La Natività di Giotto nel transetto destro della Basilica inferiore di San Francesco d’Assisi è stata scelta dal Papa per essere utilizzata per gli auguri di Natale. Quest’anno Papa Francesco ha scelto, per gli auguri natalizi, l’immagine della Natività affrescata da Giotto nel transetto destro della Basilica inferiore di San Francesco d’Assisi (1313 circa).
L’affresco rappresenta la nascita di Gesù nello spazio reale di una semplice capanna di legno, interposta tra le figure in primo piano e il monte che si staglia in profondità contro l’intenso blu di un profondo e imperscrutabile cielo. La scena unisce semplicità quotidiana, essenzialità compositiva e significati spirituali legati alla natura umana e divina di Cristo.
Collocazione e contesto della Basilica inferiore
Il giorno successivo alla canonizzazione, il 17 luglio 1228, papa Gregorio IX pose la prima pietra per la costruzione di una Basilica (cioè una chiesa) dedicata al santo e di un convento. Fu scelto un terreno fuori dalla cerchia delle mura della città, senza abitazioni, in una posizione evidente.
Prima fu costruita la Basilica inferiore, una specie di chiesa sotterranea, a diretto contatto con la roccia del suolo, nella quale il 16 maggio 1230 fu trasportato il corpo di Francesco, e che da allora accoglie la sua tomba. Poi fu innalzata, esattamente al di sopra, una Basilica superiore molto imponente, caratterizzata da grandi vetrate dai molti colori.
A partire dal 1253 i frati del convento utilizzarono le elemosine dei fedeli per realizzare la decorazione pittorica. Entro il 1322 entrambe le chiese avevano le pareti completamente ricoperte di splendidi affreschi.

Ancora oggi la semplicità della parte esterna rende ancora più incredibile la bellezza dell’interno, dove le luci colorate delle vetrate e la ricchezza degli affreschi creano uno spettacolo davvero unico. Nei cento anni della realizzazione della Basilica furono chiamati a lavorare numerosissimi maestri, italiani e stranieri, come in un grande laboratorio all’aperto.
Tra i pittori ricordiamo Cimabue, il maestro di Giotto, della cui opera purtroppo oggi resta assai poco. E poi, dopo il 1300 due grandi pittori di Siena: Pietro Lorenzetti e Simone Martini, veri maestri di eleganza soprattutto nella scelta dei colori.
La Natività nel transetto destro
La Natività affrescata da Giotto nel transetto destro della Basilica inferiore di San Francesco d’Assisi. La scena presenta l’evento prodigioso della “divina nascita” collocato nello spazio reale di una semplice capanna di legno interposta tra le figure che compongono le scene nei primi piani e il monte che si staglia in profondità contro l’intenso blu di un profondo e imperscrutabile cielo.
Il fatto assume la sua connotazione storica per mezzo della scena, apparentemente di vita ordinaria, delle due donne in primo piano, che accudiscono un nascituro. Questa è interpretata comunemente come facente parte della stessa natività di Gesù, che perciò apparirebbe rappresentato due volte nell’affresco: una in braccio alla madre Maria e l’altra in braccio alla donna inginocchiata in primo piano.
A un più approfondito esame iconologico la scena ha invece più senso se riferita ad un’evocazione fatta da Giuseppe per mezzo della sua profonda meditazione, che fa prendere forma alla nascita di Maria, sua sposa,Vergine-Madre di Gesù, nata senza macchia e predestinata da Dio a divenire la madre del figlio divino.
La scena, perciò, per l’apparente contemporaneità delle azioni, da reale diventa descrittiva, quasi didascalica e infine anche surreale, se si include la presenza degli angeli che glorificano il Signore, in cielo e in terra.
Maria, il Bambino e la capanna
Maria è seduta su un materasso e tende con le braccia il Bambino che è stretto nelle fasce, e su di lui cadono raggi d’oro. Sotto l’esile capanna, c’è una greppia allungata con gli animali e un girotondo di angeli in adorazione.
Giuseppe è appartato e pensieroso. La sua solida figura è posta a sostegno -iconografico, morale e spirituale- dell’intera scena della natività e dell’eccezionale accadimento che essa illustra.
