Altare il peccato nel RnS: significato e insegnamenti

Nel Rinnovamento nello Spirito Santo “altare il peccato” significa affrontare la radice del peccato e non soltanto i suoi frutti, lasciando che la Parola di Dio e lo Spirito Santo conducano a una conversione vera, radicale e permanente. Il peccato non è soltanto una serie di comportamenti sbagliati, ma una realtà che nasce dal rifiuto di riconoscere Dio come Dio e dal tentativo dell’uomo di porre se stesso al centro della propria vita.

Il cammino proposto dal RnS passa attraverso il riconoscimento della propria colpa, l’accoglienza della misericordia, l’incontro con Gesù Signore e Salvatore, la vita sacramentale, la preghiera, la fraternità e la testimonianza. La conversione è il punto di partenza, ma resta presente nella vita del cristiano come atteggiamento permanente.

Che cosa significa “altare il peccato”

La parola scelta come tema di questo insegnamento è: “Se Cristo è in voi, il vostro corpo è morto per il peccato…” (Rom 8,10). Poco prima, nella stessa Lettera ai Romani, si legge: “Anche voi consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio in Cristo Gesù… Il peccato non regni più nel vostro corpo mortale” (Rom 6,11-12).

Cosa hanno in comune queste diverse frasi? In ognuna si parla del peccato al singolare, come fosse una realtà personificata, una potenza che domina da dietro le quinta e schiavizza; come se ci fosse una fonte e una radice unica da cui tutti i singoli peccati derivano.

Immaginiamo la realtà del peccato come una pianta velenosa e parassitaria, un albero selvatico che succhia la linfa all’albero buono che gli cresce accanto. Noi di solito ci limitiamo , nei nostri esami di coscienza e nelle confessioni, a spuntare le estremità di esso, a raccogliere i frutti marci che ritroviamo regolarmente al loro posto alla prossima confessione.

L’Apostolo ci propone una soluzione “radicale”, nel senso letterale della parola: mettere la scure alla radice! Vogliamo seguirlo in questo cammino?

Albero del peccato e radice spirituale

La metafora dell’albero e della radice madre

Da giovane – racconta – sono rimasto colpito dal fatto che il ceppo di un albero non viene via se non si mette l’accetta sul “fittone”, una specie di radice madre.

L’anno in cui finì la guerra non c’era sale, non c’era lo zucchero, mancava tutto, tra cui la legna per fare il fuoco. Con mio padre andavamo al vicino fiume Tronto per scavare i ceppi dei pioppi appena tagliati.

Io ero piccolo, avevo dodici anni, ma volevo fare la mia parte e aiutare mio padre. Sceglievo il mio ceppo, cercavo di mettere allo scoperto le radici laterali, con la mia piccola accetta, le tagliavo.

Spingevo il ceppo, sicuro che doveva cadere, e invece non si muoveva di un millimetro. Allora mio padre mi spiegava: il pioppo, come moltissimi alberi, ha il fittone.

Il fittone è una radice madre che cala a perpendicolo giù sotto il tronco e finché non si mette la scure a quella radice madre, al fittone, il ceppo non si smuove.

È stata sempre per me è un’immagine eloquente di quello che si deve fare nella lotta contro il peccato. Lasciamoci spiegare da san Paolo cos’è il fittone nel campo spirituale e cos’è la scure.

Questo peccato potrebbe essere paragonato ad un albero che produce frutti marci. Nelle nostre confessioni – continua nel suo esempio – spesso ci limitiamo a raccogliere questi frutti marci. Oggi potremmo porre la scure alla radice.

La metafora distingue quindi due livelli: i singoli peccati, paragonabili ai frutti, e il peccato radicale, rappresentato dalla radice madre. Finché la radice non viene raggiunta, i comportamenti possono ripresentarsi, anche dopo sinceri propositi e confessioni.

Il peccato al singolare e i peccati al plurale

Occorre distinguere tra i peccati, al plurale, ed il peccato, al singolare e che potremmo quasi scrivere con la lettera maiuscola.

La varietà dei peccati è grande. La Scrittura ne dà parecchi elenchi. La lettera ai Gàlati contrappone le opere della carne al frutto dello Spirito: « Le opere della carne sono ben note: fornicazione, impurità, libertinaggio, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere; circa queste cose vi preavviso, come già ho detto, che chi le compie non erediterà il regno di Dio » (Gal 5,19-21).

I peccati possono essere distinti secondo il loro oggetto, come si fa per ogni atto umano, oppure secondo le virtù alle quali si oppongono, per eccesso o per difetto, oppure secondo i comandamenti cui si oppongono.

Si possono anche suddividere a seconda che riguardino Dio, il prossimo o se stessi; si possono distinguere in peccati spirituali e carnali, o ancora in peccati di pensiero, di parola, di azione e di omissione.

La radice del peccato è nel cuore dell’uomo, nella sua libera volontà, secondo quel che insegna il Signore: « Dal cuore [. ] provengono i propositi malvagi, gli omicidi, gli adultèri, le prostituzioni, i furti, le false testimonianze, le bestemmie. Queste sono le cose che rendono immondo l’uomo » (Mt 15,19-20).

Il cuore è anche la sede della carità, principio delle opere buone e pure, che il peccato ferisce.

La radice del peccato: non riconoscere Dio

All’inizio della lettera ai Romani S. Paolo mette allo scoperto la radice-madre di ogni peccato. Scrive: “L’ira di Dio si rivela dal cielo contro ogni empietà e ogni ingiustizia di uomini che soffocano la verità nell’ingiustizia. Infatti, dalla creazione del mondo in poi, le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità; essi sono dunque inescusabili, perché, pur conoscendo Dio, non gli hanno dato gloria né gli hanno reso grazie come a Dio, ma hanno vaneggiato nei loro ragionamenti e si è ottenebrata la loro mente ottusa. Mentre si dichiaravano sapienti, sono diventati stolti e hanno cambiato la gloria dell’incorruttibile Dio con l’immagine e la figura dell’uomo corruttibile, di uccelli; di quadrupedi e di rettili” (Rm 1, 18-23).

