Il complesso della suora: vita religiosa, lavoro e spazi monastici

Il complesso della suora non è soltanto un edificio destinato alla preghiera, ma un insieme articolato di chiesa, monastero, chiostro, ambienti di servizio, spazi di accoglienza e luoghi di lavoro. La sua organizzazione riflette le esigenze della vita religiosa femminile, che nel corso dei secoli ha unito contemplazione, clausura, assistenza, educazione e attività artigianali.

Per comprendere questi complessi è necessario distinguere tra suore e monache. La monaca è una donna che ha scelto la vita contemplativa e vive dentro un monastero, in clausura, mentre la suora appartiene a una congregazione religiosa più recente, organizzata in case, comunità, missioni e opere dedicate all’assistenza, all’insegnamento o alla cura.

Suore e monache: due forme diverse di vita religiosa

La prima cosa da sapere è che questi due termini, anche se nel linguaggio comune vengono usati spesso come se fossero sinonimi, non lo sono affatto. La distinzione, quella vera, diventa ufficiale nel 1917, con il Codice di diritto canonico: da una parte le moniales, le monache; dall’altra le sorores, le suore.

Prima di allora? Tutto più sfumato. Le parole si mescolavano, cambiavano a seconda dei luoghi, delle abitudini, più che per una reale consapevolezza.

La monaca è una donna che ha scelto la vita contemplativa. Appartiene a ordini antichi: Benedettine, Carmelitane, Clarisse, Agostiniane, Domenicane. Vive dentro un monastero, in clausura.

Ma la clausura non è solo un muro. È una scelta radicale. Un modo diverso di stare nel mondo: senza attraversarlo, senza toccarlo direttamente, eppure restando lì, in ascolto, in preghiera, come un cuore che batte nascosto.

La monaca emette voti solenni: povertà, castità, obbedienza, più vincolanti, più definitivi. E da quel momento il suo spazio si restringe, si concentra. Esce solo se necessario, per motivi seri, inevitabili.

La suora, invece, appartiene a una congregazione religiosa. Una struttura più recente, nata soprattutto tra Settecento e Ottocento, organizzata, dinamica: superiora generale, noviziato, case, missioni.

Anche lei fa voto, ma voti semplici, e la sua vita è diversa. Non è chiusa: è nel mondo. La si incontra per strada, negli ospedali, nelle scuole, nelle case.

Si occupa degli altri, insegna, cura, accompagna. Porta la propria vocazione dove c’è bisogno.

Se la monaca si ritira per offrire la propria vita nella preghiera, la suora fa il percorso opposto: entra nel mondo e lo attraversa, portando con sé quella stessa offerta.

Il significato di “consacrata”

Se la distinzione tra suora e monaca già sorprende molti, quella tra suora e consacrata apre uno scenario ancora più ampio, e, in un certo senso, ancora più affascinante.

Il termine «consacrata» è il più inclusivo tra quelli che abbiamo incontrato finora, insieme a suora, monaca e laica. Racchiude tutte le forme di vita in cui una donna sceglie di dedicarsi a Dio in modo stabile e riconosciuto, ma non tutte queste forme coincidono con la vita religiosa nel senso più stretto del diritto canonico.

Una consacrata, nella sua accezione più larga, è dunque una donna che ha offerto la propria vita a Dio attraverso voti o impegni riconosciuti dalla Chiesa.

Eppure esistono modalità di questa scelta che non passano da una congregazione, che non prevedono una vita comune, né un abito visibile.

Sono le consacrate laiche, o le vergini consacrate: donne che restano nel mondo, senza clausura e spesso senza una comunità strutturata, vivendo una consacrazione che non cambia l’apparenza, ma trasforma in profondità il senso stesso della loro esistenza.

La distinzione, a questo punto, diventa più chiara: ogni suora è una consacrata, ma non ogni consacrata è una suora.

Si può appartenere a Dio senza appartenere a un ordine, senza un velo, senza una casa religiosa. Restare nel mondo, e tuttavia non essere più del tutto del mondo.

Accanto a queste forme esistono anche gli istituti secolari: comunità di consacrati e consacrate che vivono nel mondo, esercitano professioni comuni, abitano da soli o in piccoli gruppi, e tuttavia hanno pronunciato voti di povertà, castità e obbedienza.

Non portano segni distintivi. Non si riconoscono a prima vista. La loro scelta resta nascosta, come una linea tracciata sotto la superficie delle cose.

Le tappe dell’ingresso nella vita religiosa

Entrare nella vita religiosa non è mai un gesto improvviso, non accade in un giorno. È un cammino lento, fatto di passaggi, di prove silenziose, di domande che tornano e chiedono risposta.

Ogni tappa ha un nome, ma soprattutto ha un peso, una forma, un tempo. La consacrazione non è un evento, è qualcosa che si costruisce, a poco a poco. E a volte costa fatica.

All’inizio c’è l’aspirante, o pre-postulante, una donna che si avvicina, che osserva, che prova a capire se quella vita le appartiene davvero.

Non porta ancora l’abito, non ha fatto promesse. È ancora in ascolto.

Poi arriva il postulato. La scelta si fa più concreta: si entra nella comunità, si condivide la quotidianità, si impara a stare dentro quel ritmo fatto di preghiera, lavoro, silenzio.

È un tempo delicato, sospeso, che di solito dura qualche mese, a volte un anno. E serve soprattutto a guardarsi dentro, con sincerità.

Poi c’è il noviziato, forse il momento più intenso. La novizia, la “nuova arrivata”, riceve l’abito, e spesso anche un nome nuovo.

Un gesto semplice, ma carico di significato: come se la vita di prima si fermasse un attimo, lasciando spazio a qualcosa che ancora deve prendere forma.

