Benedizione di Santa Francesca Romana: tradizione, significato e patronato degli automobilisti

La benedizione di Santa Francesca Romana è la tradizionale celebrazione che, ogni 9 marzo, riunisce a Roma automobilisti e cittadini per affidare alla protezione della santa i conducenti e i loro veicoli. La cerimonia unisce il momento religioso alla sensibilizzazione sui temi della prudenza, del rispetto delle regole e della responsabilità alla guida.

La manifestazione, tra le più antiche iniziative automobilistiche della Capitale e celebrata per la prima volta nel 1928, si svolge presso la Basilica di Santa Maria Nova, nel Foro Romano, e prosegue con una processione verso piazza del Colosseo, dove vengono benedetti gli automobilisti e i mezzi di trasporto.

Come si svolge la benedizione degli automobilisti

Domenica 15 marzo si rinnova a Roma l’appuntamento in occasione della festa che celebra Santa Francesca Romana, patrona degli automobilisti. Una ricorrenza che risale al 1928 e particolarmente sentita nella Capitale, che unisce tradizione religiosa e cultura della sicurezza stradale, valori da sempre al centro dell’impegno dell’Automobile Club Roma.

La celebrazione si terrà presso la storica Basilica di Santa Maria Nova al Foro Romano, luogo simbolo della devozione alla Santa. La cerimonia inizierà alle ore 11 con la Santa Messa pontificale nella Basilica di Santa Francesca Romana al Foro Romano, officiata da monsignor Andrea Toró, rettore del Pontificio Istituto Ungherese di Roma, insieme ai monaci benedettini olivetani custodi della basilica.

Prima della funzione è previsto il tradizionale omaggio floreale alla Santa da parte dell’Automobile Club Roma. Al termine della Santa Messa pontificale in programma alle ore 11:00 avrà luogo la tradizionale processione verso Piazza del Colosseo per la benedizione delle auto e degli automobilisti, gesto che richiama ogni anno numerosi cittadini e rappresenta un momento di riflessione sul valore della prudenza, del rispetto delle regole e della responsabilità alla guida.

Al termine della celebrazione, intorno a mezzogiorno, partirà la processione verso piazza del Colosseo, dove si svolgerà la benedizione delle auto e degli automobilisti, momento molto partecipato dai cittadini e occasione per richiamare l’attenzione su prudenza, rispetto delle regole e responsabilità alla guida.

Gli automobilisti e i soci dell’Automobile Club Roma potranno prendere parte all’iniziativa portando con sé le chiavi del proprio veicolo, che saranno simbolicamente benedette. L’Automobile Club Roma invita gli automobilisti a partecipare alla cerimonia portando con sé le chiavi della propria auto, che potranno essere benedette nel corso della funzione.

Nell’area dell’Arco di Costantino saranno inoltre esposti alcuni veicoli istituzionali delle autorità civili, militari e delle forze di sicurezza. La cerimonia si concluderà con l’esibizione della Banda della Polizia Locale di Roma Capitale.

Processione di Santa Francesca Romana al Colosseo

Il significato religioso e civile della celebrazione

La benedizione non è soltanto un rito rivolto alle automobili. È un momento di preghiera e di affidamento, ma anche un’occasione pubblica per ricordare che la sicurezza stradale dipende dai comportamenti quotidiani di chi guida.

«La benedizione degli automobilisti in occasione della festa di Santa Francesca Romana è una tradizione che unisce spiritualità, senso civico e cultura della sicurezza stradale», ha dichiarato la presidente dell’Automobile Club Roma, Giuseppina Fusco.

La ricorrenza unisce tradizione religiosa e cultura della sicurezza stradale, valori da sempre al centro dell’impegno dell’Automobile Club Roma. La benedizione richiama ogni anno numerosi cittadini e rappresenta un momento di riflessione sul valore della prudenza, del rispetto delle regole e della responsabilità alla guida.

Presso la basilica a lei dedicata nel Foro Romano, molti fedeli conducono automobili, motocicli e altri mezzi per ricevere la benedizione, affidando a Dio i propri spostamenti quotidiani. Un gesto semplice ma ricco di significato: invocare protezione lungo le strade della vita, sotto lo sguardo di colei che la tradizione ricorda accompagnata e guidata da un santo Angelo.

