Il 24 agosto la Chiesa cattolica celebra San Bartolomeo Apostolo, uno dei Dodici scelti da Gesù e una figura che, pur comparendo poche volte nei Vangeli, ha lasciato un segno profondo nella storia del cristianesimo. Secondo la tradizione, Bartolomeo viene identificato con Natanaele, il discepolo citato nel Vangelo di Giovanni, e la sua memoria liturgica è particolarmente sentita in molte città italiane e nel mondo.
San Bartolomeo è ricordato soprattutto per la sincerità con cui accolse l’incontro con Cristo, per la predicazione del Vangelo nelle terre d’Oriente e per il martirio subito, secondo la tradizione, in Armenia. La sua figura richiama il coraggio della testimonianza, la ricerca della verità e la forza di una fede vissuta con autenticità.
Il 24 agosto e la memoria liturgica di San Bartolomeo
Ogni anno, il 24 agosto, la Chiesa fa memoria dell’apostolo Bartolomeo, ricordandolo non solo per il suo martirio, ma per la fede incrollabile che lo spinse a donare tutto. È una festa che celebra il coraggio silenzioso, la predicazione instancabile e la fedeltà fino alla fine.
Dal Martirologio: Festa di san Bartolomeo Apostolo, comunemente identificato con Natanaele. Nato a Cana di Galilea, fu condotto da Filippo a Cristo Gesù presso il Giordano e il Signore lo chiamò poi a seguirlo, aggregandolo ai Dodici. Dopo l’Ascensione del Signore si tramanda che abbia predicato il Vangelo del Signore in India, dove sarebbe stato coronato dal martirio.
In Italia, la festa liturgica di San Bartolomeo si celebra il 24 agosto ed è particolarmente sentita in diverse località, con manifestazioni religiose e civili. In molti comuni si organizzano processioni, messe solenni, fiere e sagre che coinvolgono l’intera comunità.
Non è una solennità tra le più conosciute, eppure custodisce un significato profondo per chi riconosce nella vita dei santi una traccia da seguire. Santo vicino a Gesù e al tempo stesso prossimo al popolo, Bartolomeo rappresenta una figura di forte devozione, un ponte tra la spiritualità cristiana e le tradizioni popolari.
Bartolomeo e Natanaele: due nomi per lo stesso apostolo
Il nome Bartolomeo è in realtà un patronimico. In aramaico suona Bar-Talmai, ovvero figlio di Talmai, del valoroso. Il nome Bartolomeo significa “figlio del valoroso”, mentre Natanaele vuol dire “dono di Dio”.
Secondo la maggior parte degli studiosi il nome proprio di questo apostolo sarebbe Natanaele, così viene indicato nel Vangelo di Giovanni. Gli studiosi attribuiscono oggi comunemente i due nomi ad una stessa persona.
Nei Vangeli sinottici viene chiamato Bartolomeo; in quello di Giovanni, invece, in ebraico, Natanaele. Gli studiosi affermano che sia la stessa persona: un “dono di Dio”, come racconta l’etimologia del suo nome e come lo sono per la Chiesa tutti i Santi.
A cominciare dal sec. IX la chiesa siriaca ha identificato l’apostolo Bartolomeo con Natanaele, nativo di Cana in Galilea, che viene ricordato solo dal quarto vangelo in due punti (1, 43-51; 21,2). Natanaele doveva essere il nome personale mentre Bartolomeo il cognome o meglio un soprannome?
Il suo nome è chiaramente un patronimico, perché formulato con esplicito riferimento al nome del padre. Infatti, si tratta di un nome di probabile impronta aramaica, bar Talmay, che significa appunto “figlio di Talmay”.
Le poche notizie evangeliche sull’apostolo
San Bartolomeo è uno dei dodici apostoli, cioè uno di quegli uomini che furono compagni di Simon Pietro per tutto il tempo che il Signore Gesù visse sulla terra, a partire dal battesimo di Giovanni Battista fino al giorno in cui fu assunto al cielo (Atti, 1, 21s.).
Il suo nome compare in questa forma, subito dopo quello del suo amico Filippo, nelle tre liste che degli Apostoli riportarono i Sinottici (Mt. 10, 3; Mc. 3, 18; Lc. 6, 14). S. Giovanni l’evangelista ricorda invece con altri discepoli del Signore Natanaele di Cana di Galilea (Giov. 21,2).
Tutto ciò che si conosce di Bartolomeo apostolo proviene dai Vangeli. Il suo vero nome era Natanaele, che significa letteralmente “dono di Dio”, e le fonti evangeliche indicano chiaramente che era amico di Filippo.
