Calice per Corpus Domini: significato, storia e tradizione

Il calice per il Corpus Domini è il vaso sacro usato nella celebrazione dell’Eucaristia per contenere il vino che diventa il Sangue di Cristo, ma il suo significato va oltre la funzione materiale: rappresenta la comunione tra Dio e gli uomini, l’alleanza rinnovata da Gesù e il legame tra il sacrificio eucaristico, la fraternità cristiana e la processione con cui la Chiesa rende pubblica testimonianza della propria fede.

La solennità del Corpus Domini collega il calice alla Pasqua annuale, in particolare al Giovedì Santo, e alla Pasqua settimanale celebrata nell’Eucaristia domenicale. La processione eucaristica non è separata dalla Messa: ne prolunga la celebrazione e porta nello spazio pubblico l’Ostia consacrata, perché il popolo cristiano manifesti la fede e la venerazione verso il Santissimo Sacramento.

Che cosa significa il calice nel Corpus Domini

Il calice sacerdotale è il vaso sacro usato per la celebrazione dell’Eucaristia: in esso si pone il vino che diventa il sangue di Cristo. Il termine deriva dal latino calix, che significa “tazza, coppa”.

Il calice è dunque il simbolo della comunione tra Dio e gli uomini, dell’antica alleanza del Vecchio Testamento che si rinnova e acquista un significato completamente nuovo con il sacrificio di Gesù. Il Suo sangue, offerto per l’espiazione da tutti i peccati, diventa da un lato simbolo dell’obbedienza filiale di Gesù stesso, dall’altro il mezzo per la salvezza di tutti gli uomini.

Con il Pane e con il Vino consacrati a ogni messa quel sacrificio si rinnova, come si rinnova la comunione che vide gli apostoli mangiare e bere all’Ultima Cena, divenendo parte integrante di quel Mistero immenso. È quindi naturale che il calice della comunione debba la sua importanza soprattutto a ciò che è destinato a contenere, il vino che diventa Sangue, ma ha anche un suo valore simbolico intrinseco, in quanto ricorda la coppa usata da Gesù in occasione dell’Ultima Cena.

L’Eucaristia è il suo Corpo e il suo Sangue che sono memoria del suo amore per noi e luogo di comunione con Lui e con i fratelli. Una memoria che chiede comunione; fare comunione al Corpo e al Sangue di Cristo è lasciarsi plasmare la vita dalla sua vita.

Il calice nella Bibbia: comunione, ira e salvezza

Nella Bibbia tre sono le accezioni di calice nel mondo biblico: calice della comunione, calice dell’ira, calice di salvezza.

Il calice della comunione

L’usanza dei popoli orientali di far circolare, durante i pasti, un calice a cui tutti bevono, ne fa un simbolo di comunione. Nei banchetti sacrificali l’uomo è invitato alla mensa di Dio; il calice, che gli viene offerto, traboccante, è il simbolo della sua comunione con il Dio dell’alleanza, che è la porzione dei suoi fedeli.

Se il calice è comunione, esiste la possibilità di bere al calice dei demoni: si parla di esso in relazione al culto idolatrico.

Il calice dell’ira

L’empietà attira l’ira di Dio; per esprimerne gli effetti i profeti riprendono il simbolo del calice, il quale versa il vino che rallegra il cuore dell’uomo, ma il cui abuso porta all’ebbrezza vergognosa.

Una tale ebbrezza è il castigo riservato da Dio agli empi. La loro parte di calice, bevanda di morte, che essi devono bere loro malgrado, è il vino dell’ira di Dio.

Il calice della salvezza

Se l’ira di Dio è riservata ai peccatori ostinati, la conversione permette loro di sfuggirvi. Già nell’Antico Testamento i sacrifici di espiazione esprimono il pentimento del convertito; il sangue delle vittime, raccolto nei calici d’aspersione, veniva versato sull’altare e sul popolo; si rinnovava così l’alleanza tra il popolo purificato e YHWH.

Tali riti prefiguravano il sacrificio in cui l’offerta del sangue di Cristo doveva realizzare l’espiazione perfetta e l’alleanza eterna con Dio. Questo sacrificio è il calice che il Padre dà da bere al suo figlio Gesù; questi l’accetta con obbedienza filiale per salvare gli uomini e lo beve rendendo grazie al Padre in nome di tutti coloro che salva.