Sono anni di formazione, di disciplina, di dubbi anche. E di libertà: perché in qualsiasi momento si può tornare indietro.

E anche la comunità può chiedere di fermarsi, di riconsiderare. Nulla è forzato. O almeno, non dovrebbe esserlo.

Dopo il noviziato arrivano i primi voti. Sono voti semplici, temporanei, durano alcuni anni.

È un sì, ma ancora in divenire. La religiosa entra pienamente nella vita della comunità, lavora, si espone, si mette alla prova, ma il cammino non è finito.

E poi, infine, i voti perpetui. O, per le monache, la professione solenne.

È lì che tutto si ferma, o forse si compie. Davanti all’altare, davanti agli altri, si pronuncia un sì che non prevede ritorni.

Un sì pensato per durare tutta la vita. Non è solo una promessa. È un intreccio: la propria storia che si lega a qualcosa di più grande, di più antico.

Il monastero come luogo di preghiera e di lavoro

Non penso di andare lontano dal vero, se dico che, in molti casi, la gente tende ad avere un’idea piuttosto stereotipata circa la vita quotidiana di una suora.

Ancor oggi, molti di noi tendono a immaginare le suore come bislacche donnine velate che trascorrono la loro vita tra le mura di un convento, a pregare, e a fare non si sa bene cos’altro.

Contrariamente a quanto tenderemmo a immaginare, le suore del tempo che fu non erano dedite a una vita contemplativa 24h/24. Anzi.

In un’epoca in cui l’imprenditoria femminile non era, come dire, comunissima sul mercato, i conventi di suore si distinguevano spesso per un tipo di attività abbastanza inedita a quel tempo: vere e proprie imprese, talmente grandi e organizzate da diventare dei colossi del settore, in cui le “impiegate”… erano solo ed esclusivamente donne.

Consacrate, perdipiù.

Da un lato, il monastero ha bisogno di guadagnare per sostenersi - ché se le suore avessero preteso di mantenersi a suon di elemosine e Provvidenza… campa cavallo.

D’altro canto, il monastero ha una ricchezza innata che le imprese laicali possono nemmeno sognare: decine (talora centinaia) di donne, ‘assunte’ a tempo indeterminato, che forniscono manodopera a costo zero, pronte a qualsiasi sforzo pur di non perdere il tetto che hanno sulla testa.

E così, le suore si mettono al lavoro, ingegnandosi in tutti i modi per portare a casa un buon guadagno.

Le attività produttive nei conventi femminili

Prevedibilmente, la gran parte dei conventi scelse di ritagliarsi un settore nel campo del tessile: filatura della lana, allevamento dei bachi da seta, rammendo dei vecchi stracci, ricamo dei paramenti liturgici.

Tutto vero e tutto molto muliebre, però non è finita qui. Le fonti ci rivelano come alcune congregazioni femminili si siano posizionate nel mercato in settori abbastanza sorprendenti.

La produzione farmaceutica

Curiosi di sapere quale lavoro avrebbe facilmente potuto svolgere una brava suora medievale? La farmacista.

E questo forse non sorprende - ché sappiamo tutti come, nel Medioevo, la preparazione dei farmaci fosse sostanzialmente una questione di erboristeria.

Ecco, diciamo però che le suore si dedicavano all’ars farmaceutica con notevole impegno, giungendo a risultati che non avevano nulla da invidiare a quelli degli speziali professionisti.

A Firenze, alla fine del ‘400, almeno sei monasteri femminili erano dotati di un laboratorio farmaceutico aperto al pubblico, nel quale erano impiegate da 50 a 200 suore (il numero variava, ovviamente, da convento a convento).

Sono dati notevoli, dobbiamo rendercene conto: i conventi di Santa Caterina e di San Vincenzo d’Annalena - quelli col laboratorio erboristico più fornito - erano farmacie a tutti gli effetti, perfettamente in grado di far concorrenza a quelle rette dagli speziali.

Da non trascurare, poi, un dettaglio demografico: in un’epoca in cui ogni famiglia nobiliare aveva una qualche figlia, sorella, zia, in monastero, era molto frequente che “i ricchi” decidessero di servirsi presso il laboratorio in cui prestava servizio la loro parente.

Una clientela altolocata, dunque, con conseguente effetto passaparola che portava queste farmacie monacali ad avere una clientela d’élite.

Cosmetici ed erboristeria

La make up artist. O meglio: la venditrice di cosmetici - ché già che hai maturato tutta questa esperienza in fatto di erboristeria, vuoi forse non metterla a frutto anche in settori più frivoli?

Suore, ok: ma pur sempre donne. Donne che avranno pure rinunciato al mondo, ma ricordano benissimo le preoccupazioni e gli affanni di chi invece ci vive ancora.

Le ricordano e le capiscono molto meglio di uno speziale maschio, sol per quello: e infatti, non era infrequente che i laboratori farmaceutici dei monasteri offrissero a catalogo dei veri e propri prodotti di make up.

Ricercati dalle dame più facoltose, come detto sopra - e ricercati nella ragionevole certezza di trovare, dall’altra parte del bancone, una che è donna, e in quanto donna ne sa.

Anche quello, era un business non da poco (soprattutto perché relativamente esclusivo)!

La fabbricazione degli occhiali

La fabbricante di occhiali. Ebbene sì.

Gli occhiali hanno una Storia strana, legata a doppio filo agli ordini religiosi, che per lungo tempo furono molto vicini al detenere il monopolio della produzione di lenti da vista.

Un caso emblematico è il monastero dei Santi Salvatore e Brigida al Paradiso fondato verso la fine del ‘300 poco al di fuori della città di Firenze.