Il peccato fondamentale, l’oggetto primario dell’ira divina, è individuato da san Paolo nell’asebeia, cioè nell’empietà. In che consiste, esattamente, tale empietà, lo spiega subito, dicendo che essa consiste nel rifiuto di “glorificare” e di “ringraziare” Dio.

In altre parole, nel rifiuto di riconoscere Dio come Dio, nel non tributare a lui la considerazione che si deve. Consiste, potremmo dire, nell’“ignorare” Dio, dove, però, ignorare non significa tanto “non sapere che esiste”, quanto “fare come se non esistesse”.

La radice madre dell’albero peccato, questo peccato radicale, consiste nel non riconoscere Dio. Non si tratta, tanto, del non credere in Dio, quanto del rifiutarsi di dargli la gloria che gli spetta.

Nell’Antico Testamento sentiamo Mosè che grida al popolo: “Riconoscete che Dio è Dio!” (cf Dt 7, 9) e un salmista riprende tale grido, dicendo: “Riconoscete che il Signore è Dio: egli ci ha fatti e noi siamo suoi!” (Sal 100, 3).

Ridotto al suo nucleo germinativo, il peccato è negare questo “riconoscimento”; è il tentativo, da parte della creatura, di cancellare, di propria iniziativa, quasi di prepotenza, la differenza infinita che c’è tra essa e Dio.

“Io” al posto di Dio: l’idolatria del falso sé

Quando cerchiamo la nostra gloria e accampiamo diritti davanti a Dio non facciamo che adorare l’opera delle nostre mani ed essere idolatri. Ecco identificata la radice del nostro peccato, una sola lettera la divide dalla parola Dio: “io”, me stesso.

Tale rifiuto ha preso corpo, concretamente, nell’idolatria, per la quale si adora la creatura al posto del Creatore (cf Rm 1, 25). Nell’idolatria l’uomo non “accetta” Dio, ma si fa un dio; è lui a decidere di Dio, non viceversa.

Le parti vengono invertite: l’uomo diventa il vasaio e Dio il vaso che egli modella a suo piacimento (cf Rm 9, 20 ss).

Non si tratta qui di rinunciare a quello che noi siamo – avverte Padre Raniero – ma a quello che siamo diventati, a questo “falso me stesso” che abbiamo fatto crescere non mettendo mano alla “scure” della Parola di Dio, che è la spada dello Spirito e ci rivela la verità su noi stessi.

Il peccato di origine (Gen 3,1-24), che è causa e paradigma di tutti i successivi peccati dell’umanità, coincide con la rivendicazione da parte dell’uomo di un’autonomia morale assoluta, con la presunzione di una totale autosufficienza, e perciò con la rottura della comunione originaria.

Il peccato è il rifiuto di questo rapporto filiale con il Dio della creazione e dell’alleanza e, conseguentemente, è il rinnegamento della propria vocazione, del senso profondo della propria esistenza

Due modi di vivere: per se stessi o per il Signore

Occorre scegliere tra due modi di vivere: per noi stessi, mettendo al centro il potere, i soldi e il nostro comodo, o per il Signore, come ci invita Rm 14, 8, facendo della gloria di Gesù il centro della nostra vita.

Padre Raniero Cantalamessa fa notare che Gesù non ha mai vietato a nessuno di voler essere “primo”, ma ha indicato la strada per essere veramente primi: «chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore» (Mc 10, 43).

Nietzsche avrebbe dato altri consigli – ironizza il Predicatore – come quello di fare di tutto per emergere sugli altri, imponendo se stessi anche a discapito altrui.

Ma qui si tratta di fare una rivoluzione copernicana: non dobbiamo porre noi al centro della nostra vita, ma Cristo.

Scoperta la “radice” ed impugnata la “scure” della Parola di Dio dobbiamo decidere di dare il colpo decisivo a questa radice: scegliere oggi chi vogliamo servire.

Il peccato come rottura della relazione con Dio

Il concetto di peccato -diversamente da quello di male - è di sua na

L’uomo vive l’esperienza del male, ma non conosce il peccato se non quando si riconosce dinnanzi a Dio, perché il peccato non è possibile che in una situazione di relazione. E occorre subito aggiungere che questa relazione è una relazione di amore.

Il peccato acquista infatti il suo vero significato solo all’interno della proclamazione della grazia del perdono, nel contesto della riconciliazione offerta all’uomo da Dio.

La risposta al problema del peccato è essenzialmente l’annuncio della remissione dei peccati acquisita una volta per tutte in Gesù Cristo.

La comprensione del peccato è perciò possibile soltanto nell’orizzonte dello «stare dell’uomo davanti a Dio» (P. Ricoeur).

L’intera storia della salvezza si inscrive all’interno della grandiosa prospettiva dell’alleanza di Dio con l’uomo. La vita dell’uomo è fondamentalmente dialogo con Dio.

L’uomo, in quanto creatura, è essere dipendente da Dio nella sua stessa origine; in quanto ‘immagine di Dio’ è colui che può ascoltare Dio che parla e rispondergli, cioè entrare in una comunione vitale di amore con lui.

Il peccato non coincide in primo luogo con la trasgressione di una regola o con la negazione di un valore, ma con la rottura di un legame personale.

Per questo i profeti lo identificano con l’adulterio, l’infedeltà, la fornicazione e la prostituzione, e ce ne manifestano la sostanza nella collera e nell’indignazione di Dio, nel ripudio in quanto annuncia che l’uomo è abbandonato a se stesso in uno stato di derelizione e di morte.

La dimensione morale e la responsabilità personale

La dimensione etica non è per questo esclusa, ma inserita in un contesto più ampio. La dialettica del Patto, che è costitutiva dell’esistenza cristiana, sta nella relazione tra l’esigenza infinita e il comandamento finito.

È una relazione difficile che provoca una tensione costante, perché l’Amore della alleanza non si esaurisce nella realtà del comandamento, eppure ha bisogno di esso per potersi esprimere.

Il dono di Dio, che è più grande di ogni risposta umana, fa tuttavia appello a tale risposta; reclama cioè dall’uomo una piena assunzione di responsabilità.