Ormai questo calice è il calice della salvezza: esso viene offerto a tutti gli uomini, affinché comunichino con il sangue di Cristo fino a che egli ritorni e benedicano per sempre il Padre che darà loro da bere alla mensa del suo Figlio nel regno.

Calice eucaristico durante Corpus Domini

Il Corpus Domini: origine della solennità

Nel calendario delle tradizioni popolari religiose più sentite certamente il “Corpus Domini” ha avuto un posto di assoluto rilievo. Nello stesso tempo è da richiamare il legame teologico con la Pasqua. Un legame inscindibile con la Pasqua annuale, in particolare con il Giovedì Santo, e con la Pasqua settimanale, la Eucaristia domenicale.

Origine medievale della festa

La festa è sorta in occidente per affermare la presenza reale di Cristo nell’Eucaristia contro le affermazioni eretiche di Berengario di Tours. Il Papa Urbano IV nel 1264 estese la festa a tutta la Chiesa.

Questa origine di carattere apologetico ne ha costituito anche il limite. La sottolineatura della presenza reale ha, in questo contesto celebrativo, messo quasi in secondo piano la globalità del Mistero Eucaristico, il Mistero Pasquale celebrato nella Messa.

Nello stesso tempo è da ricordare come l’Eucaristia, Mistero pasquale, Mistero della fede, non è solo attualizzazione della morte e risurrezione di Cristo, non è solo cibo e bevanda, ma è indicata anche come realtà da adorare. La presenza reale ha origine dalla Messa.

Il calice, la Messa e il Mistero pasquale

La solennità del Corpus Domini ci riporta a quel dono pasquale che è l’Eucaristia per cui tutti i misteri che abbiamo celebrato, dall’Incarnazione alla Pentecoste, sono doni attuali, tangibili, fruibili, che ci incontrano nei nostri oggi.

La realtà dell’Eucaristia, del Corpo e Sangue del Signore Gesù, è il Padre che ancora tanto ama il mondo da dare il suo Figlio, l’Eucaristia è luogo della potenza umile dello Spirito che rende presente la Pasqua di Gesù per impregnarne le nostre vite.

L’Eucaristia ci consegna una memoria viva e costante di ciò che l’amore di Dio ha fatto per noi e, nel consegnarcela, ci riempie di quell’amore stesso. L’Eucaristia è dono di grazia che fiorisce dall’ascolto di Cristo e dal ricordo di Lui.

La comunione non è solo un’esperienza mistica, ma una struttura di relazione. Nella misura in cui l’uomo partecipa, egli si apre alla totalità.

Il calice dell’offerta

L’Eucaristia ci chiede comunione con il Calice del suo Sangue, con il Calice dell’offerta della sua vita! L’Eucaristia ci domanda di essere offerta fino all’estremo, fino alla morte.

L’Eucaristia è il suo sacrificio che ci domanda di offrirci in sacrificio, l’Eucaristia è il banchetto in cui i fratelli si ritrovano con Lui in una comunione radicale per annunziare comunione ad un mondo lacerato da infinite divisioni.

Nel passo dell’Evangelo di Giovanni abbiamo sentito un tratto del discorso eucaristico del sesto capitolo in cui Gesù proclama che “colui che mangia di me vivrà per me” e vivere per Lui non può significare altro che vivere in forza di Lui, destinato a Lui e come Lui.

Pane, Calice e fraternità

L’Eucaristia quella comunione la esprime e produce; la esprime nel pane spezzato che è il Corpo del Cristo spezzato per amore e nel vino versato che è il suo Sangue offerto per noi; la produce con quel Pane e quel Calice condivisi da fratelli che, in quell’assemblea, si riconoscono tali e si lasciano plasmare come tali.

Cristo Gesù che si fa cibo e bevanda esprime e realizza la comunione per cui chi vede un’assemblea eucaristica dovrebbe sempre vedere un’icona vivente dell’amore fraterno e chi esce da un’assemblea eucaristica dovrebbe sempre essere un uomo convinto di fraternità, un uomo deciso a lottare per essa, a lottare contro i propri egoismi e le proprie meschinità e mediocrità.

La solennità di oggi ci ricorda che il “Corpus Domini” è anche la Chiesa di Cristo, fratelli concreti radunati dall’amore e uniti nella condivisione di quel Pane e di quel Calice santissimi.

