Biografia di San Pio X: Giuseppe Melchiorre Sarto, sacerdote, vescovo e papa

San Pio X, al secolo Giuseppe Melchiorre Sarto, nacque a Riese, nella diocesi di Treviso, il 2 giugno 1835 e morì a Roma il 20 agosto 1914. Fu il 257º vescovo di Roma e papa dal 1903 alla morte, dopo essere stato cappellano, parroco, canonico a Treviso, vescovo di Mantova e patriarca di Venezia.

La sua formazione fu esclusivamente pastorale: non ebbe alcun impegno presso la Curia né nell’attività diplomatica della Santa Sede. Eletto pontefice il 4 agosto 1903, scelse come programma il motto Instaurare omnia in Christo, promuovendo la catechesi, la partecipazione all’Eucaristia, la riforma della liturgia, il canto gregoriano, la preparazione dei sacerdoti, la riforma della Curia romana e l’avvio della codificazione del diritto canonico.

Origini familiari e infanzia a Riese

Giuseppe Melchiorre Sarto nacque a Riese, diocesi di Treviso, il 2 giugno 1835, da Giovanni Battista e Margherita Sanson, secondogenito di dieci tra fratelli e sorelle. Il padre Giovanni Battista Sarto era fattore e la madre Margherita Sanson sarta.

I Sarto sono approdati a Riese solo nella seconda metà del Settecento: per la precisione, si sistemarono a Riese nel 1763, provenendo dalla limitrofa comunità di Castello di Godego, situata in provincia e diocesi di Treviso. Questo ramo, direttamente collegato in quanto ad appartenenza a Giuseppe Sarto, il papa Pio X, si è estinto nel 1930.

Nacque in una famiglia del popolo, povera ma non misera, almeno nei primi tempi. Dimostrò subito una spiccata intelligenza che gli fece percorrere con successo la formazione scolastica primaria ed emergere l’opportunità che proseguisse gli studi.

Fu il primo Papa della storia contemporanea a provenire dal ceto contadino. Saranno stati tanti i pensieri del piccolo Giuseppe Sarto, quando percorreva a piedi, spesso scalzo, la strada che separava la sua casa a Riese, in Veneto, dalla scuola a Castelfranco ma mai avrebbe immaginato che un giorno avrebbe varcato il soglio di Pietro.

La sua vocazione al sacerdozio maturò in famiglia, ma dovette fare i conti con la scarsità di risorse economiche che gli avrebbe precluso l’iscrizione al seminario. Intervenne il patriarca di Venezia, Jacopo Monico, anche lui riesino, che mise a disposizione una borsa di studio presso il seminario di Padova.

Alla morte del padre, avrebbe potuto prendere il suo posto di lavoro al Municipio: aveva 17 anni. La madre lo aiutò a seguire la sua vocazione, lavorando lei, notte giorno, per sbarcare il lunario.

Un amore e una fermezza che non deve aver dimenticato Giuseppe Sarto. Amava studiare, godeva di ottima salute, era bonario e insieme tenace, e la sua vita ricca di opere di carità.

La formazione nel seminario di Padova

Dopo gli studi ginnasiali a Castelfranco Veneto, vinse una borsa di studio per un posto gratuito nel seminario di Padova, dove frequentò le scuole fino al sacerdozio, con ottimi risultati.

Anche qui, nel percorso durato otto anni, seppe distinguersi per rendimento scolastico, fu quasi sempre il primo del suo corso, e per comportamento. Ricevette la tonsura nel 1850 ed entrò nel seminario di Padova.

Qui chiese di frequentare il corso teologico universitario e non quello diocesano. La richiesta era legata al desiderio di poter studiare le lingue orientali, ma quando il Vescovo di Treviso dispose diversamente, senza recriminazioni, ne accettò la decisione.

Fu segnato da quegli anni anche dalla precoce morte del papà, che comportò per la famiglia la caduta nell’indigenza. Trovò nella mamma Margherita la principale sostenitrice nel continuare il cammino verso il sacerdozio, nonostante gravasse su di lui il compito di capo famiglia.

Per anni Giuseppe Sarto dovette trovare la modalità per mantenere mamma e fratelli, cosa che riuscì a fare, con rinunce e difficoltà, ma senza mai tirarsi indietro quando si trattava di aiutare persone bisognose.

Dedicò anche molto tempo alla musica sacra, attività che lo accompagnò tutta la vita.

L’ordinazione sacerdotale

Fu ordinato prete il 18 settembre 1858 e fu impegnato in attività pastorale per diciassette anni, prima come vicario a Tombolo e poi come parroco a Salzano.

Venne consacrato sacerdote il 18 settembre 1858 dal Beato Antonio Farina, vescovo di Treviso, nel duomo di Castelfranco Veneto. L’ordinazione presbiterale avvenne a Castelfranco Veneto il 18 settembre 1858 da mons. Giovanni Antonio Farina.