Di lui non sappiamo molto: i testi canonici ci offrono poche, rade pennellate, sufficienti per tracciare un ritratto essenziale. Bartolomeo è uno dei dodici apostoli che Gesù chiamò al suo seguito nell’evangelizzazione della Palestina e, dopo la sua morte e resurrezione, costituì capi della Chiesa da lui fondata.
Questo apostolo è menzionato soltanto nelle liste sinottiche dei dodici e nella lista degli apostoli in Atti 1. Dopo questa menzione, i testi del Nuovo Testamento non parlano più di lui.
Cana di Galilea e la possibile professione di pescatore
Originario di Cana di Galilea, lo stesso villaggio che avrebbe visto il primo miracolo di Gesù, Bartolomeo era probabilmente un uomo semplice, forse pescatore come altri apostoli. La sua anima, però, era in ricerca.
Sappiamo che, come Simone e Andrea, era un pescatore e possiamo supporre che, prima di incontrare Gesù, abbia fatto parte della cerchia del Battista. Anche Bartolomeo esercitava il mestiere del pescatore.
Difatti, quando S. Pietro, dopo la risurrezione, si accinse ad andare a pescare, Natanaele si associò agli altri cinque apostoli presenti, i quali esclamarono: “Veniamo anche noi con te”. Quella notte non presero niente.
Era originario di Cana di Galilea: questo dettaglio autorizza a ipotizzare che abbia assistito di persona al primo miracolo di Gesù, la trasformazione dell’acqua in vino avvenuta, com’è noto, a Cana, durante un banchetto nuziale.
Tre giorni dopo il colloquio con Natanaele “ci fu uno sposalizio a Cana di Galilea. La madre di Gesù era là. Alle nozze fu invitato anche Gesù con i suoi discepoli” (Ivi, 2, ls.), forse da Natanaele stesso. Non è improbabile che lo sposo o la sposa fossero suoi parenti o amici.
Data la sua provenienza, si ipotizza che Bartolomeo possa essere stato presente alle nozze di Cana, teatro del primo miracolo di Gesù, ma non ci sono riscontri nei testi.
Anche lui assistette così all’inizio delle “cose ben più grandi” predette dal Signore, alla conversione cioè dell’acqua in vino con cui il Messia “manifestò la sua gloria, e i suoi discepoli credettero in lui” (Ivi, 2, 11).
Il Vangelo del 24 agosto: l’incontro con Gesù
Il Vangelo proclamato nella festa di San Bartolomeo è quello di Giovanni 1,45-51. Filippo trovò Natanaele e gli disse: «Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè, nella Legge, e i Profeti: Gesù, il figlio di Giuseppe, di Nazaret».
Natanaele gli disse: «Da Nazaret può venire qualcosa di buono?». Filippo gli rispose: «Vieni e vedi».
Gesù intanto, visto Natanaele che gli veniva incontro, disse di lui: «Ecco davvero un Israelita in cui non c’è falsità». Natanaele gli domandò: «Come mi conosci?».
Gli rispose Gesù: «Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto l’albero di fichi». Gli replicò Natanaele: «Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele!».
Gli rispose Gesù: «Perché ti ho detto che ti avevo visto sotto l’albero di fichi, tu credi? Vedrai cose più grandi di queste!». Poi gli disse: «In verità, in verità io vi dico: vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sopra il Figlio dell’uomo».

Filippo e l’invito: «Vieni e vedi»
Fu proprio Filippo a parlargli con entusiasmo del Messia, dicendo: «Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè nella Legge e i Profeti, Gesù, figlio di Giuseppe di Nazaret».
Il suo incontro con Gesù avvenne per mano di Filippo, che gli annunciò con gioia di aver trovato colui che Mosè e i profeti avevano preannunciato. La risposta di Bartolomeo fu istintiva, quasi tagliente: “Da Nazaret può mai venire qualcosa di buono?”
Filippo, senza raffreddarsi per la scoraggiante risposta, si limitò a dirgli: “Vieni e vedi”. In un simpatico scambio di battute, di fronte a un Natanaele piuttosto scettico riguardo alla possibilità che il Messia potesse venire da un villaggio così oscuro come Nazaret, Filippo riesce a organizzare un incontro con Gesù.
L’insistenza di Filippo, «Vieni e vedi», che si giustifica soltanto in un quadro di amicizia e di reciproca confidenza, ottiene la conversione del nuovo discepolo. La chiamata di Bartolomeo ci ricorda la libertà di Dio, che supera le nostre attese, arrivando proprio da dove non l’aspettavamo.
Lo scetticismo di Natanaele
Bartolomeo è però scettico, diffidente, tanto che risponde con sprezzante incredulità: «Da Nazaret può mai venire qualcosa di buono?». È un uomo concreto e ragiona secondo i canoni dalla tradizione.
Cana, la sua terra natia, distava appena otto chilometri dalla borgata che il Figlio di Dio aveva scelto come sua dimora terrena. Natanaele sapeva che era formata da un’accolta di stamberghe semitrogloditiche e che non era neppure nominata in tutto l’Antico Testamento.
