Santa Maria Antiqua: il gioiello bizantino ai piedi del Palatino

La basilica di Santa Maria Antiqua, situata alle pendici del colle Palatino, è molto probabilmente il più importante e antico monumento cristiano. Venne fondata a metà del VI secolo sulle strutture di un grande complesso architettonico di età domizianea e conserva sulle sue pareti un patrimonio di dipinti che la rendono un vero “museo” della pittura romana durante il periodo in cui l’influsso di Bisanzio su Roma fu più forte.

Sepolta dalle macerie durante il terremoto dell’847, la chiesa fu abbandonata: nel XIII secolo dalle sue ceneri sorse una nuova chiesa dedicata a Santa Maria Liberatrice, riedificata nel 1617 da Onorio Longhi in stile barocco e abbattuta infine nel 1899 per far “riemergere” la chiesa originaria. All’interno della chiesa sono ancora visibili circa 250 metri quadri di affreschi, databili dal VI al IX secolo.

Santa Maria Antiqua ai piedi del Palatino

La fondazione nel Foro Romano

La basilica fu fondata in un momento particolare per Roma. Nel 552 d.C. l’esercito bizantino strappa definitivamente la città al dominio dei Goti, e riporta l’Italia sotto il controllo dell’Impero Romano d’Oriente.

Roma - la più grande metropoli del mondo con un milione e mezzo di abitanti - subisce danni imponenti ed è ridotta ad una popolazione di trentamila sopravvissuti. E’ in questo contesto che ad opera dei Bizantini viene fondata Santa Maria Antiqua.

Nel 552 i Bizantini, una volta conquistata Roma, ripristinarono, oltre a mura e acquedotti, anche i vecchi palazzi imperiali e ripristinarono, nel Foro Romano, ai piedi del Palatino, in una zona considerata sede del Tempio di Augusto ma che oggi si attribuisce all'epoca di Domiziano, un'aula rettangolare con antistante quadriportico per fondare una specie di "cappella palatina" dedicata alla Madonna.

Forse già prima del sesto secolo, fu posta nella sala maggiore della biblioteca di Domiziano una cappella della Madonna. Ricostruiti i palazzi imperiali la chiesa, consacrata nel VI secolo, diviene cappella palatina e sede vescovile della città.

Ne consegue l’attenzione dei papi che ne favoriscono il continuo abbellimento. Giovanni VII ornò di pitture la basilica della generatrice di Dio, nominata Antiqua.

Il complesso romano e il rapporto con il Palatino

L’edificio, eretto sulle strutture di un grande complesso architettonico di età domizianea, alla cui epoca era ingresso e raccordo tra i palazzi imperiali sul Palatino e il Foro sottostante, dove probabilmente stazionava la guardia di pretoriani, era una basilica, cioè con un’aula rettangolare divisa in tre navate.

Il complesso domizianeo era costituito da quattro vani comunicanti:

  • la grande Aula occidentale, uno degli ambienti più vasti dell’architettura flavia, chiusa su due lati da un portico, dalle pareti animate da nicchie, forse per ospitare delle statue;
  • l’ambiente più piccolo a est, dalle alte pareti scandite da nicchie, che oggi funge da atrio di Santa Maria Antiqua, dove in età domizianea forse si trovava la biblioteca ad Minervam ricostruita da Domiziano e dove, sulle pareti, erano esposti, secondo le fonti letterarie, i diplomi militari;
  • il quadriportico voltato a cui si accedeva dall’attuale atrio, organizzato intorno ad un cortile con impluvio;
  • i tre vani a sud del quadriportico, con ampi resti di una decorazione pittorica costituita da riquadrature rosse e da tondi, databile in età adrianea o di poco successiva.

Tutto il complesso è, poi, chiuso ad oriente da una rampa, che conduceva al sovrastante palazzo imperiale. Per la sua posizione strategica, esso rivestì sempre un ruolo importante di collegamento tra il Foro e il soprastante Palazzo imperiale.

Gli ambienti romani introducevano, attraverso una monumentale rampa coperta, alla residenza imperiale sul retrostante colle del Palatino. A sinistra della chiesa una rampa sale al Palatino, fungendo da entrata ai palazzi imperiali.