EventoDataLuogo o autorità
Nascita2 giugno 1835Riese
Ordinazione sacerdotale18 settembre 1858Castelfranco Veneto
Nomina a vescovo di Mantova10 novembre 1884Leone XIII
Creazione a cardinale12 giugno 1893Leone XIII
Elezione al pontificato4 agosto 1903Conclave del 1903
Morte20 agosto 1914Roma
Beatificazione3 giugno 1951Papa Pio XII
Canonizzazione29 maggio 1954Papa Pio XII, Basilica Vaticana

Cappellano a Tombolo

Il primo incarico non fu dei più ambiti: cappellano a Tombolo, in provincia di Padova ma ai confini della diocesi di Treviso, paese di mediatori.

Come cappellano fu destinato a Tombolo, una parrocchia in provincia di Padova posta ai confini della diocesi di Treviso, a pochi chilometri dalla città turrita di Cittadella, la prima comunità della diocesi di Padova.

La chiesa parrocchiale, dedicata a S. Andrea apostolo, richiamava fedeli che vivevano in un territorio economicamente e politicamente controllato dal conte Giovanni Cittadella. Gli abitanti di Tombolo erano nella stragrande maggioranza sensali.

Qui trovò come parroco don Antonio Costantini, che in don Giuseppe Sarto trovò un validissimo coadiutore soprattutto negli anni in cui dovette affrontare una lunga malattia.

“Se qualcosa io sono lo devo tutto a don Costantini” ebbe a dire il cardinale Sarto, sottolineando l’importanza di questa esperienza, a cavallo con l’annessione del Veneto al Regno d’Italia.

Parroco a Salzano

Dopo nove anni venne scelto per guidare la parrocchia di Salzano, nel Veneziano. Fece il suo ingresso senza alcun festeggiamento esteriore nella parrocchia di S. Bartolomeo di Salzano la sera del 13 luglio 1867, di sabato.

La sua venuta non era gradita da parte della popolazione e dei maggiorenti del luogo, a capo dei quali si segnalarono i pubblici amministratori ed i fabbricieri, abituati a parroci di grande esperienza e di fama.

L’arrivo di un cappellano da Tombolo, poco conosciuto in diocesi, all’inizio fece storcere un po’ il naso ad una comunità abituata a sacerdoti di chiara fama e cultura. Ma presto dovettero ricredersi.

Come arciprete non solo si fece amare da tutti anche per il suo impegno in circostanze calamitose, come l’epidemia del mortale colera, e per la sua carità, ma anche per il suo profondo coinvolgimento nella vita civile.

Qui fu anche direttore didattico e presidente del locale ospedale civile. Una testimonianza popolare lo ricorda con le parole: “xe rivà co la veste sbrisa, xe partio senza camisa”, cioè “è arrivato con la veste lacera, è ripartito senza la camicia”.

Una delle sue maggiori preoccupazioni fu la liturgia, avviando anche una scuola di canto. L’altra sua preoccupazione fu la catechesi.

Preparò per i suoi parrocchiani un catechismo con moltissime domande e risposte, con immagini desunte dal mondo contadino e di facile comprensione, che poi continuò a migliorare.

Qui cominciò a redigere l’opera per cui è conosciuto in tutto il mondo, quel Catechismo sulle cui domande e risposte si formarono generazioni di cattolici, uno strumento formidabile per l’istruzione della gente semplice.

Canonico a Treviso

Aveva quasi quaranta anni e mezzo quando sedette a Treviso sul suo stallo canonicale nella prima domenica di Avvento, il 28 novembre 1875.

Nel novembre 1875 fu nominato canonico e nello stesso tempo ricoprì i ruoli di cancelliere vescovile, direttore spirituale del seminario di Treviso e insegnante di religione nel liceo vescovile.

Chiamato dal vescovo Zinelli, svolse una attività fra cattedrale, la curia ed il seminario, ma non mancò di impegnarsi anche sul fronte del Movimento Cattolico trevigiano.

Divenne canonico della cattedrale della diocesi e cancelliere vescovile, di fatto il “notaio” della diocesi. Qui mise in luce la sua preparazione circa il diritto canonico e seppe muoversi con tatto nei rapporti con l’autorità civile, evitando quelle contrapposizioni che caratterizzavano i rapporti tra Chiesa e Stato in Italia.

Le sue doti di oratore lo resero noto in tutta la zona, dove veniva spesso invitato a predicare. Dimostrava inoltre una buona conoscenza del diritto canonico.

Divenne poi anche vicario generale capitolare. Servì tre vescovi: con il primo, mons. Zinelli, ebbe un rapporto filiale nel vero senso della parola, arrivando durante la sua malattia a reggere di fatto la diocesi; con il secondo, Giuseppe Callegari, instaurò un rapporto di amicizia e collaborazione che si prolungò nel tempo; con il terzo, mons. Apollonio, arrivò la promozione a vescovo di Mantova nel 1884.

Se a Tombolo imparò a fare il parroco, a Treviso imparò a fare il vescovo.

