Il corpo imbalsamato di Padre Pio: esumazione, conservazione e reliquia

Il corpo di Padre Pio da Pietrelcina non fu trovato intatto né imbalsamato in senso rigoroso durante l’esumazione del 2 marzo 2008: il cranio e gli arti superiori erano in parte scheletriti, mentre le parti restanti presentavano tegumenti aderenti ai piani sottostanti e molto umidi, suscettibili di trattamento conservativo. Dopo la ricognizione canonica, le spoglie furono sottoposte alle procedure necessarie per garantirne la conservazione e vennero composte in un’urna destinata alla venerazione dei fedeli.

Il volto visibile nella teca non è il volto originale di Padre Pio, ma una ricostruzione in silicone; i resti autentici della testa e del corpo sono custoditi all’interno della struttura. La teca, quindi, presenta una ricostruzione estetica destinata a restituire l’aspetto riconoscibile del santo, mentre le reliquie corporee reali rimangono protette sotto il saio e all’interno dell’imbottitura.

Ricostruzione della teca di Padre Pio

L’annuncio dell’esumazione

Il 6 gennaio 2008, mons. Domenico Umberto D’Ambrosio, arcivescovo di Manfredonia - Vieste - San Giovanni Rotondo e delegato della Santa Sede per il Santuario e le Opere di san Pio da Pietrelcina, durane la Santa Messa vespertina diede l’annuncio dell’Esumazione del Corpo di Padre Pio da Pietrelcina: “In occasione del quarantesimo anniversario della morte, dopo l’acquisizione delle prescritte autorizzazioni canoniche e l’assenso convinto ricevuto dalle superiori autorità, muniti del relativo decreto della Congregazione delle Cause dei Santi, si procederà alla esumazione ed alla ricognizione canonica del corpo di san Pio da Pietrelcina, per verificarne lo stato e per effettuare tutte le procedure idonee a garantirne le ottimali condizioni di conservazione”.

Il gesto rientrava nella prassi della Chiesa relativa alla ricognizione delle reliquie e aveva lo scopo di verificare lo stato delle spoglie, predisporre un trattamento conservativo e consentire alle generazioni future di venerare e custodire il corpo del santo.

Il Tribunale ecclesiastico e la commissione dei periti

Il Tribunale ecclesiastico, insediatosi il 28 febbraio 2008, era presieduto dall’arcivescovo ed era composto da: fr. Francesco Colacelli, sacerdote cappuccino, con il ruolo di delegato dell’arcivescovo; don Michele Nasuti, del clero diocesano, con l’incarico di promotore di giustizia, e fr. Francesco Dileo, notaio attuario.

Con lo stesso documento venne nominata la commissione dei periti per l’esumazione e la ricognizione canonica: Orazio Pennelli (medico legale, sovrintendente e direttore dell’area sanitaria della Fondazione “Istituto San Raffaele - G. Giglio” di Cefalù), Luigi Pacilli (specializzato in igiene, medicina preventiva e statistica sanitaria, direttore sanitario di Casa Sollievo della Sofferenza), Nicola Silvestri (medico legale, direttore sanitario della ASL di Barletta-Andria-Trani), Michele Bisceglia (anatomo patologo di Casa Sollievo della Sofferenza) e Nazzareno Gabrielli (perito del Vicariato di Roma per la conservazione dei santi, biochimico in servizio presso la Santa Sede, che ha già trattato i corpi di numerosi santi e beati, tra cui i papi Giovanni XXIII, Pio IX, Pio X; don Orione; i coniugi Beltrame-Quattrocchi; Chiara d’Assisi; Giovanni della Croce e Francesca Saverio Cabrini).

A loro si affiancarono, per le incombenze materiali: Giovanni Di Modugno, Vincenzo Masciaveo, Nunzio Ladogana, Matteo Marinano, Raffaele Mischitelli e i fratelli Giovanni, Michele e Antonio Valerio.

