Clausura: suor Vannarita Loro e il significato della vita contemplativa

La clausura è una scelta di consacrazione nella quale la separazione materiale dal mondo non coincide con l’indifferenza verso le persone, ma diventa una forma di preghiera, di servizio fraterno e di donazione totale a Dio. La vita delle monache comprende preghiera personale e comunitaria, lavoro, silenzio, relazioni con le consorelle, accoglienza spirituale e attenzione alle necessità concrete della comunità.

Le vicende di suor Anna Maria, delle monache di Atri, delle Clarisse Cappuccine e delle Carmelitane mostrano che il monastero non è uno spazio immobile o estraneo alla realtà, ma una comunità nella quale la vocazione può maturare in età diverse e attraverso percorsi personali molto differenti.

Che cosa significa vivere in clausura

“Le sepolte vive”. Ad Atri le chiamavano così. Nell’immaginario collettivo, le suore di clausura erano associate a questa immagine: donne che, una volta entrate in monastero, non ne sarebbero più uscite fino alla morte. Una percezione che resiste nel tempo, ma che può essere facilmente confutata se si ha la possibilità di vedere da vicino cosa vuol dire vivere in un convento.

Certamente la clausura implica una separazione materiale con il mondo. Ciò non vuole dire che non siamo solidali con esso, che non condividiamo le sue speranze e dolori, che non prestiamo un servizio agli altri perché ritirate su un eremo. In realtà serviamo tutti gli uomini e partecipiamo alla costruzione del Regno dei cieli con la nostra vita contemplativa nell’ardore della preghiera.

Per noi la preghiera è una forma di servizio fraterno che offriamo universalmente a tutto il mondo. La nostra scelta di stare nel convento è una scelta d’amore, non l’egoismo, che ci trasmette la forza e il coraggio di donare la nostra esistenza agli altri, a tutti, senza distinzione alcuna. La nostra condizione ci impedisce di vedere i “frutti” della nostra preghiera, ma sappiamo che Cristo si serve di noi nel modo migliore, e questa consapevolezza ci basta.

Monache in preghiera dietro la grata

La vocazione contemplativa

La vita contemplativa è una scelta nella quale la persona consacrata orienta l’esistenza alla preghiera, all’adorazione e alla ricerca della volontà di Dio. La nostra è una vita di preghiera, più sulla linea dell’”essere” che del “fare”.

Adesso posso affermare che essere monaca di clausura vuol dire essere una fiaccola che brilla, un segno evidente della grandezza di Dio, la testimonianza del suo Regno. Quando ho deciso di entrare nel convento questa domanda, ovviamente, me la sono posta più volte. Quando si compiono passi di questo significato si sa ciò che si lascia, ma nessuno esattamente conoscere quello che sarà una volta entrata.

Con questo non voglio dire che sia stata una scelta alla cieca, anzi, ma che le cose si conoscono fino in fondo solo vivendole. I dubbi ci sono, ma proprio per questo resto - dice -. Perché non credo nelle certezze blindate. E ogni giorno è un ritorno alla grazia delle origini.

Suor Anna Maria: una vocazione attesa per decenni

Aveva tre mesi e mezzo quando fu colpita da una broncopolmonite fulminante: era l’estate 1920, a quei tempi la malattia che aveva aggredito la neonata Anna Perfumo, in frazione San Carlo di Roccagrimalda (Alessandria), non era curabile. Il medico rispose alla mamma Maria che gli chiedeva di tornare a visitare la bimba il giorno dopo: «È inutile, domani la piccina non c’è più».

La mamma si inginocchiò e chiese al Signore: «Salvala, La lascio tutta a te». Essere destinati a morire a quattro mesi - il medico curante aveva annunciato alla mamma della bimba "domattina non torno perché Anna purtroppo non ci sarà più" - e scoprire, con grande gioia, 104 anni dopo, che quella previsione non solo non si è avverata ma che fortunatamente la protagonista può celebrare in buone condizioni un grande traguardo, è un fatto straordinario.

