I suoni biblici sono tutte le espressioni sonore presenti nella Sacra Scrittura: canti, lodi, grida, gemiti, preghiere, clamori, rumori della natura, voci profetiche e suoni prodotti da strumenti musicali. La Bibbia è molto rumorosa: la sapienza chiama, la creazione geme, Gesù prega con forti grida e lacrime, il Signore urla e il suo rumore può essere come il rumore delle grandi acque.
I suoni biblici non hanno soltanto una funzione musicale, ma comunicano la presenza e la potenza di Dio, convocano il popolo, accompagnano la guerra e la festa, sostengono il culto, esprimono dolore e gioia e rendono udibile la fede. Nel giorno di Pentecoste, per esempio, i discepoli udirono “un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso” che veniva “dal cielo” (Atti 2,2), mentre a Gerusalemme l’arca fu accompagnata da canti, strumenti, danze, grida e dal suono del corno.
Il suono della lode
Il Salmo 69 mostra che la lode biblica nasce anche dentro la sofferenza: “Io sono povero e sofferente: la tua salvezza, Dio, mi ponga al sicuro”. Davide non cerca di ignorare i problemi che deve affrontare, ma sceglie di continuare a lodare Dio, nonostante le difficoltà. Nelle difficoltà della vita, non dovremmo mai scoraggiarci, ma ricordarci chi è Dio e continuare a lodarlo.
Questo salmo si conclude con il suono della lode: “Loderò il nome di Dio con un canto, lo magnificherò con un ringraziamento”. Il salmista aggiunge: “A lui cantino lode i cieli e la terra, i mari e quanto brulica in essi”. La lode continua non solo sulla terra, ma anche in cielo.
Quando adoriamo Dio con il canto di lode, ci uniamo ai suoni del cielo. Il canto di lode racchiude in sé molti aspetti interessanti: è un atto di volontà, piace a Dio e influenza gli altri.
La lode come decisione
Davide dice: “Loderò il nome di Dio”. Potremmo non aver sempre voglia di lodare Dio, ma lodare è una decisione che prendiamo; è un atto di volontà. Il canto diventa così una risposta consapevole alla presenza di Dio, anche quando le circostanze non sono favorevoli.
La lode gradita a Dio
Il salmo afferma che il canto e il ringraziamento sono per il Signore meglio di un toro, di un torello con corna e zoccoli. Il suono della lode non è quindi una semplice esibizione musicale, ma un’offerta spirituale.
La lode che incoraggia
“Vedano i poveri e si rallegrino; voi che cercate Dio, fatevi coraggio”. La lode influenza gli altri e può diventare una fonte di coraggio per chi cerca Dio. Nei corsi Alpha, i canti di worship aiutano molto coloro che “cercano Dio”: i loro cuori si aprono e risuonano.
Il suono dello Spirito Santo a Pentecoste
Nel giorno della Pentecoste, i discepoli si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. “Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano”. Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro.
Tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi. A quel rumore, la folla si radunò e rimase turbata, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua.
Erano presenti Parti, Medi, Elamiti, abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadòcia, del Ponto e dell’Asia, della Frìgia e della Panfìlia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirene, Romani qui residenti, Giudei e prosèliti, Cretesi e Arabi. Tutti li udivano parlare nelle proprie lingue delle grandi opere di Dio.

Il fragore come segno della potenza di Dio
L’esperienza dello Spirito Santo nel giorno di Pentecoste non è solo un evento storico, ma una realtà attuale, qualcosa che accade oggi anche per noi. Lo Spirito Santo è potenza di Dio: i discepoli sentono il rumore di una tempesta, di “un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso”.
Si tratta della potenza invisibile di Dio, resa percepibile attraverso un segno esteriore e visibile di una realtà interiore e spirituale. La parola ebraica “Ruach” significa letteralmente “respiro” o “vento”. Nell’Antico Testamento, questa parola è usata per indicare lo Spirito Santo, lo Spirito di Dio.
