Catechesi sul Credo apostolico: comprendere e vivere la professione della fede

Il Credo apostolico è la professione sintetica della fede cristiana: proclama Dio Padre onnipotente e creatore, Gesù Cristo suo unico Figlio e nostro Signore, lo Spirito Santo, la Chiesa, la comunione dei santi, la remissione dei peccati, la risurrezione della carne e la vita eterna.

Lo ripetiamo in ogni messa, lo ascoltiamo nelle sue tre forme - credo apostolico, credo niceno-costantinopolitano, credo battesimale - ma sappiamo davvero quello che diciamo? Cinque catechesi aiutano a comprendere, riflettere e vivere ciò che il Credo comunica e invita a professare come cuore della fede.

Il Credo: una fede ricevuta, professata e vissuta

Il Credo è una formula rimastaci dall’originario dialogo “Credi tu? - Io credo”. Questo dialogo richiama a sua volta il “noi crediamo”, in cui l’“io” dell’affermazione “Io credo” non viene assorbito, ma trova il suo posto.

Nella preistoria di questa professione di fede e nella sua forma originaria è quindi presente l’intera forma antropologica della fede. Appare evidente come la fede non sia il risultato di una elucubrazione solitaria, in cui l’“io” escogita per sé qualcosa, pensando la verità da solo, libero e sciolto da qualsiasi vincolo; essa è invece la risultante di un dialogo, l’espressione di un ascoltare, di un accogliere e di un rispondere, che mediante la reciprocità di “io” e “tu” inserisce l’uomo nel “noi” della comunità dei credenti.

“La fede nasce dall’ascolto”, dice Paolo (Rm 10,17). In realtà, bisogna invece dire che qui ci troviamo a ben più del riflesso di un’ora storica tramontata. Nella formula “La fede nasce dall’ascolto” ci viene data una definizione strutturale permanente di ciò che qui accade.

In essa appare evidente la distinzione fondamentale tra fede e mera filosofia; distinzione che, peraltro, non impedisce alla fede di mettere nuovamente in azione, al suo interno, la ricerca filosofica della verità. In maniera ancor più incisiva si potrebbe dire che, in effetti, la fede proviene dall’udire e non dal riflettere, come la filosofia.

L’idea che la fede debba nascere dalla nostra riflessione, che la produciamo per noi stessi, che la troviamo battendo al via di una ricerca meramente privata della verità, è in fondo già espressione di un determinato ideale, di una mentalità che misconosce la peculiare essenza della fede, la quale sta proprio nell’essere ricezione dell’impensabile, naturalmente ricezione responsabile, nella quale ciò che è accolto non diventerà mai interamente mia proprietà, io non potrò mai recuperare interamente il vantaggio di ciò che è da me accolto, quantunque debba prefiggermi di assimilare sempre meglio, abbandonandomi a esso come ciò che è più grande.

Che cosa significa dire «Io credo»

Dire “io credo” significa prima di tutto riconoscere ed accogliere con gioia il dono grande e felicissimo della fede. La fede è un dono, perché è risposta ad una chiamata che nasce dal riconoscere la voce di colui che chiama: “Le mie pecore conoscono me, come il Padre conosce me ed io conosco il Padre” (Giov. 10,14).

È un dono, perché il riconoscere la voce di colui che chiama è possibile solo a chi è già stato coinvolto nella relazione di Gesù con il Padre suo: “Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato” (Giov. 6,44).

Dire “io credo” significa impegnare la propria libertà, perché la risposta alla fede data dall’uomo deve essere volontaria. Dio si “propone”, non si “impone”; non ci costringe a credere per forza, ci lascia liberi, ci chiede solo di scegliere con autentica responsabilità; non possiamo rimanere indifferenti, è impossibile la neutralità.

Dire “io credo” significa coinvolgere ed impegnare la propria razionalità. Il cristiano non chiude gli occhi della propria intelligenza di fronte a Dio ed al suo mistero: il credente “sa” in chi crede e perché crede.

La fede è un modo nuovo di conoscere la realtà, di guardare le cose, di interpretare la vita: è la scienza di Cristo, è “il pensiero di Cristo in noi” (S. Paolo). Perciò la fede cristiana è colloquio interpersonale con Dio.

È il volto di un Dio che si manifesta pienamente nella persona e nella vicenda di Gesù di Nazareth, che entra nella storia concreta instaurando un rapporto d’amore con ogni uomo: la fede perciò è una risposta ad una parola rivolta a ciascuno all’interno di una relazione personale instaurata attraverso il suo figlio Gesù Cristo.

Gesù è la parola pronunciata, la parola che si fa carne crocifissa e gloriosa, la parola che genera la vita nuova attraverso il dono dello Spirito Santo. La fede quindi è ascolto della Parola, è incontro personale con Gesù nei sacramenti e nella preghiera, è obbedienza al precetto evangelico dell’amore che serve e si dona.

Essa è l’esperienza completamente gratuita dell’incontro con la persona concreta e viva di Gesù, l’esperienza di un rapporto personale e di un dialogo “a tu per tu” con il Signore.

Le tre forme della professione di fede

Il Credo cristiano è presente nella liturgia in tre forme principali: il Simbolo apostolico, il Simbolo niceno-costantinopolitano e il Credo battesimale. Le tre formulazioni hanno una struttura comune e conducono alla confessione del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

FormaCaratteristica
Credo apostolicoFormula breve e antica della professione della fede cristiana
Credo niceno-costantinopolitanoFormula più ampia, con particolare sviluppo della fede nella Trinità e nell’opera della salvezza
Credo battesimaleProfessione dialogica collegata alla rinuncia al peccato e alle domande rivolte al battezzando

Il Credo apostolico

Io credo in Dio, Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra e in Gesù Cristo, Suo unico Figlio, nostro Signore, il quale fu concepito da Spirito Santo, nacque da Maria Vergine, patì sotto Ponzio Pilato, fu crocifisso, morì e fu sepolto; discese agli inferi; il terzo giorno risuscitò da morte; salì al cielo, siede alla destra di Dio, Padre onnipotente: di là verrà a giudicare i vivi e i morti.