Si trattava di un convento molto particolare, come già lascia intuire la doppia titolazione: caso non infrequente nel medioevo, il convento ospitava religiosi maschi e religiose femmine all’interno della stessa struttura.

Pare che fossero soprattutto i religiosi maschi a dedicarsi alla manifattura degli occhiali, e pare che fossero soprattutto le religiose femmine a gestire tutto il resto delle incombenze che girava attorno alla messa in vendita di questi innovativi strumenti in grado di… ridare la vista ai ciechi.

Venduti al dettaglio ai privati cittadini in una bottega attiva presso il monastero, gli occhiali made in convento erano prodotti in quantità ingenti, tali da consentire addirittura una esportazione.

Sono noti casi in cui carichi di lenti da vista partirono alla volta di Pisa, Mantova, Roma… e persino Lisbona!

La produzione di pasta e panificati

Le pastaie con strani intrallazzi col fisco. Nel senso che, in virtù dello speciale rispetto che si tributava alla Chiesa, la vendita di alimenti prodotti all’interno dei monasteri godeva di una tassazione agevolata rispetto a quella riservata ai ‘comuni mortali’.

In quei centri cittadini in cui la produzione di pasta costituiva un gettito importante per l’economia locale (uno tra tutti, la città di Napoli) capitava di frequente che i pastai laici scendessero in piazza per protestare contro questa concorrenza sleale… senza mai ottenere risultati concreti, per la verità.

Anzi: la produzione di pasta e panificati - beni di consumo di largo uso, dunque in grado di garantire guadagni ingenti - era una fonte di reddito importante per i monasteri.

Le suore si dedicavano sì alla produzione di pasta tipo cenci o vermicelli, ma erano particolarmente versate anche e soprattutto nella cosiddetta “pasta modellata” - cioè quelle pagnotte che ancor oggi vediamo in qualche gastronomia, fatte di pasta di pane intrecciata a formare figure varie.

Il classico cuoricino di pane per San Valentino o il brezel tirolese, per capirci.

Il lavoro artigianale privato

Le libere professioniste dedite al lavoro in proprio …che per una suora non è tanto tanto bello.

Nonostante il voto di povertà, che in teoria avrebbe costretto le monache - beh - alla povertà, va detto ahimè che alcune suore medievali si infischiavano allegramente di questo precetto.

E così, capitava spesso che la suora - magari divenuta nota per le sue capacità professionali in virtù dei servigi prestati presso la bottega del convento - accettasse dei piccoli lavoretti “in regime libero professionale”, da svolgere nella sua celletta nelle ore dedicate al riposo.

A Firenze, ad esempio, una religiosa delle Convertite, celebre per la perizia con cui ricamava con filo d’oro, guadagnò la somma ragguardevole di 55 fiorini, che trasformò nel 1511 in un vitalizio di 5 fiorini annui, per le sue personali necessità.

Se questo è un caso estremo, era invece abbastanza frequente per le monache confezionare merletti, piccoli accessori, dolciumi, e oggettini d’uso comune, da rivendere poi a conoscenti, parenti e amici.

Scopo: mettere da parte qualche spicciolo, per se stesse o per parenti in difficoltà.

Una infrazione al voto di povertà che si tentò spesso di contrastare, sia con provvedimenti interni ad opera della singola badessa, sia con vere e proprie leggi cittadine che vietavano alle consacrate questa singolare forma di… libera professione.

Come già detto: sarà la Chiesa della Controriforma a mettere fine con durezza a questo tipo di abuso.

Epperò la dice lunga, sul grado di libertà con cui le suore medievali potevano muoversi, e guadagnarsi, tra le mura del convento, un (rispettabilissimo) posto nel mondo.

Gli spazi fondamentali del complesso monastico

Un complesso monastico femminile comprende generalmente una chiesa, una cappella interna, il campanile, l’edificio conventuale, il chiostro, il parlatorio e gli ambienti destinati alla vita quotidiana.

L’organizzazione degli spazi riflette chiaramente le esigenze della vita monastica: al piano terra si trovavano gli ambienti destinati ai servizi quotidiani come il parlatorio, la cappella interna, il refettorio, la cucina, la dispensa e le cantine.

Al piano superiore erano ubicati l’educandato, il coro e il dormitorio.

Il dormitorio poteva essere organizzato attraverso lunghi corridoi ai quali si affacciavano le celle delle religiose, mentre il coro e i coretti consentivano alle monache di partecipare alle celebrazioni senza entrare in contatto diretto con i fedeli.

Il parlatorio rappresentava il punto di comunicazione regolata con l’esterno. Nel monastero di Santa Chiara a Sulmona, il parlatorio fu realizzato nel 1623, situato nella piazzetta davanti all’ingresso, e consisteva in un ampio spazio comunicante con l’interno del monastero attraverso una serie di aperture con grate.

Prima di allora, i parlatori erano ubicati all’interno della chiesa.

Il complesso di Santa Chiara a Sulmona

Il monastero di Santa Chiara, che si trova nell'angolo sud-occidentale di piazza Garibaldi, è stato fondato tra il 1260 e il 1269 grazie all'opera della beata Floresenda, nota anche come Floresella, figlia del conte di Palena, Tommaso di Caprifico.

Considerato uno dei più antichi insediamenti monastici delle clarisse nel Regno di Napoli, nel tempo è diventato uno dei più ricchi e ben dotati, grazie alle numerose e sostanziose donazioni ricevute.

È proprio qui che è stata formulata la riforma dell'ordine religioso, ancora in vigore oggi.