Oggi Anna Perfumo, che porta il nome religioso di suor Anna Maria del Sacro Cuore, festeggia i 104 anni nella letizia della sua scelta monastica, fra le mura del monastero di clausura delle Suore Adoratrici del SS. Sacramento a Seregno. Una festa che sarà gioiosa con la celebrazione della Messa nella chiesetta attigua al convento e il saluto beneaugurante delle trenta consorelle religiose e quello dei familiari, in arrivo dalla Bergamasca e dalla Liguria.

Non solo: a lei è arrivato un personale messaggio d’auguri rivoltole espressamente dall’arcivescovo di Milano Mario Delpini. La storia di suor Anna Maria si è distinta per una costante, caparbia, edificante e risoluta volontà: farsi suora di clausura.

L’allora bimba Anna, oggi suor Anna Maria del Sacro Cuore delle Adoratrici del Santissimo Sacramento, ha festeggiato - in piena salute di corpo, di spirito, di mente e di autonomia di movimento - i cento anni con le consorelle nella clausura del Monastero di Seregno, dove è arrivata dieci anni fa da quello di Genova Albaro.

Qui era entrata a 72 anni, età record per una novizia. «Il Signore mi ha finalmente aperto la porta», chiosa suor Anna Maria, alludendo alla gioia di aver completato un’attesa prolungatasi per 65 anni da quando, bambina, aveva chiesto a Gesù di mettersi al Suo servizio nella contemplazione ed adorazione, da suora di clausura.

Dall’infanzia all’insegnamento

Desiderosa di consacrarsi sin da bambina, è stata rallentata dalle vicende della vita. Cresciuta con la famiglia - genitori e due sorelle minori dapprima a Roccagrimalda, poi a Rapallo, infine a Genova, diplomatasi maestra a Chiavari, era diventata educatrice dei numerosi figli delle famiglie degli armatori Costa di Genova, seguendoli a lungo nelle residenze di Rapallo e preparandoli uno per uno al superamento degli esami scolastici e alla Prima Comunione.

Nata nel Monferrato, a Roccagrimalda (Alessandria), poi trasferitasi con la famiglia a Rapallo, appena diplomata, fece da istitutrice casalinga per i rampolli della famiglia Costa, i famosi armatori di Genova sfollati nelle residenze di Rapallo durante la guerra, e successivamente, con insieme alle due sorelle laureate, anche nel capoluogo ligure.

"Ho preparato alle prime comunioni tanti bambini Costa", ricorda sur Anna Maria. Nel frattempo non abbandonava la sua intenzione, dedicandosi all'insegnamento religioso negli asili parrocchiali di Genova e, vista preclusa momentaneamente la via che le urgeva nel cuore, assistendo per 30 anni un sacerdote malato e provvedendo alle preparazioni spirituali di molti ragazzi genovesi.

E a Genova Anna cominciò una vita di dedizione totale alla Chiesa, al mondo dei bimbi negli asili parrocchiali, all’impegno di cura dei sacerdoti malati o in difficoltà e a tanti silenziosi momenti di aiuto e di conforto: "Ma il mio pensiero era sempre quello di rinchiudermi in clausura, per pregare e avere come Sposo Gesù, con il suo amore grande".

Gli ostacoli e l’ingresso in monastero

Quando si era sentita pronta a entrare in Monastero, erano subentrati problemi di salute della mamma (morta poi a 98 anni) e la necessità di aiutare in casa, poiché le sorelle Paola e Maria Vittoria intendevano studiare e non c’erano soldi. Le circostanze glielo impedirono a lungo, anche per la necessità di curare la mamma.

Nel frattempo laureatesi, sposatesi e diventate madri le sorelle, la prima a Genova e l’altra a Treviglio, venuti a mancare il papà Giacomo e la mamma (1991), ecco riaffiorare il desiderio della clausura: ma quale convento l’avrebbe ospitata a 72 anni?

«La mano del Signore ha agito facendomi incontrare un parroco di Genova che mi ha proposto tre soluzioni: Vada e si presenti e vedrà che il Signore Le sarà vicino».