Il peccato è un atto personale. Inoltre, abbiamo una responsabilità nei peccati commessi dagli altri, quando vi cooperiamo:

  • prendendovi parte direttamente e volontariamente;
  • comandandoli, consigliandoli, lodandoli o approvandoli;
  • non denunciandoli o non impedendoli, quando si è tenuti a farlo;
  • proteggendo coloro che commettono il male.

Così il peccato rende gli uomini complici gli uni degli altri e fa regnare tra di loro la concupiscenza, la violenza e l’ingiustizia.

I peccati sono all’origine di situazioni sociali e di istituzioni contrarie alla bontà divina. Le « strutture di peccato » sono espressione ed effetto dei peccati personali.

Inducono le loro vittime a commettere, a loro volta, il male. In un senso analogico esse costituiscono un « peccato sociale ».

Libertà, condizionamenti e coscienza del peccato

È fuori dubbio che la categoria di peccato sia oggi in crisi. Tale crisi non riguarda soltanto alcune forme di peccato, ma coinvolge più radicalmente il senso stesso che esso riveste per l'esistenza dell'uomo.

Sarebbe tuttavia ingiusto considerare questo processo come un fatto puramente negativo. Dietro di esso si nasconde in realtà anche una spinta positiva a purificare il concetto di peccato da residuati del passato, che hanno concorso a deturparne i lineamenti più autentici.

La riflessione attuale sul peccato deve dunque denunciare, da un lato, i rischi della sua totale caduta nell'insignificanza, ma deve aprirsi, dall'altro, alla ricerca dei suoi significati veri, quali ci vengono proposti dalla più genuina tradizione cristiana.

Il rifiuto del peccato è la conseguenza tanto della radicale negazione della libertà umana quanto della sua radicale esaltazione. È evidente che la negazione della libertà coincide con la negazione del peccato: peccato e libertà sono grandezze direttamente proporzionali.

Ma non è meno evidente che non è possibile parlare di peccato laddove la libertà umana diventa criterio assoluto del bene e del male.

Le scienze umane hanno contribuito a mettere in luce la varietà e la complessità dei condizionamenti della coscienza e della decisione umana. Lo spazio della libertà appare sempre più limitato e precario.

È difficile accusarsi dei propri comportamenti sbagliati, quando si ha la percezione che tutto quello che si fa altro non è che il risultato di un intreccio di impulsi difficilmente padroneggiabili.

Questi dati rivelano aspetti indiscutibili di verità. La libertà umana è infatti assoluta, ma situata; deve, in altre parole, fare concretamente i conti con l'insieme dei condizionamenti psicologici, biologici e socioculturali propri dell'esperienza storica dell'uomo.

Gli esiti delle scienze umane rappresentano, da questo punto di vista, un contributo imprescindibile per l'analisi dell'agire morale. Essi ci mettono in guardia da giudizi troppo affrettati e ci aiutano ad interpretare il significato delle azioni umane, impedendoci di emettere condanne approssimative e superficiali.

Ma guai a radicalizzarli! Si finirebbe per incorrere in un rigido determinismo, che nega all'uomo la capacità di decisioni autonome e perciò la possibilità di trasformare la realtà.

Il rifiuto del peccato è infatti espressione di una caduta della fiducia nel potere effettivo della libertà. Tale rifiuto si accompagna, nella nostra società, all'alimentazione di un sentimento sempre più esteso di colpevolezza nevrotica, che produce situazioni di grave disagio esistenziale.

Il peccato, come realtà che chiama in causa la responsabilità umana, viene sostituito con il «male», come realtà del tutto indecifrabile, che genera un senso tragico di impotenza e di rassegnazione fatalistica; in definitiva, di disperazione.

La perdita del senso di Dio

A ben guardare, la ragione ultima della riduzione del peccato a male come mera fatalità deve essere ascritta alla perdita del senso di Dio.

Viviamo in un'epoca nella quale parlare di Dio non è più un fatto spontaneo. Le strutture della società, e più in generale la cultura, non fanno più da supporto immediato all'esperienza religiosa.

La scienza e la tecnica hanno disincantato e desacralizzato la natura, i misteri della vita e dello sviluppo psico-sociale dell'uomo.

Gli stessi valori etici, la cui dipendenza da Dio era un tempo considerata scontata, vengono sempre più percepiti come un fatto autonomo; come il prodotto dell'impegno umano, dello sforzo cioè che l'umanità va facendo di progettare la propria autorealizzazione.

Il risultato di tale processo è il ripiegamento pratico dell'uomo sulla propria autosufficienza, senza alcuna apertura al mistero della trascendenza.

Se è infatti compito esclusivo della libertà decidere del giusto e dell'ingiusto, prescindendo dal ricorso ad una misura assoluta, allora non è più possibile tracciare una tavola di valori.

La distinzione tra il bene e il male non ha più senso, e il concetto di peccato è totalmente vanificato. L'approdo naturale è quello del relativismo assoluto, che porta inesorabilmente - come ha dimostrato il pensiero negativo - al nichilismo.

Negazione della libertà ed esaltazione indebita di essa - pur essendo atteggiamenti di segno opposto - traggono origine dalla stessa sorgente - il rifiuto del mistero di Dio - e conducono agli stessi risultati.

La fuoriuscita da questo vicolo cieco è legata ad una corretta ridefinizione dello spazio della libertà umana; ma questa ridefinizione diventa possibile solo se ci si colloca positivamente di fronte a Dio concepito come partner di un dialogo dal quale prende senso l'esistenza umana.

Il riconoscimento del peccato come atto di libertà

In questo quadro diventa comprensibile l'altra faccia del peccato come espressione della libera decisione umana. «Il passaggio dal male al peccato - ha scritto A. Dumas - è il passaggio dal silenzio della fatalità al dialogo liberatore dell'accusa».

Nell'accusarsi di fronte a Dio, l'uomo scopre il senso della propria libertà. L'accusa e infatti l'atto supremo della libertà umana, in quanto suppone la libertà, ma ancor più in quanto la fa esistere e la conduce al suo più alto sviluppo.

Attraverso di essa il soggetto sceglie di assumersi tutte le conseguenze dell'atto che ha compiuto. Egli si riporta retroattivamente al di là dell'atto e dichiara che avrebbe potuto agire diversamente.