La sera del 28 febbraio nella Cripta, dopo la lettura del decreto tutti i nominati prestarono un «giuramento di fedeltà» sul Vangelo per gli adempimenti «inerenti l’esumazione e la ricognizione canonica delle spoglie mortali di san Pio da Pietrelcina».

La verifica della tomba

Quindi l’arcivescovo chiamò cinque testimoni della sepoltura di padre Pio: l’ufficiale sanitario dell’epoca, Giovanni Grifa; i muratori Gennaro Ricciardi e Domenico Perno; gli stagnini Antonio e Matteo De Bonis.

E chiese loro se avevano trovato il sepolcro nelle stesse condizioni in cui fu lasciato dopo la tumulazione. La loro risposta fu affermativa è, poi, confermata con giuramento sul Vangelo.

Al termine della serata gli operai rimossero il blocco monolitico di «granito azzurro del Labrador» che sovrastava la tomba di padre Pio, con l’ausilio di quattro “binde” e di sei rulli di teflon, e tolsero il sottostante gradino di marmo rosa, composto da due lastre a forma di “C”, lasciando a vista uno strato di sabbia bianca.

La breve cerimonia del 28 febbraio, si concluse con la benedizione dell’arcivescovo, il canto della «Salve Regina» e la lettura del verbale, controfirmato da quattro testimoni: il ministro provinciale della Provincia religiosa “Sant’Angelo e Padre Pio” dei Frati Minori Cappuccini fr. Aldo Broccato, il guardiano del Convento di San Giovanni Rotondo fr. Carlo Maria Laborde, il commissario della Città di San Giovanni Rotondo Michele Di Bari e il sindaco di Pietrelcina Gennaro Fusco.

La liturgia dell’esumazione del 2 marzo 2008

La sera del 2 marzo 2008, si tenne la Liturgia dell’Esumazione del Corpo di Padre Pio. Cerimonia presieduta da mons. D’Ambrosio, alle ore 22 con la lettura del rescritto della Congregazione delle Cause dei Santi, del decreto dell’arcivescovo e dell’autorizzazione dell’autorità civile.

Erano circa 200 le persone presenti in cripta. Tra questi i familiari di Padre Pio, i frati cappuccini suoi confratelli e i due miracolati: Consiglia De Martino e Matteo Pio Colella.

Subito dopo prese la parola fr. Aldo Broccato, per spiegare ai presenti che l’esumazione e la ricognizione canonica esprime «in primo luogo i sentimenti di profonda umanità che la nostra Provincia nutre da sempre verso questo suo figlio illustre che tanto ha amato la Provincia e tanto ha offerto e sofferto per essa».

«Questo evento - proseguì il Ministro Provinciale - manifesti sempre più il segno della nostra fede nella comunione dei santi, nella risurrezione della carne e nella vita eterna. Infatti la riesumazione del corpo di san Pio, mentre ci fa guardare da vicino le sue spoglie mortali, pur preziose e care al nostro cuore di uomini, devoti e confratelli, deve spronarci ad alzare lo sguardo verso l’alto, verso la luce della vita di Dio che in Cristo si è manifestata nella sua morte e risurrezione».

La liturgia è proseguta con la lettura di un brano della prima lettera di san Pietro apostolo e di uno stralcio di due epistole di padre Pio in cui descrive la trasverberazione e la stimmatizzazione del 1918, seguita da una breve riflessione del pastore diocesano sul significato dell’evento: «Questo gesto si fa preghiera di lode e rendimento di grazie a Dio tre volte santo per averci donato nel suo servo fedele una ulteriore manifestazione del mistero della croce».

«Il gesto della ricognizione canonica - aggiunse il presule - in risposta a una corale e circostanziata richiesta inoltrata alla Congregazione delle Cause dei Santi dal postulatore generale dell’Ordine, fr. Florio Tessari, su richiesta del ministro provinciale, fr. Aldo Broccato, con la mia convinta adesione e parere favorevole: è il punto di arrivo di una meditata e prolungata riflessione; rientra nella collaudata e secolare prassi della Chiesa; risponde alla storica responsabilità di garantire, attraverso appropriate procedure, una prolungata conservazione del corpo del nostro santo, per permettere anche alle generazioni che verranno la possibilità di venerare e custodire le sue reliquie».