Pur se non fu facile essere accolta data l’età, il “miracolo” avvenne; Anna entrò subito in convento (1992) e cominciò il percorso di preparazione vissuto con grande gioia, a contatto con ore di Adorazione al Santissimo, esempio per le consorelle, ammirate da così matura e totale disponibilità alla realtà claustrale.

Alla scomparsa della genitrice - avvenuta a 98 anni nel 1969 - Anna poté finalmente accedere alla vita claustrale. Nell’Epifania del 1970 l’ingresso nel Monastero delle Adoratrici a Genova in via Byron. Un ingresso da “primatista”, a 70 anni, come mai accaduto nella storia della vita claustrale.

Così da oltre 34 anni "mi trovo nella massima felicità, lieta di dedicarmi al Signore - dice suor Anna Maria, nel frattempo trasferita nel monastero brianzolo - con le adorazioni, notturne o diurne che mi competono, in obbedienza alla superiora, suor Daniela, la quale mi tratta benissimo, chiedendo di muovermi nei corridoi del convento, per ragioni di sicurezza, in carrozzina, mentre io preferirei utilizzare soltanto il bastone come sostegno al mio cammino".

Preghiera, assistenza e vita quotidiana

Oggi, centenaria, canta il Magnificat al Signore, lodandolo e pregandolo notte e giorno. La superiora suor Daniela racconta: «La troviamo spesso non solo nella chiesa, anche in qualche angolo del monastero in ginocchio, intenta a pregare in solitudine».

Quando non prega, suor Anna Maria si dedica alla cura e all’assistenza in infermeria alle consorelle malate e assai più giovani: «Faccio quel che posso per ringraziare il Signore» si schermisce con il suo sorriso coinvolgente.

Sino a pochi mesi fa era ancora addetta alla cura delle consorelle anziane in infermeria. Lucida, attenta a quanto avviene nel mondo ("quante guerre purtroppo, che sia pace sempre!"), nelle lettere dall’eccellente calligrafia ai parenti invita "al coraggio perché Dio ci aiuta".

Conversatrice gioiosa al di là della grata claustrale, alla vigilia del compleanno ha ricordato, con l’accento genovese mai perduto: "Il segreto della mia lunga vita? Amare il Signore e ringraziarlo subito ogni mattina al risveglio, ribadendoGli la mia gioia nella fede e nella vita, insomma occuparmi di Lui che ci e mi è sempre vicino, il resto va da sé".

Una giornata tra preghiera, silenzio e lavoro

La nostra, come dicevo, è una giornata di preghiera, personale (in cella) e comunitaria. Ci svegliamo piuttosto presto, intorno alle 5 per la preghiera delle Lodi, a cui segue circa un’ora di meditazione.

Alle 8 celebriamo la Santa Messa che è per noi il momento centrale della giornata, vincolo di unità, di amore, di comunione in Cristo Eucaristia. Verso le 8.30 scendiamo in refettorio per la colazione.

Fino alle 9.30 si riordinano i vari “angoli” del monastero e la propria stanza da letto che noi chiamiamo “cella”. Seguono altri momenti di preghiera fino al pranzo della 12.

Di solito mentre mangiamo rimaniamo in silenzio in ascolto di una monaca che a rotazione legge un testo di carattere spirituale. Quali? Un articolo di giornale a carattere religioso, la biografia di un santo, un’omelia del Papa o di altri.

Dopo il pranzo ci troviamo in una sala comune per vivere un momento di “ricreazione” durante il quale parliamo tra di noi e spesso ci dedichiamo al cucito o al ricamo. Chi vuole può leggere la propria corrispondenza, informarsi su ciò che accade nel mondo… a alle nostre famiglie.

Durante la giornata ci sono altri quattro momenti di preghiera tra cui la recita del rosario e alle 18 il Vespro intervallati da momenti di lavoro manuale. Verso le 22 ci ritiriamo nelle celle.

Chi vuole può leggere, scrivere, aggiornarsi e, naturalmente, pregare. Il giorno si chiude nella pace della notte, che pure appartiene a Dio. La domenica e nei giorni di festa gli orari della preghiera corale e personale rimangono invariati, ma cresce l’aspetto meditativo.