Santa Francesca Romana, patrona degli automobilisti

Francesca Romana (1384-1440) è ricordata dalla Chiesa come religiosa, moglie e madre di specchiata virtù, ammirevole per pietà, umiltà e pazienza. In tempi di difficoltà, distribuì i suoi beni ai poveri, servì i malati e, alla morte del marito, si ritirò tra le oblate che ella stessa aveva riunito a Roma sotto la regola di san Benedetto.

La sua memoria liturgica ricorre il 9 marzo. Fu canonizzata il 29 maggio 1608 da papa Paolo V nella Basilica Vaticana.

Santa Francesca Romana, oltre a essere compatrona di Roma con i santi apostoli Pietro e Paolo, viene anche invocata come protettrice dalle pestilenze e per la liberazione delle anime dal Purgatorio. Nel 1950 papa Pio XII l’ha dichiarata patrona degli automobilisti, perché il suo Angelo Custode l’accompagnava sempre durante i suoi spostamenti, sprigionando una luce che le permetteva di vedere chiaro anche di notte.

Ratificava quindi un’usanza per cui ancora oggi, il 9 marzo di ogni anno, gli automobilisti di Roma si radunano nei pressi della chiesa di Santa Francesca Romana per ricevere una speciale benedizione per sé e per i propri mezzi.

ElementoInformazione
NomeSanta Francesca Romana
Nascita e morte1384-1440
Memoria liturgica9 marzo
Canonizzazione29 maggio 1608
Papa canonizzatorePaolo V
PatronatoAutomobilisti
Luogo della celebrazioneBasilica di Santa Maria Nova al Foro Romano
Destinazione della processionePiazza del Colosseo

Perché Santa Francesca Romana è legata alla protezione sulla strada

Donna d’azione, Francesca però attingeva da una intensa vita di preghiera la forza necessaria per il suo apostolato sociale. Il Signore le concesse anche delle grazie straordinarie, così come aveva fatto a due altre grandi mistiche del tempo, s. Caterina da Siena e s. Brigida di Svezia.

Tipica rimane anche la sua familiarità con l’Angelo Custode, di cui era devotissima. Egli le appariva sul suo cammino, difendendola dai pericoli e rischiarandole la strada durante la notte.

E fu appunto per questo che il Papa Pio XI nel 1925 volle proclamare s. Francesca Romana Patrona degli automobilisti, perché dal cielo, insieme agli Angeli Custodi, ottenesse protezione per chi percorre le strade delle nostre città.

E questa è la ragione per la quale ogni anno, nella festa di s. Francesca, l’Automobile Club di Roma invita i suoi soci ad affidarsi alla protezione della Santa.

La vita di Francesca Bussa de’ Leoni

Francesca Bussa de’ Leoni nacque a Roma in una famiglia nobile. Fin da bambina si distinse per le sue forti inclinazioni spirituali: amava isolarsi come un eremita, dedicandosi alla preghiera, alle penitenze e alla lettura devota, praticando dentro le mura domestiche una singolare forma di ascetismo monastico.

Francesca Bussa de’ Leoni nacque a Roma nel 1384. Fu battezzata il giorno dopo la nascita e cresimata nella chiesa di Sant’Agnese in Agone, non molto lontana da piazza Navona, dove abitava la sua famiglia.

Ebbe un’educazione elevata per una fanciulla del suo tempo. Una volta diventata più grande, accompagnava la madre, Iacobella de’ Roffredeschis, nelle visite alle varie chiese del suo rione.

Spesso madre e figlia si spingevano fino alla lontana chiesa di Santa Maria Nova sull’antica Via Sacra, gestita dai Benedettini di Monte Oliveto, dai quali la madre era solita confessarsi. In quella chiesa anche Francesca trovò il suo primo direttore spirituale, padre Antonello di Monte Savello.

Il religioso ben presto si accorse della vocazione della fanciulla alla vita monastica, nonostante vivesse negli agi di una ricca e nobile famiglia.

Il matrimonio e la scelta del servizio

All’età di soli dodici anni fu data in sposa contro la sua volontà a Lorenzo Ponziani, appartenente a una ricca famiglia del rione Trastevere.

