Il “Cristo crocifisso tra i santi Niccolò e Francesco” è un dipinto su tavola sagomata eseguito dal Beato Angelico intorno al 1430 per la Compagnia di San Niccolò di Bari, detta anche del Ceppo, che ancora oggi ne è proprietaria. L’opera raffigura Cristo in croce tra san Niccolò e san Francesco inginocchiati ai piedi del Golgota.
Il dipinto è stato restaurato dall’Opificio delle Pietre Dure di Firenze grazie al contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Firenze. Dopo il restauro è stato presentato nella sede della Fondazione, in via Bufalini 6 a Firenze, prima del ritorno nella sagrestia dell’Oratorio della Compagnia di San Niccolò del Ceppo.
Il soggetto e la composizione del Crocifisso
Il Cristo è Crocifisso tra i santi Niccolò e Francesco inginocchiati ai piedi del Golgota, sopra l’aureola dorata l’iscrizione IHS Nazarenus Rex Iudeorum che viene ripetuta in greco e in ebraico. Il dipinto presenta la figura del Cristo crocifisso tra i santi Niccolò e Francesco, inginocchiati ai piedi del Golgota.
Concepita sagomata fin dall’origine, nel 1611, l’opera è stata ridotta nelle dimensioni e, all’inizio del Novecento, il busto di san Francesco è stato sostituito da una copia. La parte originale è conservata al Philadelphia Museum of Art.
È stato inoltre recuperato il corretto rapporto proporzionale tra le figure anche attraverso il piccolo ex voto. Esso raffigura il Crocifisso prima dell’intervento di riduzione di primo Seicento ed è prezioso per conoscere la composizione della parete dell’altare in quel periodo.

Attribuzione al Beato Angelico e datazione
La prima notizia sull’opera risale al 23 ottobre 1564 ma l’attribuzione all’Angelico avviene solo nel 1909. La tavola rimase in sagrestia fino al 1909, quando fu Giovanni Poggi a vedere la mano dell’Angelicus Pictor.
L’opera sembra da datare attorno al 1430, sia per un influsso masaccesco, evidente nelle figure dei santi, nell’illuminazione e nell’anatomia del Cristo, che per la vicinanza con l’Incoronazione parigina. L’opera sembra essere datata attorno al 1430, sia per un influsso masaccesco (evidente nelle figure dei santi, nell’illuminazione e nell’anatomia del Cristo), che per la vicinanza con l’Incoronazione del Louvre.
Nel 1955, in occasione della “Mostra delle opere dell’Angelico”, Luciano Berti e Umberto Baldini notarono che parte della figura di San Francesco era un falso, forse tardo ottocentesco, e che l’originale si trovava dal 1912 nella Collezione Johnson di Filadelfia.
La Compagnia di San Niccolò del Ceppo
La Compagnia dedicata a San Niccolò di Bari e alla Visitazione della Vergine venne fondata a Firenze nel Trecento presso la Chiesa di San Niccolò in Oltrarno. Il nome deriva dall’uso di mettere le offerte attraverso una feritoia in un «ceppo» di albero cavo.
Nel 1417 i confratelli edificarono un nuovo oratorio, oggi Via Tripoli, vicino allo spedale dei Santi Jacopo e Filippo, oggi distrutto. In seguito all’assedio delle truppe imperiali di Firenze nel 1529 i confratelli abbandonarono gli spazi all’interno dello spedale e si sistemarono presso la Compagnia di Santa Maria della Croce al Tempio, in quella che oggi è via San Giuseppe, dove subirono l’alluvione del 1557.
Nel 1561 acquistarono un terreno per edificare la propria sede all’angolo tra quelle che oggi sono Via Pandolfini e Via Verdi e ancora oggi la Compagnia ha sede e occupa gli spazi costruiti e decorati nel corso dei secoli. La confraternita, che dopo il 1785 con il motu proprio del Granduca Pietro Leopoldo perse il carattere di sodalizio “di dottrina”, ancora oggi prosegue la propria attività come gruppo devozionale e caritativo.