Un importante complesso di edifici, a sud del Tempio dei Dioscuri e della Fonte di Giuturna, costituisce l’elemento di raccordo tra il Foro Romano ed il Palatino.

Pianta del complesso Santa Maria Antiqua

Le ipotesi sulle strutture preesistenti

La chiesa di Santa Maria Antiqua venne dunque fatta sorgere negli ambienti che costituiscono l’ampliamento della domus tiberiana verso il Foro, ambienti realizzati da Caligola e, successivamente, rifatti da Domiziano che riconfigurò completamente l’area occupata dalla domus di Caligola, cambiandone l’orientamento e costruendo il complesso le cui strutture si conservano ancora per grande altezza.

Caligola fece edificare e dedicare nella zona il tempio in onore del divo Augusto e i testi precisano che dietro al tempio di Augusto, di solito identificato nella grande Aula occidentale, c’era la biblioteca, da situare verosimilmente negli spazi dell’attuale atrio della chiesa.

La sua identificazione come tempio del divo Augusto resta ancora assai discussa. L’interpretazione di questi edifici è ancora discussa, anche se oggi quella più accettata vuole che si tratti di una specie di vestibolo monumentale ai palazzi imperiali.

Molto probabile appare anche l’ipotesi che qui fosse stanziato il corpo dei pretoriani incaricato di proteggere i palazzi imperiali. Gli ambienti domizianei subirono vari restauri nel corso dei secoli, in particolare sotto Antonino Pio.

L’impianto della basilica

L’antico edificio romano presentava una forma a carattere basilicale costituita da un’aula rettangolare divisa in tre navate ricavate da un quadriportico che cingeva un cortile.

Il Quadriportico, ambiente principale della Biblioteca, è sostenuto da quattro pilastri rettangolari di mattoni e quattro colonne di granito con capitelli di marmo. All’altezza del muro posteriore fu ricavata una piccola abside con ai lati un presbiterio e due piccole cappelle.

Il quadriportico venne trasformato in navata centrale; il presbiterio fu consacrato al culto cristiano già agli inizi del IV secolo, forse prima della fondazione della chiesa.

Nel cortile quadrato con funzione di vestibolo si riconoscono i resti di un impluvium, risalente all’epoca di Caligola, con un lungo muro ricco di nicchie che ospitavano probabilmente le statue degli imperatori.

Nel muro di fondo venne ricavata in era cristiana una piccola abside, e ai lati del presbiterio, situato alla fine della navata centrale con altare e abside sul fondo, e ai lati due piccole cappelle.

L’aula C si prestava molto bene allo scopo, con il portico facilmente trasformabile in navate, mentre l’abside venne ricavata scavando il muro spesso della parete di fondo.

Le prime fasi cristiane e il ruolo dei papi

S.Maria Antiqua, il primo edificio cristiano del Foro Romano e chiesa bizantina per eccellenza di Roma, fu oggetto di molte attenzioni da parte di vari pontefici quali Martino I, Giovanni VII, Zaccaria, Paolo I e Adriano I, come dimostrato dall’importantissimo complesso di pitture, databili dal VI al IX secolo, che ricopre in più strati sovrapposti le pareti della chiesa.

Anche Paolo I (757-767) e Adriano (772-793) decorarono la chiesa e si racconta che, durante la contesa iconoclasta, monaci greci cacciati dall’Impero orientale trovassero rifugio a Roma e decorassero, con molta ricchezza, la chiesa ed il monastero affidati alle loro cure.

La basilica riafferma l’importanza della presenza dei cristiani nel Foro romano che, da cuore della Roma pagana, si va trasformando in una dei luoghi cardine del cristianesimo.

Lo dimostra il fatto che Giovanni VII, papa dal 705 al 707, trasferisce la sua residenza dal Laterano sul Palatino ed elegge Santa Maria Antiqua sua cappella personale.

E’ la seconda chiesa del Foro Romano dopo quella dei Santi Cosma e Damiano e attesta la presa di possesso cristiana di questo luogo, simbolo della Roma pagana.