Credo nello Spirito Santo, la santa Chiesa cattolica, la comunione dei santi, la remissione dei peccati, la risurrezione della carne, la vita eterna. Amen.

Il Credo niceno-costantinopolitano

Credo in un solo Dio, Padre onnipotente, Creatore del cielo e della terra, di tutte le cose visibili e invisibili.

Credo in un solo Signore, Gesù Cristo, unigenito Figlio di Dio, nato dal Padre prima di tutti i secoli: Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero, generato, non creato, della stessa sostanza del Padre; per mezzo di lui tutte le cose sono state create.

Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo, e per opera dello Spirito Santo si è incarnato nel seno della Vergine Maria e si è fatto uomo. Fu crocifisso per noi sotto Ponzio Pilato, morì e fu sepolto.

Il terzo giorno è risuscitato, secondo le Scritture, è salito al cielo, siede alla destra del Padre. E di nuovo verrà, nella gloria, per giudicare i vivi e i morti, e il suo regno non avrà fine.

Credo nello Spirito Santo, che è Signore e dà la vita, e procede dal Padre e dal Figlio. Con il Padre e il Figlio è adorato e glorificato, e ha parlato per mezzo dei profeti.

Credo la Chiesa, una santa cattolica e apostolica. Professo un solo Battesimo per il perdono dei peccati. Aspetto la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà. Amen.

Il Credo battesimale

Rinunciate al peccato, per vivere nella libertà dei figli di Dio? Rinuncio. Rinunciate alle seduzioni del male, per non lasciarvi dominare dal peccato? Rinuncio. Rinunziate a satana, origine e causa di ogni peccato? Rinuncio.

Credete in Dio, Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra? Credo.

Credete in Gesù Cristo, suo unico Figlio, nostro Signore, che nacque da Maria Vergine, morì e fu sepolto, è risuscitato dai morti e siede alla destra del Padre? Credo.

Credete nello Spirito Santo, la Santa Chiesa cattolica, la comunione dei santi, la remissione dei peccati, la risurrezione della carne e la vita eterna? Credo.

Dio onnipotente, Padre del nostro Signore Gesù Cristo, che ci hai liberati dal peccato e ci ha fatto rinascere dall’acqua e dallo Spirito Santo, ci custodisca con la sua grazia in Cristo Gesù nostro Signore, per la vita eterna. Amen.

Il fondamento della fede: «Io credo in Dio»

La nostra professione di fede incomincia con Dio, perché Dio è «il primo e l’ultimo» (Is 44,6), il principio e la fine di tutto. Il Credo incomincia con Dio Padre, perché il Padre è la prima Persona divina della Santissima Trinità.

Il nostro Simbolo incomincia con la creazione del cielo e della terra, perché la creazione è l’inizio e il fondamento di tutte le opere di Dio.

“Io credo in Dio”: questa prima affermazione della professione di fede è anche la più importante, quella fondamentale. Tutto il Simbolo parla di Dio, e, se parla anche dell’uomo e del mondo, lo fa in rapporto a Dio.

Gli articoli del Credo dipendono tutti dal primo, così come i comandamenti sono l’esplicitazione del primo. Gli altri articoli ci fanno meglio conoscere Dio, quale si è rivelato progressivamente agli uomini. Giustamente quindi i cristiani affermano per prima cosa di credere in Dio.

Con queste parole prima di tutto si esprime la propria fede nel Dio che ha il volto preciso del Padre di Gesù Cristo, il volto di un Dio che ha parlato, che si è rivelato, che è in continuo dialogo con l’uomo.

La professione di fede parte da Dio. La cosa più difficile, oggi, sembra proprio il “credere in Dio”, perché da una parte sentiamo il bisogno di Dio specialmente durante le difficoltà, la sofferenza, le ingiustizie, dall’altra parte viviamo come se Dio non esistesse.

Avere fede non significa tenere Dio in pugno ed averlo a nostra disposizione; la fede non è un “possedere Dio”, ma è la piena disposizione a “lasciarsi visitare da Dio”.

«Credo in un solo Dio»

Con queste parole incomincia il Simbolo niceno-costantinopolitano. La confessione dell’unicità di Dio, che ha la sua radice nella rivelazione divina dell’Antica Alleanza, è inseparabile da quella dell’esistenza di Dio ed è altrettanto fondamentale.

Dio è uno: non c’è che un solo Dio: «La fede cristiana crede e professa un solo Dio, uno per natura, per sostanza e per essenza».

A Israele, suo eletto, Dio si è rivelato come l’Unico: «Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze» (Dt 6,4-5).

Per mezzo dei profeti, Dio invita Israele e tutte le nazioni a volgersi a lui, l’Unico: «Volgetevi a me e sarete salvi, paesi tutti della terra, perché io sono Dio; non ce n’è altri. Davanti a me si piegherà ogni ginocchio, per me giurerà ogni lingua. Si dirà: “Solo nel Signore si trovano vittoria e potenza”» (Is 45,22-24).

Questa confessione fondamentale rappresenta nel suo significato originario una rinuncia agli dèi dei popoli vicini. È professione di fede nel pieno senso del termine; non è quindi l’affermazione di un’opinione accanto ad altre, bensì una decisione di carattere esistenziale.

