La chiesa di Orsanmichele: storia e opere dedicate a Sant’Eligio e San Giacomo

Orsanmichele è un complesso monumentale unico a Firenze, nato dall’unione di una chiesa, di una loggia destinata al mercato del grano e di un museo che conserva alcune delle più importanti sculture del Rinascimento fiorentino. La sua storia comincia da un antico oratorio dedicato a San Michele e prosegue attraverso la trasformazione dell’edificio in mercato, deposito, luogo di culto e archivio.

Tra le opere più significative conservate nel museo si distinguono il Sant’Eligio di Nanni di Banco e il San Giacomo Maggiore di Niccolò di Pietro Lamberti, originariamente collocati nelle nicchie esterne dell’edificio insieme alle statue dei santi protettori delle Arti fiorentine. La chiesa custodisce inoltre la Madonna delle Grazie di Bernardo Daddi, il tabernacolo marmoreo dell’Orcagna e il gruppo della Vergine con Bambino e Sant’Anna di Francesco da Sangallo.

Il nome e le origini di Orsanmichele

Nel IX secolo, in quest’area si trovava un oratorio dedicato a San Michele circondato da un giardino, da cui il nome San Michele in Orto o Orsanmichele. L’oratorio del XIII secolo era dedicato a San Michele Arcangelo ed era circondato dal giardino dei frati dell’ordine dei Benedettini.

Nel corso del tempo, la denominazione San Michele in Orto si trasformò nella forma abbreviata Orsanmichele. Dopo essere stato a lungo un convento benedettino, all’inizio del Duecento diviene la sede cittadina del mercato del grano.

La loggia del grano

Nel 1240 il piccolo oratorio fu demolito per far posto ad una loggia costruita appositamente per il mercato del grano. Nel 1284, Arnolfo di Cambio vi costruisce una grande loggia adibita al commercio, mentre si ipotizza che il progetto sia stato firmato da Arnolfo di Cambio nel 1290.

L’architettura della loggia era caratterizzata da grandi aperture ad arco verso l’area del mercato dove si commerciavano grano, paglia e altri tipi di cereali. Il secondo piano era dedicato agli uffici, mentre il terzo piano ospitava uno dei magazzini comunali di grani della città, mantenuti per resistere alla carestia o all’assedio.

Attraversando il pavimento quadrato, si può osservare gli archi affrescati e grandi anelli di metallo integrati nel soffitto, utilizzati per caricare e scaricare i pesanti blocchi di grani. Due delle colonne di destra sono in realtà cave e servivano per spostare i grani tra i piani; sono ancora visibili i solchi attraverso i quali passavano i grani.

Loggia medievale del grano a Firenze

La Vergine del Grano e la trasformazione in chiesa

All’interno della struttura originaria della loggia, una delle colonne conteneva l’immagine della Madonna, alla quale furono accreditati vari eventi miracolosi. Pochi anni dopo su un pilastro all’interno della loggia viene affrescata un’immagine della Madonna: la cosiddetta “Vergine del Grano”, che diventa presto oggetto di devozione popolare, perché ritenuta capace di miracoli.

Inizia così la doppia vita di Orsanmichele: luogo sacro e profano, adibito al commercio e alla preghiera. Nel corso degli anni i pellegrini sono entrati nella loggia per visitare e pregare davanti alla Madonna, alla quale sono stati attribuiti diversi miracoli, soprattutto durante la peste del 1348.

A quel punto, l’immagine della Madonna non era più l’originale, danneggiata durante l’incendio del 1304. Nel 1347 si arricchisce della Madonna col bambino, angeli e santi dipinta da Bernardo Daddi, cuore religioso dell’edificio che viene consacrato al culto cristiano e trasformato in chiesa nella seconda metà del Trecento.

Bernardo Daddi dipinse una nuova immagine: la “Madonna delle Grazie”. Ormai, con il continuo afflusso di nuovi fedeli, la loggia non poteva più essere considerata un luogo adatto per un mercato quindi fu trasformata in chiesa.