Nel cuore stesso del Foro pagano di Roma Santa Maria Antiqua come i Santi Cosma e Damiano, la prima basilica eretta nel Foro Romano, annuncia l’epoca del cristianesimo e rappresenta la Cappella più rappresentativa della prima epoca paleocristiana.

L’Oratorio dei Quaranta Martiri

L’atrio quadrato è preceduto da una cappella autonoma coperta da un tetto a padiglione fondata nel 570 dall’orafo Amantius e dalla moglie Ypolita, il cosidetto Oratorio dei Quaranta Martiri.

Il nome deriva dalla pittura databile all’VIII secolo che ne orna l’abside, in cui viene esaltata la devozione di 40 soldati cristiani condannati a morire nelle acque ghiacciate di un lago in Armenia, a Sebaste, durante la persecuzione di Diocleziano.

Accanto all’ingresso della chiesa, si trova l’Oratorio dei Quaranta Martiri, realizzato su un altro ambiente di età romana, forse la sala di ingresso alla Rampa di Domiziano che conduce ai Palazzi Imperiali sul Palatino.

L’oratorio, a pianta quadrangolare, conserva ancora sul muro di destra un affresco con Sant’Antonio eremita e un pavimento di frammenti in marmo di epoca medievale.

L’atrio era forse in origine la biblioteca di Domiziano; fu in origine la sede del corpo di guardia che presidiava l’accesso alla residenza del governatore bizantino e probabilmente la sala di ingresso alla rampa di Domiziano, che conduceva ai palazzi del Palatino.

Con la cristianizzazione del Foro l’edificio nel X-XI secolo fu trasformato in oratorio dedicato a Sant’Antonio.

La trasformazione del Foro e l’abbandono della basilica

Essi, tuttavia, rimasero in funzione fino ad epoca tarda, quando furono trasformati nel complesso di Santa Maria Antiqua. L’aula orientale del complesso domizianeo, dal VI al IX secolo, svolse la funzione di atrio di Santa Maria Antiqua e continuò ad essere utilizzata per altri due secoli anche dopo l’abbandono della chiesa a causa del terremoto dell’847.

In seguito ad al terremoto dell’847 la chiesa rimase sotto una coltre di terra per oltre mille anni. La chiesa, continuamente restaurata, venne invece abbandonata dopo che un terremoto nell’847 fece franare sopra di essa parte dei palazzi adiacenti.

Poi, come già accennato, la chiesa fu demolita dal terremoto ma non abbandonata, come dimostrano alcune opere di rinforzo della struttura ed in particolare alcuni rinvenimenti relativi al culto di S.Biagio, introdotto soltanto nel X secolo: probabilmente, quindi, questi ambienti continuarono ad essere utilizzati, forse da una comunità di monaci.

Nel XIII secolo una nuova chiesa, denominata S.Maria Liberatrice, fu ricostruita sulle rovine di S.Maria Antiqua: restaurata sotto Papa Gregorio XIII e Sisto V, rifatta nel 1617 dall’architetto Onorio Longhi, a spese del cardinale Marcello Lante, la chiesa fu demolita nel 1902 al fine di riportare alla luce i resti della sottostante chiesa di S.Maria Antiqua.

La riscoperta di Giacomo Boni

Sarà l’archeologo Giacomo Boni, a partire dal 1900 a riportare alla luce la chiesa insieme all’Atrio e all’attiguo oratorio dei Quaranta Martiri.

Fu Giacomo Boni (1859 - 1925), il grande archeologo italiano, durante i suoi scavi nell’area del Foro Romano, a riportare alla luce Santa Maria Antiqua decidendo di demolire (fra non pochi risentimenti e critiche) la chiesa barocca di Santa Maria Liberatrice che fu costruita sopra di essa.

Se non sapete cosa sia Santa Maria Antiqua, non preoccupatevi: nessuno lo ha saputo per mille anni. La chiesa fu infatti sepolta per più di mille anni sotto le macerie del terremoto dell’847 d.C. e tutti se ne dimenticarono fino a quando l’archeologo Giacomo Boni non la ritrovò con gli scavi del 1900.