L’apertura del sepolcro e della triplice bara

L’emozione si fece più intensa quando gli operai cominciano a rimuovere le quattro traversine di cemento poste a copertura del sepolcro su cui era incisa la data della tumulazione (26/9/1968) e, ancor di più, quando alle ore 23:19 otto frati, fr. Mauro Jöhri (ministro generale dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini), fr. Aldo Broccato, fr. Francesco Colacelli, fr. Francesco Dileo, fr. Francesco Langi (definitore provinciale), fr. Carlo Maria Laborde, fr. Mariano Di Vito (componente della commissione dei frati per la ricognizione) e fr. GianMaria Di Giorgio (definitore provinciale) estrasserò la triplice bara, di acciaio, legno e zinco per posizionarla ai piedi del crocifisso di San Damiano.

Dinanzi alla bara mons. D’Ambrosio, insieme al promotore di giustizia e al notaio attuario controllò l’integrità dei sei sigilli apposti la sera del 26 settembre 1968, prima di romperli e di rimuoverli.

Alle ore 23:30 il presule, il ministro generale e il ministro provinciale aprirono il coperchio, consentendo all’arcivescovo, ai componenti del Tribunale ecclesiastico e ai periti di formarsi una prima, sommaria idea sulle condizioni del corpo, poiché la lastra di vetro che lo ricopriva era appannata dalla condensa di vapore.

Nessuno, in quel momento, se la sentì di esprimere valutazioni. Il pastore diocesano incensò le reliquie al canto del «Te Deum».

Poi, con don Michele Nasuti, fr. Francesco Dileo e fr. Francesco Colacelli, mentre i presenti cantavano le litanie dei santi, portarono la bara in un ambiente attiguo, appositamente preparato per il trattamento delle spoglie mortali di san Pio da Pietrelcina, dove i periti effettuarono una prima ispezione.

Esumazione della bara di Padre Pio

Le condizioni del corpo rilevate dai periti

Quando rientrarono nella cripta l’arcivescovo rivelò ai presenti quanto era stato riscontrato dagli esperti: «il cranio e gli arti superiori sono in parte scheletriti. Le restanti parti presentano i tegumenti adesi ai piani sottostanti e molto umidi, ma suscettibili di trattamento conservativo».

In pratica, spiegò mons. D’Ambrosio, quando Padre Pio venne sepolto nel 1968 «l’intonaco era molto fresco e ha trasmesso un’eccessiva umidità».

Secondo la descrizione dell’ispezione, la conservazione non era uniforme: alcune parti del corpo avevano mantenuto tessuti e caratteristiche riconoscibili, mentre altre, soprattutto il cranio e gli arti superiori, mostravano una scheletrizzazione significativa.

Si vedeva chiaramente la barba, il mento era incorrotto, c’erano ancora brandelli di carne sulle ginocchia, sulle mani, sui piedi, che erano scalzi. C’erano ancora le unghie, mentre cranio e arti risultavano quasi completamente scheletriti.

Erano visibili le sopracciglia, la barba, i denti, il mento «perfetto», le mani, le unghie. Buone, le condizioni di un ginocchio e degli arti inferiori.

Il ruolo dell’umidità e della decomposizione

In realtà all’atto dell’estumulazione il cadavere di San Pio non è stato rinvenuto per nulla intatto, anzi il processo decompositivo è in piena attività, ha già svolto tutta la sua azione devastatrice almeno sul 35-40% della superfice corporea (tralasciando gli organi interni) ed alle stesse condizioni ambientali, nell’arco verosimilmente di 20 massimo 30 anni, avrebbe completato la sua attività biologica di degradazione su tutto il cadavere riduncendolo a scheletro, così da lasciare solo brandelli di sottile e friabile carne secca incollata in determinate superfici.