È un uomo concreto, lui, attaccato alla tradizione, che medita quotidianamente la Bibbia come vuole la legge. Ma dopo tutta questa diffidenza, l’adesione di Bartolomeo a Gesù sarà totale: “Tu sei il re di Israele!”, esclama.
La sua risposta rivelava lo stupore, ma anche la franchezza tipica di chi non si lascia facilmente trascinare da entusiasmi superficiali. Natanaele ha lo sguardo pessimista e un po’ frettoloso di chi si ferma all’apparenza.
«Un Israelita in cui non c’è falsità»
Appena Gesù scorse il diffidente figlio di Abramo non poté fare a meno di esclamare: “Ecco davvero un Israelita in cui non c’è falsità!” (Giov. 1,47). A nessuno degli apostoli fu resa una testimonianza tanto onorifica e solenne.
Quando si avvicinò a Gesù, il Maestro lo accolse con parole che gli toccarono l’anima: “Ecco davvero un israelita in cui non c’è falsità”. Gesù lo definì «un vero Israelita in cui non c’è falsità», riconoscendo in lui un uomo sincero e aperto alla verità.
La franchezza di Natanaele spinge il Signore a lodare apertamente quest’uomo «in cui non c’è falsità», e aprire un dialogo che finisce con il conquistare il cuore del nuovo discepolo.
Natanaele stesso più che lusingato ne rimase stupito, motivo per cui gli chiese: “Donde mi conosci?”. L’uomo, infatti, ne resta spiazzato: «Come mi conosci?» domanda.
Il fico e la conoscenza del cuore
Il Signore approfittò della sua meraviglia per dargli una prova, ancor più evidente della prima, della sua onniscienza. “Prima che Filippo ti chiamasse, gli disse, ti vidi mentre eri sotto il fico”.
Gesù conosce la vita intima di Natanaele, forse una preghiera a Dio sotto l’albero di fichi. Quello stare all’ombra del fico ricorda una espressione che si ritrova diverse volte nell’Antico Testamento per indicare una situazione di tranquillità: «Ognuno sedeva sotto la sua vite e sotto il suo fico e nessuno incuteva loro timore» (1Mc 14, 12).
Non sappiamo che cosa vi stesse facendo. È facile che nel suo animo fosse accaduto qualcosa di grave e di determinante per la sua esistenza.
Non sappiamo che cosa facesse Natanaele prima di quella chiamata che gli cambiò la vita. Possiamo immaginare, per come si nota dal suo atteggiamento sincero e un poco disilluso, che stesse aspettando questo incontro ma senza cercarlo con eccessiva illusione.
Non è improbabile che pensasse al vero Messia, alla redenzione d’Israele, avendo udito strane voci che correvano in paese a proposito di Gesù tornato da Betania con i suoi primi apostoli.
Questa frase tocca nel profondo il cuore di Bartolomeo: coglie forse una domanda inespressa, un pensiero nascosto, testimoniando come Gesù sappia leggere nelle pieghe più segrete dell’interiorità.
La professione di fede: «Tu sei il Figlio di Dio»
Fatto sta che l’ex-scettico si trasforma nel volgere di un istante in un fervente seguace di Cristo: «Rabbi, tu sei il Figlio di Dio. Tu sei il re d’Israele!» afferma convinto.
Il pio israelita, incapace di finzione, ne rimase sgomento e invaso ad un tratto da fervore esclamò: “Rabbi, tu sei il Figlio di Dio. Tu sei il re d’Israele!”. Aveva avuto dunque ragione l’amico Filippo di riconoscere in Gesù il Messia promesso dai profeti!
Fu in quel momento che Bartolomeo riconobbe in lui il Figlio di Dio, il Re d’Israele. Fu così che iniziò il cammino di fede e di sequela, un cammino fatto di silenzio, ascolto e testimonianza.
Ma ora è il maestro a smorzare i toni: «Perché ti ho detto che ti ho visto sotto il fico, tu credi? Vedrai cose ben più grandi di queste». Una risposta che talvolta viene citata come esempio dell’ironia presente nel Vangelo di Giovanni.
Volgendosi poi a quanti lo seguivano aggiunse: «Vedrete il cielo aperto, e gli angeli di Dio ascendere e discendere sul Figlio dell’Uomo» (Ivi 1,48-51) per mettersi al suo servizio, riconoscerlo loro Signore e avere cura della sua santissima umanità.
Il significato spirituale della chiamata
Come Natanaele, tutti abbiamo bisogno di una esperienza viva di Gesù. Anche se, normalmente, la vita cristiana inizia con l’invito che ci viene da uno a più testimoni, quello che più conta è arrivare a una relazione personale con Gesù.