Il complesso monastico descritto si trova al di fuori del nucleo urbano antico, in un’area di espansione della città, dove le suore clarisse francescane potevano vivere in isolamento e provvedere al proprio sostentamento grazie ai terreni adiacenti utilizzati per orti.

Il monastero si sviluppa attorno a un ampio chiostro rettangolare e comprende la chiesa, una cappella interna, il campanile, l'edificio conventuale a due piani, il parlatorio e alcune case che si affacciano su una piazzetta antistante il sagrato.

Le suore, oltre a dedicarsi alla preghiera, si impegnavano in attività artigianali come la produzione artistica di confetti, che fin dal Quattrocento ha reso celebre la città di Sulmona.

Nei secoli, il complesso è stato più volte ricostruito e ampliato, a causa delle necessità della comunità religiosa e dei danni subiti dai terremoti del 1456 e del 1706, tanto che ben poco rimane della struttura originaria.

Nel XIX secolo il monastero visse un nuovo periodo di crescita, ma dopo la sua soppressione nel 1866 iniziò il declino.

La proprietà passò al Ministero di Grazia e Giustizia, poi nel 1907 al Comune di Sulmona, che ne modificò le strutture per adattarle a diverse funzioni, tra cui scuola, asilo, ricovero per anziani, sala cinematografica e campo da gioco.

Oggi l’edificio ospita il Polo Culturale Civico Diocesano di Santa Chiara al piano terra, mentre al primo piano si trova una casa di riposo per anziani.

La cappella interna, il refettorio e un altro vano sono stati convertiti in spazi espositivi per il Museo Diocesano di Arte Sacra, mentre tre ambienti sono riservati alla Biblioteca Diocesana.

Gli spazi rimanenti ospitano la Pinacoteca Comunale, dove sono esposte opere moderne e contemporanee, in collegamento con la Rassegna Internazionale d'Arte Contemporanea che si tiene ogni anno a Sulmona.

Complesso di Santa Chiara a Sulmona

La chiesa di Santa Chiara

All’indomani del terremoto del 1706 si riedificò innanzitutto il tempio, rimasto gravemente danneggiato, affidando l’incarico nel 1711 al noto architetto bergamasco Pietro Fantoni (lo stesso artefice del rifacimento della chiesa della SS. Annunziata), che rispettò le volumetrie e l’articolazione spaziale del precedente fabbricato.

Sul suo fianco destro si erge il campanile a pianta quadrata, che si sviluppa su quattro ordini; la parte superiore crollata nel 1587 è stata poi ricostruita.

Seguendo i principi del nuovo stile barocco, caratterizzato dall’effetto sorpresa e dal dinamismo, la chiesa di Santa Chiara si rivela gradualmente a chi arriva da piazza Garibaldi.

Solo oltrepassando la bassa struttura alla sommità della scalinata ed entrando nel raccolto sagrato, si può ammirare nella sua completezza la facciata della chiesa e, sulla sinistra, i magnifici portali d’ingresso del monastero delle clarisse.

La facciata, incorniciata da lesene binate su un alto basamento in pietra e rifinita ad intonaco, culmina con un timpano curvilineo spezzato che ospita un fastigio barocco in stucco con oculo ellittico centrale.

Il portale, realizzato in pietra lavorata secondo forme barocche, è arricchito da un timpano curvo, interrotto al centro per accogliere un medaglione in pietra ellittica.

Sopra il portale si apre una grande finestra rettangolare con un timpano mistilineo e decorazione a conchiglia.

Le antiche ante lignee del portone, risalenti al 1671, dopo un recente restauro sono state collocate all'interno della chiesa.

L’interno della chiesa

La chiesa di Santa Chiara a Sulmona rappresenta uno degli esempi più significativi del barocco in Abruzzo, caratterizzata da un’abbondante decorazione a stucco, elegantemente distribuita su pareti e volte.

La ristrutturazione settecentesca, operata dall'architetto Pietro Fantoni, rispettò la volumetria originaria della chiesa, mantenendo un semplice impianto planimetrico a sala.

Tuttavia, lo spazio interno fu trasformato radicalmente: l’area presbiteriale venne sopraelevata, introducendo una cupola ellittica ribassata, e lungo i muri perimetrali furono inserite due nicchie per lato, contenenti altari minori realizzati in raffinato commesso marmoreo, attribuiti alla scuola pescolana.

Le pareti della chiesa sono ritmate da paraste corinzie che sorreggono una trabeazione modanata, su cui si imposta la volta a botte lunettata.

Lungo le pareti laterali sono disposti sei coretti in legno intagliato e dorato, riservati alle monache di clausura, protetti da fitte grate che permettevano loro di assistere alle celebrazioni liturgiche senza essere viste dai fedeli.

In controfacciata si trova una monumentale cantoria, realizzata nel XVIII secolo.

L'altare maggiore, realizzato nel 1735, fu arricchito circa trent'anni dopo dalla pala d'altare "Gloria di Santa Chiara", dipinta da Sebastiano Conca, celebre pittore napoletano.

Lungo il lato destro della chiesa, il primo altare è ornato da una preziosa tela raffigurante la "Natività", opera di autore incerto, ma di grande valore artistico.

Il secondo altare, dedicato a San Francesco d'Assisi, custodisce le spoglie della Beata Floresella, fondatrice del monastero, come indicato da una lapide commemorativa del 1260.

Sul lato sinistro, il secondo altare ospita lo "Sposalizio della Vergine", un olio su tela del XVI secolo, opera del pittore sulmonese Alessandro Salini.

Il primo altare a sinistra presenta una statua lignea di Sant'Antonio Abate, rimaneggiata nel tempo e probabilmente di epoca posteriore.