Così l'uomo è costituito, nella sua libertà, come soggetto etico: il male non è infatti più considerato come una fatalità, ma come il risultato di un atto di cui ci si assume la responsabilità.

La vera accusa è sempre, d'altra parte, interpellazione dell'altro nella sua libertà: non è ricerca di autogiustificazione, ma è denuncia della propria colpevolezza dinnanzi a qualcuno da cui si attende il perdono.

Per questo l'accusa sottrae l'uomo all'impotenza del male e lo apre alla speranza della liberazione.

Il riconoscimento del peccato come relazione mancata, che è tuttavia possibile ristabilire, non esclude ovviamente la giusta attenzione al limite e alla precarietà della libertà.

Le scienze psicologiche e sociali ci hanno, al riguardo, aiutato a comprendere meglio le dinamiche strutturali dell'agire umano, consentendoci di distinguere con precisione il semplice sentimento di colpevolezza, che ha un'insorgenza antropocentrica, dalla coscienza del peccato, che è invece di natura strettamente teocentrica.

Il peccato recupera la sua piena verità solo inserendolo nel quadro evolutivo della vita dell'uomo. Nel cuore del comportamento morale esiste sempre, più o meno chiarificato, un progetto esistenziale, che si manifesta e si consolida o viceversa si attenua fino a mutare attraverso le libere azioni della persona.

Se è soprattutto a questo livello che si rivela la libertà, allora si capisce come il peccato consista nell'attuarsi della persona in contraddizione con la sua struttura essenziale e il suo fondamentale dover-essere; in definitiva, come il rifiuto del proprio io autentico, della propria più profonda identità.

Il peccato secondo il Catechismo della Chiesa cattolica

La misericordia e il peccato

Il Vangelo è la rivelazione, in Gesù Cristo, della misericordia di Dio verso i peccatori. L'angelo lo annunzia a Giuseppe: « Tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati » (Mt 1,21).

La stessa cosa si può dire dell'Eucaristia, sacramento della redenzione: « Questo è il mio sangue dell'alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati » (Mt 26,28).

« Dio, che ci ha creati senza di noi, non ha voluto salvarci senza di noi ». L'accoglienza della sua misericordia esige da parte nostra il riconoscimento delle nostre colpe.

« Se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi. Se riconosciamo i nostri peccati, egli che è fedele e giusto ci perdonerà i peccati e ci purificherà da ogni colpa » (1 Gv 1,8-9).

Come afferma san Paolo: « Laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia » (Rm 5,20). La grazia però, per compiere la sua opera, deve svelare il peccato per convertire il nostro cuore e accordarci « la giustizia per la vita eterna, per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore » (Rm 5,21).

Come un medico che esamina la piaga prima di medicarla, Dio, con la sua Parola e il suo Spirito, getta una viva luce sul peccato.

La conversione richiede la convinzione del peccato, contiene in sé il giudizio interiore della coscienza, e questo, essendo una verifica dell'azione dello Spirito di verità nell'intimo dell'uomo, diventa nello stesso tempo il nuovo inizio dell'elargizione della grazia e dell'amore: "Ricevete lo Spirito Santo".

Così in questo "convincere quanto al peccato" scopriamo una duplice elargizione: il dono della verità della coscienza e il dono della certezza della redenzione. Lo Spirito di verità è il Consolatore.

La definizione di peccato

Il peccato è una mancanza contro la ragione, la verità, la retta coscienza; è una trasgressione in ordine all'amore vero, verso Dio e verso il prossimo, a causa di un perverso attaccamento a certi beni.

Esso ferisce la natura dell'uomo e attenta alla solidarietà umana. È stato definito « una parola, un atto o un desiderio contrari alla Legge eterna ».

Il peccato è un'offesa a Dio: « Contro di te, contro te solo ho peccato. Quello che è male ai tuoi occhi, io l'ho fatto » (Sal 51,6).

Il peccato si erge contro l'amore di Dio per noi e allontana da lui i nostri cuori. Come il primo peccato, è una disobbedienza, una ribellione contro Dio, a causa della volontà di diventare « come Dio » (Gn 3,5), conoscendo e determinando il bene e il male.

Il peccato pertanto è « amore di sé fino al disprezzo di Dio ». Per tale orgogliosa esaltazione di sé, il peccato è diametralmente opposto all'obbedienza di Gesù, che realizza la salvezza.

È proprio nella passione, in cui la misericordia di Cristo lo vincerà, che il peccato manifesta in sommo grado la sua violenza e la sua molteplicità: incredulità, odio omicida, rifiuto e scherno da parte dei capi e del popolo, vigliaccheria di Pilato e crudeltà dei soldati, tradimento di Giuda tanto pesante per Gesù, rinnegamento di Pietro, abbandono dei discepoli.

Tuttavia, proprio nell'ora delle tenebre e del principe di questo mondo, il sacrificio di Cristo diventa segretamente la sorgente dalla quale sgorgherà inesauribilmente il perdono dei nostri peccati.

Peccato mortale e peccato veniale

È opportuno valutare i peccati in base alla loro gravità. La distinzione tra peccato mortale e peccato veniale, già adombrata nella Scrittura, si è imposta nella Tradizione della Chiesa.

Tipo di peccatoCaratteristicheConseguenze
Peccato mortaleHa per oggetto una materia grave ed è commesso con piena consapevolezza e deliberato consenso.Distrugge la carità nel cuore dell’uomo e richiede una nuova iniziativa della misericordia di Dio e una conversione del cuore.
Peccato venialeRiguarda una materia leggera, oppure una materia grave senza piena consapevolezza o senza totale consenso.Lascia sussistere la carità, quantunque la offenda e la ferisca; indebolisce la carità e ostacola i progressi dell’anima.

Il peccato mortale distrugge la carità nel cuore dell'uomo a causa di una violazione grave della Legge di Dio; distoglie l'uomo da Dio, che è il suo fine ultimo e la sua beatitudine, preferendo a lui un bene inferiore.

Il peccato veniale lascia sussistere la carità, quantunque la offenda e la ferisca.

