Giovanni Brusca, dalla strage di Capaci alla collaborazione con la giustizia

Giovanni Brusca, uno dei più feroci uomini di Cosa Nostra, è oggi un uomo libero per fine pena. La sua vicenda comprende la partecipazione alla stagione stragista mafiosa, la strage di Capaci, il sequestro e l’uccisione del piccolo Giuseppe Di Matteo, la cattura nel 1996 e una lunga collaborazione con la giustizia.

La sua liberazione ha riaperto il dolore dei familiari delle vittime e provocato reazioni forti e contrastanti, ma è avvenuta in applicazione della legge sui collaboratori di giustizia, normativa voluta da Giovanni Falcone per colpire le organizzazioni mafiose dall’interno. Dopo 25 anni di carcere e quattro di sorveglianza, uno dei boss più sanguinari di Cosa Nostra, Giovanni Brusca, è definitivamente libero.

Giovanni Falcone strage di Capaci commemorazione

Chi è Giovanni Brusca

Nato a San Giuseppe Jato il 20 febbraio 1957, Giovanni Brusca è figlio del boss Bernardo Brusca. Entra nella cosca del padre a 19 anni e inizia far parte di un gruppo che uccide su ordine di Totò Riina: accanto a lui Antonino Madonia, Giuseppe Giacomo Gambino, Pino Greco detto Scarpuzzedda, Mario Prestifilippo, Filippo Marchese, Giuseppe Lucchese, Giovanbattista Pullarà, Vincenzo Puccio e Calogero Ganci.

Giovanni Brusca, che otterrà sul campo l’accurato soprannome di scannacristiani, era un affiliato operativo già all'età di 19 anni. Figlio “d’arte” del boss Bernardo Brusca, fratello di Emanuele ed Enzo Salvatore, tutti "uomini d'onore" e componenti attivi della Famiglia di San Giuseppe Jato.

Come tutto il suo clan, Brusca sarà uno storico sostenitore della fazione “corleonese” di Cosa Nostra, considerata la più sanguinaria e meno incline al compromesso. Basti pensare che dopo aver commesso l’omicidio che avrebbe dischiuso le porte dell’organizzazione al giovane Brusca, proprio Riina, leader dei Corleonesi, rivestì il ruolo di “padrino” nella cerimonia d'iniziazione, la cosiddetta "punciuta".

Entra in breve tempo a far parte di un gruppo di fuoco scelto composto da killer spietati e specializzati, operante, solo, sotto le direttive di Totò Riina. Durante la militanza in questi corpi speciali della cosca, nel 1977 partecipò all'omicidio del colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo e nel 1983 si occupò di preparare l'autobomba utilizzata per uccidere il giudice Rocco Chinnici e gli agenti di scorta.

Dalla latitanza alla guerra contro lo Stato

L’anno successivo scatta per Brusca un mandato di cattura per associazione mafiosa, scaturito dalle dichiarazioni di Tommaso Buscetta e Salvatore Contorno. Dal 1991 diventa latitante, ma continua a guidare la Famiglia di San Giuseppe Jato dopo l’arresto del padre.

È nel 1991 che Giovanni Brusca diventa ufficialmente uno dei nemici pubblici più ricercati. Da latitante, riesce a riprendere le redini della Famiglia di San Giuseppe Jato mettendo da parte Di Maggio, reggente incaricato fino a quel momento.

Nel 1992 inizia la guerra allo Stato, e Brusca diventa uno dei killer più spietati della mafia. Uccide il capo della Famiglia di Alcamo, Vincenzo Milazzo, che si oppone a Riina, e pochi giorni dopo fa strangolare la sua compagna incinta di tre mesi.

Rafforzata la catena gerarchica, nel 1992 i Corleonesi sono pronti per la fase più violenta, sanguinaria e paramilitare dell’assalto alle istituzioni. Brusca diviene un vero e proprio signore della guerra feudale.

Ancora, nel settembre 1992 lo stesso Brusca partecipò all'omicidio di Ignazio Salvo, esponente di spicco della Democrazia Cristiana, dimostratosi incapace di modificare le sentenze sfavorevoli a Cosa Nostra che iniziavano a scalfire l’organizzazione.