Al di là del fattore cronologico (sono passati quasi 40 anni e il tempo, com’è tragicamente noto, divora e consuma) bisogna considerare questi elementi medico-legali: San Pio, prima di esser calato nel sepolcro fu racchiuso entro una triplice bara, quella di legno recava al posto del normale coperchio una lastra di vetro, nella cella sepolcrale fu anche inserita anche una generosa quantità di sabbia.

L’umidità rilevata durante la ricognizione (il cristallo si presentava appannato) non è imputabile alla malta cementizia con cui l’avello fu murato, ma ad escursioni termiche al momento della dissepoltura.

Il contrasto termico è il principale responsabile di quella patina di umidore della parte interna della lastra vitrea è l’esalazione, la traspirazione del cadavere che avrebbe necessità di espellere i liquidi organici.

Il metallo pesante e il vetro doppio hanno impedito la fuoriuscita dei liquidi, trattenendoli nella cassa. Questo ha fatto molti danni ai resti: quel tipo di sigillatura se ha impedito ad agenti batterici atmosferici esterni di penetrare nella bara ad aggredire la salma, ha pure mantenuto incapsulati gli agenti creatisi dentro la cassa senza possibilità di espulsione, e ciò ha impedito la naturale mummificazione del corpo, il quale, invece, necessiterebbe dell’evacuazione dei liquidi corporei e di un ambiete, quindi, asciutto fresco, magari anche aerato.

Decomposizione, corificazione e saponificazione

Perciò il processo trasformativo e la decomposizione sono state sì fortemente rallentati (per via della blindatura) ma per i materiali usati per le bare questi non sono stati arrestati, hanno lentamente continuato in 40 anni ad attaccare il corpo.

Vale a dire, impossibile la mummificazione, si è giunti ad una totale corificazione: le tegumenta intrise di liquame hanno assunto il colore e la consistenza del cuoio, e si sono strette intorno alla struttura ossea fino ad aderirvi, quasi a rivestire lo scheletro di una strettissima tuta anatomica che mette in rilievo sia i rilievi che le depressioni dello scheletro.

Allora possiamo dire che il corpo di Padre Pio ha subito processi trasformativi e di parziale ma grave decomposizione, anche perché i migliori risultati in termine di conservazione si ottengono quando la cassa di lamiera è interna e, dunque, a stretto contatto con il cadavere, perché la “concia dei tegumenti”è dovuta ai sali metallici, probabilmente derivati arsenicali contenuti nelle impurità dello zinco.

Una conseguenza della tumulazione del corpo di Padre Pio, «l’intonaco del sepolcro era molto fresco ed ha trasmesso un’eccessiva umidità».

Ma un processo di saponificazione, dovuto alla cattiva allocazione in un ambiente sepolcrale umido, ha danneggiato il cranio e gli arti superiori, che risultavano in parte scheletriti.

La triplice bara e la conservazione dei resti

Questa pratica funebre delle tre casse, molto simile a quella in uso per i pontefici è del tutto nuova per la legislazione italiana, nessun regolamento nazionale di polizia mortuaria, infatti, ha mai contemplato l’impiego del coperchio in vetro e trav l’altro nel caso di Padre Pio non sappiamo nemmeno se alla cassa questo fosse stato solo giustapposto oppure assicurato tramite guarnizioni ermetiche.

E’interessante un raffronto a rime parallele con l’Art. 77 comma 3 del attuale DPR 10 settembre 1990 n. 285 con cui si prevede l’impiego della valvola depuratrice, proprio per evacuare la sovrappressione dei gas putrefattivi.

Di fatto, allora, la cassa stagna è impermeabile ai soli liquidi, mentre i composti aeriformi possono uscire più liberamente, il loculo, allora è l’unico ambiente davvero sigillato.

Quindi nella capsula ermetica del feretro quell’umidità unita ai gas e ai liquidi sprigionatisi dal corpo di Padre Pio, se iniazialmente si sono depositate sulle superfici interne della bara in un secondo momento per alimentarsi hanno dovuto aggredire lo stesso cadavere.