Il peccato mortale, in quanto colpisce in noi il principio vitale che è la carità, richiede una nuova iniziativa della misericordia di Dio e una conversione del cuore, che normalmente si realizza nel sacramento della Riconciliazione.

Perché un peccato sia mortale si richiede che concorrano tre condizioni: « È peccato mortale quello che ha per oggetto una materia grave e che, inoltre, viene commesso con piena consapevolezza e deliberato consenso ».

La materia grave è precisata dai dieci comandamenti, secondo la risposta di Gesù al giovane ricco: « Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dire falsa testimonianza, non frodare, onora il padre e la madre » (Mc 10,19).

La gravità dei peccati è più o meno grande: un omicidio è più grave di un furto. Si deve tenere conto anche della qualità delle persone lese: la violenza esercitata contro i genitori è di per sé più grave di quella fatta ad un estraneo.

Perché il peccato sia mortale deve anche essere commesso con piena consapevolezza e pieno consenso. Presuppone la conoscenza del carattere peccaminoso dell'atto, della sua opposizione alla Legge di Dio.

Implica inoltre un consenso sufficientemente libero perché sia una scelta personale. L'ignoranza simulata e la durezza del cuore non diminuiscono il carattere volontario del peccato ma, anzi, lo accrescono.

L'ignoranza involontaria può attenuare se non annullare l'imputabilità di una colpa grave. Si presume però che nessuno ignori i principi della legge morale che sono iscritti nella coscienza di ogni uomo.

Gli impulsi della sensibilità, le passioni possono ugualmente attenuare il carattere volontario e libero della colpa; come pure le pressioni esterne o le turbe patologiche.

Il peccato commesso con malizia, per una scelta deliberata del male, è il più grave.

Il peccato mortale è una possibilità radicale della libertà umana, come lo stesso amore. Ha come conseguenza la perdita della carità e la privazione della grazia santificante, cioè dello stato di grazia.

Se non è riscattato dal pentimento e dal perdono di Dio, provoca l'esclusione dal regno di Cristo e la morte eterna dell'inferno; infatti la nostra libertà ha il potere di fare scelte definitive, irreversibili.

Tuttavia, anche se possiamo giudicare che un atto è in sé una colpa grave, dobbiamo però lasciare il giudizio sulle persone alla giustizia e alla misericordia di Dio.

Si commette un peccato veniale quando, trattandosi di materia leggera, non si osserva la misura prescritta dalla legge morale, oppure quando si disobbedisce alla legge morale in materia grave, ma senza piena consapevolezza o senza totale consenso.

Il peccato veniale indebolisce la carità; manifesta un affetto disordinato per dei beni creati; ostacola i progressi dell'anima nell'esercizio delle virtù e nella pratica del bene morale; merita pene temporali.

Il peccato veniale deliberato e che sia rimasto senza pentimento, ci dispone poco a poco a commettere il peccato mortale. Tuttavia il peccato veniale non rompe l'alleanza con Dio.

È umanamente riparabile con la grazia di Dio. « Non priva della grazia santificante, dell'amicizia con Dio, della carità, né quindi della beatitudine eterna ».

La proliferazione del peccato e i vizi

Il peccato trascina al peccato; con la ripetizione dei medesimi atti genera il vizio. Ne derivano inclinazioni perverse che ottenebrano la coscienza e alterano la concreta valutazione del bene e del male.

In tal modo il peccato tende a riprodursi e a rafforzarsi, ma non può distruggere il senso morale fino alla sua radice.

I vizi possono essere catalogati in parallelo alle virtù alle quali si oppongono, oppure essere collegati ai peccati capitali che l'esperienza cristiana ha distinto, seguendo san Giovanni Cassiano e san Gregorio Magno.

Sono chiamati capitali perché generano altri peccati, altri vizi. Sono la superbia, l'avarizia, l'invidia, l'ira, la lussuria, la golosità, la pigrizia o accidia.

La tradizione catechistica ricorda pure che esistono « peccati che gridano verso il cielo ».

  • il sangue di Abele;
  • il peccato dei Sodomiti;
  • il lamento del popolo oppresso in Egitto;
  • il lamento del forestiero, della vedova e dell'orfano;
  • l'ingiustizia verso il salariato.

Il peccato e le strutture sociali

Il peccato è un atto personale. Inoltre, abbiamo una responsabilità nei peccati commessi dagli altri, quando vi cooperiamo.

Così il peccato rende gli uomini complici gli uni degli altri e fa regnare tra di loro la concupiscenza, la violenza e l'ingiustizia.

I peccati sono all'origine di situazioni sociali e di istituzioni contrarie alla bontà divina. Le « strutture di peccato » sono espressione ed effetto dei peccati personali.

Inducono le loro vittime a commettere, a loro volta, il male. In un senso analogico esse costituiscono un « peccato sociale ».

La conversione come scelta e come cammino

Nel cammino del Rinnovamento si mette in evidenza la centralità della conversione e del discepolato. La conversione è il punto di partenza, ma resta presente nella vita del cristiano come atteggiamento permanente.

Chi si affaccia per prima volta in un gruppo o in una comunità del Rinnovamento, viene invitato a partecipare al Seminario di Vita Nuova nello Spirito, un percorso di annuncio a tappe che si divide in un pre-seminario, nel quale apprendere la storia del Movimento, conoscerne i Padri iniziatori e le principali pubblicazioni di riferimento, e nel seminario vero e proprio, centrato su temi fondamentali quali l’amore di Dio per ciascuno, la necessità di riconoscersi peccatori, l’accettazione della Signoria di Gesù nella propria vita così da lasciare l’uomo vecchio per il nuovo, l’accoglienza dei doni che Dio vorrà elargire (carismi).

La preghiera per una nuova Effusione dello Spirito è il punto culminante di questo percorso esperienziale che farà pronunciare al fratello/sorella che lo compie un “SI” convinto e consapevole a che lo Spirito santo irrompa nella sua vita.

Il Seminario si conclude poi con l’annuncio della chiamata alla santità personale, alla costruzione attiva e partecipe della comunità di appartenenza e alla missione ad extra, comune a tutti i battezzati.

Diventa così normale, per l’effusionato, vivere una continua revisione di vita, a partire dalla Parola di Dio, dalla frequenza ai Sacramenti, dalla vita fraterna e dalla testimonianza.