Momento della giornataAttività
Intorno alle 5Preghiera delle Lodi e meditazione
Alle 8Santa Messa
Verso le 8.30Colazione
Fino alle 9.30Riordino degli spazi e della cella
Alle 12Pranzo in silenzio con lettura spirituale
Alle 18Vespro
Verso le 22Ritiro nelle celle

Il valore del silenzio

Il silenzio appare come il collante delle vostre vite. Come dice la “Regola carmelitana”, il silenzio può essere inteso come un dono o una penitenza.

E’ un dono quando è lo spazio per incontrare Dio, per comunicare con Lui e in Lui. La contemplazione non è altro che l’incontro di due silenzi: quello di Dio e quello dell’uomo.

Ci sono, però, anche occasioni nelle quali il silenzio può essere vissuto come una penitenza. E’ difficile rimanere zitti quando non si è capiti, quando si è stati offesi, quando l’altro vuole avere sempre ragione, quando notiamo comportamenti sbagliati, quando soffriamo, quando l’altro ci giudica in modo sbagliato.

Quando si riesce a vincere il bisogno di parlare e si sa tacere, il silenzio diventa una “penitenza” che ciinsegna a dominare le nostre passioni e a ritrovare l’equilibrio interiore. Con molta facilità si sbaglia quando si parla, e si diventa vittima delle proprie parole.

Il pericolo del silenzio è l’isolamento. Chi tace, non si confronta con gli altri, rimane fermo sulle proprie idee, non si apre all’altro. Chi tace, non dona se stesso e, pertanto, diventa più povero.

Lavoro e sostentamento della comunità

Lavoriamo circa quattro ore al giorno: non solo nei servizi della casa, ma nei lavori previsti per il sostentamento della Comunità (realizzazione di corone del Rosario, traduzioni, lavori di filatelia, pittura, icone, cucito, ricamo, uncinetto).

Le loro giornate, oltre ai momenti dedicati alla preghiera, sono caratterizzate da tante attività, come la produzione delle ostie da destinare alla diocesi. Curano il giardino e l’orto, spesso aiutate da un esterno.

Non disponiamo di entrate fisse e confidiamo nelle mani della Provvidenza, che si manifesta della generosità di tanti fratelli e sorelle che hanno a cuore la vita del Carmelo.

Hanno a cuore la vita di comunità, tanto che per i tutti i benefattori a Pasqua e a Natale preparano dolcetti. La convivenza tra le sorelle non è sempre semplice, Suor Maria Rita ci racconta che a volte ci sono dei dissapori su come eseguire i canti o le preghiere, ma la loro è una famiglia e il modo per ritrovare la serenità si trova sempre.

Il monastero e il rapporto con il mondo esterno

Certamente. Sono tanti i singoli, gruppi e associazioni che si rivolgono a noi per trascorrere giorni di ritiro, di meditazione, di preghiera. Devo dire ci chiedono ospitalità tanti giovani.

Oltre a ciò scriviamo lettere, leggiamo libri e giornali. E la televisione? Anche quella. Ci tengono a essere informate su ciò che accade nel mondo, in convento non mancano Internet e i pc.

Dispongono anche del televisore e hanno degli abbonamenti a dei quotidiani. Nonostante la clausura faccia pensare a uno stare chiusi e a non tessere relazioni, Suor Maria Rita ci racconta che sono tante le persone che si rivolgono a loro per un consiglio, per una preghiera condivisa.

La clausura a livello normativo, da quando sono entrata in convento 31 anni fa, non è cambiata molto, ma le sorelle non facevano certi passi. La grata si apriva soltanto per i familiari o per gruppi di giovani. In alcuni monasteri oggi è proprio scomparsa. Sicuramente non era possibile uscire per fare la spesa.

In questo senso, dunque, qualcosa è cambiato. Difatti, inaspettatamente, Suor Maria Rita ci consente di visitare alcuni spazi del monastero. Spalanca il pesante portone in legno e davanti ai nostri occhi si apre il quadrilatero che caratterizza la struttura con al centro un meraviglioso chiostro con un pozzo.