I primi testimoni Hanno affermato che le parti declivi del corpo erano aderenti alla base della bara: accadde pure per papa Giovanni XXIII, e ciòha un significato ben preciso: molti liquami del cadavere sono fuoriusciti e si son depositati sul fondo della cassa, essi essendo acidi (e contenedo anche altissime quantità di ammoniaca) hanno fatto marcire le superfi cutanee posteriori insieme al dietro delle vesti e del rivestimento della bara, creando una poltiglia scura che subito colliqua, ma dopo lentamente si riassorbe e s’asciuga.

Questa forte presenza di liquidi post mortali ha praticamente fatto aderire, quasi incollare il cadavere alla cassa.

Inoltre si è detto che gli arti superiori e parte del cranio, quindi della teca cranica, hanno subito una scheletrizzazione.

Ecco un altro dato: in importantissime zone della metà superiore del corpo il processo di corificazione ha cessato il suo decorso, siccome ha già aggredito quelle parti di tegumenti più sottili proprio perchè meno ricche di tessuti e dunque di residui liquidi, necessari alla corificazione; i tessuti prosciugati si sono, dunque, consunti e seccati, a causa di questo processo si sono assottigliati e lentamente polverizzati.

Se diverse parti del corpo che non si sono ancora scheletrite è per via dell’umido presente nella bara e per i liquami sul fondo che gradualmente ancora rilasciano fluidi cadaverici funzionali alla corificazione, in modo da macerare e consumare le parti molli, che poi son quelle più ricche di masse muscolari, tessuti e ancora di umori… come l’addome, le cosce… .

La ricognizione canonica e il significato religioso

La Chiesa vede nella conservazione delle spoglie mortali di un santo, la misericordia di Dio che vuole preservare da subito il corpo tempio del Suo Spirito Santo, perchè esso nasconde in se la promessa della resurrezione.

D’altronde l’umanità pellegrina sulla terra è sempre in ricerca di sostegni a quella fede cosi percossa da mille insidie nella quotidianità del vivere, è così tanto, terribilmente umano.

«Questo gesto - ha spiegato - si fa preghiera di lode e rendimento di grazie a Dio tre volte santo per averci donato nel suo Servo fedele una ulteriore manifestazione del mistero della croce».

«Il gesto della ricognizione canonica - ha aggiunto - in risposta a una corale e circostanziata richiesta inoltrata alla Congregazione delle Cause dei Santi dal postulatore generale dell’Ordine, fra Florio Tessari, su richiesta del ministro provinciale, fra Aldo Broccato, con la mia convinta adesione e parere favorevole: è il punto di arrivo di una meditata e prolungata riflessione; rientra nella collaudata e secolare prassi della Chiesa; risponde alla storica responsabilità di garantire, attraverso appropriate procedure, una prolungata conservazione del corpo del nostro Santo per permettere anche alle generazioni che verranno la possibilità di venerare e custodire le sue reliquie».

Qualcuno ha voluto vedere in questa tradizione della Chiesa una pulsione perversa, innaturale e tendente all’ orrifico. Ma è proprio così?

Veramente a quei fedeli che si approntano alla venerazione delle spoglie terrene di cotanti uomini e donne è insita nel cuore la depravazione necrfiliaca il gusto per l’orrido… o piuttosto affetto, devozione sincera, fede che fa scomparire l’orrore di fronte a un cadavere e nascere l’amore?

Il volto nella teca: originale o ricostruito?

Il volto nella teca è davvero quello di San Pio da Pietrelcina? La risposta è “no”.

La testa è ricostruita in silicone, con la stessa tecnica del museo delle cere di Madame Tussaud, mentre le vere spoglie mortali sono poste all’interno di una imbottitura per dare maggior consistenza al corpo.

La faccia di padre Pio, di colore vivido, con una bella barba e con un’espressione quasi viva, semplicemente, non è la sua.