All'ingresso della chiesa, sotto la cantoria, si trova il portone in legno di rovere e pioppo, finemente intagliato da un artigiano locale, con pannelli raffiguranti santi francescani incorniciati da contorni decorativi e due stemmi in rilievo nella parte superiore.

Gli ambienti del convento

Dalla gradinata che si affaccia sulla piazza, costruita nel 1714, si accede a un cortile pavimentato attraverso un ampio portale settecentesco a tutto sesto, realizzato con blocchi di pietra sagomati.

Questo cortile è circondato dalla chiesa e dai due portali d’ingresso al convento e al parlatorio, che presentano alcuni dei migliori esempi di decorazione barocca.

Accanto all’ingresso del convento si trovava una "ruota" per i bambini abbandonati, progettata in modo che chi depositava un neonato potesse restare anonimo, non essendo visibile dall’interno.

Nel XVI secolo, il progetto iniziale a forma di “L” fu modificato con successive aggiunte, portando alla creazione dell’attuale pianta quadrangolare.

Un portico del 1518 circonda i lati settentrionale e occidentale del chiostro, mentre le arcate sul lato orientale suggeriscono l’intenzione di costruire un portico continuo su tutti e quattro i lati.

Durante il Settecento, il monastero di Santa Chiara raggiunse il suo massimo splendore, completando le costruzioni sui tre lati del recinto e decorando gli interni con elementi barocchi.

Nel corso del XVIII secolo, oltre a restaurare e ricostruire quanto era stato distrutto dal terremoto del 1706, si aggiunsero ulteriori edifici al complesso.

Intorno al 1837, furono completati gli ultimi ampliamenti con la costruzione di nuovi edifici sul lato nord verso la piazza.

Il complesso continua a costituire una preziosa testimonianza della vita di clausura che vi si svolgeva, nonostante le significative modifiche apportate dopo la sua soppressione.

L’impianto originario del dormitorio, caratterizzato da una serie di lunghi corridoi con le stanze delle religiose, è stato notevolmente modificato dai successivi interventi, e oggi solo una piccola parte delle celle è ancora visibile, situata nell’ala occidentale vicino alla chiesa.

Il monastero, chiuso nel 1918 con la morte dell’ultima clarissa, conserva affreschi del XV e XVI secolo nei locali un tempo adibiti a refettorio e in altri spazi.

Inoltre, l’ex-cappella presenta un ciclo pittorico di grande interesse, risalente alla chiesa primitiva.

Il ciclo pittorico medievale

Sulle pareti della domus orationis, oggi adibita a sala museale e un tempo cappella interna riservata alle monache di clausura per assistere alle celebrazioni liturgiche, sono ancora visibili tracce di affreschi risalenti tra la fine del Duecento e l'inizio del Trecento.

Questo ciclo pittorico, recentemente emerso durante il restauro dell'edificio, rappresenta scene della vita di Gesù alternate a episodi della vita di San Francesco.

Sebbene l'ambiente sia stato preservato dal terremoto dell'inizio del Settecento, ha subito numerosi cambiamenti nel corso del tempo che hanno alterato significativamente l'assetto spaziale, interrompendo alcune delle pitture con l'aggiunta di pareti e uno scalone in epoche successive.

Il ciclo pittorico è composto da due registri sovrapposti, conservati solo in parte: nel registro superiore sono visibili la Predica di San Francesco davanti a Onorio III, il Battesimo di Cristo, la Ricezione delle stimmate da parte di San Francesco e Gesù nella casa del Fariseo.

Nel registro inferiore si possono riconoscere la Flagellazione e la Crocifissione.

Inoltre, nell’oratorio si conservano due dipinti del XVI secolo: la pala con la Crocifissione sull’altare maggiore in stucco e la Vergine col Bambino tra San Francesco e Santa Chiara, situata nella lunetta del portale d’accesso.

Affreschi medievali ex cappella Santa Chiara

Il monastero di Santa Chiara a Soleto

Il convento venne ricostruito assieme alla chiesa nel 1648 assieme alla chiesa di S. Nicola secondo le disposizioni testamentarie del medico melpignanese Antonio Bifali, incaricando la moglie dell'erezione della fabbrica.

Quest'ultima venne inaugurata nel 1689, sebbene sarà portata a compimento solo alcuni anni dopo, grazie al lascito di una suora di Martano, originaria di Soleto.

Il monastero occupa un intero isolato alle spalle delle antiche mura della città.

Il complesso si sviluppa su due piani e si apre su un chiostro interno porticato; sul fianco destro è un interessante portale cinquecentesco con grande tondo a decoro vegetale nella zona mediana delle paraste.

La chiesa presenta una facciata lineare inquadrata da lesene. Sul frontone è riportata la data 1655.

Il portale, affiancato da colonne intagliate, è sovrastato da un timpano spezzato con al centro la statua di San Nicola. In asse è un finestrone.

L'interno è a navata unica coperta a volta, ripartita sui lato da archi a tutto sesto.

All'interno un tabernacolo a forma di conchiglia, interessanti altari e due tele settecentesche: "San Nicola" e la "Glorificazione della Vergine".

La chiesa è stata chiusa nel 2003 e le Clarisse spostate in altro convento fuori paese.

Il complesso di San Francesco a Visso

Il complesso di S. Francesco comprende la CHIESA di S. FRANCESCO, IL CONVENTO e altri edifici che negli anni hanno ospitato L’ASILO, IL COLLEGIO e anche le colonie estive.

Il CONVENTO adiacente alla Chiesa di S. Francesco ha un storia secolare ed è stato abitato nel tempo da diversi Ordini religiosi, maschili e femminili, che si sono dedicati non solo alla preghiera, ma anche all’assistenza dei bisognosi e degli ammalati e più tardi all’educazione dei giovani.