Incendi, ricostruzioni e nuova funzione religiosa

L’edificio era in legno e fu danneggiato, questa volta da un grave incendio nel 1304. A causa di un incendio, all’inizio del 1300, la struttura viene restaurata e ripensata, ma sempre tenendo conto della doppia funzione.

Fu ricostruito nuovamente, nel 1336, come mercato e deposito di grani, per ordine del sindacato dei lavoratori della seta. Danneggiata da un incendio, la loggia viene ricostruita a partire dal 1337 e inizia ad assumere le forme che ammiriamo ancora oggi.

È il 1337 quando si avvia il nuovo cantiere in cui prende forma la meravigliosa struttura che ancora oggi possiamo ammirare. I due piani superiori conservarono ancora a lungo la funzione di deposito del grano, per poi diventare un archivio nel XV secolo.

Un edificio tra architettura civile e religiosa

La maggior parte delle chiese di Firenze si distingue per la sua architettura tipica, ma questo non è assolutamente il caso di Orsanmichele. Probabilmente per la sua singolare storia, l’edificio ha una struttura che unisce costruzioni civili e religiosi.

Sono 3 piani che mescolano semplici muri in pietra grigia, intricati archi e finestre gotiche, nicchie all’aperto con varie sculture e, anche se la cerchi, non troverai una porta d’ingresso formale e regale. L’ingresso della chiesa è proprio sul retro.

A metà strada tra Palazzo Vecchio e il Duomo, il complesso di Orsanmichele è un imponente edificio in pietra che oggi racchiude la chiesa, al piano terra, e il museo ai piani superiori. La sua forma definitiva si sviluppò nel corso del Quattrocento, quando il complesso mantenne insieme la funzione religiosa, quella civica e quella museale.

Le quattordici nicchie e le Arti fiorentine

Nel 1339 si decise che ciascuno dei principali sindacati rappresentanti le arti di Firenze dovesse fornire una statua del rispettivo santo protettore per decorare l’esterno della Chiesa di Orsanmichele. Una delle caratteristiche che ha reso immortale la bellezza di Orsanmichele è la presenza delle 14 nicchie sulle sue facciate, ciascuna “abitata” dalla statua di uno o più santi.

Non si sa il motivo, ma fortunatamente non ne venne fuori nulla fino a quando il Rinascimento non raggiunse il suo apice nel XV secolo, che permise di commissionarle ai grandi maestri del Rinascimento Verrocchio, Ghiberti, Donatello e Luca della Robbia.

È tra il XV e il XVI secolo i maggiori scultori fiorentini del tempo, come Donatello, Brunelleschi e Ghiberti, realizzano i loro capolavori in marmo e in bronzo per le 14 nicchie all’esterno, sui quattro lati dell’imponente edificio. Le nicchie, volute dalle Arti fiorentine si popolano negli anni di capolavori firmati da più importanti artisti del Quattrocento fiorentino.

Questo ciclo di opere racconta un passaggio epocale nella storia dell’arte: dalla scultura tardo gotica a quella rinascimentale. Le statue rappresentavano i santi patroni delle Arti fiorentine, per le quali furono realizzate.

ArtistaOpere conservate nel museo
Lorenzo GhibertiSan Giovanni Battista, Santo Stefano e San Matteo
DonatelloSan Marco e San Pietro
Andrea del VerrocchioIncredulità di San Tommaso
Nanni di BancoSant’Eligio, San Filippo, Quattro Santi Coronati
Baccio da MontelupoSan Giovanni Evangelista
GiambolognaSan Luca
Piero di Giovanni TedescoMadonna della Rosa
Niccolò di Pietro LambertiSan Giacomo Maggiore

Le statue originali e le copie sulle facciate

Oggi, le sculture che si vedono sulla facciata di Orsanmichele sono copie. Queste statue che rappresentano i santi patroni delle Arti fiorentine, per le quali furono realizzate, oggi non si trovano più nei loro tabernacoli, adornati con delle copie.