Poco più avanti, l’orto e il giardino. Fanno capolino alcuni gatti, uno dei quali cieco: fanno parte anche loro della famiglia. E, come accade in ogni famiglia, ci sono incombenze e preoccupazioni: «Generalmente si pensa che il nostro stile di vita ci tenga al riparo dall’ansia, ma non è così. Anche noi abbiamo tante cose a cui pensare, da gestire. Da quando sono badessa, ancora di più. Ci sono gli infissi da cambiare, medicine da far arrivare, i pensieri per le nostre famiglie…».

La giornata del monaco benedettino

Permessi, assistenza e vita comunitaria

La struttura che le accoglie è molto grande, ma le suore che la abitano sono soltanto cinque: Suor Maria Teresa, che ha 92 anni; Suor Maria Carmela, 85 anni; Suor Maria Carmelina, 80 anni; Suor Maria Angela di 61 anni, attualmente fuori dal monastero perché sta assistendo sua madre a Pescara.

«Lei è figlia unica. In queste situazioni è previsto un permesso speciale». Nonostante il calo delle vocazioni, questo monastero ha ospitato di recente una giovane suora, Suor Chiara Karol - la prima che non ha aggiunto il nome Maria a quello di battesimo, preferendo un richiamo a Papa Giovanni Paolo II -, purtroppo scomparsa due anni fa per una malattia a soli 42 anni».

Suor Maria Rita è una autentica innovatrice e ha portato aria nuova in convento. Usa la macchina per tutti gli spostamenti necessari, come le cure mediche, e a volte anche per fare la spesa, quando la signora di Atri che aiuta il monastero nelle pulizie e nelle commissioni è impossibilitata a farlo.

Uscendo, incontriamo una delle consorelle più anziane, che ci saluta con un sorriso accogliente. Le lasciamo alle loro attività, a partire dai gattini che attendevano di essere sfamati.

La scelta di suor Maria Rita

«Quando ho preso questa decisione, per i miei genitori è stato un cruccio, una tragedia. “Ma cosa ti manca? Ma perché ti fai suora?” mi chiedevano, preoccupati. Ma io ero convinta, sapevo che era giusto per me».

Rita Mongia, questo il suo nome e cognome da laica, ha oggi sessant’anni, è nata a Pineto da una famiglia originaria di Atri. Ne aveva poco più di venti quando ha abbracciato la vita monastica.

«Vengo da una famiglia non eccessivamente praticante. I miei primi anni sono cresciuta con i nonni qui in Abruzzo, perché i miei genitori erano emigrati in Svizzera. Mia nonna era molto credente e mi ha avvicinata alla fede.

Mi parlava sempre dell’importanza di essere uniti con il Signore e di fare la sua volontà, perché solo nella volontà di Dio abbiamo la gioia, la pace». Dopo aver trascorso alcuni anni in Svizzera, Rita torna in Abruzzo con la sua famiglia: i suoi genitori e sua sorella molto più piccola di lei, che all’epoca aveva soltanto un anno e mezzo.

«Avevo 15 anni quando siamo tornati in Italia. Ho frequentato il corso per segretaria di azienda e ho iniziato a lavorare in questo settore. Vivevamo a Montesilvano in quegli anni».

Il discernimento prima della vita monastica

Con i primi amori, Rita inizia a porsi delle domande che mettono in discussione la sua vita. «Stavo frequentando un ragazzo, avevo circa 20 anni, età in cui all’epoca ci si sposava, e cominciavo a chiedermi cosa realmente volessi fare.

La mia scelta di una vita di fede è partita dal ricordo della frase di mia nonna: stare nella volontà di Dio per essere felici. Pregavo, affidandomi inizialmente a Santa Rita, di cui porto il nome.

La mattina, mentre mi dirigevo al lavoro, mi fermavo nelle chiese che incontravo per un momento di preghiera». Un giorno, Rita fa un incontro che cambierà la sua vita: «Sono stata avvicinata da alcune ragazze che mi hanno invitata a frequentare il gruppo giovani in parrocchia, la sera.