Nel 1291, nella zona denominata ‘la Spiazzetta’, vicino al punto in cui il torrente Ussita si getta nel fiume Nera, in un terreno donato dal Comune di Visso, fu costruito un Convento di Frati Minori francescani, prima abitato dagli Osservanti e successivamente passato ai Conventuali, che lo occuparono fino al 1810, quando Napoleone soppresse gli Ordini religiosi, incamerandone i beni.

Restaurato il Regno Pontificio dopo il Congresso di Vienna, il convento fu destinato alle Suore della Santissima Trinità, che gestivano l’ omonimo Ospedale, situato fuori dalle mura cittadine vicino a Porta Santa Maria, e si occupavano della cura degli ammalati, poi alle Clarisse, l’ Ordine istituito da Santa Chiara, monache di clausura dedite alla preghiera e alla meditazione.

Nel 1920 vi si stabilirono infine le Suore del Divino Amore, una congregazione femminile con casa madre a Roma, che, oltre a consacrarsi alla preghiera e alla contemplazione, si dedicava alla cura e all’educazione dei fanciulli e soprattutto delle fanciulle.

Assistenza e educazione

Tutti i pomeriggi le suore badavano alle bambine le cui madri lavoravano e non avevano nessun familiare che potesse prendersi cura di loro.

Inoltre le religiose assicuravano un pasto caldo e del pane ai bambini più bisognosi di Visso capoluogo, di Villa S. Antonio e di Borgo S. Giovanni, che si presentavano ogni giorno alla porta del convento dopo la scuola con un recipiente che, riempito di minestra, veniva poi portato a casa e consumato a volte con il resto della famiglia.

In seguito questa forma di assistenza venne organizzata in modo più efficiente ad opera del Patronato scolastico, con l’istituzione della refezione, cioè di una mensa per gli scolari di famiglie indigenti, realizzata nei locali a piano terra del convento che si affacciavano sulla Piazza del Forno.

Le monache crearono anche una sorta di scuola di cucito, nella quale insegnavano alle ragazzine e alle giovani di Visso, ma anche di Villa S. Antonio e Vallopa, nei pomeriggi dopo la scuola, a cucire, a fare modelli di carta, a ricamare il proprio corredo, usando con maestria i punti antichi dell’orlo a giorno, del gigliuccio e altri molto più elaborati.

Del resto l’educazione che veniva impartita dalle monache ai bimbi dell’asilo, alle ragazze che vivevano in collegio o frequentavano il convento per imparare a cucire aveva una forte impronta religiosa: la Messa e la preghiera prima di iniziare le attività della giornata o di consumare i pasti erano parte integrante della giornata.

Alle suore era affidato anche il compito di assistere i bambini e le bambine durante i tre giorni di ritiro che precedevano quello della Prima Comunione.

Oltre a fare lezioni di catechismo, suggerivano loro pure delle intenzioni di preghiera che a quei tempi potevano apparire normali, ma che ora scandalizzerebbero le famiglie, come chiedere a Gesù che i Russi non arrivassero pure nel nostro paese o che tutti i comunisti si convertissero, in modo che le loro anime non finissero all’inferno dopo la morte.

Durante il ‘ritiro’ insegnavano ai bambini anche a fare l’esame di coscienza prima della confessione, che avveniva nel buio del confessionale e veniva percepita come un momento drammatico, in cui i ‘peccati mortali’ dovevano essere detti al sacerdote, il quale dopo l’assoluzione assegnava una penitenza.

L’asilo e la vita quotidiana

L’ ASILO delle monache fu frequentato dai bambini vissani tra gli anni Cinquanta e la metà degli anni Sessanta del Novecento.

L’ingresso era sotto il fornice di Porta Pontelato, vicino al fiume Nera. Si entrava da un massiccio portone di legno, si attraversava la lavanderia delle suore, occupata sulla sinistra da una grande fontana, e si accedeva al cortile interno del convento, recintato da un muro che lo isolava completamente dall’esterno.

Sulla destra, dopo il giardino, alcune scale conducevano ad uno stanzone dove si aprivano due porte, sulla parete di destra quella del gabinetto, come si diceva allora, e in fondo quella di un piccolo ambiente che fungeva da guardaroba, dove si appendevano i cappotti e si tenevano i cestini con la merenda.

In seguito la sede dell’ asilo fu spostata nel modesto edificio a due piani che chi entra in Piazza del forno si trova di fronte.

Tutte le attività della giornata si svolgevano in quell’unico, grande locale.

I bambini imparavano a fare i puntini e le aste con la matita o a fare disegni seduti nei loro banchi, su cui all’ora di pranzo mangiavano in scodelle e piatti di alluminio pasta e fagioli con i cannolicchi o rigatoni al sugo trasportati dentro ad un’ enorme pentola da una suora che lavorava in cucina, con un grande grembiule bianco a ricoprire il lungo, severo abito nero, la quale poi li distribuiva con un grande mestolo.

Poi, dopo il pranzo, le suore chiudevano gli scuri delle finestre e nella penombra i bambini erano costretti a dormire chini sui banchi, appoggiando la testa sopra alle braccia piegate.

I momenti più divertenti della giornata erano quelli che si potevano trascorrere all’aperto.

Se il tempo era bello, infatti, le monache facevano fare la ricreazione nel cortile. Lì si giocava a ‘Girotondo’, a ‘Bussa orologio’, a ‘Chiapparella’, a ‘Uno, due, tre…stella’!