Negli anni 80, per i rischi derivanti dall’inquinamento, le grandi statue vengono tolte dalle nicchie, restaurate, sostituite da copie e trasferite al primo piano del palazzo nella grande sala espositiva. Gran parte delle sculture originali si possono ammirare nel museo di Orsanmichele, allestito nei due piani superiori dell’edificio.

Al primo piano sono conservati gli originali di 13 delle grandi statue che un tempo adornavano i quattro lati dell’edificio, commissionati dalle diverse Arti fiorentine. Al primo piano del Museo si trovano 13 statue originali realizzate dai più grandi scultori del Rinascimento fiorentino.

Il Sant’Eligio di Nanni di Banco

Il tabernacolo custodisce la copia della statua in marmo apuano raffigurante Sant’Eligio, originale nel Museo di Orsanmichele, realizzata da Nanni di Banco tra il 1417 e il 1421 per l’Arte dei Maniscalchi, nell’ambito del ciclo delle quattordici statue dei santi protetti delle Arti fiorentine destinate ad occupare le nicchie esterne di Orsanmichele.

La statua fu commissionata dall’Arte dei Maniscalchi, di cui Sant’Eligio, volgarmente San Lo, era il patrono, assieme agli Orafi, che nell’occasione si erano associati all’impresa. Opera non documentata, al pari dei Santi Quattro Coronati e del San Filippo, è anche, meno delle altre, citata dalle fonti storiche.

Tuttavia la critica non ha mai messo in dubbio la paternità di Nanni di Banco, già segnalata dall’Anonimo Magliabechiano e da Giorgio Vasari. Come per le altre opere sopra menzionate, rimane molto discussa la datazione, e di tutte è ancora controversa la sequenza cronologica dell’esecuzione.

Stile e datazione

Lo spiccato goticismo della figura e, per contro, il classicismo meno sottolineato, per quanto siano stati notati i riferimenti d’impronta adrianea nel volto del santo, vengono intesi dai critici ora come punto di partenza, ora come testimonianza di un ritorno alle potenzialità espressive dell’arte gotica.

A questa possibilità Nanni avrebbe fatto riferimento nella fase tarda della propria attività, fatto che si spiegherebbe con l’influenza dell’arte ghibertiana e, in particolare, della figura del San Giovanni Battista eseguito per Orsanmichele.

Gli studi più recenti, nel notare alcuni particolari non finiti ed un assemblaggio poco armonioso della statua e degli altri rilievi della nicchia, ipotizzano che il tutto sia stato montato addirittura dopo la morte di Nanni di Banco, avvalorando quindi la tesi che il Sant’Eligio sia un’opera estrema nella vita dello scultore.

Il tabernacolo dei Maniscalchi

Il bassorilievo con il Cristo benedicente del tabernacolo, d’altronde, sfoggia una matura tecnica a stiacciato, assente negli altri due tabernacoli eseguiti dall’artista, che ha come precedente il rilievo del San Giorgio che uccide il drago, realizzato da Donatello intorno al 1417 per l’Arte degli Spadai e Corazzai.

Il Sant’Eligio, e con esso tutto il tabernacolo, sarebbe quindi databile tra 1417 e 1421, a ridosso dell’anno di morte di Nanni: probabilmente l’insieme fu eseguito in quel giro d’anni, e installato dalla bottega intorno al 1422.

La statua, alla quale più volte in passato era stato rubato e rifatto il pastorale fino alla decisione di lasciarla senza, è stata rimossa dal tabernacolo nel 1988 e restaurata dall’Opificio delle Pietre Dure nel 1990.

Il restauro ha rinvenuto tracce di doratura tra i capelli e negli ornati della veste, dove permangono anche frammenti d’azzurro oltremare. Poiché esisteva una copia in gesso nella Gipsoteca dell’Istituto d’Arte di Firenze, si sono potute evitare alla statua le operazioni per ottenerne il calco.

La nuova copia, tratta dal gesso, è stata collocata nel tabernacolo dei Maniscalchi in occasione dell’apertura del Museo nel 1996.