Il messaggio di San Bartolomeo conserva ancora oggi una sorprendente attualità. La sua storia insegna che la fede nasce spesso da un incontro personale, capace di superare dubbi e pregiudizi.
Quel semplice invito di Filippo - «Vieni e vedi» - continua a rappresentare una proposta rivolta a ogni uomo e donna: mettersi in cammino senza paura, lasciandosi interrogare dalla verità.
In un tempo in cui il dialogo e l’ascolto sono valori sempre più necessari, l’esempio dell’apostolo invita a mantenere uno sguardo aperto e sincero verso gli altri. La sua disponibilità a cambiare idea dopo aver incontrato Gesù ricorda che il cuore della fede non è un insieme di regole, ma una relazione che trasforma la vita.
Se ci lasciamo conquistare da Gesù, arriveremo a vedere «cose più grandi» nella nostra vita e nella vita degli altri. San Bartolomeo, pur nella scarsità delle informazioni che lo riguardano, resta comunque davanti a noi per dirci che l’adesione a Gesù può essere vissuta e testimoniata anche senza il compimento di opere sensazionali.
Strabiliante è e resta Gesù stesso, a cui ciascuno di noi è chiamato a consacrare la propria vita e la propria morte.
Bartolomeo tra i Dodici, nell’ultima cena e a Pentecoste
San Bartolomeo visse in prima persona i momenti più intimi e decisivi del ministero terreno di Gesù. Fu presente accanto al Maestro lungo le strade della Galilea, nei villaggi e nei deserti, nelle folle e nei silenzi.
Come apostolo, condivise non solo la fatica dell’annuncio, ma anche la profondità dell’amicizia con il Figlio di Dio. Era lì, tra i Dodici, nella sera dell’ultima cena in cui Gesù spezzò il pane per l’ultima volta.
Sedeva nel cenacolo, testimone dell’istituzione dell’Eucaristia e del dono del sacerdozio, mentre il Signore affidava ai suoi il memoriale dell’amore. Quel gesto, così semplice e così eterno, Bartolomeo lo ricevette con la stessa fede che lo aveva portato a riconoscere Gesù come Re d’Israele.
Dopo l’Ascensione, la sua presenza non venne meno. Lo si ritrova ancora una volta nella città santa, tra gli apostoli riuniti nel cenacolo, in attesa della promessa del Padre.
In quella stanza, lo Spirito Santo scese come fuoco vivo, posandosi su ciascuno. Bartolomeo ricevette quella fiamma con cuore disponibile, pronto a partire per annunciare il Vangelo fino ai confini del mondo.
Dopo la morte di Cristo, sappiamo quali apostoli fossero riuniti in preghiera perché ce lo dicono gli Atti con un preciso elenco di nomi. Tra questi c’è anche Bartolomeo.
La missione dopo la Pentecoste
Dopo la risurrezione di Cristo e la Pentecoste, Bartolomeo iniziò la sua missione evangelizzatrice. Le fonti antiche e la tradizione raccontano che portò il Vangelo in diverse regioni dell’Oriente, tra cui l’Arabia, la Mesopotamia, l’India e soprattutto l’Armenia, considerata uno dei luoghi principali della sua predicazione.
Il suo apostolato è avvolto nel silenzio delle fonti e nella ricchezza delle tradizioni. Cosa fa dopo non è certo storicamente, ma pare vada a predicare la Parola in diverse regioni orientali, dalla Mesopotamia fino in India, operando miracoli e guarigioni prodigiose.
Non ci sono certezze storiche sulle sue destinazioni, ma la tradizione parla di viaggi lunghi e faticosi, che lo portarono fino alle terre dell’India e dell’Armenia.
Eusebio riferisce che Panteno, il fondatore della scuola catechetica di Alessandria d’Egitto, nel suo viaggio in India, probabilmente era l’Etiopia o l’Arabia meridionale, verso la fine del secolo II, aveva incontrato comunità cristiane costituite dall’apostolo S. Bartolomeo, presso le quali aveva diffuso il Vangelo di S. Matteo in lingua ebraica.
In seguito si sarebbe trasferito nell’Armenia maggiore, sostenendo non poche fatiche e superando non lievi difficoltà. La tradizione riferisce che proprio in Armenia subì il martirio.
La predicazione in Armenia e la figlia del re Polimio
L’Armenia fu uno degli ultimi approdi del suo instancabile cammino apostolico. Lì, secondo antiche tradizioni, guarì e liberò la figlia del re Polimio da uno spirito maligno.
Si racconta che proprio in Armenia riuscì a convertire molti, dopo aver liberato la figlia del re Polimio da uno spirito maligno. Quel gesto produsse una conversione che toccò la corte e intere città.