L’accadimento reale per Giotto, in applicazione delle conoscenze sacre, si fa “prodigioso”, pur mantenendo intatta l’atmofera di semplicità, di pura essenzialita e di quiete notturna, nella quale si può solo percepire il battito delle ali degli angeli librati nell’aria.
Il fruscio è tuttavia così sommesso da non turbare l’incanto dello sguardo della Madre verso il Figlio appena nato -centro focale dell’evento- e da non disturbare il sereno atteggiamento di Giuseppe.
Le due levatrici e il significato della doppia rappresentazione
Il fatto assume la sua connotazione storica per mezzo della scena, apparentemente di vita ordinaria, delle delle due donne in primo piano, che accudiscono un nascituro. I gesti delle due levatrici nell’affresco sono quelli di chi abbraccia, fascia e sostiene.
L’affresco è l’unico al mondo dove viene rappresentato un presepe con due bambinelli a esprimere, alla luce di una lettura spirituale, la natura di Cristo: umana e divina.
A un esame iconografico, l’affresco della Natività di Gesù presenta l’evento prodigioso della “divina nascita” collocato nello spazio reale di una semplice capanna di legno. A un più approfondito esame iconologico la scena ha invece più senso se riferita ad un’evocazione fatta da Giuseppe per mezzo della sua profonda meditazione.
Il primo gesto, abbracciare, è parabola umana. Si tratta di considerare l’altro non un estraneo, ma «pezzi» di umanità che ci appartengono. Fasciare, un gesto che richiama la necessità di lenire le sofferenze dell’altro, la sofferenza della fame perché si è chiamati ad allattare; la sofferenza del freddo perché si è costretti a lasciare la casa natia. Sostenere la fragilità di un corpo.
Il blu, la luce e la natura divina di Cristo
Il lato divino Giotto lo racconta attraverso il blu che splende nella notte di Betlemme. L’artista sfonda, allarga e dilata la sua narrazione consapevole di raccontare una storia vera, non una favola.
Un uso del blu che commuove e cattura chiunque, pellegrino o turista. Chi entra nelle basiliche ne rimane affascinato. Un colore profondo, luminoso e soprattutto regale e reale.
Il cielo di Giotto getta sulle rappresentazioni una luce radiosa, rendendole pure e senza scorie. Questo per avvicinare l’uomo alle verità che sta raccontando, una verità che emerge da sguardi e gesti tutti puntati su Gesù: è la pupilla spalancata, curiosa e saziata di Giotto.
Lo sguardo di quegli uomini -esemplari degli “umili della terra“- rivolto verso l’alto tramite l’angelo ci pone in connessione diretta con il cielo, dal quale è pervenuto il “Figlio di Dio fatto uomo”.
La stella e il movimento della composizione
Nella parte destra della composizione, due pastori non ancora giunti sul luogo del prodigio, ma preceduti dal gregge nel loro imminente cammino verso Gesù, pur ritraendosi per lo stupore, accolgono l’avviso dell’angelo che si affaccia dalla capanna a far da tramite per collegare tra loro le due distinte scene.
Così annuncia l’evento l’angelo, così lo annuncia anche la presenza dell’unica stella che brilla nel cielo e così lo concretizza il fascio di raggi di luce che scendono dall’alto sul Bambino divino.
Lo spazio iconografico statico, immobile se visto solo come impostato sulla tre dimensioni che rendono reale la scena (l’orizzontale, la verticale e la pur limitata profondità), si anima e ruota intorno all’asse radioso, coinvolgendo l’intera natura che, animandosi all’istante, partecipa tutta a quel prodigiosoevento.
Il tutto prende vita per merito di una struttura ellittica nascosta che soggiace alla composizione iconografica, poiché scaturisce dalla spiritualità che guida l’artista, dalla sua visione ispirata, dal suo stesso coinvolgimento all’evento descritto.
Egli ci coinvolge nel moto verticale e spiraliforme di discesa dal cielo alla terra per mezzo della posizione degli angeli, prima stretti intorno alla simbolica stella nel cielo, che annuncia la nascita in terra per volontà di Dio e poi disposti a far da corona al già nato radioso Bambino divino.