Si tratta, infatti, di una maschera di silicone realizzata dalla Gems Studio, azienda londinese specializzata nella ricostruzione di volti di personaggi famosi per gli usi più vari: uno dei suoi maggiori clienti è il museo delle cere di Madame Tussaud.

Come ben spiega il sito religioso ‘Fides et Forma', quello di padre Pio non affatto un volto vero "coperto da una sottilissima maschera di silicone", bensì una "finta testa di silicone scolpita ex novo".

Ad essere trasportata per l’Italia del Sud è una teca ed all’interno c’è la ricostruzione del corpo del santo. Quello che molti ignorano, però, è che delle spoglie reali di padre Pio, sotto quel volto che sembra essere rimasto immutato nonostante il passare dei decenni, c’è veramente ben poco.

Oggi, per quanto ci è dato sapere, i poveri resti di padre Pio sono stati ricomposti insieme a garze imbottite per dare volume, mentre i resti della testa sono stati incapsulati all’interno di un involucro modellato in silicone.

Padre Pio, al posto della testa vera, ha una vera e propria teca, all’interno della quale sono stati posti i resti del suo capo.

Perché fu utilizzata una ricostruzione

Può sembrare macabro, eppure questo è il corpo di padre Pio che sarà venerato da decine di migliaia di fedeli nei prossimi giorni.

Quello che vediamo - scrisse sette anni fa uno dei più noti vaticanisti italiani, Luigi Accattoli, criticando l’intera operazione di mostrare ai fedeli i resti di san Pio - non è il corpo: solo sappiamo che le ossa e qualche lacerto muscolare sono sotto quel saio e sotto quella maschera.

Se si volesse davvero il contatto visivo con i corpi santi, li si dovrebbe esporre come li ha ridotti il tempo. Così infatti si faceva in antico ma non essendo questo possibile oggi - personalmente non me lo auguro - ritengo che la scelta migliore sia di custodire i corpi nelle tombe senza presumere di poterli portare alla vista.

Quella presunzione produce dei falsi.

Forse la scelta della maschera di silicone è stata più felice che non quella del rimodellamento in cera realizzato per papa Giovanni: la quantità di cera che fu allora necessaria per coprire il danno del tempo produsse infatti un volto gigante, che non solo non risponde al vero ma neanche allude a esso.

Il silicone invece rispetta le dimensioni e dunque rimanda al vero come lo farebbe una scultura, o una foto.

Ma quello che vediamo non è il corpo: solo sappiamo che le ossa e qualche lacerto muscolare sono sotto quel saio e sotto quella maschera.

Dalla cripta di Santa Maria delle Grazie alla nuova chiesa

Terminate le procedure idonee per garantire al corpo del Santo le migliori condizioni di conservazione, le spoglie mortali saranno composte in un’urna che sarà collocata, a partire dal 24 aprile prossimo, nella stessa cripta in cui Padre Pio è stato sepolto per 40 anni, per consentirne la venerazione da parte dei fedeli.

Come consuetudine da qualche anno a questa parte nell’ultima domenica di Quaresima, la teca con la reliquia del corpo di Padre Pio ha lasciato l’antica cripta di Santa Maria delle Grazie per far ritorno nella Chiesa Inferiore della Nuova Chiesa di San Pio.

Tantissima gente, tra pellegrini e cittadini, ha preso parte a questo intenso momento di spiritualità: alle ore 10.00 fr. Aldo Broccato ha officiato la solenne concelebrazione eucaristica nel santurario di Santa Maria delle Grazie, con il corpo di San Pio esposto dinanzi l’altare.

A seguire si è svolta la processione, con migliaia di persone che hanno accompagnato San Pio nel suo viaggio verso la nuova cripta del santuario progettato da Renzo Piano.

Arrivato nella Nuova Chiesa la teca è stata adagiata dinanzi l’altare per la Santa Messa officiata dal Vescovo Padre Franco Moscone.

Dopo la celebrazione San Pio è stato collocato nella loggia ricavata nel pilastro centrale della nuova cripta.