I danni maggiori furono in occasione dell’alluvione del 1966 quando l’acqua dell’Arno raggiunse i quattro metri e mezzo di altezza.
La storia documentaria dell’opera
La prima notizia che si ha infatti del Crocifisso risale al 23 ottobre del 1564 quando venne trasferito dalla Compagnia di Santa Maria della Croce al Tempio, sede provvisoria del sodalizio, al nuovo oratorio in via della Badessa.
Nel giugno del 1568, dopo l’alluvione del 1557 il pittore Giovanbattista del Verrocchio fu pagato “per più colori…per racconciare el crocifisso”. Il dipinto fu restaurato anche nel 1594 da un confratello e posto sull’altare maggiore ma nel 1611 fu trasferito in sagrestia.
In questa occasione il “maestro Giovanni di Zanobi pittore” venne pagato “per suo resto di più cose intorno al detto crocifisso” e il legnaiolo Vincenzo Sassi per aver “tagliato dua santi e ristretti e messo sprange detro che li tengono e accomodato el crocifisso…”.
Esposto a lungo nel Museo di San Marco, il Crocifisso è poi tornato nella sagrestia di San Niccolò del Ceppo, prima di essere sottoposto al recente restauro. Il Cristo crocifisso, su tavola sagomata, era esposto nella sagrestia dell’Oratorio della Compagnia, che si trova in via de' Pandolfini a Firenze.
La riduzione seicentesca e la figura di san Francesco
Nel 1611, l’opera è stata ridotta nelle dimensioni. All’inizio del Novecento il busto di san Francesco è stato sostituito da una copia, mentre la parte originale è conservata al Philadelphia Museum of Art.
La sostituzione della figura di san Francesco fu riconosciuta nel 1955 da Luciano Berti e Umberto Baldini. L’osservazione permise di distinguere la parte autentica da quella aggiunta e di collegare l’originale alla Collezione Johnson di Filadelfia, dove si trovava dal 1912.
L’intervento attuale si è proposto di recuperare un’immagine il più possibile vicina a quella originale, pur rispettando le tracce della storia conservativa e dei restauri precedenti.
Il restauro dell’Opificio delle Pietre Dure
Nel 2016 è stato avviato il restauro del Cristo crocifisso. Il progetto è stato promosso dalla Fondazione Cr Firenze in collaborazione con l’Opificio delle Pietre Dure e la Compagnia di San Niccolò di Bari detta del Ceppo.
L’intervento sul Crocifisso ha limitato il più possibile le lacune trattate a ‘neutro’ risalenti al restauro Baldini, che producevano visivamente una frammentazione dell’immagine, conservandole solo nelle zone non ricostruibili.
Le altre mancanze, comprese parti in oro, sono state reintegrate con la tecnica a tratteggio della ‘selezione cromatica’, riconoscibile da vicino, perché realizzata con colori puri giustapposti.
Le porzioni mancanti dell’opera sono state ricostruite con inserimenti di legno, così da indicare chiaramente le dimensioni originali dell’insieme.
Il trattamento ha quindi cercato un equilibrio tra leggibilità estetica e rispetto della storia dell’oggetto. Le integrazioni non intendono cancellare le perdite, ma rendere comprensibile la struttura complessiva della tavola e distinguere le parti ricostruite da quelle originali.
La tavoletta votiva dell’ambito di Jacopo da Empoli
Insieme al Crocifisso è stata esposta anche una tavoletta votiva, un olio su tavola dell’ambito di Jacopo da Empoli recentemente ritrovato nell’archivio della Compagnia del Ceppo.
Sono stati restaurati un Beato Angelico poco noto e una tavoletta ex voto della bottega di Jacopo da Empoli (1551-1640) restaurata anch’essa, fortunosamente ritrovata un anno fa nel doppio fondo di un armadio dell’archivio della Compagnia di San Niccolò di Bari detta del Ceppo a cui appartengono entrambe le opere.