Secondo il Breviario romano in questa regione l’apostolo convertì alla fede cristiana il re Polimio e la sua sposa, nonché dodici città. Qui, oltre a convertire le popolazioni di ben 12 città, riesce a evangelizzare anche il re Polimio e sua moglie.
La conversione del re, della sua famiglia e di intere città segnò l’inizio di una nuova vita, ma accese anche un’ira violenta in coloro che vedevano nella luce del Vangelo la fine dei propri privilegi.
Il martirio di San Bartolomeo
La tradizione riferisce che proprio in Armenia subì il martirio. Il racconto più conosciuto narra che fu scuoiato vivo e successivamente decapitato per ordine delle autorità locali, motivo per cui nelle opere d’arte viene spesso raffigurato con in mano un coltello, simbolo del suo martirio, oppure con la propria pelle sulle spalle.
Finché non giunge in Armenia. Qui, oltre a convertire le popolazioni di ben 12 città, riesce a evangelizzare anche il re Polimio e sua moglie, mandando su tutte le furie i sacerdoti delle divinità locali.
Alla fine Astiage, il fratello del re, sobillato proprio dai sacerdoti, riesce a condannarlo a morte. Astiage, fratello del re e fedele ai culti pagani, non sopportò che i templi perdessero seguaci, né che le statue venissero abbattute.
Fu istigato dai sacerdoti, turbati da quel Dio che non si poteva toccare, ma che parlava ai cuori. E fu così che Bartolomeo venne arrestato, condotto davanti ai suoi persecutori e condannato a una morte crudele.
Il martirio si compie ad Albanopoli intorno all’anno 68, poi nei secoli le sue reliquie, dopo mille peripezie, arriveranno a Roma per intervento dell’imperatore Ottone III per riposare nella basilica a lui dedicata sull’Isola Tiberina.
Secondo la tradizione, quando guarì la figlia del re armeno Polimnio, tutta la famiglia reale si convertì al cristianesimo. Questo suscitò l’ostilità dei sacerdoti pagani, che, con l’aiuto del fratello del re, lo fecero catturare, torturare e infine condannare a una crudele morte secondo il rito persiano: venne scorticato vivo e poi crocifisso.
Il supplizio secondo la tradizione
Non fu ucciso con un solo colpo. Il suo corpo venne umiliato, torturato, consumato nel fuoco e nel dolore.
Fu prima flagellato e poi appeso a testa in giù sopra erbe umide e maleodoranti, nella speranza che il fumo lo soffocasse. Ma la sua resistenza fu tale da spingere i suoi carnefici a una ferocia ancora più cieca.
Lo scorticarono vivo, lasciandogli intatti soltanto gli occhi e la lingua. Con quegli occhi che avevano visto il volto di Cristo, e con quella lingua che aveva proclamato il Regno, Bartolomeo testimoniò fino all’ultimo la sua fede.
Infine, fu decapitato. Si tratta di immagini molto forti, che vogliono ricordare il coraggio con cui affrontò la morte senza rinnegare la fede in Cristo.
Il simbolismo del martirio
La scena del martirio di San Bartolomeo, tramandata da antichi Padri della Chiesa come Sant’Ippolito e Sant’Agostino, non venne mai dimenticata. La memoria di quel martirio sopravvisse ai secoli, trovando forma nelle immagini che artisti e credenti continuarono a scolpire e a dipingere.
La sua figura è presente anche nella Cappella Sistina, dove Michelangelo lo raffigura tenendo la propria pelle e vi inserisce il suo autoritratto. Gli artisti lo raffigurano abitualmente con sulle braccia il manto della propria pelle.
Il suo corpo scuoiato è divenuto il simbolo di una testimonianza portata fino alle conseguenze estreme. La pelle, che nel mondo era stata strappata con violenza, diventa nelle immagini un segno di fedeltà, di gloria e di verità.
La pelle per me è il simbolo di tutte le maschere che mettiamo di fronte agli altri. Non possiamo pretendere che gli altri tolgano le proprie, se non a prezzo di un atto violento, ma possiamo noi cominciare a togliere le nostre, lavorando su noi stessi anche se costa dolore.
San Bartolomeo nel Giudizio Universale di Michelangelo
Tra le figure scolpite nel fuoco e nella luce del Giudizio Universale affrescato da Michelangelo nella Cappella Sistina, una spicca per la sua potenza tragica e silenziosa: è San Bartolomeo, testimone eterno di un martirio che non ha mai smesso di parlare.
Lo si scorge ai piedi del Cristo giudice, nel cuore della scena finale della storia della salvezza. Non ha più la pelle sul corpo: la tiene tra le mani, come un mantello che non veste più la carne ma la memoria.
In una mano impugna il coltello, strumento del suo supplizio, nell’altra solleva la pelle, e su quel volto di carne strappata si intravede qualcosa di più che un tratto artistico: c’è un’anima.