In tale prospettiva, tutte le attività all’interno dei cenacoli/gruppi/comunità (incontri, ritiri, settimane di spiritualità e di crescita, gli stessi eventi regionali e nazionali) costituiscono una forma di discepolato.

Il ruolo dello Spirito Santo nel riconoscimento del peccato

Padre Raniero inizia augurandosi che possa realizzarsi qui ed oggi una esperienza di vera e radicale conversione, di quelle in cui lo Spirito Santo «dimostrerà la colpa del mondo riguardo al peccato» (Gv 16,8).

Come possiamo far emergere Cristo? Attraverso l’opera dello Spirito Santo.

Oltre a convincere il mondo quanto al peccato, l’opera dello Spirito Santo, come ci viene mostrato dal racconto di Pentecoste, fa in modo che pur parlando lingue diverse ognuno sente proclamare le meraviglie del Signore.

Il contrario del peccato non è la virtù – chiosa Padre Raniero Cantalamessa – ma la lode: in questo tempio di Dio tutti dicano Gloria!

Il ruolo dello Spirito Santo è determinante per uno sviluppo completo e aderente alla volontà di Dio della vita di un cristiano.

Non si tratta di una adesione teorica e su base volontaria a quanto la Scrittura, la Tradizione e il Magistero ci insegnano a proposito della Terza Persona della Trinità, perché è sempre e solo lo Spirito Santo che fa irruzione nella vita del cristiano, fino dal Battesimo, gratuitamente, portando con sé quei doni che faranno di chi li riceve, una persona spirituale che porterà per sempre con sé l’impronta di Dio.

Il cristiano, in forza della sua consacrazione battesimale alla SS. Trinità, viene accolto in un rapporto personale con il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Ma questo non verrà sperimentato finché non ci sarà un incontro vero e autentico con Gesù Signore e Salvatore.

È in questo passaggio, nell’esperienza dell’incontro con il Signore vivo, che troviamo il cuore del Rinnovamento.

Ed è direttamente lo Spirito Santo ad assumere la guida del cristiano verso la santità, cioè la sua conformazione a Cristo nel triplice munus: sacerdotale, profetico e regale.

La confessione e l’esperienza della misericordia

Non so se ho mai condiviso con voi la mia primissima esperienza con il Rinnovamento nello Spirito. Non fu il famoso Congresso di Kansas City. Quella fu la seconda.

Quando ero ancora nella fase di studio, anzi di critica del Rinnovamento, fui invitato un giorno a un incontro di preghiera a Roma.

Ed ero lì visibilmente come un osservatore molto critico tanto che gli animatori di quel gruppo dicevano in segreto alla gente: “Non andate da quel frate lì che è un nemico del Rinnovamento”.

Però i fratelli vedendo un sacerdote in mezzo a loro, con semplicità, venivano a confessarsi e ascoltare quelle confessioni fu il mio primo, vero contatto con la realtà del Rinnovamento nello Spirito Santo.

Io non avevo mai visto un pentimento così sincero, così profondo dei peccati come in quelle confessioni. Mi sembrava che i peccati che accusavano cadevano come pietre dal loro cuore.

Alla fine lacrime di gioia. Capivo cosa Gesù intendeva dire quando diceva: “Il Paraclito, quando verrà, convincerà il mondo di peccato”.

Che cosa impedisce che quell’esperienza si ripeta oggi qui, su larga scala, quello che avvenne in quella piccola sala tanti anni fa? Nulla, se lo vogliamo.

Il Paraclito è qui per fare la stessa cosa.

La misericordia come risposta al peccato

“Dio è amore: Tu sei la Sua misericordia vivente tra gli uomini”. Questo il tema della riflessione di Salvatore Martinez, che si sofferma sul portato kerigmatico, carismatico della fede della Chiesa.

Parlando ai sacerdoti, il Presidente RnS li richiama accoratamente alla misericordia, tratto distintivo della nuova vita in Cristo e volano di evangelizzazione.

«Dio è amore» (cf 1 Gv 4, 8).

Il verbo della vita è l’amore. Il verbo della vita è amare, Dio è amore.

Allora io sono, esisto dentro questa dinamica, dentro questo verbo della vita che implica la mia vita, che esige la mia vita, che la interpella.

Ecco perché traduciamo la parola “amore” in misericordia.

La misericordia è la lingua materna perché tutti la possono capire e quindi tutti la possono parlare.

Il verbo della vita è amore,ma questo amore per noi si traduce in misericordia.

Ciò che però capita ogni giorno a ogni uomo che vive il verbo della vita è di dire: non so amare, non riesco ad amare, non ho più risorse per amare, ho provato e sono stanco, ho provato e ho fallito.

Chi è amato non può ragionare così, chi è amato non può dire questo, non può definire fallito l’amore che vive in lui, perché chi è amato può solo amare, generare amore, dire e dare amore.

Questa è la lettura che a noi interessa della crisi; altri diano le letture sociologiche, psicologiche, economiche, politiche, antropologiche - vanno tutte bene - ma dietro la crisi c’è solo e soltanto un deficit d’amore.

È deficit d’amore quello che l’umanità sta vivendo.

E la soluzione qual è? Non aprire il portafoglio, come molti pensano, e diventare più generosi, oppure vivere l’austerity - certo sono cose utili - ma snudare il cuore.

Ecco la misericordia. Che cosa è la misericordia? È il cuore snudato di Dio, è quella kènosis di cui parla Paolo ai Filippesi, quella spoliazione, quel mettere a nudo il cuore di Dio.

E quando le nostre miserie incontrano la miseria di Cristo, che è la potenza, cambia tutto.

Si può salire il monte di Dio, come dice il Salmista, ancor prima che con le nostre acclamazioni, che con i nostri sacrifici, con le nostre mani pure.

«Mani pure io voglio, misericordia io voglio e non sacrifici» (cf Mt 9, 13).

Lasciare entrare Cristo e lasciarlo uscire

Il problema di far entrare Cristo nella nostra vita è tipico di una fase di prima conversione; nei momenti di crescita spirituale, invece, quando si tratta di fare un passaggio di livello nella nostra vita spirituale, il problema non è tanto quello di far entrare Cristo in noi quanto quello di farlo uscire.