La strage di Capaci

Nello stesso anno coordina i preparativi della strage di Capaci in cui muoiono il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre uomini della scorta: Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani. È Brusca che materialmente spinge il tasto del radiocomando a distanza che fa esplodere il tritolo piazzato in un canale di scolo sotto l'autostrada.

Proprio in questo periodo si occupò della fase esecutiva della sua azione più eclatante, la strage di Capaci. Dal reperimento dell'esplosivo fino alla deflagrazione dei 500 kg di tritolo indirizzati al giudice Giovanni Falcone.

Il boia di Capaci, il capomafia che azionò il telecomando che innescò l'esplosione il 23 maggio del 1992 in cui morirono Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta, è autore di circa 150 omicidi.

DataEvento
23 maggio 1992Strage di Capaci
20 maggio 1996Cattura di Giovanni Brusca
31 maggio 2021Uscita dal carcere per fine pena
maggio 2025Fine dei quattro anni di libertà vigilata

Gli attentati del 1993

Il 15 gennaio 1993 Totò Riina viene arrestato, e Brusca continua la strategia degli attentati insieme ai boss Leoluca Bagarella, Matteo Messina Denaro e ai fratelli Filippo e Giuseppe Graviano. Le esplosioni a Firenze, Milano e Roma nell’estate 1993 provocano in tutto dieci morti e 106 feriti.

Fedele alla sua formazione criminale e alla proporzionale sete di sangue, dopo l'arresto di Riina nel 1993, Giovanni Brusca proseguì con lo scellerato stragismo. Insieme alle altre figure apicali di Cosa Nostra quali Leoluca Bagarella, Matteo Messina Denaro e ai fratelli Filippo e Giuseppe Graviano, vennero pianificati gli attentati dinamitardi a Firenze, Milano e Roma che nell'estate 1993 provocarono in tutto dieci morti e 106 feriti, oltre a ingenti danni all’inestimabile patrimonio artistico italiano.

Il rapimento e l’uccisione di Giuseppe Di Matteo

Brusca, nel 1993, è anche responsabile del rapimento e dell’uccisione del 12enne Giuseppe Di Matteo, figlio del collaboratore di giustizia Santino Di Matteo. Per indurre il padre a ritrattare, il ragazzo viene portato via, il 23 novembre, da uomini travestiti da agenti della Dia.

Viene tenuto in ostaggio, tra vari covi, fino all'11 gennaio 1996 quando viene strangolato e sciolto nell'acido nel casolare-bunker in contrada Giambascio a San Giuseppe Jato.

Gli stessi vertici dell’organizzazione pianificano ed effettuano il sequestro del piccolo Giuseppe Di Matteo come ritorsione verso il padre Santino, anch’egli divenuto collaboratore di giustizia. Un bambino che verrà strangolato e sciolto nell’acido.

Oltre che per la strage di Capaci, Brusca è stato considerato responsabile dell’organizzazione della strage di via D’Amelio e della pianificazione degli attentati del 1993 a Milano, Roma e Firenze, nonché di avere ordinato il rapimento e l’uccisione del piccolo Giuseppe Di Matteo - imprigionato per 779 giorni, poi ammazzato e sciolto nell’acido - per vendicare la collaborazione con la giustizia del padre del bambino, il mafioso Santino Di Matteo.

Rapimento Giuseppe Di Matteo memoria vittime mafia

La cattura del 20 maggio 1996

Era il 20 maggio 1996 quando veniva catturato uno dei protagonisti più sanguinari della stagione stragista di Cosa Nostra. Il capomandamento di San Giuseppe Jato venne arrestato la sera del 20 maggio 1996 in contrada Cannatello, frazione balneare del comune di Agrigento.

Il 1996 è l’anno dell’arresto. Scampato a gennaio a un primo tentativo di cattura in una villa a Borgo Molara, dove si nasconde insieme alla compagna Rosaria Cristiano e al figlio Davide di 5 anni, Brusca viene arrestato il 20 maggio in via Papillon numero 34, contrada Cannatello / Fiumenaro, frazione di Agrigento.

All’operazione partecipano più di 400 uomini e 40 mezzi speciali della polizia: 80 uomini irrompono dalla porta della villa, altri 80 da una finestra.

Il mostro di Cosa Nostra subirà davvero il colpo solo con la cattura di Giovanni Brusca. Un’operazione a cui presero parte più di 400 uomini e 40 mezzi speciali della polizia.