Gli scavi operati da Giacomo Boni hanno riportato alla luce anche una vasta zona cimiteriale in uso tra l’VIII e il IX secolo. Durante questo periodo, l’atrio e gran parte della superficie sottostante il pavimento della chiesa erano occupati da numerose sepolture.

Gli scavi eseguiti alla fine dell’Ottocento, riportarono alla luce tracce degli antichi affreschi recentemente restaurati e dal novembre 2012 la chiesa è stata aperta al pubblico.

Le sepolture e i sarcofagi reimpiegati

Frutto degli scavi dello stesso Giacomo Boni sono i sarcofagi pagani reimpiegati nelle sepolture cristiane in un momento in cui le nuove tematiche si mescoleranno all’arte della tarda antichità.

Gli scavi di Boni evidenziarono che tutta l’area era piena di sepolture di epoca tarda: tombe povere, ad eccezione di quelle relative ai sarcofagi, tutti riutilizzati e trasportati qui da altri luoghi.

Per alcune di queste sepolture, forse di esponenti che ricoprivano alte cariche del clero oppure politiche dell’epoca, vennero infatti reimpiegati antichi sarcofagi di marmo, reperiti da altri contesti, del tutto pagani.

Le loro decorazioni erano pertanto profane e databili tra la metà del II e il III secolo d.c., per la volontà dei defunti di qualificarsi come appartenenti ad una élite di classe.

Era di grande decoro essere degni di essere inumati in pregevoli sarcofaghi con bassorilievi stupendi che nessuno in epoca cristiana era più capace di fare, e poi per ritenersi tanto importanti da essere inumati nella chiesa.

Il ciclo pittorico: un museo dell’Alto Medioevo

Gli ambienti sono riccamente affrescati; Santa Maria Antiqua costituisce una testimonianza della pittura altomedioevale, gota e bizantina e della cristianizzazione del Foro della città antica databile dal VI al IX secolo.

Il suo straordinario corredo di pitture murali, oltre 250 metri quadrati di affreschi datati tra il VI e l’VIII secolo rappresentano una testimonianza assolutamente unica dell’Alto medio evo a Roma.

L’interno dell’edificio viene letteralmente rivestito di pitture nel corso di due secoli di campagne decorative che si susseguono a ritmi serrati; le immagini affollano il presbiterio, le cappelle e la navata sinistra, affiorano su le colonne, i pilastri, il recinto del coro.

Una decisione del genere doveva avere un motivo valido e se si entra in Santa Maria Antiqua si capisce subito: gli affreschi conservati all’interno sono di valore eccezionale.

Essi testimoniano la pittura parietale romana di un periodo di cui non restano altre tracce a Roma e nel mondo. Infatti, gli affreschi ritrovati in questa chiesa risalgono a momenti diversi tra il VI e l’VIII secolo.

Un vero manifesto della cultura greco bizantina per lo stile pittorico, l’iconografia, le iscrizioni in greco. Santa Maria Antiqua rappresenta un vero manifesto della cultura greco-bizantina, per lo stile pittorico, l’iconografia, la lingua greca delle iscrizioni.

Un diluvio di immagini sacre proprio mentre ad Oriente, l’iconoclastia propugnava la distruzione delle immagini sacre.

Ciclo di affreschi bizantini nella basilica

La parete palinsesto

La stratificazione pittorica è evidente nella cosidetta “parete palinsesto” a destra dell’abside della chiesa, dove la caduta di porzioni di intonaco permette di riconoscere quattro diversi interventi.

La prima fase risale al VI secolo e corrisponde al frammento di Maria in trono adorata da un angelo alla sua destra. La Vergine è raffigurata come una regina bizantina su un trono decorato con pietre preziose e possiede tutti i caratteri dell’arte bizantina.

Alla prima fase della chiesa risale l’immagine della Madonna in Trono col Bambino in abiti bizantini. La seconda fase corrisponde a due frammenti dove si vedono il viso della Madonna e quello del cosiddetto Angelo Bello, che insieme dovevano far parte di un’annunciazione.

La datazione di questi frammenti risale alla prima metà del VII secolo e presenta uno stile ricollegabile alla tradizione ellenistica. La terza fase corrisponde ai due Padri della Chiesa in basso che recano un cartiglio riferito al Concilio Lateranense del 649 d.C.

