Omelie nuove per la XVI domenica del Tempo Ordinario – Anno C

La liturgia della XVI domenica del Tempo Ordinario, anno C, presenta Marta e Maria, l’accoglienza di Abramo e l’ascolto della parola di Gesù. Il centro del messaggio è l’ospitalità: accogliere il Signore e ogni persona significa offrire servizio, attenzione e cura, ma anche fermarsi in silenzio per ascoltare ciò che l’ospite porta con sé.

La parte migliore non è una contrapposizione tra azione e contemplazione, né un giudizio negativo sul servizio di Marta. È Gesù stesso, accolto con un cuore disponibile: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta».

Le letture della XVI domenica del Tempo Ordinario, anno C

La prima lettura è tratta dal libro della Genesi: «In quei giorni, il Signore apparve ad Abramo alle Querce di Mamre, mentre egli sedeva all’ingresso della tenda nell’ora più calda del giorno». Abramo alzò gli occhi, vide tre uomini e corse loro incontro, offrendo acqua, ristoro e cibo.

Il Salmo responsoriale proclama: «Chi teme il Signore, abiterà nella sua tenda». La seconda lettura, dalla Lettera di san Paolo apostolo ai Colossesi, annuncia il mistero manifestato ai santi: «Cristo in voi, speranza della gloria».

Il Vangelo secondo Luca racconta l’incontro di Gesù con Marta e Maria: «Mentre erano in cammino, entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò». Maria si mise ai piedi del Signore e ascoltava la sua parola, mentre Marta era distolta per i molti servizi.

Testo biblicoTema principale
Gen 18,1-10L’accoglienza di Abramo
Sal 14Abitare nella tenda del Signore
Col 1,24-28Cristo, speranza della gloria
Lc 10,38-42Marta, Maria e l’ascolto della Parola
Gesù con Marta e Maria in casa

L’ospitalità di Abramo e l’accoglienza di Gesù

L’ospitalità è la parola d’ordine delle letture di oggi, soprattutto della prima lettura, tratta da Gen 18,1-10 e dal Vangelo di Luca 10,38-42. L’ospitalità è la relazione tra il padrone di casa e l’ospite, in cui il padrone di casa riceve l’ospite con buona volontà, intrattenimento e accoglienza.

L’ospitalità può quindi essere vista negli affari, a scuola, in chiesa, in famiglia, tra la gente, ecc. Nell’interesse del nostro nutrimento spirituale, l’ospitalità è stata data da Abramo agli stranieri che hanno portato nella sua famiglia ciò che mancava: la promessa di un figlio.

In quei giorni, il Signore apparve ad Abramo alle Querce di Mamre, mentre egli sedeva all’ingresso della tenda nell’ora più calda del giorno. Egli alzò gli occhi e vide che tre uomini stavano in piedi presso di lui. Appena li vide, corse loro incontro dall’ingresso della tenda e si prostrò fino a terra.

Abramo disse: «Mio signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non passare oltre senza fermarti dal tuo servo. Si vada a prendere un po’ d’acqua, lavatevi i piedi e accomodatevi sotto l’albero. Andrò a prendere un boccone di pane e ristoratevi; dopo potrete proseguire, perché è ben per questo che voi siete passati dal vostro servo».

L’ospitalità di Abramo non è distratta né formale. È fatta di movimento, premura e disponibilità. «Allora Abramo andò in fretta nella tenda, da Sara, e disse: “Presto, tre sea di fior di farina, impastala e fanne focacce”. All’armento corse lui stesso, Abramo; prese un vitello tenero e buono e lo diede al servo, che si affrettò a prepararlo».

Prese panna e latte fresco insieme con il vitello, che aveva preparato, e li porse loro. Così, mentre egli stava in piedi presso di loro sotto l’albero, quelli mangiarono. Poi gli dissero: «Dov’è Sara, tua moglie?». Rispose: «È là nella tenda».

Riprese: «Tornerò da te fra un anno a questa data e allora Sara, tua moglie, avrà un figlio». Gli stranieri portano nella casa di Abramo ciò che mancava: la promessa di un figlio. L’ospitalità diventa così il luogo nel quale la vita ricomincia e una promessa inattesa può essere accolta.

Abramo, il servo e la gioia dell’incontro

I tre personaggi che si presentarono ad Abramo nell’ora più calda del giorno, quando nessuno avrebbe fatto un passo fuori dal ristoro di una qualche ombra, colpirono Abramo, che corse incontro a loro prostrandosi. Certo, Abramo sentì il fascino arcano, divino, di quei tre personaggi se fece quello che fece.