Per identificare esattamente la posizione di Brusca, il quartiere era composto da villette identiche tra loro, le forze dell’ordine si affidarono ad una trovata. Una motocicletta “smarmittata” guidata da un agente in borghese, avrebbe effettuato forti accelerate al motore portandosi di fronte ai cancelli delle ultime tre ville in modo che il rombo fosse percepibile dall'audio di "fondo" dei microfoni installati nell’utenza telefonica di Brusca.

Ironia della sorte, al momento dell’arresto, i fratelli Brusca stavano guardando il film Giovanni Falcone di Giuseppe Ferrara trasmesso da Canale 5 e vennero ammanettati dall’ispettore Luciano Traina, fratello di Claudio, uno degli agenti di scorta rimasti uccisi nella strage di via d’Amelio.

La collaborazione con la giustizia

Tre giorni dopo, nel quarto anniversario della strage di Capaci, secondo il suo racconto, inizia a collaborare con gli investigatori. Nei lunghi interrogatori davanti ai magistrati di Palermo, Caltanissetta e Firenze, Brusca ammette la sua partecipazione alla strage di Capaci, a numerosi delitti ''eccellenti'' e all'uccisione di Giuseppe Di Matteo.

Rievoca le riunioni in cui fu decisa la strategia criminale di Cosa Nostra, accusa altri boss, parla degli ''aggiustamenti'' dei processi. Nei mesi successivi, dopo una prima fase di dichiarazioni false rese alle procure di Palermo, Caltanissetta e Firenze, messo alle strette dai magistrati, Brusca iniziò a rendere nuovi attendibili interrogatori.

Brusca ha raccontato ai magistrati le operazioni che contrassegnarono l’organizzazione della strage di Capaci e dell’omicidio del piccolo Di Matteo, fornendo agli investigatori preziose informazioni per ricostruire in modo incontrovertibile l’articolazione del “commando” dei corleonesi di Totò Riina.

Ma Brusca andò oltre, chiarendo ai pm i nessi tra la mafia e grossi pezzi della politica democristiana, così come il cambio di strategia di Cosa Nostra alle elezioni degli anni Ottanta, quando Riina - in pieno Maxiprocesso - decise di voltare le spalle alla DC e dare il voto al Partito Socialista, e infine i legami tra la mafia e Forza Italia.

Inoltre, Brusca fu il primo pentito a parlare della “Trattativa Stato-mafia”, sostanziatasi nell’invito al dialogo che gli ufficiali del ROS veicolarono, tra la morte di Falcone e quella di Borsellino, ai vertici di Cosa Nostra.

Le informazioni di Brusca portano a decine di condanne nei confronti di mafiosi, anche in procedimenti penali in cui è imputato lui stesso, e gli fanno ottenere sconti di pena: nel 1997 evita l’ergastolo per la strage di Capaci, nel 1999 per l’omicidio di Giuseppe Di Matteo.

Nel 2000 Brusca, fino a quel momento considerato un “dichiarante”, ottiene lo status di collaboratore di giustizia, che gli consente di lasciare il regime del 41-bis.

La legge sui collaboratori di giustizia

La legge sui benefici penitenziari ai collaboratori di giustizia fu intensamente promossa dal magistrato Giovanni Falcone, memore del grande ruolo che i pentiti di mafia avevano avuto nel Maxiprocesso alla mafia degli anni Ottanta, sfociato in una sentenza definitiva della Cassazione che, il 30 gennaio 1992, mise il timbro sull’impianto accusatorio e sullo strategico utilizzo dei pentiti.

Questo approccio culminò nell’approvazione di una normativa ad hoc, la legge 15 marzo 1991, n. 82, che ha previsto la possibilità di ridurre drasticamente la pena - 26 anni di carcere anziché l’ergastolo - in cambio della collaborazione.

Inoltre, il provvedimento ha introdotto misure di protezione personale, inclusa la scorta e il programma di protezione estremamente riservato per il soggetto e i suoi stretti congiunti.

Ad onore del vero, solo nel 2000 Brusca diviene ufficialmente un collaboratore di giustizia, “pentito” nella vulgata, fino ad allora considerato dalla giustizia solo un "dichiarante". Status che gli consentì di lasciare il regime carcerario duro, previsto dall'art. 41-bis, così da godere dei benefici previsti dalla legge.