Tuttavia, il padre di Francesca, Paolo, aveva combinato per lei un matrimonio con il nobile Lorenzo de’ Ponziani. Intendeva così allearsi a un’altra famiglia ricca: i Ponziani si erano infatti arricchiti con il mestiere di macellai, comprando bestiame e possedimenti agricoli.

Padre Antonello convinse Francesca, che all’epoca aveva dodici anni, ad accettare la volontà del padre. Una volta sposata, andò ad abitare nel palazzo dei Ponziani, situato nel quartiere di Trastevere, precisamente nella contrada di Sant’Andrea degli Scafi.

Oggi si trova in via dei Vascellari 61: dell’antico palazzo, più volte trasformato nei secoli, rimangono le ampie cantine e, al pianterreno, un ambiente quattrocentesco, con il soffitto a cassettoni.

Durante la vita matrimoniale, perse due figli in giovane età a causa della peste. Nonostante la posizione agiata, si dedicò con generosità ai poveri e ai malati, mescolandosi a loro senza timore e vendendo spesso i capi del suo corredo per ricavarne abiti e soccorsi per chi era in difficoltà.

Francesca, divenuta moglie e madre giovanissima, è molto affettuosa con il marito e con i tre figli, due dei quali perde troppo presto.

Da ragazzina sognava di consacrarsi ma anche se il matrimonio è frutto di uno di quei classici accordi dell’epoca tra famiglie altolocate, ha trovato il modo di vivere il suo ruolo senza soffocare la spinta al servizio, che le viene da una fede innervata dalla preghiera e irrobustita, come usava a quel tempo, con una serie di penitenze fisiche.

La Roma del Quattrocento e l’opera caritativa

Erano anni drammatici per Roma. Gli ecclesiastici discutevano sulla superiorità o meno del Concilio Ecumenico sul Papa.

Lo Scisma d’Occidente devastava l’unità della Chiesa, mentre lo Stato Pontificio era politicamente allo sbando ed economicamente in rovina. Roma per tre volte fu occupata e saccheggiata dal re di Napoli, Ladislao di Durazzo.

A causa delle guerriglie urbane, la città era ridotta quasi in rovina. Papi ed antipapi si combattevano fra loro: mancava quindi un’autorità centrale che riportasse ordine e prosperità.

Roma, alla fine del 1300 ed all’inizio del 1400, era veramente in uno stato pietoso. La città entro le Mura Aureliane era ridotta a circa 25.000 abitanti, secondo alcuni storici, decimata com’era stata da guerre, carestie e pestilenze.

Pur appartenendo all’antica famiglia aristocratica dei Ponziani, la nobildonna Francesca non disdegnò di chinarsi al servizio dei più umili nei quartieri di Trastevere, di Campo Marzio, del Rione Parione o del Palatino.

Francesca poteva così realizzare quell’apostolato sociale, che rimane anche oggi insostituibile, in ogni tipo di società. Il fuoco interiore che l’animava era il monito di Cristo: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri” (Gv 13, 35).

E la carità fraterna divenne la regola ispiratrice della sua vita.

La carità nella casa Ponziani

Già perché, incurante delle dicerie, e con quella disarmante grazia che conquista tutti, Francesca non solo ha trasformato il palazzo di Trastevere dove vive in una “centrale” di soccorso per i poveri - anche lo straccione più reietto sa che a casa Ponziani troverà un pezzo di pane e un bicchiere di vino, un abito più decente, qualche soldo - ma è arrivata a tendere di persona la mano all’uscita dalle chiese o a bussare alle porte dei nobili suoi pari per chiedere l’elemosina al posto di chi si vergogna di farlo.

Nel 1401 morì sua suocera, così il marito, Andreozzo Ponziani, le affidò le chiavi delle dispense, dei granai e delle cantine. Francesca ne approfittò per aumentare gli aiuti ai poveri: in pochi mesi i locali furono svuotati.

Il suocero, allibito, decise di riprendersi le chiavi. Quando nei granai fu rimasta soltanto la pula, Francesca, Vannozza e una fedele serva, per cercare di soddisfare fino all’ultimo le richieste degli affamati, fecero la cernita e distribuirono anche il poco grano ricavato.