Vescovo di Mantova

Nel settembre 1884 fu nominato vescovo di Mantova, una diocesi particolarmente difficile, data la presenza di movimenti di base ostili alla Chiesa e anche di preti poco favorevoli alla conservazione del potere temporale.

Cinque mesi più tardi, il 18 aprile 1885, fece il suo ingresso nella diocesi di Mantova: una diocesi “difficile”, che Gianpaolo Romanato ha definito “una diocesi alla deriva”.

Alla guida di questa diocesi avevano già fallito due vescovi intransigenti: mons. Pietro Rota fra il 1871 ed il 1879, e mons. Giovanni Maria Berengo fra il 1879 ed il 1884.

Da Roma si era sperato di trovare rimedio a quella situazione con la nomina di alcuni vescovi che, con la loro intransigenza, avevano finito per complicare ulteriormente le cose. Giuseppe Sarto prese possesso della diocesi nell’aprile 1885.

Era una diocesi ormai alla deriva, tanto che Leone XIII considerò Sarto l’ultima carta da giocare prima di prendere seri provvedimenti.

Qui dimostrò ulteriormente le sue doti di pastore, senza però trascurare il lavoro sociale. Fece rinascere la diocesi, riaprì il seminario, prestò grande attenzione alla promozione sociale.

Furono anche gli anni in cui iniziò ad essere protagonista di quel movimento cattolico da cui fiorirono molte opere anche nell’ambito economico.

Nei confronti dello Stato italiano, seguì la linea intransigente espressa dall’Opera dei congressi, l’organizzazione cattolica nata nel 1874, e dal suo presidente, il conte Paganuzzi, di cui condivideva l’atteggiamento ostile verso lo Stato e il conseguente rifiuto dei cattolici liberali.

Ma nello stesso tempo volle presentarsi come uomo di pace e di dialogo. Scrisse infatti al sindaco di Mantova, prima di farvi l’ingresso: «Assicuro la SV. Ill.ma che nel campo d’azione contribuirò in tutti i modi per mantenere il pacifico accordo, disposto, se pur fosse d’uopo, ad ogni onesto sacrificio per evitare il più piccolo dissapore […] non solo confido che non mi mancherà l’appoggio per l’esercizio delle prerogative di cittadino e di Vescovo, ma colla benevolenza e coll’opera di tutti vedrò prosperare la mia missione».

Nella sua azione non avrebbe rinunciato né alle sue idee intransigenti né al profondo senso della sua dignità e del suo ruolo di vescovo; ma nello stesso tempo avrebbe evitato di dare l’impressione di prestare eccessiva attenzione ai problemi politici, dedicandosi in primo luogo alla riorganizzazione dell’azione pastorale.

Agiva con la costante preoccupazione per l’unità dei cattolici in tutti gli ambiti.

Patriarca di Venezia e cardinale

Nel giugno 1893 fu eletto cardinale e inviato come patriarca a Venezia, dove entrò nel novembre 1894. Fu creato cardinale il 12 giugno 1893 da Leone XIII e ricevette l’elevazione a Patriarca il 15 giugno 1893.

Le attese che intercorsero tra la nomina e l’ingresso in diocesi, sia a Mantova sia a Venezia, dipesero dalla difficoltà a ottenere l’«exequatur», cioè l’autorizzazione a prendere possesso della diocesi, da parte del governo italiano.

Senza l’exequatur era praticamente impossibile fare l’ingresso nella sede vescovile cui si era inviati. Il governo italiano rifiutò inizialmente il proprio exequatur, asserendo che la nomina del Patriarca di Venezia spettava al Re e che Sarto era stato scelto su pressione del governo dell’Impero Austro-Ungarico.

Giuseppe Sarto dovette quindi attendere ben 18 mesi prima di poter assumere la guida pastorale del patriarcato di Venezia.

Venne creato prima cardinale in riconoscimento dei suoi meriti mantovani e poi eletto patriarca. Tornava dunque nel suo Veneto, ma accettò questa nomina solo per spirito di obbedienza.

A Venezia continuò la sua attività prevalentemente pastorale, dedicando molta attenzione alla liturgia, al culto eucaristico, al canto e alla musica sacra, avendo in questo campo uno straordinario collaboratore, Lorenzo Perosi, futuro direttore della Cappella Sistina.

Il che però non lo portò a trascurare l’attenzione alle vicende politiche e sociali. A più riprese avrebbe avuto occasione di pronunciarsi in favore di associazioni di carattere confessionale, il cui statuto avrebbe dovuto essere approvato dall’autorità ecclesiastica.

Nonostante che nelle lettere pastorali e negli scritti continuasse la sua condanna verso il mondo liberale, in concreto assunse atteggiamenti in parte diversi, fino al punto da appoggiare alle elezioni amministrative del 1895 un’alleanza tra i cattolici e i liberali stessi.

La Giunta Grimani, espressa da un raggruppamento di cattolici e di moderati guidati dal conte Filippo Grimani, costituì una anticipazione di quella stagione del cattolicesimo italiano che avrebbe caratterizzato la vita politica di Venezia.