La scarcerazione e la libertà vigilata

Il 31 maggio 2021, a 64 anni, Giovanni Brusca esce dal carcere grazie ai benefici previsti per i collaboratori "affidabili". All’arresto nel 1996 si sommavano 26 anni di condanna, ma la pena si è accorciata per buona condotta.

Il 31 maggio 2021 Giovanni Brusca, esaurita la pena, aveva lasciato il carcere di Rebibbia dopo 25 anni di reclusione. A fine maggio sono trascorsi i 4 anni di libertà vigilata impostigli dalla magistratura di sorveglianza, ultimo debito con la giustizia del boss di San Giuseppe Jato.

Nel maggio 2025 sono terminati i 4 anni di libertà vigilata impostigli dalla magistratura di sorveglianza, suo ultimo debito con la giustizia. Brusca è un uomo libero.

Brusca continuerà a vivere lontano dalla Sicilia sotto falsa identità e resterà sottoposto al programma di protezione.

Nel dicembre del 2019 la Cassazione aveva, anche, negato al detenuto Brusca la concessione degli arresti domiciliari proprio in virtù della "caratura criminale" e la "gravità dei reati commessi".

Il dolore dei familiari delle vittime

La notizia della liberazione di Giovanni Brusca ha, comprensibilmente e inevitabilmente, causato flussi di emozioni forti e contrastanti in capo ad esponenti delle istituzioni, della politica e dello spettacolo.

Maria Falcone: "Dolore e amarezza". «Come cittadina e come sorella, non posso nascondere il dolore e la profonda amarezza che questo momento inevitabilmente riapre. Ma come donna delle Istituzioni sento anche il dovere di affermare con forza che questa è la legge.»

Una legge, quella sui collaboratori di giustizia, voluta da Giovanni, e ritenuta indispensabile per scardinare le organizzazioni mafiose dall'interno. Lo ha detto Maria Falcone sorella di Giovanni Falcone, ricordando che Brusca «ha beneficiato di questa normativa, ha avuto un percorso di collaborazione con la giustizia che ha avuto un impatto significativo sulla lotta contro Cosa Nostra».

«Sono 33 anni che noi cerchiamo verità e giustizia, non sappiamo ancora tutta la verità. I processi continuano e Brusca è fuori. Penso che si doveva prendere una posizione ai tempi e fare capire che esiste uno Stato che va rispettato», dice ancora Tina Montinaro.

«Noi siamo andati avanti. Una città che è cambiata, i giovani sono cambiati, sono diversi da noi, ci stiamo riappropriando del territorio e quindi è chiaro che io ti dico ‘Non ci avete fatto niente’. A me il sorriso non l’hanno tolto, i miei figli sono cresciuti in questa città che dimostra a tutti e due tantissimo affetto quindi ‘Non ci avete fatto niente'”, ha spiegato la vedova di Montinaro, che ribadisce: «Io sono la moglie di Antonio Montinaro, non la vedova».

La posizione di don Luigi Ciotti

Don Luigi Ciotti, 76 anni, è stato uno dei primi in Italia a capire l’importanza di lavorare per costruire un’alternativa alla mafia. Da quando nel ’65 ha fondato a Torino il Gruppo Abele, per l’inclusione e la giustizia sociale coniugando accoglienza e cultura, dimensione educativa e proposta politica, i cammini si sono ampliati e diversificati.

Negli anni ’90 è nato il periodico “Narcomafie”, nel 1995 “Libera, Associazioni, nomi e numeri contro le mafie”. Il 21 marzo 2014 il Papa ha celebrato messa con lui, per la Giornata in memoria delle vittime innocenti di tutte le mafie.

Don Luigi molte persone sono disorientate dalla liberazione di Giovanni Brusca, feroce killer di Cosa Nostra, poi collaboratore di giustizia. «Bisogna pensare innanzitutto al disorientamento e, in certi casi, al risentimento dei famigliari delle vittime. Il loro stato d’animo è comprensibile e legittimo.»

«La maggior parte di loro attende ancora verità e giustizia. Nei loro riguardi occorre dunque una maggior attenzione anche in termini di diritti. Riguardo invece la liberazione di Brusca, credo che si debba tenere presenti alcuni elementi».