La fede di Israele è, sì, qualcosa di completamente nuovo rispetto alle credenze dei popoli suoi vicini; tuttavia non è qualcosa di caduto dal cielo, bensì si definisce nel confronto con la fede degli altri, in una scelta polemica e attraverso un’interpretazione diversa, che è allo stesso tempo legame e trasformazione.

Il Credo cristiano riprende, con le sue prime parole, il Credo di Israele, accettando così al contempo anche la lotta di Israele, la sua esperienza della fede e il suo combattere per Dio, che diventano così una dimensione interiore della fede cristiana, la quale senza lotta non esisterebbe affatto.

Confessare che «Gesù è Signore» è lo specifico della fede cristiana. Ciò non contrasta con la fede nel Dio Uno. Credere nello Spirito Santo «che è Signore e dà la vita» non introduce alcuna divisione nel Dio Uno.

Crediamo fermamente e confessiamo apertamente che uno solo è il vero Dio, eterno e immenso, onnipotente, immutabile, incomprensibile e ineffabile, Padre, Figlio e Spirito Santo: tre Persone, ma una sola essenza, sostanza, cioè natura assolutamente semplice.

Dio rivela il suo nome

Dio si è rivelato a Israele, suo popolo, facendogli conoscere il suo nome. Il nome esprime l’essenza, l’identità della persona e il senso della sua vita.

Dio ha un nome. Non è una forza anonima. Svelare il proprio nome è farsi conoscere agli altri; in qualche modo è consegnare se stesso rendendosi accessibile, capace d’essere conosciuto più intimamente e di essere chiamato personalmente.

Dio si è rivelato al suo popolo progressivamente e sotto diversi nomi; ma la rivelazione del nome divino fatta a Mosè nella teofania del roveto ardente, alle soglie dell’Esodo e dell’Alleanza del Sinai, si è mostrata come la rivelazione fondamentale per l’Antica e la Nuova Alleanza.

Il Dio vivente

Dio chiama Mosè dal mezzo di un roveto che brucia senza consumarsi, e gli dice: «Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe» (Es 3,6).

Dio è il Dio dei padri, colui che aveva chiamato e guidato i patriarchi nelle loro peregrinazioni. È il Dio fedele e compassionevole che si ricorda di loro e delle sue promesse; egli viene per liberare i loro discendenti dalla schiavitù.

Egli è il Dio che, al di là dello spazio e del tempo, può questo e lo vuole e che, per questo disegno, metterà in atto la sua onnipotenza.

Mosè disse a Dio: «Ecco, io arrivo dagli Israeliti e dico loro: “Il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi”. Ma mi diranno: “Come si chiama?”. E io che cosa risponderò loro?». Dio disse a Mosè: «Io sono colui che sono!». Poi disse: «Dirai agli Israeliti: “Io-Sono” mi ha mandato a voi. Questo è il mio nome per sempre: questo è il titolo con cui sarò ricordato di generazione in generazione» (Es 3,13-15).

Rivelando il suo nome misterioso di YHWH, «Io sono colui che è» oppure «Io sono colui che sono» o anche «Io sono chi Io sono», Dio dice chi egli è e con quale nome lo si deve chiamare.

Questo nome divino è misterioso come Dio è mistero. È ad un tempo un nome rivelato e quasi il rifiuto di un nome; proprio per questo esprime, come meglio non si potrebbe, la realtà di Dio, infinitamente al di sopra di tutto ciò che possiamo comprendere o dire.

Egli è il «Dio nascosto» (Is 45,15), il suo nome è ineffabile, ed è il Dio che si fa vicino agli uomini.

Rivelando il suo nome, Dio rivela al tempo stesso la sua fedeltà che è da sempre e per sempre, valida per il passato - «Io sono il Dio dei tuoi padri» (Es 3,6) - come per l’avvenire - «Io sarò con te» (Es 3,12).

Dio che rivela il suo nome come «Io Sono» si rivela come il Dio che è sempre là, presente accanto al suo popolo per salvarlo.

La santità e la misericordia di Dio

Di fronte alla presenza affascinante e misteriosa di Dio, l’uomo scopre la propria piccolezza. Davanti al roveto ardente, Mosè si toglie i sandali e si vela il viso al cospetto della santità divina.

Davanti alla gloria del Dio tre volte santo, Isaia esclama: «Ohimè! Io sono perduto, perché un uomo dalle labbra impure io sono» (Is 6,5). Davanti ai segni divini che Gesù compie, Pietro esclama: «Signore, allontanati da me che sono un peccatore» (Lc 5,8).

Ma poiché Dio è santo, può perdonare all’uomo che davanti a lui si riconosce peccatore: «Non darò sfogo all’ardore della mia ira, perché sono Dio e non uomo, sono il Santo in mezzo a te» (Os 11,9).

Anche l’apostolo Giovanni dirà: «Davanti a lui rassicureremo il nostro cuore, qualunque cosa esso ci rimproveri. Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa» (1 Gv 3,19-20).

Il popolo d’Israele non pronuncia il nome di Dio, per rispetto alla sua santità. Nella lettura della Sacra Scrittura il nome rivelato è sostituito con il titolo divino «Signore» (Adonai, in greco Kyrios). Con questo titolo si proclamerà la divinità di Gesù: «Gesù è il Signore».

Dopo il peccato di Israele, che si è allontanato da Dio per adorare il vitello d’oro, Dio ascolta l’intercessione di Mosè ed acconsente a camminare in mezzo ad un popolo infedele, manifestando in tal modo il suo amore.