Nella scena della Natività giottesca, la nuova vita proviene da quell’unica stella che brilla nel cielo, da quella Singolarità dalla quale il Tutto diviene: centro e origine dell’immensità dell’universo.

A guidarci e a far da tramite lungo la verticale di risalita dell’uomo dalla terra a quel cielo intensamente blu, dalle dimensione terrena alla dimensione spirituale, Giotto pone ancora gli angeli, che come i pastori hanno lo sguardo rivolto verso quell’isolato punto luminoso che brilla in una non meglio definità profondità infinita.
Proprio la luce di quella stella ha fatto fare nel tempo molte ipotesi a coloro che in essa hanno visto e vedono il segno celeste che guidò i Magi verso Betlemme per adorare Gesù, il Messia profetizzato nelle Sacre Scritture.
Gli sguardi nella Natività di Assisi
Maria è Gesù si guardano profondamente ma senza l’intensità ineffabile dell’affresco di Padova. Lo sguardo della Madre verso il Figlio appena nato è il centro focale dell’evento.
La Natività affrescata da Giotto presenta una verità che emerge da sguardi e gesti tutti puntati su Gesù. La composizione conduce l’osservatore dalla terra al cielo e dal cielo al Bambino attraverso gli occhi degli angeli, dei pastori e di Maria.
Nel Medioevo la vista è quello che dei cinque sensi ha goduto di maggiore attenzione. La correlazione tra vista e conoscenza discende dal mondo antico.
Per Platone e Aristotele la conoscenza è una conseguenza della vista. Nella storiografia classica quando si vuole avvalorare la veridicità di ciò che si racconta si premette, quasi come una formula, “racconto perché ho visto”, come scrive Erodoto.
La teologia dello sguardo
Nella poesia trobadorica e poi in quella duecentesca e nello Stilnovismo, corre un rapporto assai stretto tra occhi e cuore. Lo sguardo non mente, ed è anche il veicolo che porta all’amore.
Giacomo da Lentini, ad esempio, dice che il desiderio amoroso scaturisce dalla visione dell’amato. Dante ribadisce il concetto. Occhi e cuore sono insomma un binomio ricorrente.
Non stupisce pertanto che Giotto concentri così tanta centralità allo sguardo. Come scrive Riccardo di San Vittore, priore dell’abbazia di Parigi nel XII secolo, Ubi amor ibi oculus, “Dove è l’amore lì c’è lo sguardo”.
È l’amore che permette di vedere, che produce conoscenza e non lo sguardo fisico. Un concetto che troviamo di continuo nei Vangeli.
“Io sono venuto in questo mondo per giudicare, perché coloro che non vedono vedano e quelli che vedono diventino ciechi” (Gv 9, 39) e ancora “Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!” (Gv 20,29).
San Francesco volle “vedere con gli occhi del corpo” (FF 468) la nascita di Gesù, non per accrescere la propria fede e tanto meno perché scettico, ma per “vedere i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato” (Ibid.).
Il desiderio di Francesco era immergersi totalmente nello stupefacente amore di Dio, “…che si è fatto piccolo, per essere amato da noi. In Gesù Dio si è fatto Bambino, per lasciarsi abbracciare da noi”, come ricorda Papa Francesco nell’Omelia durante la S. Messa nella Notte di Natale.
Giotto ha dipinto l’amore e ha reso questo amore attraverso gli sguardi, i gesti e la disposizione dei personaggi. In un certo senso ha creato nell’arte una vera e propria teologia dello sguardo.
Il presepe di Greccio e la Natività di Assisi
Giotto ha dipinto alcuni affreschi legati tutti dallo stesso tema della Natività del Signore. Il primo fa parte del ciclo delle Storie di San Francesco nella Basilica superiore di Assisi, di poco anteriore al 1300.
Il dipinto fotografa il momento culminante della notte di Natale del 1223 quando, come raccontano Tommaso da Celano nella S. Francisci Assisensis vita et miracula di (XXX 466-471) e San Bonaventura da Bagnoregio nella Legenda maior (X 1186,7), opera quest’ultima alla quale si è ispirato Giotto, il fraticello d’Assisi decise di rievocare la nascita di Gesù predisponendo una mangiatoia, un bue e un asinello in un luogo dove subito accorse la popolazione e si adunarono i frati.