Con loro sorpresa, pochi giorni dopo, sia i granai che le botti del vino risultarono di nuovo pieni. Andreozzo, nel 1391, aveva fondato l’Ospedale del Santissimo Salvatore utilizzando la navata destra di una chiesa in disuso, oggi chiamata Santa Maria in Cappella.

Di conseguenza, non era indifferente alle miserie dei romani. Visto il prodigio, decise di restituire le chiavi alla caritatevole nuora.

Quando per esempio il suocero, esasperato dai continui “prelievi” a favore dei mendicanti, le toglie le chiavi delle dispense e svuota il granaio di famiglia, qualche giorno dopo lì dov’era rimasta solo la pula ci sono di nuovo quintali di ottimo frumento. E nessuno lo aveva ricomprato.

La “poverella di Trastevere”

A questo punto Francesca decise di dedicarsi sistematicamente all’opera di assistenza. Con il consenso del marito, vendette tutti i vestiti e gioielli devolvendo il ricavato ai poveri.

Indossò un abito di stoffa ruvida, ampio e comodo, per poter camminare agevolmente per i miseri vicoli di Roma. Era ormai conosciuta ed ammirata da tutta Trastevere, che aveva saputo del prodigio dei granai di nuovo pieni.

In particolare, un gruppo di donne volle seguire il suo esempio. Insieme a loro, Francesca andava a coltivare un campo nei pressi di San Paolo fuori le Mura, da cui ricavava frutta e verdura.

Caricava le merci su un asinello e le distribuiva personalmente alla lunga fila di poveri, che ormai ogni giorno cercava di sfamare.

Alla morte del suocero, Francesca si prese cura dell’Ospedale del SS. Salvatore, pur senza tralasciare le visite private e domiciliari che faceva ai poveri.

Incurante delle critiche e del disprezzo dei nobili romani, si fece questuante per quanti che si vergognavano di chiedere l’elemosina. Per questa ragione, la gente del popolo la soprannominò “la poverella di Trastevere”.

La consideravano sempre una di loro, nonostante l’appartenenza al ceto della nobiltà, e familiarmente la chiamavano “Franceschella” o “Ceccolella”.

Una donna diversamente ricca, diversamente nobile Francesca. Ricca, anzi traboccante di pietà, che si ricorda di chiunque sia dimenticato, che tratta uomini e donne della servitù come fossero suoi fratelli e sorelle - lo testimonieranno loro stessi.

E nobile senza che una seta o un gioiello ne rimarchino lo status (lei anzi li ha venduti tutti per sfamare e curare). La sua è una gioia che non tintinna in un forziere nascosto, visibile a pochi, ma sta in un cuore totalmente aperto a tutti, giorno e notte, come il portone di casa, perché non si rimanda indietro a mani vuote Gesù che viene a chiedere nei panni di un povero.

Malattia, peste e perdite familiari

Nel 1409, suo marito Lorenzo, comandante delle truppe pontificie, durante una battaglia contro l’invasore Ladislao di Durazzo re di Napoli, contrario all’elezione di papa Alessandro V, venne gravemente ferito.

Rimase semiparalizzato per il resto della sua vita e fu accudito amorevolmente dalla moglie e dal figlio Battista. Nel 1410 casa Ponziani venne saccheggiata e i beni di famiglia furono espropriati.

Lorenzo, sebbene invalido fu costretto a fuggire, per sottrarsi alla vendetta di re Ladislao, che però prese in ostaggio Battista.

Un’epidemia di peste portò Francesca alla decisione di aprire il suo palazzo agli appestati. Così facendo, però, si espose in prima persona al contagio, insieme ai suoi cari.

Morirono gli altri due figli, Agnese ed Evangelista. Lei stessa contrasse il morbo, ma riuscì a salvarsi. Passata l’epidemia poté ricongiungersi con il marito e con Battista.

Dalla morte di Evangelista, Francesca cominciò a vedere accanto a sé un ragazzino sui nove anni, con lunghi capelli ricci, vestito di una tunica bianca. Non l’avrebbe più lasciata, per tutta la vita.

Preghiera, visioni e Angelo Custode

Sono documentati assalti demoniaci contro la sua persona, fatti di violenze e percosse, e anche molti segni e guarigioni straordinari al pari della carità di “Ceccolella”, come viene chiamata in giro.