Secondo molti studiosi e devoti, Michelangelo volle dipingere in quel volto il proprio autoritratto. Si ritrasse sulla pelle martoriata del santo, forse per confessare la sua stessa fragilità, forse per dire che ogni uomo, alla fine, si presenta nudo davanti a Dio, con la sola verità della propria coscienza.
La scelta di rappresentare se stesso non sul volto di un beato, ma su quello sfigurato di un martire, non fu un gesto di vanità, ma un atto di umiltà profonda.
Michelangelo, che conosceva le profondità dell’animo umano, riconobbe in Bartolomeo l’immagine più vicina alla propria inquietudine, alla propria fede segnata dalla fatica e dalla lotta.
In quell’immagine, arte e santità si toccano. Il corpo scuoiato del santo non è uno scandalo da nascondere, ma un vessillo che parla di un amore più forte della morte.
E quella pelle, che nel mondo era stata strappata con violenza, diventa in cielo segno di gloria.

Le reliquie e il loro viaggio attraverso i secoli
Il corpo di Bartolomeo, martirizzato ad Albanopoli, fu inizialmente trasferito in Mesopotamia. Ma anche dopo la morte, non fu lasciato in pace.
Una tradizione armena afferma che il corpo dell’apostolo fu sepolto ad Albanopoli, città in cui subì il martirio. Nel 507 l’imperatore Anastasio I lo fece trasferire a Daras, nella Mesopotamia, dove costruì in suo onore una splendida chiesa.
In un’epoca ostile al cristianesimo, le sue reliquie furono gettate in mare. E tuttavia non affondarono. Il sarcofago attraversò le acque fino a raggiungere l’isola di Lipari.
Nel 580 una parte di quei resti mortali fu probabilmente trasferita a Lipari, al nord della Sicilia. Lì, il vescovo Agatone lo accolse e vi costruì una chiesa, dando inizio a una devozione viva e potente che consacrò Bartolomeo come patrono delle isole Eolie.
Con le incursioni saracene, anche Lipari divenne insicura. Il corpo fu nascosto, disperso, dimenticato. Ma non da Dio.
Fu un eremita, illuminato da un sogno, a ritrovare le reliquie. Così, nell’838, furono trasferite a Benevento, dove ancora oggi una parte di esse è custodita, oggetto di venerazione e ricognizione nei secoli.
Durante l’invasione dei saraceni le reliquie del santo furono trafugate nell’838 a Benevento finché nel 1000, per l’intervento dell’imperatore Ottone III, giunsero a Roma e furono composte nella basilica di S. Bartolomeo, nell’isola Tiberina.
Quando l’imperatore Ottone III giunse in Italia all’inizio del nuovo millennio, desiderava ardentemente portare quelle sante spoglie a Roma. Gli fu inizialmente consegnato il corpo di un altro santo, ma alla fine ottenne ciò che cercava.
Le reliquie di San Bartolomeo giunsero sull’Isola Tiberina, dove ancora oggi riposano nella basilica a lui dedicata, cuore pulsante della memoria dei santi martiri del nostro tempo.
Nel 1238 il cranio dell’apostolo fu portato a Francoforte sul Meno dove è ancora venerato nel duomo a lui dedicato. La sua presenza, però, non si è fermata lì.
Il suo capo è venerato a Francoforte, un braccio fu donato alla cattedrale di Canterbury, e la sua pelle, secondo la tradizione, si conserva a Pisa.
Le reliquie di Bartolomeo toccano luoghi e cuori diversi, continuando a portare il messaggio del Vangelo che il suo corpo ha saputo predicare anche nel dolore.
La Basilica di San Bartolomeo all’Isola
Le reliquie di San Bartolomeo hanno attraversato i secoli seguendo un lungo percorso. Dopo essere state custodite in Oriente, furono trasferite prima a Benevento e successivamente a Roma, dove ancora oggi sono conservate nella Basilica di San Bartolomeo all’Isola, sull’Isola Tiberina.
Questo luogo è diventato negli ultimi decenni un importante santuario dedicato anche alla memoria dei martiri contemporanei, a testimonianza di come l’esempio dell’apostolo continui a ispirare la Chiesa.
La basilica sull’Isola Tiberina conserva così la memoria dell’apostolo e il richiamo alla testimonianza cristiana offerta da quanti hanno affrontato persecuzioni e violenze per la fede.
Il culto in Italia e nelle comunità locali
In Italia il culto di San Bartolomeo è molto diffuso. Numerosi comuni lo hanno scelto come patrono e ogni anno, intorno al 24 agosto, organizzano celebrazioni religiose, processioni e feste popolari.