Va ricordato che proprio a Venezia i cattolici tornarono a fare politica attiva e la lungimiranza di Sarto creò le basi per una amministrazione moderata, a cui parteciparono anche i liberali.

Rimaneva però fermo nella sua adesione alle scelte pontificie, affermando in modo crescente, e sarebbe stata una caratteristica del suo pontificato, la necessità per i preti di obbedire sempre e comunque ai superiori.

Un’ulteriore prova di tale atteggiamento si ebbe nel 1902, in occasione di un forte attacco portato da Romolo Murri al presidente dell’Opera dei congressi, il conte Paganuzzi: che venne difeso apertamente dal patriarca.

Un patriarca indubbiamente “rivoluzionario”: affrontò con determinazione le difficoltà creategli per entrare in diocesi, e una volta preso possesso della cattedra di San Marco fu indubbiamente uno dei protagonisti della rinascita della città sotto moltissimi aspetti.

L’elezione al pontificato nel conclave del 1903

Morto Leone XIII il 20 luglio 1903, il card. Sarto partì per Roma il 26 luglio. Ai veneziani che erano accorsi alla stazione per salutarlo assicurò: “o vivo o morto tornerò!”.

Nel 1903 cadevano gli ormai classici nove anni che chiamavano Sarto ad una nuova missione: “quest’anno o muoio o divento papa” confidò ad una sorella, pensando con tremore più alla seconda che alla prima ipotesi.

Quando morì Leone XIII, uno dei papi più longevi della storia, il suo nome non era tra i papabili. Il candidato più probabile al soglio di Pietro era considerato il Segretario di Stato Mariano Rampolla del Tindaro.

All’apertura del conclave, il 1º agosto 1903, la sorpresa: il cardinale Puzyna, arcivescovo di Cracovia, comunica che l’imperatore d’Austria-Ungheria Francesco Giuseppe, usando un suo antico privilegio quale “Re apostolico d’Ungheria”, pone il veto all’elezione del cardinale Rampolla.

I motivi del veto sarebbero stati non soltanto politici, in particolare la vicinanza del Rampolla alla Francia e le idee più aperte di questo degnissimo porporato, eccellente diplomatico e uomo di governo, ma anche personali.

Malgrado l’indignazione di molti cardinali, la candidatura di Rampolla sfumò e i suffragi si orientarono sul Patriarca di Venezia, che fu eletto il 4 agosto e incoronato il 9.

Non è vero che la situazione si sblocca quando in conclave viene pronunciato il veto austriaco su Rampolla: nel frattempo i voti per Sarto avevano cominciato a crescere sempre di più e lo faranno dopo il veto.

Il primo a sorprendersi è proprio lui, che con forza chiede ai cardinali di non continuare su questa strada. Sono ore difficili per lui, che alla fine dovrà accettare l’elezione che supera di molto il quorum necessario.

Per il cardinale Sarto si trattò di una nomina inattesa. È molto probabile che non avesse mai pensato a un simile esito quando lasciò Venezia per recarsi al conclave.

Stando ad alcune testimonianze, gli elettori si orientarono su un personaggio che veniva dall’attività pastorale, e forse avrebbe retto la Chiesa trascurando in parte l’azione diplomatica e privilegiando quella pastorale.

Prese il nome di Pio X in onore dei suoi predecessori. Scelse come motto del suo pontificato Instaurare omnia in Christo e lo attuò con coraggio e fermezza.

Il profilo personale di Pio X

Il nuovo papa portava dunque in Vaticano un’esperienza pastorale molto ricca e una formazione culturale non troppo ampia, anche se non così povera come talvolta è stato detto, basata più sui manuali che sulla ricerca personale.

Questo potrebbe spiegare le diverse scelte del suo pontificato: una prevalente attenzione alle riforme in vista di un migliore annuncio del Vangelo, e una certa diffidenza verso la nuova scienza, i cui influssi stavano producendo modifiche anche nelle scienze teologiche e bibliche.

Provenendo da una famiglia di origine popolare, egli rimase sempre semplice e umile. In Vaticano visse parcamente, assistito dalle sorelle, in un appartamento fatto allestire appositamente.

Volle vivere da povero: “nato povero, vissuto povero e sicuro di morir poverissimo”, lasciò scritto nel suo testamento.

Un papa dunque attento soprattutto ai bisogni pastorali della Chiesa, anche se appare come una mitologia l’affermazione che viene fatta in genere di un papa impegnato nella pastorale e alquanto alieno dalle problematiche politiche.

Un Papato, dunque, certamente molto “attivo”, variegato, tanto che il suo grande amico e segretario di Stato durante il suo Pontificato, il cardinale Rafael Merry del Val, sottolineò che questo enorme lavoro fu dovuto principalmente alla sua iniziativa personale, mettendo anche in evidenza la sua “bontà” che “nessuno sarebbe capace di mettere in questione”.