A Mosè che chiede di vedere la sua gloria, Dio risponde: «Farò passare davanti a te tutto il mio splendore e proclamerò il mio nome: Signore [YHWH], davanti a te» (Es 33,18-19).

E il Signore passa davanti a Mosè e proclama: «Il Signore, il Signore [YHWH, YHWH], Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di grazia e di fedeltà» (Es 34,6). Mosè allora confessa che il Signore è un Dio che perdona.

«Padre onnipotente»

Il titolo di Padre rimanda alla memoria storica del popolo eletto. Il Dio d’Israele si comporta come un Padre che accudisce il suo prediletto, lo protegge nelle sue difficoltà, lo accompagna tenendolo per mano, lo porta in braccio, lo nutre, lo educa.

Il Dio in cui crediamo è il “Padre di Gesù” ed è il “nostro Padre”, perché ci chiama a condividere lo stesso rapporto paterno-filiale che intercorre tra lui e Gesù, un rapporto che è principio e sorgente di vita nuova.

Dio è Padre: è persona viva, piena di bontà e sollecitudine ed amore per tutti e per ciascuno di noi. Il suo è uno sguardo personale di tenerezza propria del padre e della madre, preoccupato della nostra realizzazione e della nostra felicità.

Nel Simbolo apostolico, sulla cui scorta procedono le nostre riflessioni, la paradossale unità fra il Dio della fede e il Dio dei Filosofi, sulla quale si basa l’immagine cristiana di Dio, viene espressa dalla giustapposizione dei due attributi Padre e Sovrano dell’universo.

Chiamando Dio Padre e Sovrano dell’universo, il Credo ha abbinato un concetto dal tenore familiare a uno che esprime potenza cosmica, quali descrizione dell’unico Dio.

In tal modo esso mette in risalto con esattezza ciò di cui si tratta nell’immagine cristiana di Dio: la tensione tra potenza assoluta e amore assoluto, fra distanza assoluta e assoluta vicinanza, fra essere semplicemente e diretto volgersi a ciò che è più umano nell’uomo, la reciprocità di Massimo e Minimo.

Il termine Padre, che qui per quanto riguarda l’aspetto della relazione rimane ancora aperto, collega al contempo il primo articolo di fede al secondo; esso dice ordine alla cristologia, connettendo così le due parti una all’altra tanto strettamente da far sì che quanto si dice di Dio risulti perfettamente comprensibile solo guardando al contempo al Figlio.

Tanto per fare un esempio: che cosa significhi onnipotenza, sovranità universale, cristianamente lo si comprende solo davanti al presepio e alla croce.

L’onnipotenza di Dio come signoria d’amore

Onnipotente non significa che Dio può fare tutto ciò che vuole, ma significa “la signoria di Dio” in ogni situazione ed il suo dominio su ogni tempo e circostanza.

Dio non subisce le vicende della vita, ma le domina e le dispone con ordine e misura. L’onnipotenza divina è il frutto e la garanzia del suo amore paterno, è una realtà salvifica: è “una signoria d’amore”, perché Dio è colui che è vicino al suo eletto in ogni tempo ed in ogni situazione.

Qui nascono al contempo un nuovo concetto di potenza e una nuova idea di signoria e di sovranità. Il supremo potere dimostra tutta la sua forza nell’abbassarsi al punto di rinunciare totalmente alla sua potenza, nel fatto di esser potente non attraverso la violenza, bensì unicamente grazie alla libertà dell’amore, il quale persino nel venir respinto è più forte di tutti gli spocchiosi poteri del Signore della terra.

«Creatore del cielo e della terra»

Dio è il Padre onnipotente che è all’origine del dono più bello che è l’esistenza stessa dell’uomo e di tutte le cose.

“Creatore del cielo e della terra” significa affermare che l’origine dell’uomo e delle cose non è governata dal caso, dal destino cieco, da una necessità anonima, ma da un Essere intelligente e buono.

La creazione è la prima ed universale testimonianza dell’amore onnipotente e paterno di Dio. L’esistenza di ciascuno di noi è un dono di Dio: la fede nel Creatore ci apre all’esperienza della gratitudine e della gioia per questo dono.

Cielo e terra sono i due poli dell’esperienza umana. Credere che Dio è il creatore del cielo e della terra significa affermare che il cielo, con tutto ciò a cui esso rimanda, non è dio e non costituisce un mondo divino, perché anch’esso è una “creatura”, cioè una realtà che deve a Dio la sua esistenza.

Credere che Dio è il creatore del cielo e della terra significa guardare a tutte le realtà create con profondo rispetto senza avere l’orgoglio e l’avidità di deturparla, ma con l’impegno di custodirla e coltivarla, usandola con gratitudine a Dio secondo i diritti ed i bisogni di tutti.

Nella comunità dei credenti, la Chiesa, si sperimenta la tenerezza e la fedeltà di Dio Padre, e nella compagnia degli altri pellegrini, incamminati verso la patria promessa, si arriva a riconoscere l’impegno per la giustizia, la pace e la salvaguardia del creato.

La lotta con il male fa parte di questo tempo dell’esilio, non per paralizzare il cammino, ma per renderlo sempre più vigile ed intenso come anticipazione della gloria promessa dal Creatore alle sue creature.

«Credo in Gesù Cristo»

La nostra fede è tutto centrata su un tempo storico, su un nome, Gesù, nome di una persona concreta, che ha vissuto una storia vera, attraverso una nascita, lo scandalo della croce, la sua glorificazione: è il luogo concreto in cui il volto di Dio si è rivelato, il tempo di un incontro con Dio.

