Luca narrando la passione - accorrono, guardano e ritornano «battendosi il petto» (23,48). Lo «spettacolo» della croce capovolge la vita.

Fa contemplare la profondità inaudita dell'amore di Dio, e fa comprendere che la nostra vita deve assomigliare alla vita di quel Crocifisso che si dona senza riserve, che, rifiutato, ama e perdona, e non rompe la solidarietà con chi lo rifiuta.

L'evento della Redenzione operata da Cristo con la sua morte e risurrezione occupa il posto centrale in tutta la storia della salvezza. Invitati a fare una speciale memoria della Redenzione affinché essa penetri più a fondo nel nostro pensiero e nella nostra azione, cercheremo di approfondire il significato di Croce e di Crocifisso dal momento che Cristo, venuto nel mondo dal seno del Padre, per redimerci ha offerto se stesso sulla Croce in un atto di amore supremo per l'umanità.

Dalla croce al crocifisso

Il crocifisso, che raffigura Cristo fissato alla croce, nasce dalla primissima devozione cristiana alla Passione, evolvendosi come emblema centrale della fede. Nella Chiesa primitiva, la croce simboleggiava speranza e vittoria, ma le rappresentazioni di Cristo crocifisso erano velate a causa delle persecuzioni e della "Disciplina del Segreto."

Le evidenze archeologiche dalle catacombe e dai sarcofagi mostrano forme simboliche come l’ancora o il chi-rho, evitando immagini dirette per proteggere i misteri sacri. Entro il IV secolo, dopo la visione di Costantino e l’Editto di Milano (313 d.C.), la croce acquisì importanza.

La scoperta della Vera Croce da parte di Sant’Elena nel 326 d.C., come raccontato da Eusebio, segnò un momento cruciale, portando alla sua venerazione. Tuttavia, il crocifisso come lo conosciamo-il corpo di Cristo sulla croce-apparve più tardi, intorno al VI secolo, influenzato dall’enfasi teologica sull’Incarnazione e la sofferenza.

Il Concilio di Trullo (692 d.C.) incoraggiò le rappresentazioni di Cristo in forma umana per affermare la Sua duplice natura contro l’iconoclastia. Nel Medioevo, i crocifissi adornavano le chiese, come si vede nella Croce di Ruthwell (VIII secolo), che fonde arte celtica con i racconti evangelici.

I Padri della Chiesa, come Sant’Agostino nella "Città di Dio," vedevano la croce come l’albero della vita che rovescia la caduta di Eden. Le encicliche papali, come la "Supremi Apostolatus Officio" di Papa Leone XIII (1883), sottolineano il suo ruolo nel combattere il male, in linea con l’invito del Vaticano II a venerare le immagini sacre (Sacrosanctum Concilium, 125).

Questo sviluppo riflette la dottrina immutabile della Chiesa: il crocifisso è un legame tangibile con il Calvario, favorendo la pietà come esortato nel CCC 2132.

La croce nell’Antico Testamento e nella tradizione cristiana

Il serpente fissato a un'asta per ordine del Signore divenne in epoca neotestamentaria il “tipo”, cioè la prefigurazione di Gesù crocifisso: “Chiunque, dopo essere stato morso, lo guarderà resterà in vita” (Nm 21,8; cf Gv 3,14-15; 19,37).

La letteratura patristica e le testimonianze archeologiche hanno un loro punto di riferimento sulla croce nella festa della inventio crucis nata dalla dedicazione delle basiliche costantiniane del Santo Sepolcro e del Calvario (325). Da allora si sviluppò il culto della croce dando luogo a tutta una serie omiletica ed iconografica ben individuabile.

L'inventio Crucis (325) diede poi sviluppo alla croce come signum victoriae, alla crux invicta, tanto presente nell'iconografia antica, rapportata non più al crocifisso ma alla venuta gloriosa del Signore (croce gemmata).

Fu rilevante anche, nell'antichità, il signum crucis, usato prima di ogni azione, ed assurto a valore rituale di efficacia sacramentale e di appartenenza al cristianesimo (si diventava cristiani da quando si veniva segnati sulla fronte).

Il significato teologico della croce

Il simbolismo teologico della croce appare nel NT in una parola di Gesù stesso riferita dai Sinottici e negli scritti di Paolo e di Giovanni. Gesù disse che coloro che lo seguono devono prendere la propria croce (Mt 10,38; 16,24; Mc 8,34; Lc 9,23; 14,27); così perderanno la loro vita, per acquistarla (Mt 10,39; 16,25; Mc 8,34; Lc 9,24).

Non si tratta soltanto di un'allusione alla propria morte, ma anche dell'affermazione che la sequela di lui esige il rinnegamento di sé (Mc 8,34), il totale disprezzo della propria vita, del benessere, dei beni personali, ai quali si deve rinunciare se si vuole seguire Gesù.