Venivano anche a prendermi. Lì è cresciuta in me questa gioia di vivere la fede. Ho letto il Vangelo per conto mio, i libri spirituali, avevo questa sete.

Ho partecipato a un pellegrinaggio ad Assisi, guidato da una giovane suora, con la quale mi sono sentita subito in sintonia». Con quella suora, Rita inizia un rapporto epistolare: le racconta di sé, dei suoi sentimenti e delle sue emozioni.

«Era un periodo nel quale pregavo molto, iniziai a chiedere al Signore di aiutarmi a capire se la relazione con il ragazzo che frequentavo fosse la mia strada. Dopo un po’, lui è sparito, non ha più chiamato e io mi sono tranquillizzata.

Anche queste cose raccontavo alla mia amica suora la quale, a un certo punto, mi chiese se avessi mai pensato a una forma di consacrazione, oltre alla possibilità di sposarmi.

Ho interrotto la corrispondenza con lei, ma la pulce mi era entrata nell’orecchio e ho iniziato a pregare e a chiedere al Signore quale fosse la sua volontà. E ho capito.

Con il consiglio del viceparroco e di altri sacerdoti, piano piano mi sono resa conto che interpretavo la vita in modo diverso, rileggevo tanti avvenimenti come dei segni che il Signore mi aveva mandato».

Dalla vita attiva alla clausura

Di qui la sua scelta: abbracciare la vita monacale. «Il mio primo pensiero è stata la clausura. Venni proprio qui ad Atri, essendo della zona; qui c’era anche una suora che era mia parente.

Non me la sono sentita, però, in quel momento di fare un passo così importante. Nella mia parrocchia venivano delle suore di vita attiva di Pescara: mi ha contagiata la loro gioia, il portare il Vangelo a tutte le persone che incontravano, così ho scelto di entrare nel loro gruppo: l’Istituto Suore della Santa Famiglia di Penne.

Nella loro sede pescarese sono arrivata a quasi 22 anni e ci sono rimasta sette anni». Rita ha poi seguito tutte le tappe della formazione.

Dopo un anno e mezzo di noviziato e la professione di fede ha capito che questa volontà era salda ed è iniziata la sua vita in clausura, scegliendo Atri per vicinanza territoriale.

«Allora le regole erano ancora più rigide, non aprivano nemmeno le grate, per questo c’era un po’ più di timore ad abbracciare questa vita.

I miei genitori erano tristi, a mia madre le sorelle diedero eccezionalmente la possibilità di visitare tutto il monastero, ma lei ha sempre detto di non aver visto nulla, tante erano le lacrime che versò quel giorno.

Poi, quando hanno visto le sorelle, affettuose e affabili, e soprattutto che io ero contenta di stare qui, in quei primi mesi, hanno capito che questo mi rendeva felice e lo sono stati anche loro».

Una scelta di cui non si è mai pentita. Lo si percepisce anche dalla luce che ha negli occhi quando ci parla di com’è oggi la sua vita in monastero.

Una comunità piccola e unita

La struttura che le accoglie è molto grande, ma le suore che la abitano sono soltanto cinque. La convivenza tra le sorelle non è sempre semplice, Suor Maria Rita ci racconta che a volte ci sono dei dissapori su come eseguire i canti o le preghiere, ma la loro è una famiglia e il modo per ritrovare la serenità si trova sempre.

Le loro giornate, oltre ai momenti dedicati alla preghiera, sono caratterizzate da tante attività, come la produzione delle ostie da destinare alla diocesi. Curano il giardino e l’orto, spesso aiutate da un esterno.

Nonostante la clausura faccia pensare a uno stare chiusi e a non tessere relazioni, Suor Maria Rita ci racconta che sono tante le persone che si rivolgono a loro per un consiglio, per una preghiera condivisa.