La tavoletta restituisce l’immagine dell’oratorio quando ancora il Crocifisso era collocato sull’altare maggiore e sarebbe datata dopo il 1594. Dopo questa data infatti venivano usati dei coretti ai lati dell’altare per la predicazione che compaiono nell’immagine.
Esso raffigura il Crocifisso prima dell’intervento di riduzione di primo Seicento ed è prezioso per conoscere la composizione della parete dell’altare in quel periodo.

La mostra e il ritorno nell’oratorio
Grazie al contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Firenze è stato restaurato il Cristo crocifisso tra i santi Niccolò e Francesco, un dipinto su tavola sagomata dipinto dal Beato Angelico all’incirca nel 1430 per la Compagnia di San Niccolò di Bari detta anche del Ceppo che ancora oggi ne è proprietaria.
L’opera restaurata dall’Opificio delle Pietre Dure di Firenze è stata presentata nella sede della Fondazione, in via Bufalini 6 a Firenze, con ingresso libero. La mostra, a cura di Ludovica Sebregondi, ha offerto l’occasione di vedere un’opera poco conosciuta prima del suo ritorno all’Oratorio.
La mostra segna anche la conclusione di un ampio intervento di recupero dell’intera sede da parte della Fondazione CR Firenze. Ha infatti interessato, a partire dal 2004, le opere d'arte, gli arredi e gli archivi.
Al termine della mostra, il Cristo crocifisso e la tavoletta sono tornati nella sede originaria con l’allestimento dell’architetto Antonio Fara.
L’Oratorio di San Niccolò del Ceppo
L’oratorio appartiene alla Compagnia istituita nel Trecento e costituisce il contesto storico per comprendere la destinazione originaria del dipinto. La tavola non fu concepita come un’opera isolata, ma come immagine devozionale legata alle pratiche della confraternita.
La collocazione sull’altare maggiore, documentata dalla tavoletta votiva, permette di ricostruire il rapporto tra il Crocifisso, l’architettura dell’oratorio e le attività di predicazione dei confratelli.
La storia dell’edificio è segnata da trasferimenti, restauri, trasformazioni e danni provocati dalle alluvioni. Questi eventi hanno influenzato anche la conservazione e la leggibilità dell’opera.
Il Crocifisso di Michelozzo a Santa Croce
Un riferimento distinto è costituito dal Crocifisso legato a Michelozzo nella basilica di Santa Croce. Artista: Michelozzo. Dove: Cappella del Crocifisso.
La struttura, posta alla fine della navata centrale, include l’altare principale e si ispira a modelli classici, soprattutto nell’uso della volta a lacunari, realizzata in terracotta da Luca della Robbia.
La pala (1394-1396) è attribuita a Agnolo Gaddi e raffigura al centro i santi Giovanni Gualberto e Miniato e negli scomparti minori, Storie di Cristo. Qui era conservato il Crocifisso miracoloso, ora nella chiesa di Santa Trinita.
La Cappella del Crocifisso a Castel San Niccolò
Un ulteriore edificio denominato Cappella del Crocifisso si trova nel territorio comunale di Castel San Niccolò, nel Casentino, una bella valle Toscana.
Pochi metri dopo la podesteria di Castel San Niccolò si trova la Cappella del Crocifisso. Una storia curiosa e affascinante accompagna questo edificio che nacque come prigione del castello.
La cappella ha preso questo nome per la presenza di un piccolo affresco al suo interno datato 1439 che mostra la crocifissione. La facciata del sacro edificio è caratterizzata dalla presenza di stemmi, iscrizioni e due grate in pietra.
Queste è probabile appartenessero alla prigione, ma non si trovavano su questa parete, come spiegato nella storia dell’edificio.
Michelozzo e il contesto artistico fiorentino
Michelozzo, Michelozzo di Bartolomeo, nacque a Firenze, probabilmente nel 1396, da Bartolomeo di Gherardo «de Burgundia», sarto di origini lionesi, e Antonia, fiorentina.