Cristo è dentro di noi e bussa per uscire allo scoperto e permeare tutte le zone della nostra vita.

Spesso, invece, finisce con l’essere murato vivo in un cuore di pietra, magari non proprio prigioniero, ma certamente in libertà vigilata: “questo puoi chiedermelo, questo no”.

Così il messaggio che Cristo ci invia a portare al mondo non raggiungerà mai il destinatario perché – spiega Padre Raniero citando Franz Kafka - il messaggero è irretito, la città è ingombra di ostacoli ed il mondo aspetterà invano alla finestra un messaggio che non arriverà.

Ricordiamo come iniziò il Pontificato di Giovanni Paolo II, con quel grande appello: «Aprite, anzi spalancate le porte a Cristo! ».

Dice Papa Francesco: «Aprite le porte del vostro cuore, della vostra vita, delle vostre parrocchie - che pena tante parrocchie chiuse! - dei movimenti, delle associazioni e uscite!».

Se Giovanni Paolo II esortava: «Lasciate entrare Cristo!», adesso Francesco dice: «Lasciatelo uscire!».

«Uscire, sempre! E questo - completa Papa Francesco - con l’amore e con la tenerezza di Dio, con la misericordia,mettendo a servizio le nostre mani, i nostri piedi, il nostro cuore».

“Io ma non più io”: la trasformazione in Cristo

La vita sacerdotale, il cambiamento di cui parla san Paolo - diceva con la sua straordinaria intelligenza al Convegno ecclesiale di Verona, nel 2006, Benedetto XVI commentando «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Galati 2, 20 ) - comporta che ci sono io ma non più io, ancora io ma non più io.

E questa modificazione genetica viene dentro la mia esistenza. Ecco la storia sacerdotale, una storia sempre viva e sempre nuova; ma questo “io non più io“ non è mai un cambiamento ordinario.

È sempre e soltanto dentro il cambiamento della Chiesa, corpo di Cristo di cui Cristo è il capo.

La tua vita non è mai una vita arbitraria, così come non è arbitrario il tuo cambiamento, il tuo rinnovamento, il tuo progresso sacerdotale.

Non si tratta di cancellare la persona, ma di lasciar morire il falso sé costruito contro Dio e contro la propria vocazione.

Le categorie dell’amore vissuto

La misericordia è un amore intelligente, sensibile, ricco, eterno, operante. Si tratta di cinque categorie.

Un amore intelligente

È un amore intelligente «Aprì il loro cuore, la loro mente alla conoscenza delle scritture» (cf Lc 24, 45).

I discepoli di Emmaus avevano smesso di amare. Amare la risurrezione è qualcosa di difficile per gli uomini del nostro tempo, infatti amiamo l’incarnazione senza risurrezione, amiamo eternarci sulla Terra.

Preferiamo amare le cose del mondo piuttosto che le cose di Dio, preferiamo vivere bene piuttosto che lasciarci scomodare alla richiesta che il Cielo fa alla nostra vita.

I discepoli non potevano amare la risurrezione, non riuscivano ad amarla, dunque Gesù «aprì loro la conoscenza». Il suo è un amore intelligente.

Un amore sensibile

È un amore sensibile. Si deve vedere, toccare, sentire questo amore (cf 1 Gv 1-4).

Che piedi ha questo amore? Che mani ha questo amore? Che volto ha questo amore?

Ed è bello poter riconoscere che ciascuno può rispondere con la propria vita, con i propri piedi, le proprie mani, il proprio volto e il proprio cuore.

Un amore ricco

È un amore ricco «Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza » (Gv 10, 10b).

Questa è l’esegesi che san Paolo fa della ricchezza dell’amore.

Un amore eterno

È un amore eterno. È un amore immutabile, non muta, non varia, non è legato alle nostre capacità, fallimenti, abilità; è un amore a priori.

Che tristezza l’amore a posteriori! L’amore cristiano è un amore a priori, perché l’amore di Cristo non è contrattualistico.

Eppure, quanta contrattualizzazione nella Chiesa! Contrattualizziamo i nostri uffici, i nostri impegni, le nostre collaborazioni.

Quante collaborazioni forzate che non nascono dall’amore! Contrattualizziamo anche la nostra amicizia nel Signore, tanto che la tradiamo facilmente.

Invece il suo è un amore ricco, eterno e immutabile. Prescinde da noi.

È fondamentale ricordare l’Inno alla carità nel quale san Paolo dice: «Tutto finirà ma non questo amore» (cf 1 Cor 13, 13).

Un amore dinamico

È un amore dinamico. È un amore operante.

È l’azione dello Spirito in noi che dinamizza, che risveglia tutto, che potenzia tutto, che carismaticizza la nostra vita sacramentale.

Un sacerdote dinamizzato dallo Spirito è un sacerdote che vive la sua esperienza sacerdotale in un modo “carismaticizzato”.

Essere spiritualizzati significa far vedere le opere dello Spirito, edificare il regno di Dio.

Il combattimento spirituale

“Peccato, Satana e combattimento spirituale”. Questo l’impegnativo trinomio che, domenica 16 maggio 2021, ha scandito il secondo Incontro del Seminario Nazionale.

L’annuncio kerigmatico sul tema è stato ispirato dai tre versetti biblici: “Se diciamo di essere senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi. Se confessiamo i nostri peccati, egli è fedele e giusto tanto da perdonarci i peccati e purificarci da ogni iniquità” (1 Gv 1, 8-9); “Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro cercando chi divorare. Resistetegli saldi nella fede” (1 Pt 5, 8-9a); “Vi dico dunque: camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare il desiderio della carne. La carne, infatti, ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si oppongono a vicenda, sicché voi non fate quello che vorreste” (Gal 5, 16-17).

Ora, però, dobbiamo aggiungere che c’è qualcosa che si oppone a questo amore straordinario, ed è il peccato.

Qualunque peccato ha una gravità di cui non ci rendiamo conto. E quando commettiamo un peccato ci mostriamo ingrati verso questo Dio che non si dimentica mai di noi.