Il giorno di Pentecoste rappresenta il compimento del gesto di Gesù quando soffiò sui discepoli e disse: “Ricevete lo Spirito Santo”. L’esperienza dello Spirito Santo è prima di tutto esperienza dell’amore di Dio per te. È il modo attraverso il quale puoi sperimentare l’amore di Dio per te, così da poter dire, come l’apostolo Paolo: “Il Figlio di Dio mi ha amato e ha consegnato se stesso per me”.
Il fuoco di Dio
Lo Spirito Santo è anche fuoco di Dio. Il libro degli Atti parla di “lingue come di fuoco” che si dividevano e si posavano su ciascuno dei discepoli. Non si tratta però di fuoco vero, ma di un segno esteriore e visibile di una realtà interiore e spirituale.
Il fuoco dell’amore di Dio rappresenta la potenza, la purezza e la passione di Dio. Ovunque ci sia esperienza di Spirito Santo, si sperimenta un nuovo fuoco e una nuova passione di vita.
Le lingue di Dio
Lo Spirito Santo è anche lingue di Dio. “Tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi”. Erano lingue che non conoscevano.
L’apostolo Paolo parla di “lingue celesti” e di lingue “umane”. In quel momento, tutto il mondo conosciuto era lì rappresentato e tutte le lingue vennero riconosciute. Una situazione completamente diversa da quella caotica e di disunione di Babele.
L’esperienza dell’amore di Dio attraverso lo Spirito Santo porta unità nella Chiesa. Quando riconosciamo che lo stesso Spirito Santo è all’opera nei cattolici, negli ortodossi, nei protestanti e nei pentecostali di qualsiasi chiesa o denominazione, la divisione viene guarita e trasformata in esperienza visibile di unità.
Le reazioni al suono della Pentecoste
Nel giorno della Pentecoste, le reazioni delle persone sono tre: stupore, perplessità e derisione. Alcuni sono “stupiti”; altri si chiedono l’un l’altro: “Che cosa significa questo?”; altri invece li deridono e dicono: “Si sono ubriacati di vino dolce”.
Pietro cerca di spiegare il significato di ciò che sta accadendo. Prima contrasta una falsa spiegazione: alcuni stavano offrendo una spiegazione naturale a qualcosa di soprannaturale. Erano così esuberanti e privi di inibizioni da sembrare ubriachi.
Ma non si trattava di ebbrezza da vino, ma di sobria ebbrezza dello Spirito, l’unico tipo di ebbrezza che non lascia postumi. Poi Pietro offre la vera spiegazione e sottolinea come tutto questo sia biblico.
A volte alcune persone cercano di separare Parola e Spirito. Ma lo Spirito Santo è l’autore della Parola di Dio. Spirito e Parola sono uniti. Pieno di Spirito Santo, Pietro richiama la Bibbia, e lo Spirito Santo fa il resto: fa nascere nei cuori delle persone una nuova fame di Parola di Dio.
Il suono della presenza di Dio
Nel racconto della conquista e delle vittorie di Davide, il suono può indicare l’azione stessa di Dio. Quando Davide affronta nuovamente i Filistei, il Signore gli ordina di attendere: “Quando sentirai un rumore di passi sulla cima di Becaìm, lànciati subito all’attacco, perché allora il Signore uscirà davanti a te per colpire l’accampamento dei Filistei”.
Davide fece come il Signore gli aveva ordinato e colpì i Filistei da Gàbaon fino all’ingresso di Ghezer. Il rumore dei passi diventa così il segnale che annuncia l’intervento del Signore davanti al suo popolo.
Anche l’arca dell’alleanza è associata a una grande manifestazione sonora. Davide e tutta la casa d’Israele danzavano davanti al Signore con tutte le forze, con canti e con cetre, arpe, tamburelli, sistri e cimbali.
Dopo un primo momento drammatico, l’arca viene portata nella Città di Davide con gioia. Davide danzava con tutte le forze davanti al Signore, mentre Davide e tutta la casa d’Israele facevano salire l’arca del Signore con grida e al suono del corno.
Il clamore biblico: teruàh
La parola ebraica תְּרוּעָה, teruàh, significa “clamore”. Può indicare un grido di gioia, un grido di guerra, un’acclamazione liturgica o il suono del corno.