La processione del Corpus Domini

La stessa processione accompagnata da forti segni esteriori, non può essere isolata dalla realtà del Mistero Eucaristico. La processione Eucaristica, vissuta nel giorno del Corpus Domini, è illustrata nel suo valore teologico e nella sua lettura dal Direttorio su pietà popolare e Liturgia con chiare indicazioni.

La processione nella solennità del Corpo e Sangue di Cristo è, per così dire, la “forma tipo” delle processioni eucaristiche. Essa infatti prolunga la celebrazione dell’Eucaristia: subito dopo la Messa, l’Ostia, che in essa è stata consacrata, viene portata fuori dall’aula ecclesiale perché il popolo cristiano «renda pubblica testimonianza di fede e di venerazione verso il santissimo Sacramento».

I fedeli comprendono e amano i valori insiti nella processione del Corpus Domini: essi si sentono “popolo di Dio” che cammina con il suo Signore proclamando la fede in lui, divenuto veramente il “Dio-con-noi”.

Segni, addobbi e tradizioni popolari

È necessario tuttavia che nelle processioni eucaristiche siano osservate le norme che ne regolano lo svolgimento, in particolare quelle che ne garantiscono la dignità e la riverenza dovuta al santissimo Sacramento.

È pure necessario che gli elementi tipici della pietà popolare, come l’addobbo delle vie e delle finestre, l’omaggio dei fiori, gli altari dove verrà collocato il Santissimo nelle soste del percorso, i canti e le preghiere, «portino tutti a manifestare la loro fede in Cristo, unicamente intenti alla lode del Signore» e alieni da forme di competizione.

Processione eucaristica per le vie

I tempi sono cambiati anche rispetto alle manifestazioni esteriori di fede. La stessa processione del Corpus Domini, un tempo attesa e vissuta intensamente nelle comunità cristiane, può sembrare in difficoltà ed in qualche comunità lo è.

In molte altre è ancora espressione di fede vera ed autentica, sia pure accompagnata da segni che possono sembrare, ad una visione affrettata, superati. Conservare e trasmettere i segni religiosi del passato, dando loro significato di fede profonda, presentando il significato teologico ed inserendoli in una dimensione cristiana comunitaria e continua, è un impegno non facile.

Va comunque sempre ricordato che sono segni. I segni valgono in relazione alla realtà che manifestano.

Come è fatto un calice liturgico

Il calice si compone prevalentemente di tre parti: il piede, il fusto con il nodo e la coppa. Di solito ha forma di coppa sostenuta da uno stelo ornato da un nodo, poggiato su una base circolare.

Il piede può essere rotondo poligonale o mistilineo e deve essere ampio in modo tale da garantire la massima stabilità al calice. Ecco perché il suo diametro deve superare quello della coppa.

Il fusto può avere diverse lunghezze, ma di solito è proporzionato agli altri elementi. È interrotto da un nodo, un elemento sia decorativo, sia destinato ad aiutare il sacerdote nel maneggiare il calice durante la consacrazione.

Il nodo non deve essere troppo voluminoso e l’ornato deve facilitare l’uso del calice. È importante ricordare che il sacerdote, dopo la consacrazione mentre distribuisce il Corpo di Cristo, non è libero nei movimenti poiché ha il pollice e l’indice uniti.

Anche la forma della coppa deve tener conto di ciò per cui è destinata. Non deve essere troppo profonda, e deve allargarsi un po’ nella parte alta, dove il sacerdote poserà le labbra.

Infine la coppa si allarga verso il labbro senza essere troppo stretta e profonda in modo tale da rendere più agevole l’uso e il maneggiamento del calice.

Il significato simbolico delle tre parti

Non credo che sia azzardato leggere nelle tre parti una precisa simbologia: la base rappresenta l’elemento terrestre, la solidità, la stabilità, la carne; la coppa invece è propriamente il luogo dove si versa il vino, è il luogo del miracolo, rappresenta quindi la Grazia, il cielo, lo spirito, il trascendente.

Più importante di tutti è il terzo elemento che li congiunge: come un nodo che lega indissolubilmente il cielo alla terra, che rappresenta quindi l’Incarnazione, o addirittura, quando è in forma di anello, un anello nuziale, un matrimonio come quello annunciato nel libro dell’Apocalisse e raffigurato sacramentalmente nel Matrimonio.