Ciò fa pensare che tali frammenti risalgano al pontificato di Martino I (649-653 d.C.). Numerosi dipinti in altre zone della chiesa, compreso il basamento dipinto con decorazione a finto marmo e la parete sinistra dell’abside, risalgono allo stesso periodo.

L’ultima fase riporta frammenti di un Padre della Chiesa e risale al pontificato di Giovanni VII (705-707 d.C.). La parete absidale e le pareti laterali riportano affreschi risalenti a questa fase, mentre l’abside fu ridipinta ai tempi di Paolo I, presente nell’affresco con il nimbo.

La mostra allestita all’interno dell’edificio ha organizzato un sistema di luci che mette in evidenza alternatamente le varie fasi di tali affreschi.

Le immagini della Vergine e l’icona antica

Fra le immagini preziose di un’epoca segnata, ad Oriente, dall’iconoclastia vi è la venerata imago antiqua della Vergine, per precauzione conservata nella vicina Santa Maria Nova.

E’ dipinta ad encausto su tela incollata su tavola. Quel che è certo è che si tratta di una delle più antiche icone mariane esistenti al mondo, e in assoluto l’icona su tavola più antica di tutta Roma: risale infatti all’ultimo quarto del VI secolo ed è perfettamente conservata.

Se ne prendono cura, da decenni, i monaci Olivetani di Santa Francesca Romana al Palatino, basilica nota anche come Santa Maria Nova.

La venerata immagine sacra della Vergine, fu trasferita, dopo l’abbandono della basilica in seguito al terremoto dell’847, in Santa Maria Nova, costruita da papa Leone IV per trasferirvi l’icona della vergine di Santa Maria Antiqua; essa ne rappresenterà simbolicamente il reperto più prezioso.

La tecnica e la storia dell’icona

L’icona è realizzata con «due brani di pittura a encausto su tela incollata su tavola». Sulla superficie del supporto ligneo convivono l’uno accanto all’altro, ma maldestramente, brani pittorici diversi.

Il busto della Vergine e il corpo del Bambino sono dipinti a tempera e la loro esecuzione è moderna, probabilmente degli inizi del Cinquecento. Diversamente il volto e il collo della Theotokos, come pure quel che resta del volto del Bambino, sono brani assai più antichi e sono dipinti a encausto.

I busti cinquecenteschi furono dipinti per altri visi di epoca medioevale, sovrapposti a quelli visibili oggi: ad accorgersi che sotto la tela si trovava un’immagine più antica fu Pico Cellini; il distacco delle due tele sovrapposte avvenne nel 1950.

L’esito di questa operazione, delicata, rischiosa, ma riuscita fu il recupero, davvero straordinario, di due brani di pittura concernenti il volto della Vergine e del Bambino.

I brani così recuperati risultano essere ritagliati da un’opera perduta e incollati al supporto attuale. Presentano, specie nel volto del Bambino, segni evidenti di bruciature, da addebitare forse agli effetti di un incendio.

La cappella di Teodoto

Nella cappella laterale destra, il primicerio Teodoto si fa rappresentare insieme ai familiari, a papa Zaccaria e i santi orientali Quirico e Giulitta nell’atto di offrire a Maria Regina il modellino della chiesa.

Figura di spicco fra i prelati romani e dignitario di primo rango dell’amministrazione bizantina il Primicerius Theodocus arricchì la cappella che oggi prende il suo nome.

Devoto a San Quirico e Santa Giulitta fece dipingere nella cappella la scena del loro martirio. Le scene sono stilisticamente lontane dalla tradizione bizantina e assai più dinamiche.

Gli affreschi sulla fascia inferiore delle pareti rappresentano i momenti del martirio dei santi Giulitta e Quirico, rispettivamente madre e figlio.

Sulla parete meridionale vi è una Madonna con il bambino affiancata da Pietro, Paolo, Giulitta, il piccolo Quirico, Teodoto e papa Zaccaria, mentre sopra l’altare è dipinta entro una nicchia la Crocefissione.

La Crocifissione

Nella nicchia sopra l’altare di nota una pittura in ottimo stato che rappresenta la Crocifissione.