Ma chi erano quei tre personaggi? Parecchi esegeti dicono che due di loro erano angeli, mentre il personaggio centrale era Jahvéh. Ma non è mancata l'esegesi di chi vi vede le tre Persone divine, visto che Abramo si rivolge a loro al singolare come ad uno solo, e poi si rivolge pure al plurale, cioè ai tre.

Abramo, emozionato e sollecito nello stesso tempo, chiese poter offrire all'uno e nello stesso tempo ai tre, una ristorazione, che di tradizione veniva offerta all’ospite. E i tre mangiarono, ma in realtà nessuno dei tre mangiò; il cibo venne ridotto al nulla dalla potenza di Dio, il quale può creare dal nulla una cosa o farla ripiombare nel nulla.

Ma se i tre propriamente non mangiarono, tuttavia mangiarono tutto l’amore, la riverenza, la sollecitudine, di Abramo. Consideriamo la sollecitudine del grande patriarca nell’apprestare la ristorazione. Abramo non si preoccupa minimamente di se stesso.

Sotto il sole cocente corre a prendere un vitello e lo fa cucinare da un servo. Sara al suo confronto appare fredda. Certo prepara le focacce, ma non esce dalla tenda, non corre, non va incontro ai tre. Lui invece corre.

Corre anche a prendere - sicuramente in una vicina grotta con bassa temperatura - del latte fresco e del latte acido. Abramo, poi, non si accomoda con loro a sedere, ma resta in piedi come un servo. Ha tutte le finezze dell’ospitalità verso personaggi d’onore.

Prepara tutto per donarsi agli ospiti, per godersi gli ospiti, per contemplarli. Li ha invitati per questo, per bearsi di loro. E’ lì in piedi, muto, eppure eloquente nello sguardo, eloquente nel silenzio. Ascolta i tre.

Poi il premio: «Tornerò da te fra un anno a questa data e allora Sara, tua moglie, avrà un figlio». Prendersi cura dei fratelli è aprirsi al Dio che viene a visitarci, per poi stupirsi che la vita è finalmente sbocciata.

Marta e Maria: due forme dell’accoglienza

Veniamo al Vangelo, dove Marta e Maria accolsero Gesù come loro ospite. Marta fu rimproverata da Gesù, mentre di Maria si disse che aveva scelto la parte migliore, quella che non le può essere tolta.

«Mentre erano in cammino, entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò. Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Marta invece era distolta per i molti servizi».

Allora Marta si fece avanti e disse: «Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta».

Le loro azioni di preparazione del cibo per l’ospite e di ascolto di ciò che l’ospite ha portato con sé sono entrambe importanti per quanto riguarda l’ospitalità. Maria è stata raccomandata perché la sua parte di ospitalità era utile e necessaria per Gesù in quel momento cruciale in cui si stava avvicinando alla morte.

Gesù ha bisogno di tempo e Maria glielo offre. Ogni ospite ha ciò che gli è più necessario. Pertanto, non diamo in base a ciò che vogliamo noi, che potrebbe non essere necessario e utile per l’ospite, ma in base al bisogno dell’ospite.

Marta doveva desiderare di preparare tutto desiderando di stare anche lei ai piedi di Gesù, come la sorella. Come sarebbe stato bello se tutto fosse andato così, ma ecco che Marta rimproverò l’ospite d’onore.

La risposta di Gesù fu una grande luce per Marta e lo è anche per noi: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta».

La parte migliore è Gesù

Qual è la parte migliore? La parte migliore è l’ascoltare Gesù; è Gesù. Ma ascoltare Gesù, avere Gesù, significa accogliere quello che lui ha scelto per sé.

Per Marta la presenza di Gesù in casa sua, è cosa scontata. Dopo anni di amicizia un’idea precisa del Maestro se l’è senz’altro fatta. Ormai sa tutto di lui. Maria invece è donna attenta, come se quella visita fosse la prima, e quel suo parlare avesse il sigillo di novità.

L’amore non è mai scontato. Quando l’amato diverrà prevedibile, l’amore sarà morto e la vita diventata routine. Se ci facciamo l’idea di conoscere già a priori il suo pensiero, la sua parola, la sua azione, perché ritenutici come Marta suoi assidui frequentatori, uccidiamo lo Spirito che per definizione è sempre altro, e in grado di soffiare dove e come vuole.