Nel 1410 operava presso la Zecca come intagliatore di stampi in ferro per la coniazione dei fiorini. A margine dell’attività di intaglio sviluppò, nel tempo, una notevole maestria nell’arte della fusione tanto da diventare uno specialista rinomato, cui non esitarono a rivolgersi diversi artisti, primo fra tutti il futuro «compagno» Donatello.
Se il linguaggio scultoreo e architettonico di Michelozzo trova le sue prime formulazioni all’inizio degli anni Venti, è sul finire del decennio che si può registrare, dall’esame delle sue opere, una perfetta assimilazione del linguaggio classico.
Ciò è evidente sia nei lavori di scultura svolti per lo più in collaborazione con Ghiberti prima e Donatello poi, sia nei contemporanei interventi architettonici, condotti individualmente.
Michelozzo, Donatello e le opere del Quattrocento
Tra il 1424 e il 1425 Michelozzo e Donatello sottoscrissero un contratto di compagnia prolungato, dopo la prima scadenza triennale, fino al 1434.
La prima delle loro realizzazioni comuni fu il Monumento sepolcrale per Baldassarre Cossa, l’antipapa Giovanni XXIII scomparso nel 1415. Il sepolcro, collocato tra due colonne a ridosso della parete perimetrale, «pur riprendendo in parte idee medievali, esibisce la nuova maniera proponendo motivi e ornamenti “all’antica” o, in parte, desunti dalla produzione ghibertiana o brunelleschiana».
Nel 1426, con i lavori per la tomba Coscia ancora in corso, Michelozzo e Donatello, coadiuvati da altri, avviarono l’esecuzione della tomba del cardinale Rinaldo Brancacci, destinata a essere collocata nella chiesa napoletana di Sant’Angelo a Nilo.
Se l’Assunzione in stiacciato e il volto del cardinale sono stati unanimemente riferiti alla mano di Donatello, l’ideazione ed esecuzione delle parti architettoniche spetterebbero, secondo la critica, a Michelozzo.
Il Tabernacolo del Crocifisso a San Miniato al Monte
Riconducibile, in termini tipologici, ai monumenti tombali Brancacci e Aragazzi, è pure il Tabernacolo del Crocifisso nella chiesa di San Miniato al Monte (1447-48), attribuito, da Vasari in poi, a Michelozzo.
L’opera, voluta dall’arte di Calimala per mettere al riparo il crocifisso miracoloso di San Giovanni Gualberto, fu finanziata da Piero di Cosimo de’ Medici.
Collocato in asse e sul fondo della navata centrale, il tabernacolo è una rielaborazione dello schema a edicola, con una coppia di colonne in posizione avanzata rispetto a due paraste emergenti dalla parete di fondo, sormontate da una volta a botte estradossata.
A eccezione di una parasta, munita di capitello corinzio quasi canonico, gli altri tre sostegni esibiscono capitelli tutti diversi tra loro, frutto di una rielaborazione di modelli antichi esperita con raffinatezza e grande libertà inventiva.
Il significato della denominazione
La denominazione “Michelozzo Crocifisso di San Niccolò” può riferirsi a più contesti artistici e architettonici distinti. Il dipinto della Compagnia di San Niccolò del Ceppo è il “Cristo crocifisso tra i santi Niccolò e Francesco”, opera del Beato Angelico risalente al 1430 circa.
Michelozzo è invece direttamente collegato alla Cappella del Crocifisso di Santa Croce e al Tabernacolo del Crocifisso di San Miniato al Monte. Anche la Cappella del Crocifisso di Castel San Niccolò costituisce un riferimento separato, legato a un piccolo affresco del 1439 e alla trasformazione di un’antica prigione del castello.
Questi riferimenti condividono il tema della Crocifissione, ma riguardano opere, luoghi e vicende differenti.
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