Durante la solenne cerimonia, un uomo sostenne di aver visto disteso sul fieno un bellissimo Bambino che dormiva mentre Francesco, prendendolo in braccio, sembrava volerlo risvegliare.
Il presepe di Greccio Giotto ambienta l’episodio in una chiesa e colloca noi spettatori da un particolare punto di vista, in fondo all’abside.
La scena è complessa: la croce che noi vediamo dal retro e che pende dal muro di delimitazione del coro tenta una prospettiva insieme al ciborio e al leggio con il messale; le donne che si affacciano e si accalcano sulla soglia della porta stretta danno l’idea di una folla di persone; i personaggi in prima fila tacciono e guardano come interrotti e sorpresi, mentre più indietro i frati continuano a cantare.
Tutto converge sulla figura di Francesco chino sul Bambino. Hanno i volti vicini e si guardano. Benché la pittura in quel punto sia danneggiata si distinguono bene gli occhi di entrambi.
Si guardano intensamente e sono l’uno nello sguardo dell’altro. Uno sguardo che cattura ed emoziona. Sembra che Gesù chieda e che Francesco risponda di sì.
Alla mente tornano le parole di Marco: “Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui e lo amò” (10, 21).

La Natività di Assisi e i modelli iconografici antichi
L’affresco con la Natività di Assisi segue modelli iconografici antichi, come sdoppiare la scena in due momenti successivi: la Natività e il Primo bagno del Bambino effettuato da due donne, una delle quali evidentemente Salome, la levatrice scettica citata dai Vangeli apocrifi, con un significato che sembra anticipare il Battesimo di Cristo, così come la mangiatoia rimanda alla morte e risurrezione del Signore.
Dietro si erge un’alta montagna brulla, anch’essa dalla simbologia natalizia ben nota, angeli e pastori. Le figure della capanna, degli animali, degli angeli, della montagna e dei pastori compongono un racconto nel quale la nascita di Cristo appare insieme umile, concreta e soprannaturale.
La scena, per l’apparente contemporaneità delle azioni, da reale diventa descrittiva, quasi didascalica e infine anche surreale, se si include la presenza degli angeli che glorificano il Signore, in cielo e in terra.
Il significato spirituale dell’affresco
L’affermazione biblica che vi appone dietro è quella di Isaia 9,5: «Ci è stato dato un figlio. il Principe della pace”. Cogliendo quindi dal Natale pensieri, sguardi e gesti di pace.
Come riporta il sito del Sacro Convento di Assisi, Papa Bergoglio ha guardato ad Assisi perché Francesco è stato colui che ha inventato il presepe.
In quella notte del 1223 il santo volle «rappresentare il Bambino nato a Betlemme, e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato» affinché potesse nascere nel cuore di ogni uomo.
La Natività narrata dai francescani a Giotto è parte della così detta «Bibbia dei poveri», gli affreschi della Basilica di Assisi che raccontano la vita di Francesco per raggiungere tutti: ricchi e poveri, letterati e illetterati.
È proprio qui che siamo chiamati a percepire, attraverso i nostri gesti, il Dio con noi. È il Natale.
La struttura narrativa e la funzione degli affreschi
Il cantiere per la decorazione della Basilica di San Francesco di Assisi, ultimata entro l’inizio del XIV secolo, costituì una delle esperienze più importanti di tutta l’arte duecentesca.
Erano infatti ben due le basiliche da affrescare, quella inferiore e quella superiore, e ampie e distese le parti di pareti non finestrate, destinate proprio ad accogliere le grandi scene figurate.
Benché tutto il processo di decorazione della basilica sia poco documentato, è oramai opinione diffusa che i lavori iniziarono nella Basilica inferiore, ad opera di un artista ignoto, probabilmente di origini umbre e identificato convenzionalmente come Maestro di San Francesco.
Questi iniziò a dipingere sulle pareti della navata centrale intorno al 1253 (anno della consacrazione della chiesa), realizzando, fino al 1260, due cicli di affreschi con Storie della vita di san Francesco (a sinistra) e Storie della Passione di Cristo (a destra), purtroppo poi danneggiate dall’apertura delle cappelle laterali.