Il vero Dio sarà sempre per noi un Dio sconosciuto. Quello racchiuso e definito in sterili dogmi, e in descrizioni catechistiche, si trasforma ben presto in un piccolo dio - idolo - che servirà solo a giustificare violenze e imporre carichi impossibili sulle spalle dei più fragili.

Agostino dice che ‘quando arriverai a farti un’idea di Dio, stai certo che quello non è più Dio’. Per questo la grande preghiera di Meister Eckhart si riduceva a: «Dio, liberami da dio».

«Dio è come una stoffa pregiata che si accomoda alla mano di chi la tocca. Ognuno l’ha toccata e le ha dato la sua forma» (Giovanni di Trasburgo).

L’ascolto come atteggiamento spirituale

Il modo per incontrarlo è assumere l’atteggiamento di Maria. Sedersi in silenzio, e porsi in ascolto della ‘realtà’, qualunque essa sia. Aperti, accoglienti, senza pregiudizi verso tutti, perché sarà lì che Dio ci raggiungerà.

Chi è in grado di apportarci ricchezza non sarà mai chi ci assomiglia, o i prevedibili, quelli che parlano e la pensano come noi. La ricchezza sta solo nella diversità.

Dio si fa accanto a ciascuno attraverso volti sconosciuti, storie improbabili, vite ‘altre’, tradizioni spirituali e religioni diverse. Dovremmo ricordarci che lo straniero, il diverso, l’altro è sempre volto e sacramento di Dio, per questo che occorre vivere un’«apertura al barbaro: perché il barbaro è il volto di Dio nel nostro orizzonte» (Ernesto Balducci).

Nella Bibbia il nome di Dio è ‘alterità’, per questo si fa accanto all’uomo come forestiero. Nella prima lettura di oggi Abramo accoglie il suo Dio sotto le sembianze di tre stranieri sconosciuti che gli fanno visita.

Abramo gli accoglie lavando loro i piedi, saziandoli, dissetandoli e ascoltandoli. Dopo essersi intrattenuto con questo Dio ‘altro’, il vecchio e sterile Abramo diventa padre.

Accogliere una persona significa quindi lasciarsi sorprendere dalla sua presenza. L’ospite non è soltanto qualcuno al quale offrire qualcosa: è anche colui che può consegnarci una parola, una promessa o una possibilità nuova.

Il servizio e l’ascolto nella vita cristiana

La pagina evangelica non invita a disprezzare il servizio. Marta non viene rimproverata perché serve, ma perché il servizio è diventato affanno, agitazione e pretesa di essere riconosciuta.

Appare chiaro che Marta vuole essere notata da Gesù, vuole essere riconosciuta come la protagonista dell’evento e mal sopporta che Maria stia ai piedi di Gesù ad ascoltarlo, e anche le dispiace che Gesù stia a parlare con Maria, non considerando quanto c’era da fare nel preparare ogni cosa.

Il servizio cristiano nasce dall’ascolto e conduce all’amore concreto. Senza l’ascolto, anche le opere più generose possono diventare motivo di risentimento, confronto e giudizio.

Il racconto di Marta e Maria ci chiede di verificare il modo nel quale accogliamo Cristo nella nostra vita. Lo ospitiamo davvero, oppure gli offriamo soltanto ciò che abbiamo già deciso di fare?

Se consideriamo il bisogno degli altri prima di essere ospitali con loro, possa la Buona Novella della gioia arrivare a noi e a tutti i nostri cari.

Ascoltare per vivere il Vangelo

Paolo ce lo dice con le parole che abbiamo ascoltato: «Sono lieto nelle sofferenze che sopporto per voi e do compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa».

La parte migliore include l’accettazione della croce. Paolo è stupendo. Il suo soffrire completa ciò che manca ai patimenti di Cristo a favore del suo corpo, che è la Chiesa.

Cristo ha già patito in modo completo sulla croce. «E' compiuto», disse Gesù sulla croce. Paolo parla alla luce del “Cristo totale”; Cristo e il suo corpo, che è la Chiesa.

Le parole di Paolo sono profondissime e le coglie, senza potere esaurire il mistero che unisce la Chiesa a Cristo, solo chi le vive. Molti possono scrivere libri in merito, ma non diranno alla fin fine niente rispetto a quanto comprende uno che le vive.

Qui, veramente bisogna ascoltare vivendo quanto si ascolta; qui, veramente bisogna vivere Gesù. Il mistero nascosto da secoli è l’unione tra Cristo e la Chiesa anche nella sofferenza.

A questo punto non vorrei che qualcuno si scoraggiasse, si sentisse tagliato fuori. Voglio solo dire che la bellezza del cristianesimo la si gusta non rimanendone ai margini con una fede tiepida, ma entrando nel cuore della vita cristiana.