Il collegio

Il COLLEGIO nacque nei primi anni Sessanta per ospitare, dietro il pagamento di una piccola retta, i ragazzini e le ragazzine delle frazioni del Comune di Visso, cioè Cupi, Fematre, Rasenna, Riofreddo, Mevale, Pontechiusita, Orvano, e dei Comuni vicini, come Ussita, Castelsantangelo, Preci che, dopo le elementari, dovevano frequentare la Scuola Media.

Insieme a loro, le suore accoglievano anche bambine e ragazze orfane o appartenenti a famiglie disagiate, provenienti da luoghi più lontani, come Porto S. Elpidio, San Severino, Cingoli o Serrapetrona.

Venne costruito un edificio di due piani, che ospitò al primo piano i maschi e al secondo le femmine.

Molti ragazzi entravano in collegio ad ottobre, quando iniziavano le scuole, e vi restavano fino a giugno, compresi i sabati e le domeniche, perché nei mesi invernali nei paesi di montagna non rimaneva quasi nessuno.

Sicuramente la disciplina imposta in collegio alle ragazze era più severa di quella a cui erano sottoposti i maschi.

Per loro, infatti, c’erano rigide regole da rispettare, come l’obbligo di ascoltare la messa al mattino prima di recarsi a scuola, di dire il rosario la sera prima di andare a dormire, di apparecchiare i tavoli e di pulire a turno il refettorio dopo i pasti.

Dovevano mangiare tutto quello che c’era nel piatto, altrimenti venivano punite, e dormire in un unico stanzone ad un’ ora prestabilita, ma piuttosto presto, quando veniva spenta la luce.

Ricordano che potevano uscire dal collegio camminando in silenzio e in fila, sempre accompagnate da una suora, e solo per recarsi a scuola o in Collegiata per qualche funzione religiosa.

Per evitare richieste di uscite con la scusa di comprare penne o quaderni, le monache avevano allestito all’interno del convento un piccolo spaccio, in cui vendevano materiale di cancelleria.

Quando poi negli anni Settanta il collegio non era più gestito dalle religiose ma dal Comune la disciplina divenne più mite anche per le ragazze e molti obblighi e regole vennero meno.

Il convento come punto di riferimento per la comunità

Le religiose del convento del Divino Amore hanno rappresentato per anni un punto di riferimento per tutta la comunità di Visso.

Dalle suore si andava anche per imparare a cantare la Messa ed era considerata quasi un’ avventura, perché, per raggiungere l’ organo settecentesco che si trova nella grande balconata di legno dietro all’altare maggiore di S. Francesco, si passava attraverso un labirinto di stanze piccole e grandi, che facevano parte del convento.

Alla porta del monastero i bambini bussavano anche per chiedere i ritagli delle ostie che le suore preparavano per le chiese della parrocchia e dopo averne ricevuti un po’ per ciascuno correvano via contenti per assaporarli mentre si scioglievano in bocca.

Le suore del Divino Amore svolgevano quindi funzioni diverse: erano religiose, educatrici, assistenti, custodi di pratiche liturgiche e figure quotidiane riconoscibili all’interno della comunità.

Il monastero delle Monache della Madonna a Modena

Il Monastero delle Monache della Madonna è uno straordinario spazio di oltre 17 mila metri quadrati comprendente, tra l’altro, tre cortili e un chiostro interno, nonchè lavanderia e cucina.

Sorse all’inizio del XVII secolo grazie al nobile Nicolò Molza per accogliere giovani senza possibilità finanziarie intenzionate a farsi monache.

L’attigua chiesa coeva, completamente ristrutturata nel 1847, raccoglie un importante nucleo di opere d’arte espressione della cultura figurativa modenese.

La presenza di tre cortili, del chiostro, della lavanderia e della cucina mostra come il monastero fosse concepito come una struttura complessa, capace di accogliere una comunità numerosa e di sostenerne la vita quotidiana.

Dal monastero alla funzione culturale e sociale

Nei secoli, molti complessi religiosi hanno cambiato destinazione dopo la soppressione degli ordini, la diminuzione delle comunità o la chiusura dei monasteri.

Il caso di Santa Chiara a Sulmona mostra come gli spazi originariamente destinati alla clausura possano diventare sede di musei, biblioteche, pinacoteche, servizi assistenziali e attività culturali.

La trasformazione degli ambienti non cancella completamente il significato originario del luogo. Il chiostro, il refettorio, le celle, il parlatorio e la cappella continuano a rendere leggibile la struttura della vita monastica che vi si svolgeva.

Il complesso della suora è quindi contemporaneamente edificio religioso, spazio abitativo, luogo produttivo, centro educativo e testimonianza storica.

La suora nel mondo contemporaneo

La vita religiosa femminile non si esaurisce nella conservazione di strutture storiche o nella memoria dei monasteri.

Con l’attuale tecnocrazia e digitalizzazione, cresce il disagio mentale e l’isolamento tra gli studenti.

Armonizzando ascolto psicologico ed esperienza religiosa, la Suora Ausiliatrice accompagna i cammini di guarigione.

Offrire ai giovani uno spazio di ascolto e fiducia per accompagnarli ad attraversare la crisi. È questa la missione di suor Kakali Majhi, Ausiliatrice delle Anime del Purgatorio, psicologa dell’Università dei padri gesuiti di Calcutta, nel West Bengali dell’India.

“Il contesto sociale del Paese - ha affermato suor Kakali - ha una forte influenza sulla depressione diffusa tra i giovani. Si sentono schiacciati su più fronti, dall’incertezza politica alla pervasività dei social”.

In questo panorama, il suo lavoro di psicologa le permette di accogliere gli studenti accompagnandoli in cammini di guarigione, mentre la sapienza del Vangelo la guida nel cammino di speranza che affronta con loro per riaccendere la fiamma spenta del desiderio.