La teca da alcuni anni, all’inizio del periodo invernale, viene portata nell’antica cripta della Chiesa di Santa Maria delle Grazie dove Padre Pio ha riposato dalla sua morte, avvenuta nel 1968, fino al 2008, anno della esumazione e dell’esposizione delle spoglie alla pubblica venerazione.

La reliquia del corpo di Padre Pio in primavera viene quindi riportata nella cripta inferiore della chiesa a lui intitolata, dove gli spazi e le vie di accesso sono più ampi e dove non è più necessario fare, come avveniva in passato, lunghe file (addirittura di ore) per poter arrivare dinanzi al santo stigmatizzato.

L’esposizione delle reliquie e la venerazione pubblica

La liturgia si concluse alle 01.15 del mattino. Subito dopo Mons D’Ambrosio salutò i sangiovannesi che avevano raggiunto il piazzale di Santa Maria delle Grazie con una fiaccolata partita dal centro della cittadina garganica.

Le reliquie del corpo di San Pio dopo essere state incensate, vennero portate nella stanza allestita per la ricognizione canonica.

Qui i periti, dopo aver rimosso la lastra di cristallo, procedettero ad una sommaria ispezione del corpo.

Subito dopo fu l’Arcivescovo che spiegò ai presenti che vennero rilevati molti segni di una buona conservazione dei resti mortali di san Pio.

Terminate le procedure idonee per garantire al corpo del Santo le migliori condizioni di conservazione, le spoglie mortali vennero poi composte in un’urna che venne collocata, dal 24 aprile 2008, nella stessa cripta in cui Padre Pio venne sepolto per 40 anni, per consentirne la venerazione da parte dei fedeli.

Da oggi i fedeli e i pellegrini di tutto il mondo potranno rendergli omaggio nella sua nuova casa, in questo anno giubilare che si preannuncia fervido per la nostra San Giovanni Rotondo.

È lo stesso corpo che si trova esposto da alcuni anni nel nuovo santuario realizzato da Renzo Piano a San Giovanni Rotondo e che ogni anno ospita ben sei milioni di fedeli, quasi quanto quello mariano di Lourdes.

Il trasferimento del 2016

Le spoglie di padre Pio, morto nell’ormai lontano 1968, sono arrivate a Roma, dove resteranno fino al prossimo 13 febbraio 2016, per poi essere trasferite nella città natale del santo, a Pietrelcina, in provincia di Benevento.

La traslazione della salma da San Giovanni Rotondo è stata oggetto di molte polemiche, ma è stato Papa Francesco in persona a volerlo: il 2016 è l’anno del Giubileo della misericordia e padre Pio aveva la fama di straordinario confessore.

L’umile fraticello è, dunque, stato scelto come una vera e propria icona dell’anno santo dedicato al perdono.

Le persone presenti alla ricognizione

Alla cerimonia sono intervenuti, tra gli altri, tutti i parenti di Padre Pio. C’erano gli otto figli dell’unica nipote vivente del Santo, Pia Forgione: Maria Giuseppa, Alfonso, Rachele, Orazio, Maria Pia, Tarcisia, Michele e Pio.

C’era anche Pio Masone, nipote di Felicita Forgione, sorella di Padre Pio.

Hanno partecipato anche Consiglia De Martino, la donna di Salerno guarita per intercessione di Padre Pio dalla rottura traumatica del dotto toracico, il cui miracolo è servito alla beatificazione del Cappuccino di Pietrelcina, e Matteo Pio Colella, il ragazzo di San Giovanni Rotondo affetto da una sindrome multiorgano scatenata da una meningite, la cui guarigione scientificamente inspiegabile è stata dichiarata “miracolo” per la canonizzazione.

Tra le autorità religiose erano presenti: mons. Francesco Pio Tamburino, arcivescovo metropolita di Foggia - Bovino; mons. Andrea Mugione, arcivescovo metropolita di Benevento; mons. Domenico Cornacchia, vescovo di Lucera - Troia; mons. Antonio Santucci, vescovo emerito di Trivento, mons. Juan Rodolfo Laise, vescovo emerito di San Luis (in Argentina), il vicario generale dell’Ordine dei Frati Cappuccini, fr. Felice Cangelosi e tutto il Definitorio Generale.