Sant’Eligio di Nanni di Banco

Il San Giacomo Maggiore di Niccolò di Pietro Lamberti

Tra le sculture trecentesche conservate nel museo figura il San Giacomo Maggiore di Niccolò di Pietro Lamberti. L’opera appartiene al ciclo dei santi protettori delle Arti fiorentine e fu concepita, come le altre statue, per una delle nicchie esterne di Orsanmichele.

Niccolò di Pietro Lamberti è indicato tra gli autori delle statue originali conservate al primo piano del museo, insieme a Piero di Giovanni Tedesco, autore della trecentesca Madonna della Rosa. Il San Giacomo Maggiore costituisce quindi una testimonianza della fase precedente al pieno Rinascimento e permette di seguire l’evoluzione della scultura fiorentina attraverso il ciclo di Orsanmichele.

La presenza dell’opera accanto alle sculture di Donatello, Ghiberti, Verrocchio e Nanni di Banco rende il museo un luogo particolarmente importante per comprendere la trasformazione dalla cultura tardo gotica alle nuove forme rinascimentali.

San Giacomo Maggiore Orsanmichele

Gli altri capolavori del museo

Tra le opere più suggestive il San Matteo, del Ghiberti, protettore dell’Arte del Cambio, e il suo Santo Stefano dell’Arte della Lana, entrambi in bronzo. Il San Marco di Donatello, protettore dei Linaioli e Rigattieri, fu scolpito nel marmo dall’artista tra il 1411 e il 1413.

Tuttavia, il capolavoro che più attira l’attenzione è, senza dubbio, il gruppo dell’Incredulità di San Tommaso del Verrocchio, uscito alla Corte delle Merci tra il 1467 e il 1483. La nuova collocazione permette anche di osservare particolari rimasti a lungo in ombra: per esempio, i bellissimi calzari ai piedi del gruppo dell’Incredulità di San Tommaso di Verrocchio.

Al primo piano sono conservati gli originali di 13 delle grandi statue che un tempo adornavano i quattro lati dell’edificio. Tra queste vi sono veri e propri capolavori dei più importanti artisti fiorentini del Rinascimento: Donatello, San Marco e San Pietro; Andrea del Verrocchio, Incredulità di San Tommaso; Lorenzo Ghiberti, San Giovanni Battista, Santo Stefano e San Matteo; Nanni di Banco, Sant’Eligio, San Filippo e Quattro Santi Coronati; Baccio da Montelupo, San Giovanni Evangelista; Giambologna, San Luca; Piero di Giovanni Tedesco, Madonna della Rosa; e Niccolò di Pietro Lamberti, San Giacomo Maggiore.

Il tabernacolo dell’Orcagna e la Madonna delle Grazie

All’interno della chiesa, un altro grande artista, Andrea di Cione detto l’Orcagna, dà vita ad un maestoso tabernacolo. Un’architettura imponente che, come uno scrigno prezioso, racchiude la Madonna delle Grazie dipinta da Bernardo Daddi.

La riapertura della chiesa è un’occasione per tornare ad ammirare questa magnifica e monumentale costruzione in marmo bianco, che ricorda la facciata di una chiesa gotica per la ricca decorazione, tra guglie, pinnacoli, colonnine tortili e rilievi.

Il tabernacolo fu realizzato nel 1359 da Andrea di Cione detto l’Orcagna proprio per custodire come uno scrigno la pala a fondo oro dipinta da Daddi per la nuova loggia del grano, dove doveva sostituire il primo miracoloso affresco della Vergine andato perduto.

Anche il tesoro più prezioso, il tabernacolo dell’Orcagna con la Madonna col bambino, angeli e santi di Bernardo Daddi, è stato sottoposto a una delicata operazione di spolveratura.

La Vergine con Bambino e Sant’Anna

Risplende anche l’altro altare della Chiesa: con il gruppo della Vergine con Bambino e Sant’Anna scolpito nel Cinquecento da Francesco da Sangallo. L’opera completa il percorso delle principali testimonianze artistiche custodite all’interno della chiesa.