Il Cristo, vestito da un lungo colobium grigio-azzurro è ancora vivo e tiene gli occhi aperti. Il Cristo della Crocefissione è frontale, immobile, diversamente da Longino e dal soldato romano.

La pittura è il frutto di una bottega di pittori romani che, seppur guardando all’arte ufficiale di Bisanzio la reinterpreta in forme più popolari.

Sotto la nicchia sono rappresentati la Madonna in veste riccamente ornata seduta sul trono, le fanno corono San Pietro e San Paolo e i titolari della cappella, il fanciullo Quirico e sua madre Giulitta.

A sinistra il papa Zaccaria che tiene in mano il Vangelo.

La cappella dei Santi Medici

Posta alla destra del presbiterio la cappella dei Santi Medici è ornata dalle immagini dei guaritori cristiani; vi si praticava il rito dell’incubatio: qui dormivano i malati nella speranza che i santi portassero loro conforto in sogno.

La cappella dei Santi Medici presenta un ciclo di affreschi datati al tempo di papa Giovanni VII e rappresenta figure di medici anargyroi, ossia coloro che guarivano per carità.

Probabilmente la cappella era utilizzata dai malati come luogo di sosta e preghiera, perché la vicinanza al dio si pensava favorisse la guarigione già in epoca romana.

Le altre pitture della basilica

Nella navata est Cristo in Trono tra una lunga teoria di santi, ha caratteristiche assolutamente diverse dalla Crocifissione.

La rappresentazione delle Tre Madri vede l’una accanto all’altra la Vergine col Bambino, Sant’Anna con Maria bambina e Santa Elisabetta con il figlio Giovanni.

Si tratta della più antica testimonianza a Roma del culto delle parenti della Vergine; la narrazione è rapidamente schizzata, con l’impiego del disegno per circoscrivere le forme e le campiture del colore.

Nella navata sinistra è rappresentata una teoria di santi della Chiesa greca e latina, con Cristo al centro, sormontata da storie del vecchio Testamento.

La mano destra è alzata in atto di benedire, mentre con la sinistra regge un Vangelo riccamente ornato. Gli fanno corona a sinistra i santi e i dottori della Chiesa greca mentre a sinistra sono i santi della chiesa latina.

Sulle pareti delle navate laterali è dipinta una teoria di santi secondo lo stile bizantino, mentre al di sopra di essa vi sono scene tratte dall’antico testamento.

La riapertura e la valorizzazione del monumento

Il 17 Marzo 2016, dopo oltre 30 anni di lavori per il restauro e interdizione al pubblico, venne riaperta grazie alla mostra “Santa Maria Antiqua. Tra Roma e Bisanzio”.

Una chiesa alto medievale nel cuore del Foro romano con uno spettacolare ciclo di affreschi. È Santa Maria Antiqua, da molti considerata la "cappella Sistina" dell'VIII secolo, che dopo quasi 30 anni riapre al pubblico con un nuovo suggestivo allestimento.

Le pitture di Santa Maria Antiqua raccontano una Roma inedita al grande pubblico: una città pienamente orientalizzata, con i suoi papi greci e palestinesi.

Pontefici come Giovanni VII che si affida ai migliori pittori provenienti da Bisanzio per trasformare Santa Maria Antiqua nella chiesa più orientale di tutta Roma.

Nei secoli della temperie iconoclasta, quando nell'Oriente cristiano di lingua greca le icone e le immagini sacre sono bandite, questo piccolo edificio intitolato alla Vergine ai piedi del Palatino, accoglie le più belle espressioni della pittura bizantina.

Santa Maria Antiqua

Il percorso interno alla chiesa conduce all’inizio della rampa imperiale, ossia una rampa che collegava il Foro con il Palazzo Imperiale, realizzata nel I secolo d.C.

La rampa permette di godere di una vista sui fori veramente unica.

Santa Maria Antiqua rende visibile la trasformazione del Foro Romano da centro della Roma pagana a luogo fondamentale del cristianesimo, conservando nelle sue architetture e nelle sue pitture la complessa storia dei rapporti fra Roma, Bisanzio e l’Alto Medioevo.

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