Il programma del pontificato

Il neoeletto Pio X si dimostrò fin dagli inizi, non per caso aveva scelto il motto «Instaurare omnia in Christo», uno dei grandi papi riformatori del XX secolo.

La sua biografia spiega in parte le sue scelte: papa Sarto aveva percorso tutte le tappe tipiche di un pastore, aveva conosciuto direttamente le varie situazioni grazie a questo suo curriculum, probabilmente aveva sentito la necessità di introdurre riforme in vari settori della vita della Chiesa, chiamata a una migliore attività pastorale.

Proprio per questo uno studioso particolarmente credibile, Roger Aubert, ha potuto definire Pio X «il più grande riformatore della vita interna della Chiesa dopo il Concilio di Trento».

Il programma del suo Pontificato fu da lui solennemente annunziato fin dalla prima Enciclica, E supremi del 4 ottobre 1903, in cui dichiarava essere suo unico proposito di instaurare omnia in Christo, ossia di ricapitolare, ricondurre tutto ad unità in Cristo.

Al centro della sua vita e del suo Magistero vi fu la preoccupazione pastorale in una società dove si avvertiva, sempre di più, la crisi della Fede.

La risposta, valida ieri, come oggi e nei secoli, è: la Chiesa. Fu pertanto sua prima sollecitudine, incessantemente perseguita fino alla morte, di rendere la Chiesa sempre più in concreto atta ed aperta al cammino degli uomini verso Gesù Cristo.

L’abolizione del veto laicale

Una delle prime decisioni di Pio X fu proprio l’abolizione, con la costituzione apostolica Commissum nobis, del cosiddetto veto laicale, che spettava ad alcuni sovrani cattolici e a causa del quale egli era divenuto pontefice.

Il suo primo atto fu di abolire il “veto laicale”, una specie di diritto accampato da alcune monarchie europee, con la Costituzione Commissum nobis.

Molto sommariamente possiamo dire che affrancò definitivamente la Chiesa dal potere temporale, eliminando per sempre quel veto che ne limitava la libertà nello scegliere la sua guida, ovvero il papa.

La riforma della Curia romana

Non appena eletto papa, iniziò immediatamente la sua opera tesa a riformare molte delle strutture ecclesiastiche, coadiuvato dal suo giovane segretario di Stato, Rafael Merry del Val.

Il nuovo Papa, consapevole di non avere alcuna esperienza diplomatica né una vera e propria formazione universitaria, seppe scegliere dei collaboratori competenti come il giovane cardinale Rafael Merry del Val y Zulueta, poliglotta e direttore della Pontificia Accademia Ecclesiastica, che fu nominato Segretario di Stato.

Stante la propria inesperienza, Pio X lasciò a Merry del Val sostanzialmente campo libero nella conduzione della diplomazia vaticana.

Il suo lavoro di riforma proseguiva intanto nei confronti della Curia romana. Una commissione elaborò una serie di proposte per ridurre il numero delle congregazioni romane.

Fra queste avrebbe avuto un ruolo più significativo la congregazione Concistoriale, incaricata delle nomine dei vescovi, e la congregazione del Concilio, custode della disciplina del clero e dei fedeli.

La congregazione dell’Indice restava distinta dal S. Uffizio, nonostante avessero compiti analoghi. Tale distinzione avrebbe quasi subito rivelato la sua utilità: in effetti, i libri da leggere e spesso da condannare sarebbero diventati numerosi nel corso del pontificato di Pio X.

I nuovi ordinamenti concernenti la Curia romana sarebbero entrati in vigore nel giugno 1908, con la costituzione Sapienti consilio.

Alla riforma della Curia romana fece seguito quella del Vicariato. Roma assumeva l’immagine di una diocesi, il papa provvide a riorganizzare le parrocchie e anche a istituirne di nuove nelle zone di periferia.

Nello stesso tempo furono dati maggiori poteri al cardinale vicario, che agiva in nome del pontefice, pur sempre titolare della diocesi; tuttavia il suo vicario avrebbe avuto una maggiore autonomia.

Per Roma sarà un vero vescovo. Obbligò i vescovi ad aver sede nella propria diocesi e a tenere regolari visite pastorali.

La codificazione del diritto canonico

Per il suo intento di rinnovare il corpo delle leggi ecclesiastiche, Pio X concepì l’ardita intrapresa di dare all’intero organismo della Chiesa più regolare respiro, maggior sicurezza e snellezza di movimento, come era richiesto da un mondo esterno improntato a crescente dinamismo e complessità.

Nel 1904, con il documento Arduum sane munus, era iniziato il lavoro in vista della preparazione del codice di diritto canonico, destinato a mettere ordine tra le molte norme e leggi approvate in tempi diversi.

Pio X non avrebbe assistito alla fine dei lavori, e il codice di diritto canonico sarebbe stato promulgato nel 1917 dal suo successore, Benedetto XV.

Il Codice di diritto canonico resterà nei secoli il grande monumento del suo Pontificato.