Nel libro di Giosuè, durante la conquista di Gerico, compaiono tre parole diverse: qèren, “corno”; shofàr, il corno usato come tromba; teruàh, il grande grido lanciato dal popolo. “Deve avvenire che quando suonano il corno di montone, quando udite il suono del corno, tutto il popolo deve lanciare un grande grido di guerra; e le mura della città devono crollare”.
Qèren: il corno
Qèren indica il corno di un animale. Può essere anche una zanna d’elefante, come nel passo che menziona corni d’avorio. Per la loro forma si parla dei corni dell’altare.
Questa parola indica perfino un raggio di luce, come i “raggi” in Abacuc. Ciò spiega certe raffigurazioni di Mosè con le corna, riferendosi ai passi in cui la faccia di Mosè, sceso dal Sinai, emetteva raggi.
Infine, il corno è un simbolo di forza e di dignità. Nei Salmi può indicare anche la presunzione: “Non esaltate il vostro corno in alto, non parlate con collo arrogante”.
Shofàr: il corno usato come tromba
Lo shofàr è un piccolo corno di montone utilizzato come strumento musicale a fiato. Produce un suono alto e penetrante ed è usato soprattutto come mezzo di segnalazione, più che come strumento melodico.
Lo shofàr annuncia battaglie, incoronazioni, feste, convocazioni e momenti solenni. Nelle Scritture Greche è tradotto con σάλπιγξ, come nel passo in cui Gesù annuncia il radunamento degli eletti da parte degli angeli “con gran suono di tromba”.
Lo shofàr è un mezzo di segnalazione realizzato con un corno d’animale. Con pochi toni riproducibili, le sue chiamate erano costituite da sequenze variabili di toni lunghi e corti.
Teruàh: clamore, acclamazione e grido
La teruàh è spesso un grido di gioia. È emessa in combattimento, come nel racconto di Gerico, ma anche come acclamazione ispirata a devozione: “Quando l’arca del patto del Signore entrò nell’accampamento, tutto Israele alzò grida di gioia, sì che ne rimbombò la terra”.
Si acclama nella liturgia comunitaria: “Tutto il popolo, gridando di gioia, lodava il Signore”. Si acclama anche individualmente, quando una persona implora Dio e Dio le è propizio, dandole di contemplare il suo volto con gioia, letteralmente “con clamore”.
Shofàr e trombe: strumenti diversi
I lettori della Bibbia sarebbero sorpresi nell’apprendere che, in alcuni passi relativi alla Festa delle Trombe, la Bibbia non menziona alcuna tromba. Il testo originale parla di un sabato solenne, di un memoriale, di una santa convocazione e di una teruàh.
La Festa delle Trombe è annunciata così: “Il settimo mese, il primo giorno del mese avrete un riposo solenne, che sarà ricordato con il suono della tromba, una santa convocazione”. Nel testo parallelo si parla invece del giorno dell’acclamazione.
Riguardo a questo giorno si deve quindi dire che venivano suonati diversi strumenti: lo shofàr per il novilunio e il corno o teruàh. Questi strumenti erano costituiti da un corno d’animale usato come strumento musicale a fiato, sebbene tradotti con la parola “tromba”.
La tromba d’argento
In Israele esistevano anche le trombe vere e proprie. Si trattava di uno strumento a fiato composto di un bocchino e di un lungo tubo metallico che terminava con una campana.
Nel deserto, dopo che il popolo ebraico era stato liberato dalla schiavitù egiziana, Dio aveva ordinato a Mosè: “Fatti due trombe d’argento; le farai d’argento battuto; ti serviranno per convocare la comunità e per far muovere l’accampamento”.
La differenza tra lo shofàr, cioè il corno di montone, e la tromba vera e propria si nota nel passo: “Suonate il corno in Ghibea, la tromba in Rama!”. Lo shofàr e la tromba d’argento erano dunque strumenti differenti.
Sul bassorilievo dell’Arco di Tito, visibile nel Foro di Roma, sono presenti trombe lunghe da 45 a 90 cm, diritte e con una grande campana terminale. Rappresentazioni simili figurano su monete circolanti all’epoca maccabaica.