Mentre si prodigava instancabilmente in queste opere di amore concreto, Francesca riferiva al suo confessore, don Giovanni Mariotto, parroco di Santa Maria in Trastevere, le illuminazioni che affermava di ricevere dal Signore.

La trascrizione di quelle rivelazioni operata da don Mariotto, pubblicata nel 1870, riguardava le frequenti lotte di Francesca col demonio, ma anche il suo viaggio mistico nell’Inferno e nel Purgatorio, i momenti di estasi, i prodigi e le guarigioni che le venivano attribuiti.

Durante la vita le fu concesso il dono straordinario di percepire la presenza visibile del suo angelo custode, che la guidava in ogni passo.

Le sue ultime parole furono: «Il cielo è aperto, ci sono gli angeli che discendono e l’arcangelo che ha terminato il suo compito e mi fa cenno di seguirlo».

Tipica rimane anche la sua familiarità con l’Angelo Custode, di cui era devotissima. Egli le appariva sul suo cammino, difendendola dai pericoli e rischiarandole la strada durante la notte.

La fondazione delle Oblate di Tor de’ Specchi

Francesca continuava ad aiutare poveri ed ammalati, senza trascurare la preghiera: dormiva ormai solo due ore per notte. Iniziò anche ad accompagnare spiritualmente il gruppo di amiche che la coadiuvavano nella carità.

Durante uno di quegli incontri settimanali nella chiesa di Santa Maria Nova, Francesca le invitò ad associarsi in una confraternita consacrata alla Madonna. Ognuna delle socie sarebbe restata nella propria casa, impegnandosi a vivere le virtù monastiche e donandosi ai poveri.

Il 15 agosto 1425, festa dell’Assunta, davanti all’altare della Vergine, le undici donne si offrirono al Signore.

Il 15 agosto 1425 Francesca pronunciò la solenne formula di oblazione nella Basilica di Santa Maria Nova, consacrando così la sua vita a Dio.

Nel marzo del 1433 Francesca poté riunire le sue compagne sotto un unico tetto a Tor de’ Specchi, composto da una camera ed un grande camerone, vicino alla chiesa parrocchiale di Sant’Andrea dei Funari.

Il 21 luglio dello stesso 1433, papa Eugenio IV eresse la comunità in congregazione religiosa, con il titolo di Oblate Benedettine di Maria, note anche come Nobili Oblate di Tor de’ Specchi.

Per ampliare la sua opera caritativa, nello stesso anno fondò la Congregazione delle Oblate Olivetane di Santa Maria Nuova, conosciute anche come Oblate di Tor de’ Specchi.

Tra le Oblate di Tor de’ Specchi Francesca si recava ogni giorno nel monastero da lei fondato, ma continuò ad abitare nel palazzo Ponziani per accudire il marito malato.

Lorenzo morì dopo quarant’anni di vita coniugale, nella quale era sempre andato d’accordo con lei. A quel punto, il 21 marzo 1436, Francesca lasciò la sua casa, affidandone l’amministrazione al figlio Battista e a sua moglie Mabilia de’ Papazzurri.

Si unì alle compagne a Tor de’ Specchi, dove fu eletta superiora. Trascorse gli ultimi quattro anni nel convento, dedicandosi soprattutto a tre compiti: formare le sue figlie secondo le illuminazioni che Dio le donava; sostenerle con l’esempio nelle opere di misericordia alle quali erano chiamate; pregare per la fine dello scisma nella Chiesa.

Francesca insegnò alle sue suore la preparazione di uno speciale unguento, che aveva usato e usava per sanare malati e feriti. Ancora oggi, quel medicamento viene preparato nello stesso recipiente adoperato da lei più di cinque secoli fa.

La morte e la venerazione a Roma

Il 3 marzo 1440 Battista Ponziani si ammalò gravemente. Francesca accorse al suo capezzale: dopo poco tempo, il figlio guarì.

Aveva appena lasciato palazzo Ponziani, quando incontrò don Mattiotti, il suo confessore, che le ordinò di tornare indietro per passare la notte lì. Francesca obbedì, ma sapeva già che quelli sarebbero stati i suoi ultimi giorni.

Di fatto morì il 9 marzo 1440, a cinquantasei anni, circondata dalle sue Oblate, a cui aveva lasciato le proprie estreme raccomandazioni.