La riforma dei seminari

Pio X ritenne importante modificare i piani di studio dei seminari, offrendo ai futuri preti strumenti culturali più adatti ai tempi.

In vista di tali modifiche, il papa nominò una commissione pontificia per il riordinamento dei seminari in Italia, che portò alla pubblicazione nel 1907 di un Programma generale degli studi.

La commissione, con l’avallo del pontefice, optò per l’introduzione dei programmi governativi anche nei seminari.

Avviò anche la fondazione di seminari interdiocesani o regionali, dove dovevano affluire alunni provenienti da diocesi che, data la loro dimensione molto ridotta, non erano in grado di garantire le strutture indispensabili e un insegnamento che potesse assicurare una buona formazione intellettuale dei futuri preti.

Fra le riforme assumeva molta importanza quella con la quale, di fatto, si realizzò l’auspicio del Concilio di Trento, cioè che tutti i giovani destinati al sacerdozio fossero ospiti di un seminario o di un collegio.

Le università ecclesiastiche romane non dovevano più accettare come alunni dei giovani che non fossero ospiti di un collegio ecclesiastico.

La stessa norma valeva per quanti venivano a Roma per proseguire gli studi, essendo già ordinati preti: dovevano inoltre avere l’esplicita richiesta e autorizzazione del vescovo della propria diocesi, che si impegnava a riaccoglierli quando avessero terminato gli studi.

La catechesi e il Catechismo di Pio X

L’altro argomento che fu tra le maggiori preoccupazioni del pontefice era la catechesi, che fin dagli anni in cui era parroco lo aveva spinto a preparare diversi catechismi.

Molto noto è il Catechismo che porta il suo nome, adottato in Italia, con la particolare struttura di “domande e risposte”.

Venne pensato proprio per le persone semplici in una società in cui la cultura non aveva ancora permeato tutti gli strati sociali. La preoccupazione di Pio X era proprio quella di diffondere fra i cristiani, il più possibile, la catechesi.

Utilizzando e modificando alcuni catechismi diffusi in Italia, il papa poté varare nel 1912 un Catechismo della dottrina cristiana pubblicato per ordine di S.S. papa Pio X, che venne imposto a tutte le diocesi italiane.

Il suo catechismo in breve tempo si afferma in tutto il mondo per la sua facilità, la sua semplicità e la sua chiarezza.

La liturgia, la musica sacra e il canto gregoriano

La sua attenzione si concentrò anche sul canto liturgico. La situazione che aveva trovato nelle diverse diocesi, ma soprattutto a Roma, era segnata da un forte disordine.

Vi era ancora la prassi delle bande musicali che in chiesa eseguivano i più diversi tipi di musiche. Una delle prime cose che fece il nuovo papa, subito dopo l’elezione, fu quella di cercare di mettere ordine in quel campo.

Si trattava di un evidente ritorno alla sacralità dell’azione liturgica e dell’auspicio di una ripresa del canto gregoriano.

Il maestro Perosi, da lui molto stimato, ne assecondò gli orientamenti, con la composizione di tanti brani molto più adatti allo svolgimento dei riti sacri.

Favorì il rinnovamento della Liturgia, il movimento biblico, diede al canto gregoriano la preminenza.

Riformò la musica sacra non soltanto facendo riscoprire il canto gregoriano, ma perché questa fosse parte integrante della liturgia.

La comunione frequente e la prima comunione dei bambini

Al cuore della sua vita sacerdotale vi fu il ministero eucaristico. Servire come sacerdote il mistero dell’Eucaristia e adempiere il comando del Signore «Fate questo per mio ricordo» fu la sua via.

Dal giorno della sacra ordinazione fino alla morte da Pontefice, egli non conobbe altro possibile sentiero per giungere all’eroico amore di Dio e al generoso contraccambio verso il Redentore del mondo.

Uno dei documenti più espressivi della sua coscienza sacerdotale fu l’ardente cura di rinnovare la dignità del culto e specialmente di vincere i pregiudizi di una prassi traviata.

Promosse con risolutezza la frequenza, anche quotidiana, dei fedeli alla mensa del Signore, e là condusse senza esitare i fanciulli, quasi sollevandoli sulle sue braccia per offrirli all’amplesso del Dio nascosto sugli altari.

Da questa azione sbocciò una nuova primavera di vita eucaristica per la Chiesa.

Con la comunione ai bambini fece partecipare anche i più piccoli, addirittura a sette anni, alla completezza della messa, con un’unica, semplice regola: che sapessero concepire la differenza tra il pane normale e il pane consacrato, il Corpo di Cristo.

Tra le caratteristiche più note del suo Pontificato vi fu l’anticipo dell’età della prima comunione intorno ai 7 anni. Al cuore vi era la partecipazione all’Eucaristia.

La lotta contro il modernismo

Più controversa è la valutazione sul profilo politico del pontificato, la cui linea può essere caratterizzata essenzialmente come conservatrice, in particolare per la lotta ingaggiata contro il modernismo.