La croce di Cristo è pensata da Paolo come evento salvifico che trasforma radicalmente il mondo e ne determina in maniera del tutto nuova il volere e l'agire. Il vangelo, per Paolo, è nel suo centro e nella sua totalità logos tou stauroú, cioè annuncio salvifico che ha per contenuto la croce di Cristo (l Cor 1, 17s; cf. 2, 1s; Gal 3, 1).

Con queste parole Paolo vuol dire che la croce non dev'essere intesa come un puro fatto immanente alla storia, bensì come intervento di Dio; tale intervento si realizza in questo, che la croce di Cristo si presenta agli uomini come «parola» di Dio, come il suo messaggio liberatore e nello stesso tempo vincolante.

Il messaggio della croce porta la sotería, la salvezza (l Cor 1, 18b; 1, 21b). La porta però ai credenti, cioè a coloro che nell'ubbidienza si sottomettono al giudizio che Dio pronuncia nella croce di Cristo (1, 19ss) contro la sapienza del mondo autosufficiente, la quale ricerca esclusivamente se stessa e mira ad accrescersi anche attraverso esperienze religiose.

Il vangelo si concentra dunque tutto sulla croce di Cristo, e ben lo dimostrano le parole di Fil 2, 8: l’inno che Paolo ha ripreso dalla tradizione (2, 6-11) e parla della rinuncia di colui che è uguale a Dio per umiliarsi nell’ubbidienza fino alla morte. Ma Paolo non si contenta di parlare della morte, e completa: fino alla morte di croce (thanátou de stauroú).

Crocifisso e croce semplice

Una domanda comune: differenza tra crocifisso e croce. La croce è un simbolo a forma di "T" senza il corpus, spesso rappresenta la risurrezione o il cristianesimo generale.

Il crocifisso include il corpo di Cristo, focalizzandosi sull’atto sacrificale, secondo la tradizione cattolica. Il profondo simbolismo del crocifisso risiede nella sua rappresentazione del corpo di Cristo, evocando la realtà del Suo sacrificio.

Questa distinzione è importante, poiché il corpus invita alla meditazione su Isaia 53:5-"Per le sue piaghe siamo stati guariti." La croce è il sacrificio unico di Cristo (CCC 613), rendendo il crocifisso un catalizzatore di contrizione e grazia.

Il crocifisso sottolinea quindi la Passione e rende visibile il rapporto tra l’altare cristiano e il Calvario. La croce semplice può richiamare il mistero cristiano nel suo insieme, mentre il crocifisso presenta immediatamente Cristo che offre se stesso sulla croce.

Gli elementi rappresentati nel crocifisso

Ogni elemento ha un significato: le braccia distese simboleggiano la redenzione universale (Giovanni 12:32); la corona di spine, l’umiltà contro l’orgoglio; le ferite, l’espiazione del peccato.

San Tommaso d’Aquino nella "Summa Theologica" (III, q. 46) insegna che la sofferenza di Cristo esemplifica l’amore perfetto, combattendo il vizio con la virtù. Nella devozione mariana, il crocifisso riecheggia il dolore di Nostra Signora al Calvario, come nei Sette Dolori, attirando le anime alla sua intercessione.

Il crocifisso impone riverenza, attirando l'anima a contemplare l'infinito mistero dell'amore di Dio manifestato nella Passione del Nostro Signore Gesù Cristo. Come insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica, il crocifisso non è semplicemente un simbolo ma un sacramentale che "dispone i fedeli a ricevere la grazia" (CCC 1670).

Il crocifisso come sacramentale

Il crocifisso diventa sacramentale attraverso la benedizione, canalizzando la grazia secondo il CCC 1667: "Segni sacri che richiamano i sacramenti." Il Rituale Romano fornisce formule, come: "Benedici questa croce. affinché sia di salvezza per l’umanità."

Le grazie sacramentali includono guarigione, fortezza e richiamo ai voti battesimali. San Giovanni della Croce in "Salita al Monte Carmelo" esorta alla contemplazione del crocifisso per l’ascesa spirituale.

I crocifissi benedetti allontanano la tentazione, come insegnato nel CCC 1671. Nelle case, santifica gli spazi, favorendo la preghiera familiare.

La venerazione devota produce grazie: indulgenze parziali per il bacio di un crocifisso benedetto (Enchiridion Indulgentiarum, 1999). Remette il peccato veniale, favorendo virtù come la pazienza (Romani 5:3-5).

Da fonti cattoliche, il crocifisso aiuta a concentrarsi sul mistero della salvezza. Il suo valore non deriva dal materiale impiegato, ma dal mistero che rappresenta e dalla fede con cui viene venerato.

Il crocifisso nella preghiera quotidiana

Indossare un crocifisso è una tradizione apostolica, simbolo di discepolato (Luca 9:23). Il corpus identifica uno come cattolico.

Ogni giorno, bacialo al risveglio, ricordando l’amore di Cristo. Nelle prove, tienilo mentre preghi le Stazioni della Croce.

Per le famiglie, insegnate ai bambini il suo significato. Nelle case, santifica gli spazi, favorendo la preghiera familiare.