Le sue spoglie mortali vennero esposte per tre giorni nella chiesa di Santa Maria Nova, poi furono sepolte sotto l’altare della stessa chiesa. Una cronaca dell’epoca riferisce la partecipazione e la devozione di tutta la città.

E quando il 9 marzo 1440 muore, per tre giorni la gente si mette in fila per salutare commossa colei che tutti già chiamano la “Santa di Roma”.

Monastero di Tor de' Specchi Roma

Canonizzazione e titolo di “Romana”

La fama di santità di Francesca portò all’apertura di un primo processo ad appena sei mesi dalla sua morte, seguito, tre anni dopo, da un secondo processo, motivato dalle continue grazie singolari attribuite alla sua intercessione.

Alcuni vizi di forma, però, bloccarono tutto. Anche il terzo tentativo, a otto anni di distanza dal suo transito, non ebbe seguito. Una delle ragioni è da attribuire al fatto che, a quel tempo, il Papa era lontano da Roma.

Alla fine, fu canonizzata da papa Paolo V il 29 maggio 1608.

Il senato di Roma, che già nel 1494 aveva stabilito che il giorno della sua morte venisse considerato giorno festivo e l’appellava “Advocata Urbis”, stabilì all’unanimità che, da allora in poi, sarebbe stata denominata non col cognome da vedova, ma “Romana”.

Francesca diventava quindi la prima santa donna italiana dal tempo di Caterina da Siena, ma anche la prima cittadina della Roma moderna a ottenere gli onori degli altari.

Fu canonizzata da Papa Paolo V il 29 maggio 1608, diventando la prima donna italiana canonizzata dopo Santa Caterina da Siena e la prima cittadina di Roma moderna a ricevere gli onori degli altari.

In quello stesso giorno, il Senato romano la dichiarò patrona della città, imponendole il nome di “Romana” in luogo del cognome Ponziani.

Papa Urbano VIII volle nella chiesa di Santa Maria Nova, che la devozione popolare chiama ancora oggi “di Santa Francesca Romana” un tempietto con quattro colonne di diaspro e una statua in bronzo dorato che raffigura la santa in compagnia dell’Angelo Custode, che l’aveva assistita tutta la vita.

Santa Francesca Romana nella Basilica di Santa Maria Nova

La Basilica di Santa Maria Nova al Foro Romano è il luogo centrale della festa e della benedizione degli automobilisti. Qui Francesca frequentò la preghiera e ricevette una parte importante della sua formazione spirituale sotto la guida dei monaci olivetani.

Devota frequentatrice di questa nostra chiesa di S. Maria Nova, quante volte la nostra Santa avrà qui sentito risuonare le parole di Gesù che oggi l'Evangelo ci ha riproposto: “Convertitevi e credete al Vangelo!” (Mc 1, 15).

Sotto la guida sapiente dei Padri Olivetani che da più di un secolo erano già presenti in questa chiesa, Francesca si formò nella via della perfezione evangelica.

Rimasta vedova, si consacrò ad una più intensa vita religiosa nella famiglia delle Oblate Benedettine. Era la festa dell’Assunta, il 15 agosto del 1425, allorquando, all’età di 41 anni, in questa stessa chiesa essa pronunciava la sua solenne formula di offerta al Signore nelle mani del Delegato dell’Abate di Monte Oliveto Maggiore, impegnandosi a servire ancor più generosamente il Signore ed i fratelli, in una vita intensa di carità.

Ancora oggi, ogni 9 marzo, il Monastero di Tor de’ Specchi, pur caratterizzato da stretta clausura, apre le sue porte al pubblico per celebrare la santa protettrice e permettere a tutti di ammirare gli affreschi quattrocenteschi che conserva.

Contemplazione, azione e servizio

Contemplazione e azione, preghiera e servizio di carità, ideale monastico e impegno sociale: tutto questo ha trovato qui un “laboratorio” ricco di frutti, in stretto legame con i monaci Olivetani di Santa Maria Nova.

Il vero motore però di quanto qui si è compiuto nel corso del tempo è stato il cuore di Francesca, nel quale lo Spirito Santo riversò i suoi doni spirituali e al tempo stesso suscitò tante iniziative di bene.