Invitto campione della Chiesa e Santo provvidenziale dei suoi tempi si rivelò altresì Pio X nella difesa dell’unità interiore della Chiesa nel suo intimo fondamento: la fede.

La lucidità e la fermezza con cui Pio X condusse la lotta contro gli errori del modernismo attestano in quale eroico grado la virtù della fede ardeva nel suo cuore di santo.

Unicamente sollecito che l’eredità di Dio fosse serbata intatta al gregge affidatogli, il grande Pontefice non conobbe debolezze dinanzi a qualsiasi alta dignità o autorità di persone.

Non ebbe tentennamenti di fronte ad adescanti ma false dottrine entro la Chiesa e fuori, né alcun timore di attirarsi offese personali e ingiusti disconoscimenti delle sue pure intenzioni.

Egli ebbe la chiara coscienza di lottare per la più santa causa di Dio e delle anime.

Di fronte al modernismo, Pio X volle preservare l’unità tra fede e sapere. Il Santo contrappose a tanto male l’unica possibile e reale salvezza: la verità cattolica, biblica, della fede, accettata come «rationabile obsequium» verso Dio e la sua rivelazione.

Coordinando in tal modo fede e scienza, quella come estensione soprannaturale e talora conferma dell’altra, e questa come via introduttiva alla prima, restituì all’uomo cristiano l’unità e la pace dello spirito.

Il papa non accettò che si mettesse in discussione la sua autorità anche in materie opinabili. Al papa si obbediva e basta.

Per prima cosa, il nuovo pontefice ribadì alcune delle convinzioni che avevano orientato il suo impegno di vescovo, in particolare sul dovere dell’obbedienza.

Ne parlò fin dai primi atti del suo pontificato e quindi lo ripeté nell’enciclica programmatica del 4 ottobre, E supremi apostolatus cathedra.

Qualche tempo dopo denunciò nell’enciclica Pieni l’animo, rivolta ai vescovi italiani il 28 luglio 1906, «lo spirito di insubordinazione e d’indipendenza che si manifesta qua e là in mezzo al clero […] spargendosi in mezzo ad essi nuove e riprovevoli teorie intorno alla natura stessa dell’obbedienza».

Gli studi biblici e la formazione culturale

Nello stesso tempo, Pio X ritenne importante modificare i piani di studio dei seminari, offrendo ai futuri preti strumenti culturali più adatti ai tempi.

Le modifiche ai piani di studi dei seminari e una maggiore attenzione ai progressi delle scienze anche bibliche non portarono il pontefice ad accettare una qualsiasi deroga alla sua linea.

Il papa favorì gli studi biblici e un’attenzione verso la scienza, evitando però, come appare dai vari interventi della commissione biblica istituita da Leone XIII nel 1902, di accettare in modo acritico i nuovi orientamenti degli studi.

Le relazioni con la Francia e il Portogallo

Pio X ebbe a confrontarsi con il problema della separazione fra Stato e Chiesa, che emerse in Francia con l’entrata in vigore della legge del 9 dicembre 1905.

A partire dal 1880 si erano registrati in Francia una serie di provvedimenti anti-religiosi tendenti alla dissoluzione delle congregazioni religiose e all’espulsione dei religiosi regolari.

La legge emanata dal governo francese il 9 dicembre 1905 segnò il culmine di una simile politica, decretando unilateralmente l’abrogazione del concordato del 1801.

Pio X si mostrò assai meno conciliante verso questa politica fortemente anticlericale rispetto al proprio predecessore, malgrado la maggioranza dei vescovi francesi gli consigliasse di piegarsi alla nuova legge.

Con l’enciclica Vehementer Nos dell’11 febbraio 1906, l’allocuzione concistoriale Gravissimum del 21 febbraio e l’enciclica Gravissimo Officii Munere del 10 agosto, proibì ogni attività collaborativa all’applicazione della nuova legge.

L’ostilità del Pontefice alla nuova normativa francese compromise la creazione delle associations culturelles, previste dalla legge del 1905, alle quali avrebbe dovuto essere trasferito il patrimonio della Chiesa.

Prendendo a pretesto tale opposizione lo Stato francese incamerò gli ingenti beni immobili ecclesiastici. La situazione sarebbe mutata soltanto nel 1923 con la creazione delle “associations diocésaines”.

Analoghe tensioni si registrarono con il Portogallo, dopo l’avvento in quel Paese, nel 1910, della repubblica guidata da gruppi di potere anticlericali massonici. Pio X rispose con l’enciclica Iamdudum.

Altri interventi del pontificato

Nel 1904 Pio X decise di sopprimere l’Opera dei congressi, che stava prendendo alcuni orientamenti che non gli erano graditi. Venne lasciata in vita solo la seconda sezione, quella che si occupava delle opere economiche e sociali, diretta da una personalità di fiducia del papa.

Ancora nella linea di un miglioramento dell’azione pastorale, nel 1905 fu preparato un progetto per la riduzione del numero delle diocesi in Italia.