Al cristiano non basta credere in Dio, ma è necessario credere in Gesù di Nazareth, persona viva e concreta, riconosciuta come Cristo, Figlio unico di Dio, Nostro Signore.

Con il secondo articolo del Credo ci troviamo di fronte all’autentico scandalo del cristianesimo. Esso è costituito dalla confessione che l’uomo Gesù, un singolo, giustiziato verso l’anno 30 in Palestina, sia il Cristo, l’unto, l’eletto di Dio, anzi, il Figlio stesso di Dio, il centro focale e determinante dell’intera storia umana.

Sembra presunzione e insieme autentica follia dichiarare centro normativo di tutta la storia una figura singola che va gradualmente allontanandosi e necessariamente scomparendo sempre più nella nebbia del passato.

Se la fede nel Lógos, nella significatività dell’essere, corrisponde senz’altro a una ragione umana, in questo secondo articolo del Credo avviene l’associazione addirittura mostruosa fra lógos e sarx, fra senso universale e una singola figura della storia.

Il senso che sostiene tutto l’essere si è fatto carne. Ciò equivale a dire che egli è entrato nella storia ed è diventato uno di essa; egli non è più soltanto ciò che l’abbraccia e la sostiene, ma è un punto inserito in essa stessa.

Di conseguenza, il senso di tutto l’essere d’ora in poi non andrebbe più ricercato in alto, nella visione dello spirito, che si eleva al di sopra del particolare e limitato verso l’universale; non si troverebbe più semplicemente nel mondo delle idee, che trascende il particolare, rispecchiandosi in esso frammentariamente; andrebbe invece colto nel tempo, nel volto di un uomo.

L’uomo storico Gesù è il Figlio di Dio, e il Figlio di Dio è l’uomo Gesù. Dio viene all’uomo tramite gli uomini, anzi ancor più concretamente, tramite quell’Uomo nel quale appare l’essenza definitiva dell’essere uomo e che, appunto per questo, è al contempo Dio stesso.

Gesù, Salvatore del genere umano

Gesù è il Salvatore del genere umano. Lo è perché è vero Dio: infatti solo Dio può salvare, solo Dio può dare vita, perdono e gioia.

Lo è perché è vero uomo: in lui tutta l’umanità è stata assunta, purificata, sanata e salvata fino alla “divinizzazione”.

“Credere in Gesù” significa riconoscere che Dio non è indifferente al nostro destino concreto, alla nostra vita quotidiana, ma vuole entrarvi per portare liberazione, consolazione, salvezza e verità.

È Gesù che cercate quando sognate la felicità; è lui che vi aspetta quando nulla vi soddisfa; è lui la bellezza che vi attrae; è lui che vi spinge a deporre le maschere che rendono falsa la vita; è lui che suscita in voi il desiderio di fare della vostra vita un qualcosa di grande, la volontà di seguire un ideale, il rifiuto di lasciarvi inghiottire dalla mediocrità, il coraggio di impegnarvi con perseveranza per migliorare voi stessi e la società.

«Gesù Cristo»: il Messia e la salvezza

Cristo è il nome di una missione: quella del Messia. Gesù è il Messia che rivela e comunica a tutti la salvezza che viene da Dio, Padre misericordioso.

Nel Figlio di Dio che muore per noi, abbiamo la certezza che è possibile vincere l’egoismo ed il peccato, che è possibile amare e superare nell’amore la morte, che l’ultima parola della vita e della storia non sarà l’ingiustizia ed il dolore, ma la pace fatta di giustizia e di gioia senza fine.

Credere in Gesù come “Cristo” significa riconoscere che Dio non si accontenta del nostro mondo così com’è, ma lo vuole trasformare, migliorare e condurre tutta l’umanità in una città nuova, dove abitare da veri uomini, animati da una gioia profonda e piena.

Credere in Gesù come “Cristo” significa riconoscere e affermare che in lui si compie la piena alleanza di Dio con gli uomini; c’impegna a vivere quest’alleanza, ossia affidare il cammino della nostra vita a Dio, sperimentando la sua fedeltà che preserva dal male per condurci in un “mondo nuovo”.

«Figlio di Dio» e «nostro Signore»

Credere che Gesù di Nazareth, figlio di Maria e di Giuseppe, uomo come noi, che condivide con noi la natura umana, è figlio di Dio significa che Dio ha voluto rendersi talmente solidale con l’umanità da inserirla, attraverso Gesù, nel mistero sua realtà divina.

Dio vuole mettere l’uomo e il mondo intero in una stretta e profonda comunione con lui. Gesù è un Dio dei poveri, che si è fatto vicino e compagno al vivere ed al soffrire umano, il Dio-con-noi, che non è venuto per condannare, ma per servire e salvare.

Gesù non è il Dio delle esigenze impossibili, ma il Dio di tenerezza e di misericordia, che offre al peccatore la grazia del perdono e al debole la forza di ricominciare sempre da capo nell’amore.

Essendo “Messia” e “Figlio di Dio”, Gesù è riconosciuto anche come “nostro Signore”, perché è il “Signore” della nuova creazione che sta crescendo nella storia: “Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra…. Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Matteo 28,18-19).

Credere in Gesù “nostro Signore” significa riconoscere che si è chiamati a dominare con lui le potenze di questo mondo, a vincere le seduzioni delle ricchezze e la paura della carne mortale, a riconoscere in noi stessi, salvaguardandola e testimoniandola, la dignità umana dataci in dono.

Confessare Gesù “nostro Signore” significa dichiarare l’intenzione di entrare pienamente in questa vita nuova che lui ha iniziato.