Dalla Liguria alla Campania, dalla Toscana alla Sicilia, molte comunità rinnovano una devozione secolare che rappresenta un momento di forte partecipazione collettiva e di riscoperta delle proprie radici.
La sua venerazione contribuisce a rafforzare il senso di identità e appartenenza all’interno delle comunità che lo onorano.
La sua figura protegge numerosi comuni italiani e veglia su città come Benevento, Avezzano, Formigine, Brugherio e molte altre. La sua presenza spirituale è particolarmente sentita nelle isole Eolie, dove, secondo la tradizione, il mare portò il suo corpo fino a Lipari.
Lì fu edificata una cattedrale in suo onore, e il suo nome divenne il vessillo della fede per intere generazioni di marinai, pescatori e famiglie.
Il patronato di San Bartolomeo
San Bartolomeo è inoltre patrono di diverse categorie professionali legate al lavoro della pelle e dei tessuti, come conciatori, pellettieri e macellai. Il suo nome divenne invocazione per tutti coloro che lavorano con lame o cuoio: conciatori, calzolai, guantai, macellai, rilegatori.
La tradizione lo ha riconosciuto come patrono di numerose categorie di artigiani: sarti, calzolai, conciatori, pellicciai, macellai, legatori di libri, guantai.
In lui, uomini e donne che lavorano con strumenti da taglio e con la pelle hanno trovato un protettore capace di comprendere il senso del sacrificio e della fatica quotidiana.
La ragione di questa vicinanza è profondamente legata al suo martirio: Bartolomeo fu infatti scuoiato vivo, e proprio quella ferita che avrebbe potuto spegnere la speranza è divenuta segno di protezione.
San Bartolomeo e le malattie della pelle
Ma anche il suo martirio ha lasciato un’impronta spirituale che va oltre il simbolo. A motivo delle torture subite, il santo è invocato con fede da chi soffre di malattie della pelle, dalle più lievi eruzioni fino a condizioni croniche come psoriasi e infiammazioni dolorose.
Ma anche per chi soffre nel corpo, in particolare nella pelle. A lui si rivolgono medici dermatologi e quanti portano i segni di malattie cutanee.
In alcune regioni, si racconta che sia apparso a una donna povera della Valle del Reno, con la pelle ancora lacerata, e che lei gli abbia curato le ferite con un unguento semplice, poi chiamato “burro di San Bartolomeo”.
Da quel momento, quel rimedio naturale divenne segno della sua intercessione per chi porta nel corpo piaghe che non trovano sollievo. Una tradizione popolare racconta di un “burro di San Bartolomeo”, un unguento ispirato da una sua apparizione a una contadina, usato per curare affezioni della pelle.
L’invocazione contro il male e le sofferenze interiori
Il suo nome è pronunciato anche nelle preghiere di chi è tormentato nell’anima. Durante la sua predicazione, Bartolomeo liberò persone oppresse da spiriti maligni e guarì malati, tra cui la figlia del re Polimio, posseduta da un demone.
Da allora, è invocato come guaritore nelle situazioni di spasmi, convulsioni e possessioni. In lui, molti vedono una luce capace di penetrare le oscurità interiori più profonde.
E ancora oggi, non pochi lo pregano per ricevere sollievo da spasmi, convulsioni e disturbi inspiegabili dell’anima e del corpo.
I simboli iconografici
È ritratto con alcuni simboli molto caratteristici legati alla sua vita e al suo martirio: il coltello, che rappresenta lo strumento con cui fu scuoiato vivo; la pelle, talvolta mostrata come pelle scorticata o tenuta in mano, simbolo del suo martirio atroce; e il Vangelo, che indica il suo ruolo di annunciatore della parola di Dio e la sua dedizione alla predicazione.
| Simbolo | Significato |
|---|---|
| Coltello | Strumento del martirio |
| Pelle | Memoria della persecuzione e della fedeltà fino alla morte |
| Vangelo | Annuncio della Parola di Dio |
Nelle chiese, nei dipinti e nelle statue, Bartolomeo continua a parlare attraverso il coltello, segno del suo supplizio, e quella pelle portata con dignità, come fosse veste sacerdotale.
La tradizione gastronomica di Pistoia
A Pistoia, in occasione della festa del santo il 24 agosto, si prepara una tradizione gastronomica molto speciale: i “pippi”.
Si tratta di biscotti di pasta frolla, semplici ma molto gustosi, che vengono infilzati su uno spago formando una sorta di collana dolce chiamata la “Corona di San Bartolomeo”.
Questa catena di biscotti è un simbolo tipico della città ed è preparata in onore del santo, considerato il protettore dei bambini, rappresentando così un momento di festa e condivisione per tutta la comunità.
La notte di San Bartolomeo del 1572
Questa data, però, porta con sé anche un’ombra. Nella notte tra il 23 e il 24 agosto del 1572, a Parigi e in molte città della Francia, migliaia di cristiani ugonotti furono massacrati in quello che è passato alla storia come la “notte di San Bartolomeo”.