Le misure del calice sacerdotale

Il calice sacerdotale deve avere delle misure precise, definite dalla Visita Apostolica di Roma del 1904: deve essere alto non meno di 16 cm, ma non deve mai superare i 28 cm.

Una buona media per un calice di uso comune è intorno ai 22 cm di altezza, con una coppa che abbia un diametro di 25 cm, almeno secondo San Carlo Borromeo. I calici realizzati con particolare cura artistica possono invece essere alti fino a 27 cm e la coppa può avere una circonferenza di 32 cm.

I calici da viaggio, così come i calici missionari, possono essere un po’ più piccoli, visto che devono essere trasportati agevolmente. In questo caso si può scendere a 15 cm di altezza.

TipologiaMisure o caratteristiche
Calice di uso comuneIntorno ai 22 cm di altezza
Limite ordinarioNon meno di 16 cm e non oltre 28 cm
Calice di particolare cura artisticaFino a 27 cm di altezza
Calice da viaggio o missionarioSi può scendere a 15 cm di altezza

I materiali del calice per il Corpus Domini

La Chiesa delle origini utilizzò calici e coppe di uso comune, quindi in vetro, ma presto si iniziò a creare calici per la messa finemente decorati con simboli cristiani, e soprattutto a utilizzare per la loro realizzazione materiali preziosi, come l’oro, l’argento, l’agata, l’onice, il marmo, etc.

Inizialmente la chiesa si servì di comuni calici di vetro anche se ben presto, come ci ha raccontato Tertulliano, iniziò a ornarli con materiali solenni e con simboli cristiani. Vennero quindi creati calici per la messa in metallo o con pietre preziose: oro, argento, onice, agata, sardonica, marmo e molti altri.

Nel primo Medioevo si tornò a utilizzare metalli meno nobili, oltre a pietra, corno e legno. In un secondo momento, a causa delle invasioni barbariche che portarono a ridurre la produzione di opere d’arte e di ricchezze, si iniziarono ad usare metalli meno nobili, come ferro e piombo, e alcune pietre comuni, come il corno d’animale e il legno.

Le norme liturgiche

Le norme liturgiche esigono che almeno la coppa del calice sia in metallo prezioso, oro o argento e che, comunque, l’interno sia sempre dorato.

Oggi non è possibile utilizzare qualunque tipo di materiale che non sia nobile, facile alla corrosione e a rischio di facili fratture per realizzare la coppa del calice. Non è possibile dunque usare materiali come la creta, il bronzo, il vetro e il legno.

Viene accettato l’ottone, che non è nobile, ma è resistente, e non si rompe facilmente, purché la doratura interna venga sostituita quando interviene l’ossidazione.

È invece indifferente con quale metallo vengono realizzati il fusto, il nodo e il piede. Molto diffuso lo stagno, che ha il vantaggio di essere molto economico e resistente.

Questo perché essa è destinata a venire a contatto col Sangue o col Corpo di Cristo. Per le altre parti del calice, il fusto, il nodo e il piede, si può usare qualunque altro metallo.

L’evoluzione storica del calice

Dalle origini al Medioevo

Il calice fu utilizzato fin dai primi tempi del Cristianesimo per consacrare il vino durante la liturgia; poiché i primi luoghi di culto furono ambienti comuni in case private, la sua origine fu certamente legata all’ordinaria suppellettile domestica, senza particolari prescrizioni riguardo alla materia o alla forma.

Il calice sacerdotale è il vaso sacro usato durante l’Eucarestia per offrire e consacrare il vino della Santa Messa. La parola calix veniva usata per indicare il comune bicchiere e fin dal principio i cristiani decisero di usare questo termine per indicare la coppa usata per compiere il Sacrificio divino.

Non esistono calici di sicuro uso liturgico anteriori al VI secolo. Il calice del diacono Orso, in argento, proveniente dalla Parrocchia di Lamon, è il più antico conosciuto in Occidente ed è conservato presso il Museo Diocesano d’Arte Sacra di Feltre.

Tra le testimonianze del VI secolo rientrano anche i Calici del Tesoro di Canoscio, composto di 25 oggetti di suppellettile liturgica, e i Calici del Tesoro di Galognano, un raro corredo eucaristico in argento formato da quattro calici, una patena e un cucchiaio eucaristico.