Prima della benedizione finale e dell’inno a Padre Pio ha preso la parola il Ministro Generale dei Cappuccini che ha voluto benedire «il Signore Dio» per «le spoglie mortali» di Padre Pio «che furono ritenute degne di portare i segni del Cristo crocifisso».

Che cosa contiene realmente la teca

La risposta alla domanda su che cosa sia oggi visibile nella teca richiede una distinzione tra reliquie autentiche e ricostruzione esterna.

ElementoDescrizione
Volto visibileRicostruzione in silicone
Resti della testaCustoditi all’interno di un involucro modellato in silicone
CorpoReliquie ricomposte insieme a garze imbottite per dare volume
Condizioni rilevate nel 2008Cranio e arti superiori in parte scheletriti; altre parti umide e aderenti ai piani sottostanti
ConservazioneTrattamento conservativo e collocazione in un’urna

Quello che vediamo - scrisse sette anni fa uno dei più noti vaticanisti italiani, Luigi Accattoli, criticando l’intera operazione di mostrare ai fedeli i resti di san Pio - non è il corpo: solo sappiamo che le ossa e qualche lacerto muscolare sono sotto quel saio e sotto quella maschera.

La ricostruzione non significa che le reliquie siano state sostituite: indica che l’aspetto visibile è stato ricreato per rendere riconoscibile la figura di Padre Pio, mentre i resti corporei autentici sono custoditi nella struttura interna della teca.

Una distinzione necessaria: imbalsamazione e trattamento conservativo

Il termine “imbalsamato” non descrive con precisione ciò che venne rilevato nel 2008. Il corpo fu trovato dopo quasi quarant’anni di sepoltura con segni di decomposizione, scheletrizzazione, umidità e corificazione.

Quando padre Pio morì - spiega Antonio Margheriti Mastino, esperto di tanatoprassi su corpi di religiosi, autore del libro pubblicato solo in lingua francese intitolato “La mort du Pape” - i frati di san Giovanni Rotondo rifiutarono che sul corpo venissero applicate tecniche conservative.

Immaginavano che, trattandosi di un uomo morto in odore di santità, il corpo si sarebbe conservato da solo.

In effetti, a causa di una serie di circostanze del tutto naturali, la decomposizione è stata molto lenta.

Le informazioni disponibili descrivono dunque una conservazione naturale parziale, seguita da interventi conservativi e da una ricomposizione delle spoglie, non una completa imbalsamazione preventiva del corpo.

L'esumazione di Padre Pio. Era il 2 marzo 2008

La memoria del corpo e la venerazione delle reliquie

Memento homo, quia pulvis es… et in pulvem reverteris.

La conservazione delle spoglie mortali di Padre Pio è stata interpretata all’interno della fede cristiana nella comunione dei santi, nella risurrezione della carne e nella vita eterna.

La venerazione, perciò, non dipende esclusivamente dall’aspetto esteriore della teca né dalla possibilità di vedere il corpo così come era prima della morte.

Quella presunzione produce dei falsi.

Come già detto al post indicato, mi rendo conto che questa mia opinione nulla alza a petto dell’emozione delle folle che già accorrono laggiù.

Ma sono convinto che anche le opinioni minoritarie vadano espresse, con il garbo necessario, perché si sappia che nel sentimento dei contemporanei c’è anche quello di qualcuno che ama cercare la memoria di Padre Pio nelle foto e nei cinque volumi delle sue lettere e non apprezza che si dia a credere di poterlo “vedere” in quella teca.

La teca consente quindi di custodire e presentare le reliquie in una forma riconoscibile, mentre la memoria di Padre Pio continua a essere affidata anche alle fotografie, alle lettere, alla sua vicenda religiosa e alla devozione dei fedeli.

tags: #corpo #di #padre #pio #imbalsamato