Ascolto psicologico e accompagnamento spirituale

Dopo aver conseguito un master in Psicologia a Calcutta e un master di Counselling a Chicago, nel 2024 suor Kakali ha iniziato ad esercitare come terapista supportando gli studenti nel benessere emotivo e mentale.

La Suora Ausiliatrice si è via via resa conto di come fosse urgente sfruttare le competenze acquisite in materia psicologica, integrandole con quelle umane e spirituali di donna consacrata.

Da una parte, la specificità e professionalità dell’ascolto psicologico le permettono di intervenire in situazioni pervasive, con percorsi di cura di durata variabile; dall’altra, l’esperienza salvifica in Cristo le permette di tenersi salda alla speranza quando sembra che la crisi della società non lasci via d’uscita.

“Come psicologa e consacrata - ha spiegato suor Kakali - il mio lavoro è legato al carisma dell’accompagnamento di quanti hanno il cuore spezzato”.

Nelle situazioni di crisi, di attraversamento di tappe dolorose, stare accanto e camminare verso la vita, rappresenta per lei il passaggio dalla notte del sabato santo alla luce della resurrezione.

Così, nel tempo sospeso in cui i ragazzi sentono di aver perso il senso della vita, suor Kakali desidera stare con loro.

Accoglienza, compassione e comunità

In un contesto sociale che non dà punti di riferimento, il servizio di sostegno psicologico per i giovani può essere come un’ancora alla quale aggrapparsi.

E suor Kakali cerca di offrire uno spazio adatto quando i ragazzi bussano alla sua porta.

“Nel processo di consulenza - ha spiegato - mi sforzo di creare un ambiente sicuro, non giudicante e compassionevole, in cui i giovani possano esprimersi liberamente”.

Avere uno spazio di parola, può essere progressivamente liberante, “li aiuta a riscoprire la loro forza interiore e la loro capacità di crescita”.

Si tratta di percorsi lenti e imprevedibili, che secondo la Suora Ausiliatrice esigono la postura del samaritano misericordioso, e processi che coinvolgono tutta la comunità educante.

È necessaria una ricerca continua, ha spiegato, unitamente ad una pratica professionale compassionevole”.

Le nuove forme del servizio religioso

Tra i giovani adulti che incontra, suor Kakali nota ansia per il futuro, perdita di fiducia, esaurimento emotivo e relazioni instabili.

“Alcuni hanno grandi aspirazioni ma mancano di resilienza - ha raccontato. Quando affrontano battute d’arresto, spesso le interpretano come fallimenti personali piuttosto che come sfide superabili”.

Alla radice di questo disagio c’è un quadro della società complesso, di cui suor Kakali e i colleghi tengono conto: l’incertezza politica, la pressione sociale e il ruolo pervasivo dei social media hanno ridefinito le relazioni interpersonali.

Dalla lettura che ne fa suor Kakali, la polarizzazione politica istiga fratture nella società che sfocia in violenze e povertà; l’iper-connessione e le interazioni digitali diminuiscono tra i giovani l’autostima e aumentano il confronto e la competitività.

L’identità personale assume un valore e si plasma in base alla quantità di “like” ricevuti.

“Molti di loro, ha rilevato la Suora Ausiliatrice, hanno aspettative irrealistiche, bassissima capacità comunicativa e tendono all’isolamento”.

Suor Kakali abbraccia la sfida che sente come emergenza apostolica: dare voce al disagio dei giovani e accompagnarli a costruire la loro identità.

E attraverso questo servizio lei stessa sente di imparare a sperare.

“Ho il privilegio - ha testimoniato suor Kakali - di camminare accanto a giovani che sono nel loro momento di più alta vulnerabilità. Ma facendo questo vivo una trasformazione personale”.

Sperimentando che ogni giorno è una scuola di ascolto, fragilità e resilienza, suor Kakali impara a connettersi con il vissuto dei ragazzi e a farsi compagna di strada.

Assistere a cammini di guarigione, cogliere i piccoli ma presenti segni di trasformazione nei giovani, sono per lei la linfa del desiderio di restare accanto a loro.

Può sembrare una goccia in un oceano ma, “la speranza - ha concluso - è un ponte tra disperazione e possibilità”.

Una struttura che unisce clausura e apertura

Il complesso della suora rende visibile una realtà apparentemente contraddittoria: da un lato la clausura, il silenzio e la separazione; dall’altro il lavoro, l’assistenza, l’educazione e la presenza nella comunità.

La monaca vive dentro uno spazio raccolto e regolato, ma il monastero può produrre beni, custodire opere d’arte, accogliere persone, insegnare mestieri e sostenere i membri più fragili della società.

La suora appartenente a una congregazione può invece operare direttamente nel mondo, negli ospedali, nelle scuole, nei collegi e nei servizi di sostegno.

Due vocazioni diverse. Due modi di amare. Non opposti, in realtà. Piuttosto due movimenti che si cercano, come il respiro: uno che si raccoglie, l’altro che si espande.

Il confine tra clausura e missione non è così netto come sembra.

Esistono presenze invisibili, silenziose, capaci di toccare il mondo più di quanto immaginiamo.

Comprendere questa complessità significa lasciar cadere un’immagine troppo semplice, quella, diffusa dal cinema e dalla cultura popolare, di una figura uniforme, ridotta a un abito e a un velo, e iniziare a intravedere un paesaggio molto più ricco, fatto di vocazioni diverse, di strade parallele, di modi differenti di rispondere alla stessa domanda: come si può abitare il mondo portando Dio con sé?

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