Il vostro monastero si trova nel cuore della città. Come non vedere in questo quasi il simbolo della necessità di riportare al centro della convivenza civile la dimensione spirituale, per dare senso pieno alle molteplici attività dell’essere umano?

Proprio in questa prospettiva, la vostra comunità, insieme con tutte le altre comunità di vita contemplativa, è chiamata ad essere una sorta di “polmone” spirituale della società, perché a tutto il fare, a tutto l’attivismo di una città non venga a mancare il “respiro” spirituale, il riferimento a Dio e al suo disegno di salvezza.

È questo il servizio che rendono in particolare i monasteri, luoghi di silenzio e di meditazione della Parola divina, luoghi dove ci si preoccupa di tenere sempre la terra aperta verso il cielo.

Il vostro monastero, poi, ha una sua peculiarità, che naturalmente riflette il carisma di santa Francesca Romana. Qui si vive un singolare equilibrio tra vita religiosa e vita laicale, tra vita nel mondo e fuori dal mondo.

Un modello che non è nato sulla carta, ma nell’esperienza concreta di una giovane romana: scritto - si direbbe - da Dio stesso nell’esistenza straordinaria di Francesca, nella sua storia di bambina, di adolescente, di giovanissima sposa e madre, di donna matura, conquistata da Gesù Cristo, come direbbe san Paolo.

La festa secondo Benedetto XVI

Con grande gioia, dopo la visita al vicino Campidoglio, vengo ad incontrarvi in questo storico monastero di santa Francesca Romana, mentre ancora è in corso il quarto centenario della sua canonizzazione avvenuta il 29 maggio del 1608.

Proprio oggi, poi, cade la festa di questa grande Santa, nel ricordo della data della sua nascita al cielo. Sono dunque particolarmente grato al Signore di poter rendere questo omaggio alla “più romana delle Sante”, in felice successione con l’incontro che ho avuto con gli Amministratori nella sede del governo cittadino.

Come sapete, sono reduce con i miei collaboratori della Curia Romana dagli Esercizi spirituali, che coincidono con la prima settimana di Quaresima. In questi giorni ho sperimentato ancora una volta quanto siano indispensabili il silenzio e la preghiera.

E ho pensato anche a santa Francesca Romana, alla sua totale dedizione a Dio e al prossimo, da cui è scaturita l’esperienza di vita comunitaria qui, a Tor de’ Specchi.

Anche ai nostri giorni, Roma ha bisogno di donne - e naturalmente anche di uomini, ma qui voglio sottolineare la dimensione femminile - donne, dicevo, tutte di Dio e tutte del prossimo; donne capaci di raccoglimento e di servizio generoso e discreto; donne che sanno obbedire ai Pastori, ma anche sostenerli e stimolarli con i loro suggerimenti, maturati nel colloquio con Cristo e nell’esperienza diretta sul campo della carità, dell’assistenza ai malati, agli emarginati, ai minori in difficoltà.

E’ il dono di una maternità che fa tutt’uno con l’oblazione religiosa, sul modello di Maria Santissima. Pensiamo al mistero della Visitazione: Maria dopo aver concepito nel cuore e nella carne il Verbo di Dio, subito si mette in cammino per andare ad aiutare l’anziana parente Elisabetta.

Il cuore di Maria è il chiostro dove la Parola continua a parlare nel silenzio, e al tempo stesso è la fornace di una carità che spinge a gesti coraggiosi, come pure a una condivisione perseverante e nascosta.

Care Sorelle! Grazie della preghiera con cui accompagnate sempre il ministero del Successore di Pietro, e grazie per la vostra presenza preziosa nel cuore di Roma.

Vi auguro di sperimentare ogni giorno la gioia di non anteporre nulla all’amore di Cristo, un motto che abbiamo ereditato da san Benedetto, ma che ben rispecchia la spiritualità dell’apostolo Paolo, da voi venerato quale patrono della vostra Congregazione.

L’iconografia della santa

È ritratta con l’abito benedettino, abito nero e il velo bianco propri delle monache, talvolta con un angelo custode al suo fianco.

Questa iconografia richiama il suo legame spirituale con la regola di San Benedetto e la comunità delle Oblate da lei fondata, pur avendo vissuto a lungo nel matrimonio.