«Concepito di Spirito Santo, nato da Maria Vergine»

L’intervento dello Spirito Santo

Siamo invitati a riconoscere e a confessare la vera identità di Gesù, come figlio di Dio. In Gesù “concepito di Spirito Santo” riconosciamo l’irruzione di Dio nella storia dell’uomo.

Quando lo Spirito interviene, Dio non si limita ad affidare a cause terrene e storiche l’attuazione dei suoi disegni, ma si fa presente di persona, viene personalmente a compiere il suo volere.

Credere “Gesù concepito di Spirito Santo” significa che in Gesù troviamo l’impronta diretta e personale di Dio che plasma l’uomo, è riconoscere in lui il perfetto modello dell’uomo.

Credere “Gesù concepito di Spirito Santo” significa che Gesù è il nuovo inizio operato da Dio, è il grande miracolo vivente dello Spirito, è la “nuova creazione” attuata con l’intervento dello Spirito di Dio.

Credere “Gesù concepito di Spirito Santo” significa aprirsi al dono dello Spirito per rendersi docile alla sua azione; significa lasciarsi guidare dallo Spirito per diventare uomini nuovi; significa lasciare spazio all’opera dello Spirito Santo affinché giorno dopo giorno possiamo impegnarci a seguire ed imitare Gesù.

La nascita da Maria Vergine

Il Verbo di Dio si fa uomo prendendo carne nel cuore e nel grembo di una donna: Maria. Dio irrompe nella vita di una giovane donna con il dono inatteso ed imprevedibile di una nascita: l’Eterno che ci ha creato senza di noi, non ci salva senza di noi.

Maria in quanto vergine sta in relazione con Dio Padre come accoglienza del Figlio: essa è la credente che nella fede ascolta, accoglie, acconsente.

Maria in quanto madre sta in relazione con Dio Figlio nella gratuità del dono: essa è la generatrice della vita che nella carità dona, offre, trasmette.

Maria in quanto sposa sta in relazione con Dio Spirito quale esempio dell’alleanza nuziale fra il cielo e la terra: essa è la creatura che vive nella speranza, che sa unire il presente degli uomini all’avvenire della promessa di Dio.

La vergine Maria si offre come esempio dell’uomo secondo il progetto di Dio, credente, speranzoso e amante, che è chiamato ad acconsentire all’opera di salvezza di Dio Trinità nella libertà e nella generosità del dono.

Credere che “Gesù nacque da Maria vergine” significa affermare che non è più l’uomo che fa qualcosa con l’aiuto di Dio, ma è Dio che cerca l’uomo non solo per donargli qualcosa, ma per donargli se stesso nell’intimità gioiosa della comunione.

Credere che “Gesù nacque da Maria vergine” significa che il cristiano non va alla ricerca di un Dio che protegge ed assicuri i suoi beni, ma si apre all’incontro con un Dio che riconosce ed accoglie come il suo vero Bene, il grande amore della sua vita, la sua felicità.

«Patì sotto Ponzio Pilato, fu crocifisso, morì e fu sepolto»

Il Credo colloca la passione e la morte di Gesù dentro la storia concreta: «Fu crocifisso per noi sotto Ponzio Pilato, morì e fu sepolto». La fede cristiana non annuncia un’idea astratta, ma un evento che si è svolto nel tempo degli uomini.

La croce manifesta il volto di un Dio che entra fino in fondo nella condizione umana, assume la sofferenza e dona la propria vita. Nel Figlio di Dio che muore per noi, abbiamo la certezza che è possibile vincere l’egoismo ed il peccato.

È possibile amare e superare nell’amore la morte, perché l’ultima parola della vita e della storia non sarà l’ingiustizia ed il dolore, ma la pace fatta di giustizia e di gioia senza fine.

«Discese agli inferi; il terzo giorno risuscitò da morte»

Il Credo apostolico proclama che Gesù «discese agli inferi» e che «il terzo giorno risuscitò da morte». Il Simbolo niceno-costantinopolitano proclama: «Il terzo giorno è risuscitato, secondo le Scritture».

La risurrezione costituisce il centro della fede cristiana. Essa manifesta che la morte non è l’ultima parola sull’uomo e che la vita nuova inaugurata da Cristo appartiene alla storia e la orienta verso il suo compimento.

La Pasqua è sempre un ritornare alle origini del nostro credere. La Parola che ci parla di Cristo Risorto possa risuonare come ragione della speranza che ci muove e di testimonianza della bellezza del cristianesimo.

«Salì al cielo, siede alla destra del Padre»

Il Credo apostolico proclama che Cristo «salì al cielo, siede alla destra di Dio, Padre onnipotente». Il Simbolo niceno-costantinopolitano aggiunge che egli «è salito al cielo, siede alla destra del Padre».

L’ascensione non separa Gesù dalla storia, ma rivela il compimento della sua missione e la sua partecipazione alla gloria del Padre. Il Figlio eterno ha fatto suo il tempo degli uomini e ha aperto a noi il tempo della gloria.

«Di là verrà a giudicare i vivi e i morti»

Il Credo proclama che Cristo verrà nella gloria per giudicare i vivi e i morti, e che il suo regno non avrà fine. La storia non è priva di direzione: è orientata verso l’incontro definitivo con il Signore.

Confessare Gesù “nostro Signore” significa dichiarare l’intenzione di entrare pienamente nella vita nuova che lui ha iniziato. La speranza cristiana comprende il giudizio di Dio come manifestazione della verità e della giustizia, nella prospettiva del compimento del suo regno.

«Credo nello Spirito Santo»

L’affermazione centrale contenuta nella terza parte del Simbolo apostolico, nel testo originale greco, suona così: «Credo in Spirito Santo». Manca, dunque, l’articolo determinativo, al quale noi siamo abituati in base alla nostra traduzione.