I segnali delle due trombe
In Numeri 10 vengono indicati diversi tipi di segnali dati con le due trombe d’argento. Il passo è alquanto difficile da tradurre e certi traduttori fanno confusione.
| Segnale | Significato |
|---|---|
| Suono di tutt’e due le trombe, senza clamore | Riunione generale della comunità |
| Suono di una sola tromba, senza clamore | Riunione dei soli capi |
| Suono delle trombe con clamore | Ordine di partenza per i campi a est |
| Suono delle trombe con clamore, per due volte | Ordine di partenza per i campi a sud |
Da questi raffronti si comprende come i vari “squilli brevi e ripetuti”, “acuti e prolungati” o “di acclamazione” siano soltanto interpretazioni dei traduttori. Attenendoci al testo biblico, i segnali erano suoni di convocazione o clamori destinati a comunicare un ordine preciso.
Il simbolismo delle trombe d’argento
L’argento è un minerale grezzo che va purificato per liberarlo dalle scorie e dalle sostanze estranee di scarto. “Si tolgano le scorie schiumose dall’argento, e ne uscirà tutto raffinato”. “Le parole del Signore sono parole pure, sono argento raffinato in un crogiuolo di terra, purificato sette volte”.
Dio è come un raffinatore e purificatore d’argento e dovrà purificare i figli di Levi. I discepoli di Gesù sono “una stirpe eletta, un sacerdozio regale, una gente santa”. L’argento delle trombe richiama quindi la preziosità raffinata del popolo di Dio.
Il numero due richiama i due pani fatti con le primizie del grano a Pentecoste, che simboleggiano gli eletti. Le chiamate e il raduno al suono di tromba rimandano anche alla speranza della risurrezione e della trasformazione finale.
“Il Signore stesso, con un ordine, con voce d’arcangelo e con la tromba di Dio, scenderà dal cielo, e prima risusciteranno i morti in Cristo; poi noi viventi, che saremo rimasti, verremo rapiti insieme con loro, sulle nuvole, a incontrare il Signore nell’aria; e così saremo sempre con il Signore”.
“Tutti saremo trasformati, in un momento, in un batter d’occhio, al suono dell’ultima tromba. Perché la tromba squillerà, e i morti risusciteranno incorruttibili, e noi saremo trasformati”.
Lo shofàr e il Giubileo
Lo shofàr, un corno di montone utilizzato nella tradizione ebraica per annunciare l’inizio di alcune feste sacre, è alla base della parola “Giubileo”. Al suono di questo strumento sono collegati episodi salienti della storia della salvezza: dal sacrificio di Abramo alla promulgazione dei Dieci comandamenti.
Il caratteristico suono penetrante del corno di montone o ariete, lo shofàr, nella tradizione biblica segna l’inizio di alcune feste sacre per l’ebraismo come il Rosh haShanah, il capodanno ebraico, o lo Yom Kippur, giorno dell’espiazione.
Il corno di Abramo
Nella tradizione, un corno di ariete veniva suonato per ricordare la fede di Abramo sul monte Moriah quando il patriarca non si sottrasse al sacrificio del figlio Isacco. Un ariete impigliato con le corna in un cespuglio fu infatti il segno che Dio aveva gradito la sua obbedienza.
Il suono dello Jobel
Il suono del corno annuncia nella Bibbia un’altra grande solennità: lo Jobel. Questa parola significa letteralmente “ariete”, “montone”. Secondo la prescrizione contenuta nel capitolo 25 del Libro del Levitico, ogni sette settimane di anni, nel cinquantesimo anno, la “tromba dell’acclamazione” avrebbe dovuto squillare per proclamare un “sabato” lungo dodici mesi.
In quell’anno la terra doveva riposare, i debiti venivano condonati e i beni tornavano alla proprietà originaria. La parola italiana “giubileo” deriva, attraverso varie trasformazioni in latino, dall’ebraico yōbēl.
Jobel è strettamente collegato al suono che, nell’antichità remota, era il segnale ufficiale che diceva: in questo momento comincia l’anno giubilare. “Quando suonerà il corno, allora soltanto essi potranno salire sul monte”, si legge nell’Esodo.