Le classificazioni antiche

Il Liber Pontificalis cita molti esempi di calice sotto la duplice terminologia di calices e scyphi, relativi alle diverse funzioni di vasi per la consacrazione del vino, per la distribuzione dell’Eucarestia o anche semplici arredi santuari votivi.

  • Maiores o minores: in base alle dimensioni.
  • Sacri o sancti: riservati alla consacrazione.
  • Ministeriales: per la somministrazione del sacramento ai fedeli.
  • Offertorii: per l’offerta del vino da consacrare.
  • Quotidiani: per l’uso giornaliero non festivo.
  • Stationales: per le funzioni dei riti stazionali.
  • Ad baptismum: destinati ai riti dei neofiti.
  • Pendentiles o appensorii: oggetti votivi da appendere alla pergula aventi solo funzione decorativa.

Nel XII e XIII secolo sono documentati il calice ad communicandos infirmos, per la comunione dei malati; il calice viaticus, di piccole dimensioni, da usare in viaggio; il calice funerarius, oggetto simbolico da mettere nella tomba dei sacerdoti.

Dopo il Mille

Questa varietà, mantenutasi nel corso del primo millennio, era giustificata da esigenze rituali e liturgiche e soprattutto dall’uso della comunione sotto le due specie del pane e del vino.

Dopo il Mille, in seguito alla semplificazione del rito e al graduale disuso della somministrazione del vino ai fedeli, la forma del calice divenne più essenziale, raggiungendo la definitiva morfologia caratterizzata da tre elementi, coppa, fusto e base, verso la fine del XIII secolo.

I calici del periodo romanico si presentano a coppa larga e poco profonda, quasi semisferica, poggiante direttamente sul nodo in cui s’innestava la base a campanula rovesciata.

In età gotica la forma del calice si allungò, la coppa divenne meno ampia, mentre il fusto è arricchito da decorazioni di tipo architettonico, con nodo poligonale, poggiava sul piede polilobo con nielli e smalti; questo stile proseguì fino al XV secolo.

Dal Rinascimento all’età contemporanea

Nel XVI secolo si affermò una tipologia più semplice, con coppa svasata, fusto ovoidale e base circolare, secondo proporzioni che si mantennero fino al XIX secolo.

La decorazione si stabilizzò su modelli decorativi tardo rinascimentali, cui si aggiunsero in seguito i simboli della Passione.

Nel XIX secolo, il calice presenta linee generalmente ulteriormente semplificate con elementi decorativi neogotici o barocchi, col predominio d’elementi decorativi simbolici che ricordano l’Eucaristia o la Passione.

Il calice sacerdotale moderno ha la forma di coppa svasata, ed è composto da tre parti: il piede, il fusto e la coppa. Le sue linee sono state ulteriormente semplificate, gli elementi decorativi rimangono quelli neogotici o barocchi, soprattutto simboli che ricordano l’Eucaristia e la Passione.

Tipologie particolari di calice

  • Calice ansato: è un calice di grandi dimensioni, fornito di manici ad anse, già documentato nel VI secolo, ebbe la massima diffusione in età carolingia.
  • Calice con campanelli: calice decorato con campanelli pendenti dalla coppa o dal sottocoppa, caratteristico d’aree culturali d’influenza iberica.
  • Calice da pregustazione: calice di piccole dimensioni, eventualmente con anse e coperchio, utilizzato per assaggiare il vino prima della Messa pontificale.
  • Calice del missionario: calice di piccole dimensioni, per essere portato facilmente dal missionario nello svolgimento del proprio apostolato.
  • Calice del seminarista: calice generalmente non consacrato, utilizzato dai seminaristi per imparare a celebrare la Messa.
  • Calice funerario: piccolo e leggero, generalmente in legno, piombo e stagno, privo di doratura interna, che anticamente era posto nelle tombe dei sacerdoti.
  • Calice papale: rara tipologia di calice riservato alla liturgia papale e caratterizzato dal coperchio.
  • Calice purificatorio: in uso dal XIII al XVII secolo per somministrare vino non consacrato ai fedeli che si erano comunicati.
  • Calice viatorio: di piccole dimensioni, talora smontabile, usato per le celebrazioni eucaristiche durante i viaggi.

Il calice nell’arte sacra

L’immagine del calice ha influenzato per secoli la rappresentazione artistica del mistero. Nei mosaici bizantini, esso brilla come una costellazione sospesa tra cielo e terra; nei trittici fiamminghi, la sua trasparenza diventa specchio della purezza interiore; nei dipinti preraffaelliti, il calice si carica di simbolismi cavallereschi e mistici, fino a confondersi con la leggenda del Graal.