Quando noi commettiamo un qualsiasi peccato, anche mortale, ci allontaniamo dal Signore.

Quel giorno ci liberò dal peccato originale, e ci donò il suo Santo Spirito e la vita divina rendendoci figli.

Noi, scegliendo il male, invece di rispondere, con il nostro, al grande amore di Dio, lo calpestiamo: sta qui la gravità del peccato, nonostante il bene elargito, noi con il peccato ci “prostituiamo”.

Perchè noi pecchiamo, offendendo Dio e disattendendo i suoi comandamenti con consapevole consenso? Perchè siamo interiormente divisi, fin dalle origini.

È il nemico, che nutre odio verso di noi e verso Dio, concretizzandolo con una duplice attività, ordinaria e straordinaria.

Quella ordinaria è costituita dalla tentazione, che ci allontana da Dio impedendoci di raggiungere la salvezza e la felicità eterna.

La tentazione è l’operazione più massiccia del demonio.

Quando, con atto libero e personale, ci mettiamo in suo potere, il peccato si impadronisce di noi, in ciò che abbiamo di più profondo.

Il peccato si oppone al disegno salvifico di Dio e del suo regno, rifiuta l’amore di di Dio e distrugge la perla preziosa che è la vita divina che ci rende partecipi della natura divina del Padre, eredi di un tesoro di felicità preparato per noi.

Perciò la vita cristiana è sottoposta a combattimento, perchè siamo chiamati a vivere con Lui un rapporto di amicizia e comunione, per essere simili a Lui e avvolti dal Suo Santo Spirito, in cui poterci donare con un abbraccio d’amore.

Il diavolo non vuole questo e, pertanto, cerca di farci perdere questo tesoro: ecco perchè siamo chiamati a lottare.

Assieme alla misericordia, diversi sono i mezzi per uscire vittoriosi dal combattimento con il diavolo: la preghiera costante, in particolare alla Vergine Maria, la vigilanza e la perseveranza, per prevenire le manovre occulte e la tentazione improvvisa del demonio.

PECCATO E CONVERSIONE PER GRAZIA - Paola Castelli - Semin.Effusione 2017 - RnS S.Francesco Macerata

Il peccato e la lode

La parola “rinnovamento” Tommaso, parlando dell’effusione dello Spirito, la definisce “terza“, e ci dice che non ci stancheremo mai di chiederla e di invocare il nostro rinnovamento e il rinnovamento della Chiesa.

L’esperienza del Rinnovamento nello Spirito non consiste nel vivere una nuova spiritualità: l’attenzione privilegiata (sebbene non esclusiva) allo Spirito Santo e l’esperienza spirituale che ne deriva, spingono gli aderenti e i simpatizzanti del RnS a sperimentare un modo nuovo di essere cristiani e di vivere nella Chiesa, secondo la tradizione propria delle prime comunità cristiane.

Ne deriva un rapporto esistenziale con la Parola di Dio, una più profonda partecipazione alla vita sacramentale, il desiderio di formazione, l’anelito alla vita fraterna, la volontà di testimoniare ed evangelizzare.

Il contrario del peccato non è la virtù – chiosa Padre Raniero Cantalamessa – ma la lode: in questo tempio di Dio tutti dicano Gloria!

La lode riconosce Dio come Dio, restituisce alla creatura il suo posto e rompe la logica dell’autoglorificazione.

Indicazioni spirituali del percorso RnS

Il cammino del RnS propone un rapporto esistenziale con la Parola di Dio, una più profonda partecipazione alla vita sacramentale, il desiderio di formazione, l’anelito alla vita fraterna, la volontà di testimoniare ed evangelizzare.

Il Seminario di Vita Nuova nello Spirito presenta temi fondamentali quali l’amore di Dio per ciascuno, la necessità di riconoscersi peccatori, l’accettazione della Signoria di Gesù nella propria vita così da lasciare l’uomo vecchio per il nuovo e l’accoglienza dei doni che Dio vorrà elargire.

La preghiera per una nuova Effusione dello Spirito è il punto culminante di questo percorso esperienziale.

Il Seminario si conclude poi con l’annuncio della chiamata alla santità personale, alla costruzione attiva e partecipe della comunità di appartenenza e alla missione ad extra, comune a tutti i battezzati.

Diventa così normale vivere una continua revisione di vita, a partire dalla Parola di Dio, dalla frequenza ai Sacramenti, dalla vita fraterna e dalla testimonianza.

  • riconoscere il peccato e la sua radice;
  • lasciare che la Parola di Dio illumini la coscienza;
  • accogliere la misericordia attraverso il pentimento;
  • vivere l’incontro con Gesù Signore e Salvatore;
  • rinnovare la vita nello Spirito Santo;
  • partecipare alla vita sacramentale;
  • perseverare nella preghiera e nella vigilanza;
  • trasformare il perdono ricevuto in testimonianza e servizio.

La misericordia nella vita della Chiesa

Nel tempo della crisi sentiamo molti dire che bisogna stringere la cinghia, altri che bisogna stringere i denti. No, bisogna allargare il cuore perché il passo di Francesco, il Pontificato della misericordia, trovi in noi e nella Chiesa l’autentica risposta.

Questo è un Pontificato che chiede autenticità. Questo è un pontificato che chiede la nostra kènosis sacerdotale.

La Chiesa deve specializzarsi nella scienza della carezza.

Se nei nostri centri di educazione, di riabilitazione, di reinserimento sapessimo far uso della scienza della carezza, se sapessimo donare misericordia!

Dobbiamo fare personalmente esperienza della misericordia, perché questo amore possa risplendere nella nostra vita nella misura in cui ci professiamo bisognosi.

Dirsi peccatori significa dirsi bisognosi di amore.

«È lo Spirito che ci convince» (cf Gv 16, 8), dice Gesù. Ma fa tanta fatica.

È lo Spirito che ci spinge a confessare il bisogno di misericordia che c’è nella nostra vita.

E quanto bisogno di misericordia c’è nella vita sacerdotale! Ma facciamo fatica a confessarlo.

La Chiesa sta vivendo un tempo pentecostale straordinario ed esige, invoca ministri della misericordia che sappiano diffondere amore a piene mani.

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