Le Clarisse Cappuccine e la scelta in età adulta

Ogni tanto le tremano le mani. Non è paura, è consapevolezza. Anna Maria ha poco più di trent’anni e ha appena detto «per sempre». Non a un marito, non a un lavoro, ma alla vita dentro un monastero.

Una promessa senza scadenza, fatta nel tempo dei contratti a progetto. È diventata suora di clausura mentre attorno le comunità religiose femminili scompaiono una dopo l’altra.

A Milano i conventi si svuotano, le suore fanno le valigie. La sua è una voce controcorrente. «I dubbi ci sono, ma proprio per questo resto - dice -. Perché non credo nelle certezze blindate. E ogni giorno è un ritorno alla grazia delle origini».

A diciassette anni aveva altri progetti. Un fidanzato, il sogno di sposarsi giovane, una casa piena di figli. «Ho sempre avuto un’idea fortissima di comunità. Di famiglia larga, aperta.

Ma la relazione dopo quattro anni è finita e con lei tutte le certezze». Smarrimento, dolore. Uno zaino, il cammino di Santiago.

«In realtà pregavo perché tornasse il mio ex - racconta ridendo -. Camminavo, piangevo, pensavo e facevo amicizia, in particolare con due ragazze e un frate.

Ogni sera celebravamo l’eucarestia. Sentivo che non ero sola». È lì che si apre la prima crepa. Di quelle buone, che fanno passare luce.

Tornata a Milano si laurea alla Statale, lavora alla Fondazione Don Gnocchi, si dedica al volontariato nel carcere di Bollate. Ha qualche storia, ma poco importante.

«Uscivo, provavo a innamorarmi di nuovo. Ma c’era sempre qualcosa che mancava. Come un nodo che non si scioglie».

Ogni tanto spariva qualche giorno: il monastero di Santa Chiara a Gorla, o quello delle Clarisse Cappuccine a Brescia. «Cercavo uno spazio dove ascoltare ciò che il rumore copriva.

Un giorno mi sono detta: smettila di pensare troppo. Lasciati amare». Le sue stesse parole le restavano addosso. Non una illuminazione, ma un seme.

Un anno dopo, quando entra in monastero, Anna Maria ha smesso di cercare risposte con la testa. Eppure Anna Maria è lì. Ha appena fatto professione.

«Non sono un angelo, non sono migliore di nessuno. Ma ho trovato un luogo dove mi sento intera». Sveglia all’alba, preghiere, letture, dipinti, colloqui con i visitatori che hanno bisogno di un aiuto senza fretta.

Lei ha scelto la meditazione e il monastero, non una missione sociale. Vive gioie e dolori dentro a un microcosmo dove «la vita custodisce un vuoto, un silenzio, uno spazio di pensiero».

Le relazioni con le nove consorelle Clarisse Cappuccine sono, giocoforza, molto strette. Alcune sono anziane, fino a 89 anni, e insegnano il valore della lentezza.

Le manca qualcosa? Un marito, dei figli, la vita fuori? Sorride, senza negare: «Ogni scelta comporta rinunce. Ma se stai costruendo profondamente qualcosa i dubbi sono occasione per rinsaldare la fiducia e la fede, non per fuggire.

A volte, per capire che la vita non si esaurisce nelle cose, bisogna restare lì dove si è».

La diminuzione delle comunità religiose

Nel frattempo, fuori, i numeri parlano. Le ultime tre suore del Sacro Cuore hanno salutato i parrocchiani della chiesa del Sacro Volto, all’Isola.

La superiora della congregazione, a malincuore, ha dovuto prendere la decisione di chiudere questa casa perché le suore sono troppo poche. Le Clarisse di Gorla da trenta sono diventate quindici e le Figlie di San Paolo di via Paolo Uccello, sei, un quarto di prima.

Anche le Missionarie del Pime, nella Villa Triste di via Masaccio, hanno cominciato ad affittare le celle agli studenti. Nel 2014 a Milano le comunità religiose femminili attive in ambito educativo e assistenziale erano 159, oggi sono 117, nota suor Antonia Franzini dell’Usmi.