La presenza dell’angelo accanto a lei rimanda alla tradizione secondo cui le fu concesso di percepire visibilmente il proprio Angelo custode, segno della particolare protezione divina che accompagnò la sua vita.

Spesso l’angelo è rappresentato mentre la assiste durante la distribuzione del pane ai poveri, richiamando così la sua celebre carità e l’uso concreto dei beni materiali per il sostegno dei più bisognosi.

La benedizione nella memoria storica di Roma

La tradizione della benedizione degli automobilisti è documentata anche dalle immagini dei cinegiornali del Novecento. Il 16 marzo 1938, durante la festa di Santa Francesca Romana, una gran folla si radunò nel piazzale del Colosseo insieme a motociclisti e automobilisti.

Le sequenze mostrano automezzi e macchine, una gran folla radunata nel piazzale del Colosseo, motociclisti ed automobilisti durante la benedizione per la festa di S. Francesca Romana, patrona degli automobilisti, l’officiante e automobili, moto e carri armati durante la cerimonia.

Un altro cinegiornale, datato 15 marzo 1939, documenta la processione che scende da Santa Francesca Romana verso il Colosseo. Sul piazzale del Colosseo sono schierate oltre 2000 automobili e reparti motorizzati delle forze armate e della Gil.

Alla fine del rito della benedizione le auto e le moto hanno sfilato su via dell’Impero.

Benedizione di automezzi per la festa di S. Francesca Romana, patrona degli automobilisti.

Il messaggio della prudenza alla guida

La festa di Santa Francesca Romana collega la protezione spirituale alla responsabilità concreta di chi percorre le strade. La benedizione di un veicolo non sostituisce la prudenza, ma richiama il conducente alla consapevolezza dei propri doveri verso sé stesso e verso gli altri.

La cerimonia unisce il momento religioso alla sensibilizzazione sui temi della sicurezza stradale. Il suo significato civile riguarda quindi il rispetto delle regole, l’attenzione alle condizioni della strada e la responsabilità personale durante ogni spostamento.

Il gesto di portare le chiavi dell’auto rende visibile il legame tra la preghiera e la vita quotidiana. Le chiavi rappresentano il mezzo, ma anche le decisioni di chi lo conduce e il modo in cui sceglie di stare nello spazio condiviso della strada.

Una santa della carità

La festa di santa Francesca Romana cade in Quaresima e la liturgia di questo tempo ci richiama alla necessità della purificazione interiore, attraverso la preghiera, il digiuno e le opere di misericordia.

Ma questo può senz'altro essere anche il messaggio che ci viene dalla nostra Santa, tutta dedita ad una vita di orazione e di carità, che suscitava ammirazione fra i romani del suo tempo.

Leggendo la sua vita, sembra di imbatterci in una di quelle donne forti, di cui sono pieni i Libri Sacri e le pagine della storia della Chiesa.

Esempio di donna forte, prima nella vita familiare, poi in quella monastica. Esempio di donna generosa, votata interamente alle opere di carità, in una Roma che all'inizio del 1400, era provata da carestie e pestilenze.

Il suo programma di vita fu quello di tutti i giganti della santità: “Non lamento, ma azione”.

È questo messaggio che la nostra Santa lascia in eredità anche a noi, a distanza di sei secoli dalla sua dipartita per la Casa del Padre. La carità fraterna divenga anche per noi una regola di vita!

La preghiera per i viaggiatori

O Dio che ti sei degnato di conferire alla beata Francesca la grazia singolare di essere familiarmente assistita da un Angelo, concedici che per la sua intercessione possiamo essere difesi dalla protezione dei Santi Angeli, giungere felicemente alla meta sospirata, tornare sani e salvi al focolare domestico e, custoditi da ogni pericolo per la via, rallegrarci dell’eterna loro società in cielo. Amen.

O Dio, che ti sei degnato di concedere a Santa Francesca Romana la grazia singolare di essere familiarmente assistita da un Angelo, concedi anche a noi, per sua intercessione, di essere difesi dalla protezione dei santi Angeli, di giungere felicemente alla meta desiderata, di tornare sani e salvi al nostro focolare domestico e, custoditi da ogni pericolo lungo il cammino, di rallegrarci un giorno della loro eterna compagnia in cielo. Amen.

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