Il progetto avrebbe dovuto portare alla scomparsa di diocesi troppo piccole e quindi impossibilitate a svolgere un lavoro dignitoso a causa della mancanza di personale e di risorse economiche.

Pio X unificò inoltre i redditi dell’obolo di San Pietro e quelli del patrimonio del Vaticano.

Durante il suo pontificato creò 50 cardinali nel corso di 7 distinti concistori.

Tra le curiosità vi è la revoca disposta da Pio X delle sanzioni ecclesiastiche previste per chi avesse praticato il ballo del Tango. Dopo averne visto un’esibizione disse, in dialetto, che preferiva “il ballo della furlana”, ma che non vedeva che grandi peccati vi fossero in questo nuovo ballo.

Le principali encicliche di Pio X

  • E Supremi, 4 ottobre 1903: sulla restaurazione di tutte le cose in Cristo.
  • Ad Diem Illum Laetissimum, 2 febbraio 1904: sull’Immacolata Concezione di Maria.
  • Iucunda Sane, 12 marzo 1904: su Papa Gregorio Magno.
  • Acerbo Nimis, 15 aprile 1905: sull’insegnamento della dottrina cristiana.
  • Il Fermo Proposito, 11 giugno 1905: sull’istituzione e lo sviluppo dell’Azione Cattolica.
  • Vehementer Nos, 11 febbraio 1906: sul laicismo e sulla separazione tra Chiesa e Stato in Francia.
  • Tribus Circiter, 5 aprile 1906: sui Mariaviti o Presbiteri mistici della Polonia.
  • Pieni l’Animo, 28 luglio 1906: sul clero in Italia.
  • Gravissimo Officii Munere, 10 agosto 1906: sulle associazioni di culto in Francia.
  • Une Fois Encore, 6 gennaio 1907: sulla separazione tra Chiesa e Stato.
  • Pascendi Dominici Gregis, 8 settembre 1907: sugli errori del Modernismo.
  • Communium Rerum, 21 aprile 1909: su Sant’Anselmo d’Aosta.
  • Editae Saepe, 26 maggio 1910: su San Carlo Borromeo.
  • Iamdudum, 24 maggio 1911: sulla legge del divorzio in Portogallo.
  • Lacrimabili Statu, 7 giugno 1912: sugli Indiani del Sud America.
  • Singulari Quadam, 24 settembre 1912: sulle organizzazioni dei lavoratori.

Gli ultimi anni e la morte

Il pontificato di Pio X durò fino al 1914, allo scoppio della prima guerra mondiale. Descrivere in poche righe questo pontificato è alquanto arduo.

Muore il 20 agosto 1914, dopo aver tentato con tutte le forze di fermare quella che sarà l’immane strage della Prima guerra mondiale, quasi prevedendo la tragedia che ne scaturirà in termini di morti e feriti.

Proprio nei primi giorni della prima guerra mondiale, Pio X morì, si dice, di crepacuore, il 20 agosto 1914. Si dice anche che in punto di morte abbia detto: “Verrà il Guerrone”, ossia la Grande Guerra.

La morte lo colse mentre era intento a completare degli studi preparatori di un documento relativo alle condizioni di liceità dell’esercizio del diritto di sciopero.

Il cordoglio fu unanime: “La storia ne farà un gran Papa, la Chiesa un gran santo”. A prevederlo fu un giornale laico.

San Pio X morì a Roma il 20 agosto 1914, all’età di 79 anni. La sua salma è tumulata all’interno della Basilica di San Pietro in Vaticano.

Beatificazione, canonizzazione e memoria liturgica

La fama di Pio X come santo fu sempre sulla bocca di tutti. Gli agiografi di Pio X assicurano la fama della sua santità in vita, in morte e dopo la morte.

Quasi nove anni dopo la sua morte, il 14 febbraio 1923, 28 cardinali domandarono al papa la glorificazione di Pio X ed incaricarono come postulatore della causa don Benedetto Pierami.

Arrivò agli onori degli altari nel 1951 con la proclamazione a Beato. La beatificazione fu celebrata il 3 giugno 1951 da papa Pio XII.

La canonizzazione avvenne il 29 maggio 1954, durante il pontificato di Pio XII, nella Basilica Vaticana.

La memoria liturgica di San Pio X ricorre il 21 agosto. Il calendario del Novus Ordo Missae la prevede il 21 agosto, mentre coloro che seguono il calendario antico lo festeggiano il 3 settembre.

Sommo Pontefice, che fu dapprima sacerdote in parrocchia e poi vescovo di Mantova e patriarca di Venezia, fu eletto infine Pontefice di Roma e si propose come programma di governo di ricapitolare tutto in Cristo.

Lo realizzò in semplicità di animo, povertà e fortezza, promuovendo tra i fedeli la vita cristiana con la partecipazione all’Eucaristia, la dignità della sacra liturgia e l’integrità della dottrina.

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