L’arte medievale tendeva a descrivere il calice come “ombelico del mondo liturgico”: la parte centrale del rito dove convergono luce, suono e parola. I materiali non erano scelti solo per la loro ricchezza, ma per la loro capacità di riflettere la luce spirituale.

  • L’oro, secondo la tradizione patristica, simboleggia l’incorruttibilità dell’amore divino.
  • L’argento rappresenta la purezza dell’anima.
  • Il cristallo richiama la trasparenza della fede.

La proporzione del calice segue regole che derivano dalla geometria sacra:

  • la base circolare rappresenta la Terra;
  • lo stelo rappresenta l’asse del sacrificio e dell’elevazione;
  • la coppa rappresenta il cielo e la receptio del divino.

Ogni proporzione, ogni curva, è concepita per evocare una armonia cosmica che, secondo le teorie di Luca Pacioli e di Leonardo da Vinci, riflette le stesse leggi del corpo umano e dell’universo.

Il calice, dunque, è l’architettura della comunione, una cattedrale miniaturizzata che racchiude nella sua forma la totalità della fede.

Il calice come rapporto tra cielo e terra

Partiamo dall’inizio. Normalmente i calici sono composti di tre elementi: una base che si eleva verso l’alto, un coppa, che è quella in cui si versa il vino, sostenuta dalla base e un anello, o un nodo, come elemento di congiunzione tra la base e la coppa.

Il calice, così, non è un semplice oggetto d’uso: è una formula geometrica vivente, un modo in cui l’uomo, attraverso l’atto estetico, tenta di riconfigurare la vicinanza con l’assoluto.

Le proporzioni sacre hanno un duplice valore:

  • simbolico, perché rappresentano l’ordine universale nel linguaggio umano;
  • esperienziale, perché generano un’emozione che guida la mente verso la contemplazione.

Nel gesto della comunione, il corpo umano entra in rapporto con queste proporzioni: le mani che ricevono, il calice che si solleva, il respiro che accompagna la parola sacra.

Il calice di Antiochia

Tra i reperti più misteriosi della cristianità antica si trova il cosiddetto Calice di Antiochia, ritrovato in Siria all’inizio del XX secolo. Per lungo tempo fu ritenuto il leggendario Sacro Graal, il calice dell’Ultima Cena.

L’opera, di raffinata fattura argentea, è costituita da due coppe concentriche: una interna liscia, destinata a contenere il liquido, e una esterna traforata con motivi cristologici e viticci.

Gli studiosi del Metropolitan Museum hanno dimostrato che si tratta di un oggetto liturgico bizantino, probabilmente usato in cerimonie pasquali. Eppure, la sua costruzione “in doppio corpo” continua a suscitare interpretazioni simboliche: materia e spirito, contenuto e contenitore, visibile e invisibile.

Nel suo equilibrio armonico, il Calice di Antiochia racchiude l’intero senso della proporzione sacra: ogni sua parte vive solo in virtù dell’altra, come nella comunione l’individuo trova senso solo nell’unità.

Calice di Antiochia in argento

Il calice di Niccolò IV e altri esempi storici

Fra gli esempi di maggior rilievo storico-artistico si ricordano il Calice ansato dell’XI secolo, in onice, argento dorato e gemme, conservato presso il Museo di San Marco di Venezia, e il Calice purificatorio del XIII secolo, conservato ad Assisi presso la Chiesa di San Damiano.

Il Calice di Niccolò IV, realizzato intorno al 1290 da Guccio di Mannaia, è in argento dorato, cesellato con smalti, ed è conservato presso il Museo del Tesoro della Basilica di San Francesco di Assisi.

Si ricordano inoltre un calice del XIV secolo, in rame dorato, smalti e avorio, di bottega francese, conservato presso il Museo del Duomo di Milano; un calice del XVIII secolo, in oro, argento, smalti e pietre preziose, di bottega tedesca di Lubecca, conservato presso il Museo Poldi Pezzoli di Milano; e un calice del 1695, in argento sbalzato, filigrana d’argento, rame dorato e corallo, realizzato da Francesco Lo Iacono e conservato presso il Museo Diocesano di Monreale.