E tutti siamo chiamati a questo. Voi mi direte: «Ma come possiamo?». La risposta non è difficile: Mettetevi come Maria ai piedi di Gesù, e ascoltate la parola di Gesù; parola presente nei Vangeli.

Ascoltatela per conoscere Gesù e per metterla in pratica. Allora seguirete Gesù, e sceglierete quello che ha scelto Gesù, cioè il sacrificio nell’amore verso il Padre e verso tutti gli uomini.

Allora non rifiuterete più la croce, la quale vi diventerà vincolo di unione con Gesù e così direte con san Paolo: «Io sono lieto nelle sofferenze che sopporto», perché esse non sono sterili, ma feconde.

Esse non tolgono vita, anche se lo possono fare in casi estremi, ma danno vita. L’ascolto della Parola non rimane quindi un atteggiamento interiore separato dall’esistenza: diventa disponibilità, perseveranza, servizio e capacità di attraversare le prove nell’amore.

L’accoglienza come apertura al volto di Dio

Tutto quello che fate al più piccolo dei miei fratelli lo fate a me. Quando ho avuto fame mi avete dato da mangiare. Quando avevo sete mi avete dato da bere.

Quando ero inquieto mi avete ascoltato. Quando mi sentivo solo mi hai dato il tuo amore. Quando cercavo lavoro mi hai trovato un lavoro. Quando ero felice hai condiviso la mia gioia.

Ora entrate nella casa del Padre mio. L’accoglienza diventa concreta quando riconosce la fame, la sete, la solitudine, l’inquietudine e la gioia dell’altro.

La compassione cristiana non consiste nel fare qualcosa in modo automatico, ma nel comprendere ciò di cui l’altro ha veramente bisogno. Gesù ha bisogno di tempo e Maria glielo offre.

Ogni ospite ha ciò che gli è più necessario. Pertanto, non diamo in base a ciò che vogliamo noi, che potrebbe non essere necessario e utile per l’ospite, ma in base al bisogno dell’ospite.

Un cuore abitato dalla presenza del Signore

Abramo, fratelli e sorelle, non si può cessare di ammiralo. Vede e non esita: corre incontro ai tre, si prostra. Poi in piedi, beato della vista dei tre che hanno accettato la sua ospitalità.

E qui come non pensare a Gesù che viene nel nostro cuore? Cosa dobbiamo fare quando lo abbiamo ospite? Dobbiamo dargli noi stessi.

Sant’Agostino diceva: «Mangiami Signore, perché ti ho mangiato». L’accoglienza di Cristo non è soltanto ricevere una consolazione, ma lasciarsi trasformare dalla sua presenza.

Saremo come Maria di Magdala che non poteva staccarsi da Gesù, pur vedendo le necessità della sorella; e che nell’ora della dolorosa assenza non si staccò dalla tomba di Gesù, meritando - seconda solo alla Madre - di ricevere la visita gioiosa del Risorto.

Proprio così, uniti a lui anche nei momenti di assenza, sapendo che lui è presente, e che l'assenza apparente ci conduce ad amare lui e non tanto le consolazioni di lui.

Ben presto l’assenza dolorosa, ma elevante, si trasformerà in presenza dolce, beatificante.

Omelia nella XVI Domenica del Tempo Ordinario - Accoglienza

La Parola ascoltata nella comunità

È l’invito che Gesù rivolge a noi oggi, dobbiamo ritrovarci con Lui in disparte sono quei momenti di intimità con il Signore che non devono mai mancare nella nostra vita di fede.

E penso che l’applicazione più immediata è l’esperienza che noi facciamo nel giorno del Signore, quello è il momento del riposo della nostra settimana, è quando ascoltiamo la sua Parola, ci ritroviamo con i fratelli che condividono con noi lo stesso progetto di vita.

Quella è un’esperienza davvero unica che deve dar senso a tutto il resto della nostra settimana e anche della nostra vita. E dobbiamo far di tutto perché davvero non manchi mai questo momento!

La comunità cristiana è il luogo nel quale l’ascolto diventa condiviso, la fede viene nutrita e il servizio trova il suo orientamento. L’azione non può sostituire l’ascolto, ma l’ascolto autentico conduce inevitabilmente a un’azione più attenta e più umana.

Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta. La Parola accolta nel cuore non viene sottratta dalle difficoltà, dalle responsabilità o dalle fatiche, perché continua a orientare ogni gesto e ogni decisione.

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