I vantaggi ottenuti dallo Stato

«Primo. Dalla scelta di collaborare di Brusca lo Stato ha tratto un innegabili vantaggi, come è stato riconosciuto da figure importanti della stessa magistratura. La sua confessione ha infatti permesso una grande quantità di arresti e un netto indebolimento della Cosa Nostra stragista dei “Corleonesi”.»

«Secondo. Decidendo di collaborare Brusca sapeva bene a cosa andava incontro, conoscendo dall’interno l’organizzazione criminale di cui svelava i segreti. Andava incontro a una condanna a morte perché la mafia non perdona chi tradisce, a maggior ragione se il “traditore” è stato una figura non secondaria dell’organizzazione.»

«Terzo. La legislazione sui “pentiti” e “collaboratori di giustizia” è stata voluta fortemente da Giovanni Falcone. Certo si è trattata di un’extrema ratio, ma si è rivelata efficace con la mafia così come si era rivelata efficace con il terrorismo politico.»

«La giurisprudenza deve misurarsi a volte con vicende storiche che richiedono nuovi parametri perché ci pongono di fronte a mali che non possono essere combattuti con strumenti ordinari.»

Una giustizia che non sia vendetta

«Quarto elemento. Concordo con il Procuratore nazionale antimafia Cafiero de Raho quando dice che l’uscita dal carcere di Brusca non è una sconfitta ma una vittoria dello Stato.»

«Lo Stato deve dimostrare una levatura morale superiore a quella dei suoi avversari o attentatori, e questa superiorità si dimostra anche attraverso una giustizia che non sia vendetta, che garantisca da una parte una giusta pena, dall’altro uno spiraglio di speranza per chi sconta la pena e dimostra nei fatti di essere cambiato, di stare dalla parte della giustizia.»

«Del resto si tratta di un principio sancito dall’articolo 27 della Costituzione laddove si parla di pene che devono tendere alla “rieducazione” del condannato».

La notizia della liberazione di Giovanni Brusca ha, comprensibilmente e inevitabilmente, causato flussi di emozioni forti e contrastanti. Va, però, rammentato con chiarezza alle nostre viscere in fiamme che non si tratta di perdono, o di altra qualsivoglia concessione.

La scarcerazione dell’ex boss è avvenuta agli effetti di una legge, voluta dallo stesso magistrato ucciso da Brusca a Capaci. Una legge che ha consentito di combattere con efficacia e di colpire con durezza le organizzazioni mafiose.

Il cambiamento personale

«È il quinto elemento, tratto dalla mia personale esperienza. Bisogna credere nel cambiamento delle persone, nella capacità di riscattarsi dal male, il male subito ma anche il male compiuto.»

«In 56 anni d’impegno sociale ho visto percorsi di cambiamento e di conversione. Nessuno è irrecuperabile. Certo bisogna richiamare alle responsabilità e stimolare crisi di coscienza, delineando al contempo le opportunità offerte da un cambiamento radicale di vita non solo in termini di vantaggi materiali ma di libertà interiore, possibilità di vivere una vita più libera perché più giusta e più vera.»

«Certo non è facile, e proprio nel mondo delle mafie le conversioni si contano sulle dita di una mano. Ma credo che si debba tentare. Mi auguro che Brusca si sia incamminato in questo cammino di ricerca di verità, non solo sui delitti di Cosa Nostra, ma sul suo esserne stato complice ed esecutore».

La Chiesa e la lotta alle mafie

Dal suo osservatorio come è cambiata la sensibilità, in Italia, su questo argomento nella comunità ecclesiale? «È cambiata in positivo, nel senso che in molti contesti la sensibilità è diventata consapevolezza e la consapevolezza impegno.»

«Oggi sono aumentate le realtà ecclesiali impegnate a livello sociale, culturale, educativo. Missione della Chiesa è essere coscienza critica della società in cui vive e voce propositiva dei valori più alti e vitali, non limitandosi alla denuncia del fenomeno mafioso, ma rivolgendo il pressante appello, dando un vero aiuto alla conversione e, soprattutto, formando una nuova coscienza di fronte alla mafia.»

«La strada è in salita perché, in generale, nella società è in aumento una sorta di normalizzazione: il fingere che il problema non esista o sia meno grave di quel che sembra, complice il suo manifestarsi in forme anche nuove e meno aggressive».