Tra gli esempi più recenti figurano il Calice del vescovo Domenico Diez de Aux del 1726, in oro, di bottega messinese, conservato presso il Museo Diocesano e del Tesoro della Cattedrale di Gerace, e il Calice di papa Pio IX del 1849, in oro, di Giuseppe Valadier, conservato presso il Museo del Tesoro di San Gennaro di Napoli.

Gli stili del calice sacerdotale

I calici sacerdotali possono essere suddivisi in quattro tipologie, a seconda dello stile con cui sono realizzati:

  • stile barocco;
  • stile neoclassico;
  • stile medievale;
  • stile semplice.

Il calice barocco deriva dai calici ottocenteschi, cesellati con cura e spesso decorati con testine di angelo e altri ornamenti molto ricchi. La sua altezza varia tra i 27 e i 30 cm.

Il calice neoclassico si ispira ai modelli neoclassici, con decori lineari e poco elaborati. La sua altezza è compresa tra 25 e 27 cm.

Il calice medioevale richiama l’arte gotica, con cesellature complesse, incisioni, lavori a sbalzo, bassorilievi. La sua altezza è di circa 25 cm.

Il calice semplice è il più moderno, dalle linee sobrie e snelle, ma, in compenso, ricco di incisioni. La sua altezza è compresa tra 25 e 28 cm.

Gli accessori liturgici collegati al calice

Accanto al calice della comunione c’è per esempio la pisside, il calice per ostie, che dovrà contenere le particole consacrate; le ampolline per celebrazione, solitamente di vetro, che contengono l’acqua e il vino prima che vengano versati; la patena, ovvero il piattino su cui il sacerdote posa l’ostia più grande durante la Consacrazione.

Ci sono anche elementi in tessuto, ugualmente importanti per la cerimonia, come il corporale, ovvero la tovaglietta quadrata inamidata stesa sull’altare per ricevere il Corpo di Cristo; la palla, il copri calice sacerdotale, costituito da un quadratino di stoffa inamidato; il purificatoio, fazzoletto utilizzato per tergere il calice e la patena dopo la comunione; il manutergio, usato dal ministro come asciugamano.

Corporale, palla, purificatoio e manutergio

Il corporale altro non è che un panno quadrato e rigido che può essere confezionato in tanti tessuti anche se quello più comune è la tela di lino inamidato. Questo accessorio viene usato ripiegato durante la messa per coprire il calice.

Al momento dell’Offertorio viene disteso sull’altare e su di sé vengono appoggiati la patena e il calice dell’Eucarestia. Il suo nome, corporale, deriva dalla sua funzione: accogliere e sostenere il Corpo di Cristo.

La palla, anche chiamata animetta, è un quadrato di stoffa solitamente di colore bianco. In genere viene inamidata ma in alcuni casi può essere sia morbida che dura.

La sua funzione è quella di coprire il calice, sopra il quale viene posizionato anche il corporale e la patena. Così facendo si impedisce alla polvere e agli insetti di contaminare il contenuto prima della Consacrazione.

Il manutergio è un asciugamano di colore bianco rettangolare che può essere di varie dimensioni. Questo accessorio viene usato dal sacerdote prima della messa e durante l’Offertorio per la lavanda delle mani.

Il purificatoio è un rettangolo di stoffa che, anche in questo caso, possiamo trovare di varie dimensioni. La sua funzione è quella di pulire la patena durante la celebrazione liturgica, prima di appoggiare l’ostia, pulire il calice prima di riempirlo e asciugarlo dopo la comunione.

Il sacerdote lo utilizza anche per asciugarsi le labbra dopo aver bevuto.

Il valore della comunione nel Corpus Domini

Secondo l’Enciclopedia Treccani, la parola “comunione” deriva dal latino communio, ovvero “partecipazione”, “mettere in comune”: un significato che attraversa secoli di storia, filosofia e teologia, e che ancora oggi mantiene una valenza universale.

Se il calice rappresenta il contenitore del sacro, la comunione ne è la realizzazione vivente. L’atto di ricevere il pane e il vino è fondamentalmente un atto di condivisione ontologica, un gesto che supera il piano rituale per diventare metafora della solidarietà metafisica fra tutti gli esseri.

In questo senso, il rito della comunione crea un spazio estetico sacro, dove il tempo lineare si sospende: la bellezza diventa veicolo della presenza, e la proporzione tra gesto e materia fa emergere un’esperienza di armonia.