I crocifissi portatili, come quelli nei rosari, aiutano la devozione quotidiana. Tutti devono rappresentare il corpus autenticamente, evitando novità secondo le linee guida della Chiesa.

La crocifissione come realtà storica

La pena della crocifissione, di origine orientale - in particolare persiana - venne adottata da cartaginesi e romani. Nella letteratura romana è descritta come punizione crudele e temuta; non era inflitta ai cittadini romani, ma riservata agli schiavi e ai non romani che avessero commesso atroci delitti, come assassini, gravi furti, tradimenti e ribellioni.

La forma a X - croce di S. Andrea - non si usava nell'antichità. La croce sulla quale fu crocifisso Gesù era o la crux commissa, a forma di T, o la crux immissa o capitata, a forma di daga o pugnale.

Il fatto che il titolo della condanna fosse posto al di sopra della testa (Mt 27,37) fa pensare alla seconda forma di croce. Dato che l'esecuzione di Gesù era stata affidata ai soldati romani, è probabile che si seguisse la maniera di esecuzione romana.

Il procedimento romano della crocifissione doveva essere pressappoco così: avvenuta la condanna legale, il condannato stesso portava la trave trasversale (il patibulum) sul luogo fissato, per lo più fuori le mura cittadine.

Giunti sul luogo dell'esecuzione il condannato veniva spogliato e flagellato. Il condannato veniva legato a braccia tese alla trave che poggiava sulle sue spalle e quindi innalzato sul palo verticale già preparato.

La morte subentrava lentamente e tra sofferenze indicibili a causa dei crampi tetanici e per soffocamento, poiché il sangue del crocifisso non poteva circolare nelle membra violentemente tese.

Questo tipo di esecuzione, tanto ignominioso e crudele, era conosciuto, anche se non praticato, in Israele: “Se un uomo avrà commesso un delitto degno di morte e tu lo avrai messo a morte e appeso a un palo, il suo cadavere non potrà rimanere tutta la notte al palo, ma lo seppellirai lo stesso giorno, perché l'appeso è maledetto da Dio” (Dt 21, 22-23; cf Gs 8,29; 10,26-27).

Un titolo con il nome del criminale e con il suo delitto veniva scritto su una tavoletta che si portava legata al collo fino al luogo dell'esecuzione; questa tavoletta con il titolo fu poi affissa al di sopra del capo di Gesù sulla croce.

Per l'ironia di Pilato, il titolo di Gesù non esprimeva un delitto ma l'espressione “re dei giudei” (Mt 27,37; Mc 15,26; Lc 23,38; Gv 19,19-22). Il titolo era scritto in tre lingue: aramaico, il dialetto del paese; greco, la lingua del mondo romano; e latino, la lingua ufficiale dell'amministrazione romana.

La crocifissione come pena giudiziaria fu soppressa dal primo Imperatore cristiano, Costantino (306-337). Fu così possibile passare ad una raffigurazione della croce nell'arte dal momento che non suscitava più associazioni negative.

Il significato liturgico della Passione

La vittima della crocifissione era sottoposta a una pena pubblica, ignominiosa e dolorosa; nella liturgia, però, la croce non viene presentata soltanto come strumento di tortura, ma come il luogo in cui l’amore di Cristo raggiunge il suo compimento.

La croce mostra tutta la malvagità e la miseria dell'uomo che non esita a condannare il Figlio di Dio innocente; ma anche tutta la profondità e l'efficacia del perdono di Dio. L'ultima parola non è il peccato, ma l'amore!

Il crocifisso sull’altare rende questa verità immediatamente presente alla comunità riunita. Esso aiuta a comprendere che la Messa non è una semplice commemorazione psicologica di un avvenimento passato, ma il memoriale sacramentale dell’unico Sacrificio redentore.

La croce è il sacrificio unico di Cristo (CCC 613), rendendo il crocifisso un catalizzatore di contrizione e grazia. Ciò che avviene durante e dopo la consacrazione sotto le apparenze del pane e del vino è la reale passione e la morte del Signore.

Il segno visibile conduce così alla realtà invisibile: Cristo morto e risorto, il suo amore per l’umanità, la remissione dei peccati e la chiamata dei fedeli a vivere come offerta a Dio.

IL SIGNIFICATO DELLA CROCE (John R.W. Stott)

La croce come invito alla conversione

Lo «spettacolo» della croce capovolge la vita. Fa contemplare la profondità inaudita dell'amore di Dio, e fa comprendere che la nostra vita deve assomigliare alla vita di quel Crocifisso che si dona senza riserve, che, rifiutato, ama e perdona, e non rompe la solidarietà con chi lo rifiuta.

Non si tratta soltanto di un'allusione alla propria morte, ma anche dell'affermazione che la sequela di lui esige il rinnegamento di sé, il totale disprezzo della propria vita, del benessere, dei beni personali, ai quali si deve rinunciare se si vuole seguire Gesù.

Ed è secondo questa realtà che dovremmo vivere tutte le vicende della nostra vita, facendo di noi stessi e delle nostre azioni un sacrificio a Dio gradito.

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