Le principali prese di posizione ecclesiali e istituzionali

Già nel 1900 don Luigi Sturzo disse: “La mafia ha i piedi in Sicilia ma la testa forse a Roma. Risalirà sempre più crudele e disumana verso il Nord per portarsi al di là delle Alpi”.

Il 3 settembre del 1982, ai funerali del Prefetto Dalla Chiesa, il cardinale di Palermo Pappalardo denuncia l’immobilismo e i ritardi della politica: “(…) mentre così lente e incerte appaiono le mosse e le decisioni di chi deve provvedere alla sicurezza e al bene di tutti (…) quanto mai decise, tempestive e scattanti sono le azioni di chi ha mente, volontà e braccio pronti per colpire”.

Pochi giorni dopo, il 13 settembre, il Parlamento approverà il 416-bis, legge che per la prima volta parla esplicitamente di “associazione di stampo mafioso”.

Nell’ottobre 1991 la Commissione Giustizia e pace della Cei pubblica un importante documento: «Educare alla legalità». Un passaggio dice: “Il cristiano non può accontentarsi di enunciare l’ideale e di affermare i principi generali. Deve entrare nella storia e affrontarla nella sua complessità, promuovendo tutte le realizzazioni possibili dei valori evangelici e umani della libertà e della giustizia”.

Il 9 maggio 1993, dalla Valle dei Templi di Agrigento, Giovanni Paolo II pronunciò la sua invettiva dopo l’incontro con i genitori del giovane magistrato ucciso Rosario Livatino, oggi beato: “Non può l’uomo, qualsiasi umana agglomerazione, mafia, calpestare questo diritto santissimo di Dio. Nel nome di Cristo mi rivolgo ai responsabili: convertitevi! Un giorno verrà il giudizio di Dio!”.

Altro passo importante è stato il discorso di Benedetto XVI a Palermo nel 2010 quando definì la mafia come “strada di morte” e soprattutto le parole di Papa Francesco nell’omelia della Santa Messa celebrata il 21 giugno 2014 alla Piana di Sibari in Calabria, quando definì la mafia “adorazione del male” e dunque i mafiosi “scomunicati”, non in comunione con Dio.

Molto importanti sono il documento della Conferenza Episcopale Calabra “Per una nuova evangelizzazione della pietà popolare”, il documento dei Vescovi della Capitanata sulla mafia foggiana: “Giustizia per la nostra terra”, il documento contro il fenomeno della camorra dei Vescovi della Conferenza Episcopale della Campania: “Per amore del mio popolo non tacerò” (1982), la lettera dei Vescovi di Sicilia a 25 anni dall’appello di San Giovanni Paolo II: “Convertitevi!”.

Formazione, catechesi e responsabilità civile

Ma, accanto al positivo, permangono come detto eccessi di prudenza, rigidità, zone d’ombra. E l’idea che si possa essere cristiani senza un impegno per la giustizia sociale né un forte senso delle responsabilità civili dà luogo, in certi casi, a inquietanti forme di indulgenza - e perfino di copertura - verso forme di religiosità del tutto strumentali, come quelle esibite da alcuni esponenti delle cosche mafiose.

Ecco allora la necessità, per la Chiesa, di continuare a saldare con forza il Cielo e la Terra, la dimensione spirituale con l’impegno sociale e, pur nella specificità del proprio ruolo, di far sentire la sua voce contro le mafie e tutte le forme di “mafiosità” - corruzione, egoismo, indifferenza - che spianano la strada al potere delle organizzazioni criminali.

Dopo un lungo e spesso faticoso cammino sta emergendo la consapevolezza che parole esplicite su questo tema debbano essere pronunciate nel Catechismo, nel Compendio della Dottrina sociale della Chiesa e nel Diritto canonico.

Lacuna più che mai da colmare dal momento che una Chiesa che parla al mondo non può non prendere posizione di fronte a un male ormai globalizzato come quello delle mafie. Mi auspico che nell’annunciato Sinodo della Chiesa Italiana vengano affrontati anche i temi legati a mafie e corruzione.

La collaborazione tra comunità religiose

I cammini nell’arco degli anni si sono intrecciati e moltiplicati man mano che cresceva, anche grazie all’opera riformatrice di papa Francesco, la consapevolezza che la fede implica un’etica, cioè un impegno della Chiesa e del credente nel mondo e per il mondo.