Oggi, nell’epoca dell’individualismo e della frammentazione, il simbolo della comunione ritrova una forza sorprendente: è il paradigma dell’unità perduta. Ogni partecipazione al calice rinnova la possibilità di ricomporre il molteplice nel cuore dell’uno.

Il calice come segno di una Chiesa in cammino

L’Eucaristia è il suo Corpo e il suo Sangue che sono memoria del suo amore per noi e luogo di comunione con Lui e con i fratelli. Una memoria che chiede comunione; fare comunione al Corpo e al Sangue di Cristo è lasciarsi plasmare la vita dalla sua vita.

Un Pane ed un Calice che però non sono a basso prezzo, né sono realtà banalmente consolatorie, ma sono Cristo, sono Cristo che ci chiede accesso per farci suo Corpo ancora visibile al mondo in questo oggi storico, suo Corpo che prolunga la sua azione di raccontare Dio alla storia, di raccontarlo come Evangelo di pace e di salvezza, come Evangelo di comunione.

Chi celebra l’Eucaristia deve avere sempre nel cuore e sullo sfondo del suo orizzonte di vita il “mandatum novum” che Gesù ha consegnato ai suoi nella sua ultima sera con loro: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri”.

L’Eucaristia è casa della fraternità ed è fonte di fraternità. L’Eucaristia ci fa convinti di fraternità se la celebriamo davvero e non ne facciamo un rito “religioso” ed “indolore”, un rito che addirittura neutralizza la forza dell’Evangelo dandoci una generica rassicurazione di tipo religioso e cultuale.

E la parola “sine dominico” esprime non solo l’Eucaristia in sé che è il Corpo ed il Sangue del Signore ma assieme all’assemblea e alla comunione fraterna che in essa si vive. Senza i surrogati si può vivere non senza la vera Eucaristia.

Orvieto - La solenne Processione del Corpus Domini

Preparazione del calice nella celebrazione

Prima della celebrazione eucaristica il calice va preparato, predisponendo sopra alcuni oggetti liturgici e biancheria sacra, nel seguente ordine:

  1. purificatoio;
  2. patena con l’ostia;
  3. palla;
  4. corporale.

Il calice può essere consacrato con l’apposita benedizione riportata dal Benedizionale. Il calice è dissacrato se subisce lesioni tali da modificarne la forma, o se è stato adibito a usi profani.

Il calice nella leggenda del Santo Graal

Nel Medioevo nacquero molte leggende legate al calice utilizzato da Gesù nell’Ultima Cena. Con il nome di Santo Graal è al centro di vicende che coinvolgono principi e cavalieri, crociati e templari.

È quindi naturale che il calice della comunione debba la sua importanza soprattutto a ciò che è destinato a contenere, il vino che diventa Sangue, ma ha anche un suo valore simbolico intrinseco, in quanto ricorda la coppa usata da Gesù in occasione dell’Ultima Cena, quel Sacro Graal protagonista di tante leggende e storie meravigliose, tramandate nel corso dei secoli.

Tradizione e significato oggi

Conservare e trasmettere i segni religiosi del passato, dando loro significato di fede profonda, presentando il significato teologico ed inserendoli in una dimensione cristiana comunitaria e continua, è un impegno non facile.

La devozione eucaristica deve tuttavia essere educata a cogliere due realtà di fondo: che supremo punto di riferimento della pietà eucaristica è la Pasqua del Signore e che ogni forma di devozione eucaristica ha un intrinseco riferimento al Sacrifico eucaristico, o perché dispone alla sua celebrazione o perché prolunga gli orientamenti cultuali ed esistenziali da essa suscitati.

Perciò il Rituale Romano ammonisce: «I fedeli, quando venerano Cristo presente nel Sacramento, ricordino che questa presenza deriva dal Sacrificio e tende alla comunione sacramentale e spirituale».

In un tempo segnato dall’eccesso e dal rumore, il calice e la comunione ricordano che il sacro perfetto non è nella quantità, ma nell’equilibrio: nel gesto ponderato, nella curva di una coppa, nel silenzio tra un respiro e l’altro.

Il calice e la comunione rimangono così le due metà inseparabili della stessa bellezza: quella che unisce, che misura, che illumina - la bellezza come intelligenza e l’armonia come conoscenza.

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