Chiudono per mancanza di vocazioni e per raggiunti limiti di età delle consorelle. La scelta della clausura si colloca dunque in un contesto nel quale molte comunità affrontano il calo delle vocazioni e l’invecchiamento delle religiose.

La tradizione carmelitana

L’Ordine dei “Fratelli della Beata Vergine Maria del monte Carmelo” è un Ordine mendicante che nasce in Terra Santa, sul Monte Carmelo, al tempo dei crociati, nei primi anni del 1200.

La regola carmelitana fu redatta a seguito della richiesta degli stessi eremiti che vivevano sul monte e fu approvata dalla Santa Sede nel 1226.

Le caratteristiche del nostro Ordine sono l’osservanza della solitudine, la meditazione, la comunione dei beni, la povertà, la preghiera, la correzione fraterna.

Quando ha scelto di diventare suora di clausura? Oggi ho 34 anni. A 22 ho deciso di rispondere alla chiamata del Signore.

Ma come dice Giovanni, “non siamo stati noi a scegliere Cristo, ma è Lui che ci ha amati per primo e ci ha scelti“. Fino ad allora avevo sempre creduto che avrei trasmesso amore attraverso il sacramento del matrimonio.

La famiglia davanti alla vocazione religiosa

Anni fa nella cittadina dove noi abitavamo, avemmo la grazia dal Signore di conoscere i Frati Francescani dell’Immacolata attraverso la mamma di uno di questi frati, dalla conoscenza alla frequentazione e al relativo innamoramento di questo santo ordine di p. Stefano Manelli, il passo fu breve, noi ci trovammo presi e felicissimi di camminare con loro.

Nostra figlia allora poco più che 14enne, ci seguiva con gioia e ascoltava con curiosità le catechesi e gli insegnamenti dei frati e delle suore. Ma la svolta d’amore verso Gesù, nostra figlia l’ebbe a Fatima, lì la Madonna beatissima la chiamò e nostra figlia rispose nel più bello dei modi.

Disse sì al Signore, e dopo un certo periodo di discernimento sotto la guida del padre spirituale e delle suore, nostra figlia prese il volo come una colomba verso il cielo, e il nostro cuore di papà e mamma canta ancora le lodi al Signore pieni di gratitudine e di riconoscenza.

Prima che tua figlia ti confidasse di avere la vocazione, avevi intuito che era attratta dalla vita religiosa? Certamente e pregavamo in tal senso.

Come avete accolto la notizia della sua vocazione? Eravamo felicissimi e lo siamo tuttora. Preghiamo sempre che ella sia fedele al suo SS. Sposo per tutto il tempo che il Signore le darà di vivere su questa terra.

Eravate preoccupati delle critiche delle persone pettegole? Abbiamo avuto certamente delle critiche perché nostra figlia non aveva ancora 18 anni, perché non finì la scuola, perché doveva ancora “conoscere la vita”, perché “se cambia idea”, perché, perché, perché…

Comunque non ci siamo mai preoccupati delle chiacchiere. È consolante sapere che una figlia è divenuta sposa di Gesù Cristo, anziché di un povero uomo della terra?

È molto più che consolante, è una gioia immensa, Gesù Santissimo ha scelto nostra figlia come sua sposa, cosa potremmo desiderare di più per il suo bene?

Che cosa ti senti di consigliare a una madre che ha appena saputo che una figlia vuole abbracciare la vita religiosa? A chi ha una figlia che Dio chiama come sua sposa, direi: piangete di gioia e di gratitudine per l’onore che Egli fa alla vostra figliolina, non l’ostacolate mai, anzi accompagnatela con le vostre preghiere e siate felici che non avete perso una figlia, ma siete diventati genitori e parenti di tante figlie e figli.

Quando mia figlia entrò in convento io aprii la Bibbia e trovai questo scritto: “Il Signore la protesse e ne ebbe cura, la tenne cara come la pupilla dei suoi occhi; come un’aquila la prese e la portò sulle sue ali. Solo il Signore fu la sua guida” (Dt. 32, 10-12).

Fidatevi del Signore, Egli sa.

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