Significa, infatti, che questo articolo di fede è stato all’inizio inteso in senso non intra-trinitario, bensì storico-salvifico. In altri termini: la terza parte del Simbolo rinvia in prima linea non allo Spirito Santo in quanto terza Persona divina, bensì quale dono di Dio alla storia nella comunità di quanti credono in Cristo.

Ovviamente la comprensione trinitaria, la comprensione del Dio uno e trino, non è affatto esclusa. L’intero Credo è nato dalla triplice interrogazione battesimale, con cui si chiede al neofita se crede nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo; questa poggia a sua volta sulla formula battesimale riportata nel vangelo di Matteo (Mt 28,19).

In tale modo la più antica forma della nostra professione di fede, con la sua triplice articolazione, rappresenta addirittura una delle radici più determinanti dell’idea trinitaria di Dio.

Soltanto il graduale ampliamento delle domande battesimali in un testo particolareggiato ha in certo qual modo coperto la struttura trinitaria. Come già abbiamo visto, vi venne ora inserita, quale brano centrale, l’intera storia di Gesù, dal concepimento al ritorno.

Ciò condusse a intendere ora la prima parte di esso in senso quasi più storico, riferendola essenzialmente alla storia della creazione e al tempo pre-cristiano. In tal modo, però, risultava inevitabile una comprensione storica dell’intero testo: la sua terza parte doveva così essere intesa come prolungamento della storia di Cristo nel dono dello Spirito Santo, ossia come un richiamo al tempo della fine fra l’avvento e il ritorno di Cristo.

Da questi sviluppi la prospettiva trinitaria non era stata certo eliminata, così come, d’altra parte, le domande battesimali non intendevano riferirsi a un Dio nell’aldilà che nulla ha a che fare con la storia, bensì al Dio che si era volto verso di noi.

Sicché, è caratteristica degli stadi più antichi del pensiero cristiano una correlazione tra visione storico-salvifica e visione trinitaria, che soltanto in seguito è caduta via via nell’oblio e fu una perdita, tanto che si pervenne a una lacerazione: la metafisica teologica, da un lato, e la teologia della storia dall’altro.

Al suo punto di partenza, questo pensiero non è solo storico-salvifico, né solo metafisico, ma è caratterizzato dall’unità tra storia ed essere.

Lo Spirito Santo, Signore e datore della vita

Come recitiamo nel Credo, lo Spirito Santo è Signore e dà la vita. Egli è il dono di Dio alla storia nella comunità di quanti credono in Cristo.

Credere nello Spirito Santo significa riconoscere la presenza viva di Dio nella storia e nella Chiesa. La sua azione conduce a comprendere la vita di Cristo e a renderla presente nella comunità dei credenti.

Credere nello Spirito Santo significa aprirsi al suo dono, rendersi docili alla sua azione e lasciarsi guidare da lui per diventare uomini nuovi.

«Credo la Chiesa, una, santa, cattolica e apostolica»

La Chiesa appartiene alla professione della fede perché il credente non vive il rapporto con Dio in isolamento. L’“io credo” trova il suo posto nel “noi crediamo”, nella comunità dei credenti che ascolta la Parola, celebra i sacramenti e testimonia la vita nuova ricevuta da Cristo.

Nella comunità dei credenti, la Chiesa, si sperimenta la tenerezza e la fedeltà di Dio Padre. La Chiesa è il luogo nel quale la fede ricevuta viene professata, celebrata, approfondita e vissuta.

Il Credo niceno-costantinopolitano professa: «Credo la Chiesa, una santa cattolica e apostolica». Questi attributi esprimono la sua identità e la sua missione nella storia.

La Chiesa una

La fede inserisce l’uomo nel “noi” della comunità dei credenti. L’unità della Chiesa non cancella l’“io” personale, ma gli offre il suo luogo dentro una comunione più grande.

La Chiesa santa

La santità della Chiesa deriva da Dio e dal dono dello Spirito Santo. La Chiesa cammina nella storia affidandosi alla fedeltà del Padre e alla grazia di Cristo.

La Chiesa cattolica

La cattolicità indica l’ampiezza della comunità dei credenti e la destinazione universale della salvezza offerta da Dio. Dio invita Israele e tutte le nazioni a volgersi a lui, l’Unico.

La Chiesa apostolica

La Chiesa apostolica custodisce la fede ricevuta e la trasmette nella storia. La professione del Credo mantiene il legame con l’annuncio degli apostoli e con la testimonianza originaria di Cristo morto e risorto.

«La comunione dei santi»

La comunione dei santi esprime la partecipazione dei credenti alla vita di Dio e la comunione che unisce la comunità cristiana. Il Credo apostolico la colloca accanto alla Chiesa e alla remissione dei peccati.

La fede non è una ricerca meramente privata della verità. Essa è ricezione responsabile, ascolto, accoglienza e risposta dentro il “noi” della comunità dei credenti.

«La remissione dei peccati»

Poiché Dio è santo, può perdonare all’uomo che davanti a lui si riconosce peccatore. Mosè confessa che il Signore è un Dio che perdona.

Il nome divino “Io Sono” o “Egli È” esprime la fedeltà di Dio il quale, malgrado l’infedeltà degli uomini e il castigo che il loro peccato merita, «conserva il suo favore per mille generazioni» (Es 34,7).

Dio rivela di essere «ricco di misericordia» (Ef 2,4) arrivando a dare il suo Figlio. Gesù, donando la vita per liberarci dal peccato, rivelerà che anch’egli porta il nome divino: «Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora saprete che “Io Sono”» (Gv 8,28).