La liberazione degli schiavi
Due sono gli aspetti giuridici legati allo Jobel. Il primo è la liberazione degli schiavi: “Se il tuo fratello che è presso di te cade in miseria e si vende a te, non farlo lavorare come schiavo; sia presso di te come un bracciante, come un inquilino”.
“Ti servirà fino all’anno del giubileo; allora se ne andrà da te insieme con i suoi figli, tornerà nella sua famiglia e rientrerà nella proprietà dei suoi padri”. “Poiché essi sono miei servi, che io ho fatto uscire dal paese d’Egitto; non debbono essere venduti come si vendono gli schiavi”.
Il ritorno alla proprietà originaria
Il secondo aspetto riguarda l’annullamento della proprietà terriera: “In quest’anno del giubileo, ciascuno tornerà in possesso del suo”. Quando gli israeliti arrivarono nella Terra promessa, il territorio venne spartito tra le tribù e, nell’ambito delle tribù, tra le varie famiglie.
Poteva succedere che, a seconda dell’evoluzione dei tempi e dell’economia, qualcuno perdesse tutto e qualcuno accumulasse proprietà. Il Giubileo significava azzerare tutto quanto, cioè ciascuno tornava al suo possedimento originario.
I messaggi che vengono dal Giubileo sono quelli della possibilità che viene data a ciascuno di costruire la propria esistenza dignitosamente con un minimo di terra. Anticamente la terra e l’agricoltura erano la fonte principale di sostentamento, quindi ciascuno doveva avere la sua parte di sostentamento.
La terra non ci appartiene. La terra ci viene data in dono. La terra appartiene al Signore che decide lui come darla, quanto darla, ma soprattutto la dà equamente. Se avviene l’iniquità tra gli esseri umani, questa iniquità deve essere corretta sistematicamente e periodicamente.
La musica nella Bibbia
La Bibbia parla moltissimo della musica. Il re Davide, il musicista della Bibbia, trasportando l’Arca dell’Alleanza “disse ai capi dei leviti di tenere pronti i loro fratelli, i cantori con gli strumenti musicali, arpe, cetre e cimbali, perché, levando la loro voce, facessero udire i suoni di gioia”.
Con la sua cetra era capace di calmare il re Saul. Davide scrisse anche un meraviglioso Salmo di lode: “Lodatelo con il suono del corno, lodatelo con l’arpa e la cetra. Lodatelo con tamburelli e danze, lodatelo sulle corde e con i flauti. Lodatelo con cimbali sonori, lodatelo con cimbali squillanti”.
La musica è al servizio di Dio e rappresenta un dono donato da Dio per allietare l’uomo. È inoltre uno straordinario mezzo per unire i popoli; grazie alla musica nascono storie d’amore e di amicizia, e come tale favorisce la pace e la concordia.
La musica della natura
La musica comprende anche i suoni della natura: il soffio del vento, un tuono, il suono dell’acqua di una cascata, la risacca del mare, considerato il suono più antico dell’universo, fino al canto degli uccelli apprezzato molto anche da San Francesco.
Nella predica agli uccelli, il poverello di Assisi si rivolge ai volatili con parole significative: “Fratelli miei uccelli, dovete lodare molto e sempre il vostro Creatore perché vi diede piume per vestirvi, ali per volare e tutto quanto vi è necessario”.
“Dio vi fece nobili tra le altre creature e vi concesse di spaziare nell’aria limpida”. Lo stesso San Francesco scrisse il “Cantico delle Creature” accompagnandolo con la musica.
La voce e gli strumenti musicali biblici
Le Scritture vibrano di vita, non solo per le parole e i messaggi senza tempo arrivati fino a noi. Immergendoci nella lettura possiamo “ascoltare” canti, suoni e melodie.
Dalle corde alle percussioni, la Bibbia è ricca di riferimenti a strumenti musicali. Molti di essi erano usati per lodare Dio e nelle celebrazioni, mentre altri erano suonati in battaglia.
La voce
Il canto svolge un ruolo essenziale nel culto e nell’adorazione. Molti versetti biblici raccomandano di intonare un inno, cantare con gioia, cantare al Signore e salmeggiare.
Le corde vocali possono creare un’ampia gamma di altezze, toni e suoni come un vero e proprio strumento musicale. La voce accompagna preghiere, salmi, canti di vittoria, lamenti, acclamazioni e annunci profetici.