È evidente l’intento dell’artista di confrontare, in questi affreschi che dialogano fra di loro, la figura di Francesco con quella di Gesù.
Poi, più esperto e maturo, realizzò altre due serie di affreschi nella Basilica inferiore, uno dedicato all’infanzia di Gesù e l’altro alle storie di Maria Maddalena. Essi sono ritenuti dei veri e propri capolavori.
Giotto e la trasformazione della pittura ad Assisi
Gli affreschi più celebri sono quelli realizzati da Giotto. Proprio qui ad Assisi questo artista rivoluzionò completamente il modo di dipingere dell’epoca, grazie al suo stile originale, ai suoi colori brillanti e alle sue composizioni vivaci.
Giotto diede alle immagini la vita, il calore, il movimento, la naturalità. Nelle sue scene, Giotto volle raccontare le vicende di Francesco in modo da rendere la sua figura vicina e attuale.
Egli elaborò, a tale scopo, un linguaggio pittorico nuovo, chiaro, immediato ed efficace. Diede volume alle sue figure, riempì le loro vesti con la solidità di corpi veri; conferì espressione ai loro volti e animò i loro gesti.
Accentò il senso della tridimensionalità, usando con sapienza il chiaroscuro; studiò, rendendoli verosimili, gli effetti della luce naturale; applicò con progressiva sicurezza la prospettiva; introdusse contesti ambientali e spaziali credibili e riconoscibili, soffermandosi sui particolari.
Non rinunciò all’uso della simbologia, ma calò il simbolo nella vita di tutti i giorni, consapevole che ogni cosa ha valore di per sé ma, nel contempo, è anche segno di qualcos’altro, più grande.
Le altre decorazioni della Basilica inferiore
La Cappella della Maddalena, nella Basilica Inferiore di San Francesco in Assisi, fu affrescata da Giotto e dalla sua bottega nel 1307-1308, su commissione di Teobaldo Pontano, vescovo di Assisi dal 1296 al 1329.
La Maddalena è stata sempre considerata la patrona degli eremiti, per aver condotto vita monastica e penitenziale, secondo la tradizione, nella grotta detta La Sainte Baume, in Francia.
Francesco d'Assisi che alternava mesi di predicazione del vangelo a mesi di eremitaggio e preghiera solitaria (che egli chiamava, con la terminologia medioevale, Quaresime, plurale che le differenziava dall'unica Quaresima che preparava alla Pasqua) ha avuto una particolare venerazione per Santa Maria Maddalena alla quale erano dedicati alcuni degli eremi nei quali si ritirava.
La Legenda Aurea di Jacopo da Varagine condensa le notizie sui santi del calendario liturgico conosciute e credute nel Medioevo. I principali eventi della vita della Maddalena riassunti nella Legenda sono rappresentati dagli affreschi di Giotto in questa cappella.
Il ciclo della Basilica inferiore comprende dunque diversi nuclei figurativi, nei quali la Natività dialoga con l’infanzia di Gesù e con le storie della Maddalena all’interno di un programma più ampio dedicato alla meditazione francescana e cristiana.
La Natività come immagine di pace e di umanità
Alla luce di questa immagine Papa Francesco esalta per questo Natale tre gesti «terribilmente umani» perché impegnativi e «dolcemente umani» perché possibili. I gesti sono quelli delle due levatrici che nell'affresco stanno accanto al bambino: abbracciano, fasciano e sostengono.
Fasciare richiama la necessità di lenire le sofferenze dell’altro, la sofferenza della fame perché si è chiamati ad allattare; la sofferenza del freddo perché si è costretti a lasciare la casa natia. Sostenere significa prendersi cura della fragilità di un corpo.
Analizzando la scena affrescata da Giotto sono evidenti due punti topografici: la grotta e il campo dei pastori. Due segni di quotidiana indigenza che diventano il centro della Speranza.
E sono queste periferie che il Papa vorrebbe affrescare affinché l’uomo si possa accorgere di Dio attraverso i gesti semplici della vita quotidiana.