Con altre confessioni religiose come la Chiesa Avventista del Settimo Giorno, la Chiesa Ortodossa Rumena, l’Unione Induista Italiana, la Comunità Islamica, l’Unione Comunità Ebraica Italiana, l’Unione Buddista Italiana, la Chiesa Valdese, si sono creati legami stabili e, in certi casi, di lunga data.

La memoria pubblica della cattura e della collaborazione

A trent’anni dal suo arresto e nel giorno e nell’ora dell’attentato di Capaci, in cui morì Giovanni Falcone con la moglie e gli agenti della scorta, e del quale Brusca fu esecutore materiale, Rai 3 propone il documentario “Lo scannacristiani. La cattura di Giovanni Brusca”.

Il documentario ripercorre la storia di Giovanni Brusca ricostruendo le fasi di preparazione, la cattura del boss, fino alla sua determinante collaborazione con la giustizia. Brusca è stato il primo importante pentito della cosiddetta mafia vincente, quella dei corleonesi, e questo ha cambiato la storia alla lotta alla criminalità organizzata.

La narrazione abbraccia vent'anni. Dalla metà degli anni Settanta, momento della sua affiliazione a Cosa Nostra, fino a metà anni Novanta quando viene catturato, Brusca ha commesso e ordinato personalmente circa 150 omicidi.

Il documentario si concentra sui tre delitti più efferati che più hanno segnato la storia del nostro Paese: la strage di Via Pipitone, delitto Chinnici, la strage di Capaci e l’omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo sciolto nell’acido.

Il racconto si snoda attraverso le testimonianze dei magistrati e dei poliziotti che lo hanno inseguito e poi hanno gestito la sua collaborazione con lo Stato, attraverso le parole di Giovanni Brusca, le testimonianze degli investigatori, delle persone a più stretto contatto con lui, l’attività della Catturandi di Palermo.

Il documentario si muove quindi tra il racconto in prima persona di Brusca e quello di chi l’ha combattuto, ma uno spazio significativo è dedicato ai famigliari delle vittime. A loro va dato il rispetto e il ricordo più importante. Sempre.

VIDEO INEDITO CATTURA FRATELLI BRUSCA: Giovanni e Vincenzo Brusca: VIDEO ORIGINALE

Memoria, responsabilità e stato di diritto

Durante un recente incontro con gli studenti in terra corleonese, ebbi a definire i mafiosi “un agglomerato di menti bacate”. Ebbene, ho anche aggiunto che sono uomini inutili che, nel gergo siciliano, significa uomini di scarso valore, ovvero senza onore e dignità.

Detto ciò, un uomo che definisco il principe degli “uomini inutili” è senza dubbio Giovanni Brusca, non già per l’attentato di Capaci, ma per aver pianificato in quel di Misilmeri - insieme a Leoluca Bagarella e Matteo Messina Denaro - il sequestro del piccolo Giuseppe Di Matteo.

Non capisco l’indignazione che sta procurando la libertà ottenuta da Giovanni Brusca. Signori: è una legge voluta fortemente dal dottor Giovanni Falcone, una legge premiale che riconosce benefici a coloro che si dissociano dalla mafia e si pentono collaborando con lo Stato.

Come uomo, come siciliano, potrei anche non essere d’accordo: ma per i motivi che ho esposto, e come ex poliziotto che ha avuto modo di “lavorare” con nove pentiti di Cosa Nostra - compreso Tommaso Buscetta - dico che va riconosciuto al Brusca il fattivo apporto che ha dato allo Stato.

Di una cosa sono sicuro: che se non ci fossero stati i collaboratori di giustizia, la lotta alle mafie sarebbe come ai tempi dei processi di Bari e Catanzaro, quando i mafiosi - compreso Riina - venivano assolti.

La figura del collaboratore di giustizia, con i privilegi annessi, rappresenta un istituto voluto e costruito dallo stesso Giovanni Falcone e resta, a oggi, una delle migliori armi in mano allo Stato nella guerra alle mafie.

Ricordiamo le parole, anno 2021, di Maria Falcone: “Mi addolora, ma è la legge” a cui facevano seguito quelle di Salvatore Borsellino: “Ripugnante, però in guerra va accettato”.

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