I sonagli
Menzionati brevemente nel libro dell’Esodo, i sonagli o campanelle erano d’oro e venivano cuciti lungo l’orlo del manto sacerdotale di Aronne.
Erano usati come segnale di avvertimento per prevenire la morte accidentale di Aronne o dei suoi figli quando entravano nel luogo santissimo del tabernacolo, dove era custodita l’arca dell’alleanza.
Il cembalo
Si ritiene che il tipo di cembalo menzionato nella Bibbia rappresenti la varietà più piccola con i battenti, simile alle nacchere moderne e ai cimbalini a dita della danza mediorientale.
Erano fatti di rame e utilizzati per celebrare e lodare Dio. Nel Nuovo Testamento, i cembali sono citati in senso negativo come strumenti rumorosi.
Il timpano
Simile a un tamburo a telaio o a un moderno tamburello, il timpano era il principale strumento a percussione degli antichi Israeliti ed era adoperato nelle cerimonie estemporanee.
Miriam ne suonò uno per celebrare l’esodo dall’Egitto. Il tamburello era fatto con pelle animale tesa su un telaio di legno di forma circolare. Quando chi suonava o danzava lo percuoteva con la mano, lo strumento produceva un suono sordo.
Se il tamburello veniva agitato, i suoi sonagli mobili producevano un tintinnio ritmato. Il sistro, invece, consisteva in una cornice metallica di forma ovale munita di manico e attraversata da asticelle su cui erano infilati dischi mobili di metallo.
La lira
La lira era comunemente usata per produrre musica secolare ma anche in contesti sacri. Questo strumento somigliava a un’arpa, era più piccolo, con meno corde e accompagnava cantanti e arpisti.
Davide suonava la lira per tranquillizzare il re Saul. In alcuni brani biblici, lira e cetra sono spesso utilizzati come sinonimi.
L’arpa
Usata dagli orchestrali del tempio per innalzare “suoni di gioia”, l’arpa era uno degli strumenti preferiti dalla classe aristocratica. Le sue dieci corde potevano essere pizzicate con le dita.
Era soprattutto uno strumento melodico, che probabilmente accompagnava o delineava le melodie intonate dai cantori. L’arpa e la lira erano strumenti leggeri e trasportabili le cui corde erano tese su un telaio di legno.
Il liuto
Il liuto solitamente differiva dall’arpa nella forma. Era spesso costituito da una cassa armonica e un manico su cui erano tese alcune corde.
È possibile che queste, vibrando, producessero suoni melodiosi non diversi da quelli della chitarra classica di oggi. Le corde erano fatte di fibre vegetali o intestini animali ritorti.
Il flauto a canne
Dal tono nasale e penetrante che ricorda quello degli oboi e dei corni inglesi moderni, il flauto a canne era uno strumento popolare suonato comunemente nelle celebrazioni.
Il flauto
Simile al flauto a canne, il flauto è un altro strumento a fiato. Grazie al suo suono emozionale e vibrante, era spesso suonato durante i funerali e le processioni.
Il suo suono allegro e melodioso allietava riunioni familiari, feste e matrimoni. Si poteva udire la delicata voce del flauto anche ai funerali, durante i quali la musica era parte del rituale funebre.
Gli strumenti a fiato e la segnalazione
Il corno ebraico, o shofar, era uno dei più antichi strumenti a fiato. Questo corno cavo di montone produceva suoni alti e penetranti. Gli israeliti lo usavano per adunare le truppe per la battaglia e incitare il popolo all’azione.
Come lo shofar, le trombe non erano impiegate principalmente per scopi musicali, ma come segnale con sequenze variabili di toni lunghi e corti. Le trombe d’argento squillavano per far muovere gli accampamenti, per radunare il popolo israelitico e riunirlo per i rituali.
I cembali
I cembali erano piatti di bronzo. Potevano essere di due dimensioni: c’erano quelli grandi, che venivano sbattuti insieme in maniera decisa, e quelli più piccoli, che si suonavano tra due dita e producevano un suono melodioso.