Il suo nome evoca immediatamente la “notte di san Bartolomeo”, cioè quella tra il 23 e il 24 agosto del 1572, quando migliaia di cristiani ugonotti vennero massacrati in Francia dai cattolici: è una tra le pagine più tragiche e buie nella storia dei rapporti tra le Chiese.
Ma san Bartolomeo, la cui festa si celebra appunto oggi, 24 agosto, è una figura ben lontana da ogni forma di sopraffazione di violenza. È infatti un discepolo di Cristo, anzi: un apostolo, uno dei dodici, cioè uno di coloro che hanno seguito la vita pubblica di Gesù fin dal principio, poco dopo il battesimo nel Giordano e l’inizio della predicazione.
Un evento tragico, profondamente contrario allo spirito di chi portava quel nome. Bartolomeo, infatti, fu uomo di pace, apostolo della riconciliazione, missionario della Parola che salva.
L’orrore di quella notte non macchia la sua figura, ma richiama con forza alla necessità di una fede che non si trasformi mai in violenza.
Celebrarlo oggi significa riscoprire una via che passa per l’umiltà, per il dono di sé, per l’annuncio silenzioso e coerente del Vangelo.
Una fede senza falsità
In un mondo attraversato da manipolazioni, apparenze e retorica, come rendere la nostra comunicazione più autentica, semplice e trasparente?
Oggi vivete nella cosiddetta civiltà dell’immagine, dove siete invasi da stimoli che provengono da tanti media che sempre di più non solo distorcono la realtà ma ne creano di totalmente nuove.
Solo nell’incontro reale con l’altro, nella logica del Verbo che si è fatto carne, potete essere autentici. Le belle parole, senza un vero incontro, sono solo una realtà virtuale tra le altre.
La tradizione liturgica ha associato il mio nome a quello di Natanaele, colui al quale Gesù rivolse uno degli elogi più belli: «Un israelita in cui non c’è falsità».
Il Vangelo è l’unica verità che resiste al passare del tempo. È sempre attuale, sempre vivo, perché precede ogni epoca in cui viene annunciato.
Nulla lo supera, nulla lo sostituisce: è la luce che continua a indicare la via, anche quando il mondo cambia.
La tradizione mi ha voluto annunciatore del Vangelo fino alla lontana India, il luogo più esotico e remoto immaginabile per i cristiani del Mediterraneo.
Il senso profondo di questa narrazione è chiaro: nessuna realtà umana, per quanto diversa o distante dal nostro modo di vivere e pensare, è esclusa dall’annuncio del Vangelo.
Essere “in uscita”, nel contesto attuale, significa rimanere fedeli al Vangelo della misericordia, con il coraggio di lasciare ciò che è superfluo e cambiare ciò che non è essenziale, per tornare all’unico centro che conta: Cristo e il suo amore per ogni uomo e donna.
La preghiera a San Bartolomeo
O glorioso San Bartolomeo, tu che hai riconosciuto in Gesù il Figlio di Dio e lo hai seguito con cuore libero e fede senza falsità, ottienici un cuore limpido e disponibile alla verità.
Tu che hai ascoltato il Maestro nel silenzio delle strade, nella cena dell’ultima notte e nella luce della Pentecoste, fa’ che anche noi sappiamo accogliere la Parola e custodirla con amore nelle pieghe della nostra vita.
Santo martire, che hai donato tutto per l’annuncio del Vangelo, insegnaci a cercare la verità con coraggio. Aiutaci a non scoraggiarci di fronte alle difficoltà, a rimanere fedeli anche quando è difficile e a non avere paura di essere autentici.
Ottienici la forza di togliere le maschere che a volte indossiamo per paura di non essere accettati. Fa’ che la nostra fede sia vera, semplice e luminosa, come la tua.
E quando ci sentiamo lontani da Dio, ricordaci che nessun cuore è troppo lontano per Lui. Guidaci verso l’amore che non delude, quello di Cristo, che tu hai annunciato fino ai confini del mondo. Amen.
O grande apostolo San Bartolomeo, tu che non hai mai lasciato passare un giorno senza inginocchiarti più volte davanti a Dio, anche quando eri stanco, in viaggio, o immerso nell’annuncio del Vangelo in terre lontane come la Licaonia, l’Albania, l’Armenia e l’India, ottienici la grazia di amare davvero la preghiera e di trovare in essa la nostra forza quotidiana.
Insegnaci a mettere Dio al primo posto, a scegliere la fedeltà al Vangelo più di ogni successo o comodità. Fa’ che impariamo a gustare la bellezza di una vita vissuta per amore, nella fatica della fede e nel servizio agli altri. Amen.