Gesù non è il Dio delle esigenze impossibili, ma il Dio di tenerezza e di misericordia, che offre al peccatore la grazia del perdono e al debole la forza di ricominciare sempre da capo nell’amore.

«La risurrezione della carne»

Il Credo apostolico proclama «la risurrezione della carne», mentre il Simbolo niceno-costantinopolitano proclama: «Aspetto la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà».

La fede nella risurrezione nasce dalla Pasqua di Cristo. Il terzo giorno è risuscitato, secondo le Scritture, e la sua risurrezione apre la storia umana alla speranza della vita nuova.

La risurrezione della carne indica che la salvezza riguarda l’uomo nella sua concretezza e nella sua interezza. L’esistenza umana non è destinata al nulla, perché Dio, creatore della vita, conduce le sue creature verso la gloria promessa.

«La vita del mondo che verrà»

La professione della vita eterna orienta il presente verso il compimento della promessa di Dio. Nella compagnia degli altri pellegrini, incamminati verso la patria promessa, si arriva a riconoscere che l’impegno per la giustizia, la pace e la salvaguardia del creato fa parte di questo tempo dell’esilio.

La lotta con il male fa parte di questo tempo dell’esilio, non per paralizzare il cammino, ma per renderlo sempre più vigile ed intenso come anticipazione della gloria promessa dal Creatore alle sue creature.

Nel Simbolo niceno-costantinopolitano la speranza è formulata così: «Aspetto la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà». L’attesa cristiana non è fuga dalla storia, ma orientamento della storia verso il regno di Dio.

Le conseguenze della fede in un solo Dio

Credere in Dio, l’Unico, ed amarlo con tutto il proprio essere comporta per tutta la nostra vita enormi conseguenze.

  • Conoscere la grandezza e la maestà di Dio: «Ecco, Dio è così grande, che non lo comprendiamo» (Gb 36,26). Proprio per questo Dio deve essere «servito per primo».
  • Vivere in rendimento di grazie: se Dio è l’Unico, tutto ciò che siamo e tutto ciò che abbiamo viene da lui: «Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto?» (1 Cor 4,7). «Che cosa renderò al Signore per quanto mi ha dato?» (Sal 116,12).
  • Conoscere l’unità e la vera dignità di tutti gli uomini: tutti sono fatti «a immagine e somiglianza di Dio» (Gn 1,26).
  • Usare rettamente le cose create: la fede nell’unico Dio ci conduce ad usare tutto ciò che non è lui nella misura in cui ci avvicina a lui, e a staccarcene nella misura in cui da lui ci allontana.
  • Fidarsi di Dio in ogni circostanza, anche nelle avversità.

«Mio Signore e mio Dio, togli da me quanto mi allontana da te. Mio Signore e mio Dio, dammi tutto ciò che mi conduce a te. Mio Signore e mio Dio, toglimi a me e dammi tutto a te».

Una preghiera di santa Teresa di Gesù esprime ciò mirabilmente: «Niente ti turbi niente ti spaventi. Tutto passa Dio non cambia. La pazienza ottiene tutto. Chi ha Dio non manca di nulla. Dio solo basta».

Il Credo come cammino quaresimale

Quale occasione più propizia che il tempo santo della Quaresima per approfondire le ragioni del nostro credere? Lo faremo accompagnati dalla catechesi quaresimale, dagli esercizi, dall’intensità del cammino liturgico e dalla celebrazione della Pasqua che è sempre un ritornare alle origini del nostro credere.

È necessario compiere questo esercizio paziente di approfondimento perché nella confusione dei pareri e delle tante opinioni del tempo presente, la Parola che ci parla di Cristo Risorto possa risuonare come ragione della speranza che ci muove e di testimonianza della bellezza del cristianesimo.

PercorsoTema
ILa forma ecclesiale della fede
IICredo in un solo Dio
IIICredo in Dio Padre onnipotente
IVCredo in Gesù Cristo
VCredo nello Spirito Santo
Settimana SantaMorì, fu sepolto ed è risuscitato

Il Credo è una formula rimastaci dall’originario dialogo “Credi tu? - Io credo”. Per questo ogni sua parola chiede di essere ascoltata, accolta e trasformata in una risposta personale e comunitaria.

Dire “io credo” significa riconoscere ed accogliere con gioia il dono grande e felicissimo della fede, impegnare la propria libertà, coinvolgere la propria razionalità e affidare la propria vita al Dio che si rivela come verità e amore.

Tu, per amore crei e per amore continui a donare la vita. Davanti a Te sta tutto ciò che esiste, raccolto nell’amore con cui Tu ami l’eternamente Amato. Tutto raggiungi e tutto sostieni nella fedeltà del tuo Spirito Santo, perché a nessuna delle tue creature manchi mai la custodia ed il nutrimento vitale del tuo amore paterno.Aiutami in tutto ad accogliere, amare e custodire la vita, e fa che nel buio che tanto spesso avvolge i nostri giorni, io sappia riconoscere la notte accogliente del grembo fecondo delle relazioni d’amore che Ti uniscono al Figlio ed allo Spirito.Signore Gesù, in te la terra ed il cielo si sono incontrati. Tu sei l’alleanza in persona, il Figlio eterno che ha fatto suo il tempo degli uomini e ha aperto a noi il tempo della gloria.Donaci di credere in Te, e di seguirti nella verità delle opere e dei giorni del nostro cammino, per confessarti con le labbra e col cuore come il Signore della nostra vita. E fa che di Te sappiamo essere testimoni credibili, con umiltà e dolcezza, con la forza contagiosa e irradiante dell’amore.
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