In entrambi i casi i cembali venivano percossi insieme, ma il suono prodotto differiva quanto a intensità. Il Salmo 150 invita a lodare Dio con cembali dal suono melodioso e con cembali risonanti.
Suoni di guerra, lavoro e dolore
La musica nella Bibbia non era un aspetto peculiare solo delle feste o dei conviti. Era presente anche nel lavoro, per alleviarne la fatica e romperne la monotonia.
Il più antico canto di lavoro è forse il cosiddetto “canto del pozzo”. A quelli di lavoro si uniscono i canti di burla, usati per schernire alcuni personaggi o deridere quei malcapitati cui già la vita aveva riservato un triste destino.
Sono presenti anche le celebri lamentazioni, capaci di assurgere a vero e proprio genere letterario. Esse stringono un legame con la liturgia nei lamenti funebri, ancor oggi presenti in alcune zone del sud Italia.
Poi troviamo le grida di guerra e i canti di trionfo. L’osanna, prima ancora di essere un “grido” liturgico, il cui significato viene dall’ebraico “salvaci Signore”, è stato un “grido” di battaglia.
Tali esclamazioni venivano lanciate poco prima della battaglia o come segnali convenzionali, oppure per infondere coraggio ai soldati. Le grida, i corni e le trombe rendevano udibile l’unità del popolo e accompagnavano l’avanzata, la vittoria o la convocazione.
I Salmi e la musica comunitaria
Il peso maggiore che l’Antico Testamento riserva al canto è senza dubbio legato ai salmi, composizioni poetiche cantate con l’accompagnamento di strumenti a corda, di cui purtroppo non conosciamo le melodie.
L’unico strumento certo di cui abbiamo notizia è tra l’altro solo il corno d’ariete o di montone, il sôfar, strumento tuttora in uso nella liturgia ebraica. Al suono di sette trombe di tale strumento crollarono le mura di Gerico, così come nell’Apocalisse segnalano l’avverarsi degli eventi annunciati.
La liturgia ebraica prevedeva inoltre l’accompagnamento della musica attraverso la danza. Davide e tutta la casa d’Israele danzavano davanti al Signore con tutte le forze, e i Salmi associano spesso la lode al movimento del corpo e agli strumenti.
Quando il re Davide dispose che migliaia di musicisti suonassero i loro strumenti come parte dell’adorazione resa nel tabernacolo, la musica divenne una forma organizzata del culto. Questa disposizione venne seguita anche nel tempio costruito da suo figlio Salomone.
La Parola di Dio come suono originario
L’aspetto più interessante è il gesto “sonoro”, se non musicale, senza il quale esisterebbe solo Dio: la creazione dell’universo, avvenuta perché “Dio ordinò”.
È dal “dire” del Creatore, dal suono emesso dalla sua “bocca”, che tutto ha vita, così come è la sua Parola ad essersi fatta carne per “piantare la sua tenda in mezzo a noi”.
Verbo e Parola di Dio, di cui siamo “immagine e somiglianza”, significano che proprio noi, che fatichiamo così tanto ad ascoltare, siamo della stessa pasta del suo “suono”. Siamo la musica di Dio, di cui Egli stesso si delizia.
La musica può nominare l’innominabile e comunicare l’inconoscibile. Nella prospettiva biblica, il suono non è quindi soltanto vibrazione o intrattenimento: è parola, memoria, convocazione, espressione dell’anima e apertura all’invisibile.
La Bibbia come ispirazione musicale
Il primo cantore e musico ricordato nella Sacra Scrittura è un discendente di Caino, Iubal: “egli fu il padre di tutti i suonatori di cetra e di flauto”. Il suo nome potrebbe rimandare a yobel, “ariete” o “corno d’ariete”, uno dei primi strumenti musicali.
Potrebbe essere legato anche alla radice del termine giubileo, antichissima festa ebraica che si celebrava ogni cinquant’anni e che aveva inizio proprio tramite il suono dei corni.
La Bibbia ha ispirato un numero considerevole di musicisti e compositori, tra cui Bach, Beethoven, Brahms, Bruckner, Debussy, Händel, Haydn, Monteverdi, Mozart, Puccini, Rossini, Stravinskij, Verdi, Vivaldi e Wagner.
Bach e l’ascolto della Scrittura
Johann Sebastian Bach, da devoto protestante e particolarmente attento al testo biblico, ebbe come prima preoccupazione quella di “accordare” la musica ai testi. I temi a lui più cari furono la figura del serpente, il dolore, la morte e la risurrezione, gli angeli, che a Natale scendono dal cielo per poi risalirci.
La musica di Bach è figlia dell’ascolto della Sacra Scrittura. “Fides ex auditu!”, dicono quelli colti citando la Lettera ai Romani: la fede proviene dall’ascolto.
Come compositore sacro, Bach è biblico e comunitario. È biblico perché il suo riferimento alla Scrittura è costante. Nelle Passioni segue integralmente e fedelmente gli evangelisti Giovanni e Matteo e compie un costante sforzo per armonizzare i corali e i brani solistici con ciò che è detto nei recitativi tratti dalla Scrittura.
Anche nelle cantate mantiene un nesso preciso e studiato con il vangelo del giorno, con il sermone a cui le cantate facevano corona. Musica e testo diventano così un’unica proclamazione della Parola nella comunità dei fedeli.
Dal canto gregoriano all’oratorio
Nei primi decenni dopo Cristo, le liturgie ancora approssimative dei protocristiani facevano uso di preghiere e canti della sinagoga. Col passare del tempo, il repertorio musicale liturgico si arricchì di canti nuovi, raccogliendoli anche dalle varie tradizioni locali.
La necessità di porre un freno alle altalenanti derive suggerì la creazione di un nuovo ordinamento musicale, che si andò definendo in epoca carolingia. A quell’insieme di canti venne dato il nome di “gregoriano”.
Intorno all’XI-XIII secolo, il desiderio di ampliare la fissità del canto gregoriano diede vita all’oratorio, un genere musicale simile all’opera lirica ma privo di rappresentazione scenica e personaggi in costume.
Nel corso del XVIII secolo la musica sacra fu costretta a cedere il passo a quella operistica e strumentale, oratorio compreso, ma diversi compositori resistettero, mantenendo la loro attenzione a questo genere: Haydn, Beethoven, Mendelssohn, Rossini e altri ancora.
La musica come linguaggio di unità
La musica è uno straordinario mezzo per unire i popoli. Grazie alla musica nascono storie d’amore e di amicizia, e come tale favorisce la pace e la concordia.
Tutta la cultura dello spiritual è incorniciata da due canti veterotestamentari iconici: “Go down Moses, Let my people go” e “Joshua fit the battle of Jericho”. La tradizione biblica continua così a vivere anche nei canti spiritual, gospel, blues, soul, rhythm’n’blues, folk e popular music.
Nel Nuovo Testamento, la figura di Gesù ha ispirato la musica rock e pop, da Jesus Christ Superstar di Andrew Lloyd Webber ad album come Passion di Peter Gabriel, fino a testi impegnati come Dio è morto di Guccini e Il Testamento di Tito di De André.
I cantautori contemporanei possono essere considerati una sorta di nuovi salmisti, perché continuano a muoversi attraverso il mistero di Dio, la realtà, l’io, l’amore e l’eternità.
Il significato dei suoni biblici
I suoni biblici permettono di ascoltare la vita nella sua interezza. Comprendono il canto della lode e il gemito della creazione, il grido di chi soffre e il fragore della presenza divina, il suono festoso degli strumenti e il silenzio carico di attesa.
Il suono può convocare la comunità, annunciare una partenza, segnalare una battaglia, proclamare una festa, accompagnare un funerale, calmare un animo turbato o esprimere riconoscenza.
Il suono dello Spirito Santo porta potenza, fuoco e lingue; il suono dello shofàr annuncia la presenza e l’autorità di Dio; il suono delle trombe d’argento raduna il popolo; il suono dei salmi unisce cielo e terra; il suono della Parola dà vita.
Per questo la Bibbia non è soltanto un libro da leggere: è anche un libro da ascoltare. Le sue pagine fanno udire canti, grida, preghiere, strumenti, clamori, voci e rumori attraverso i quali la fede diventa esperienza viva e condivisa.