Nella chiesa, oltre alle bussole che permettono di lasciare aperti i grandi portoni e alla nuova illuminazione, sono stati eseguiti numerosi interventi di pulitura e restauro, tra l’altro, degli affreschi che ornano pilastri, alcune delle pareti e gli spicchi delle volte.

Orsanmichele durante l’età medicea

Orsanmichele, che nel XV secolo assumerà la sua definitiva struttura, resta nodale anche per la Signoria Medicea. Nel 1569 Cosimo I trasforma i piani superiori in un archivio.

È in questa occasione che Bernardo Buontalenti progetta l’arco esterno munito di scala, per l’ingresso diretto all’archivio: struttura che dà al monumento la sua forma definitiva. I due piani superiori conserveranno così una funzione distinta da quella liturgica della chiesa.

Le vicende moderne del complesso

Nel corso dei secoli Orsanmichele vede scorrere sotto la sua facciata la storia della città: dalla Signoria al Granducato, fino alla Repubblica italiana, passando per gli anni duri del fascismo e della guerra.

Durante la guerra si temono i bombardamenti e le statue vengono spostate dalle nicchie in un luogo sicuro, per poi tornare ai loro posti una volta terminato il conflitto. Nel frattempo, il salone al primo piano diventa la sede dove dare pubblica lettura della Divina Commedia, a cura della Società Dantesca Italiana.

Negli anni ’60, in occasione del settimo centenario dalla nascita del Sommo Poeta, arriva il momento di nuovi e strutturali lavori che prevedono, tra le altre cose, la costruzione di una moderna scala di collegamento tra il primo e il secondo piano progettata dallo studio Archizoom.

Il secondo piano, parte del percorso museale, offre una splendida vista su Firenze ed ospita da decenni le statuine che un tempo ornavano la sommità delle colonne delle trifore esterne. Nel 2005 la chiesa e il museo vengono affidati per decreto ministeriale alla gestione della Soprintendenza per il Polo Museale Fiorentino.

Dal 2015, a seguito della riforma dei musei autonomi, il Complesso di Orsanmichele fa parte dei Musei del Bargello. Il museo delle sculture di Orsanmichele, allestito secondo il progetto di Paola Grifoni, viene aperto al pubblico per la prima volta nel 1996.

Il riallestimento del museo

Orsanmichele ha riaperto al pubblico il 19 gennaio 2024 dopo 400 giorni di lavori intensissimi di restauro, messa in sicurezza e riallestimento. Il complesso è stato così presentato nella sua veste rinnovata, con una nuova organizzazione degli spazi e una maggiore valorizzazione delle sculture.

Al centro dei lavori di restauro e riallestimento appena conclusi, queste sculture monumentali sono tornate a interagire con il pubblico come quando si trovavano nelle nicchie esterne e incrociavano lo sguardo dei passanti per le strade circostanti Orsanmichele.

Il progetto degli studi Map Architetti e Natalini Architetti ha previsto delle strutture che sollevano le sculture come se si trovassero su di un podio, questo perché le opere erano state concepite per essere viste dal basso.

Ognuna, inoltre, si trova nella posizione corrispondente a quando si trovava nella nicchia della facciata, in modo da proporre al visitatore una sorta di passeggiata che rispecchi l’esterno del complesso.

Il secondo piano e il panorama di Firenze

Al secondo e ultimo piano si accede tramite una scala a chiocciola. Qui, oltre alle piccole sculture in pietra raffiguranti santi e profeti che in origine erano collocate all’esterno sulla sommità delle colonnine che scandiscono le trifore e i due portali, si ammira un incredibile panorama di Firenze.

Per avere un’idea dell’imponenza dell’edificio, visita il museo. Da lì potrai apprezzarne l’architettura, con i suoi superbi archi e murature.

La vista dal museo non solo mostra il panorama di Firenze ma permette anche di apprezzare la grande varietà di statue e stili artistici dei santi che un tempo decoravano le nicchie esterne.

Panorama di Firenze dal museo Orsanmichele

Restauri e conservazione delle opere

Nella chiesa, oltre alle bussole che permettono di lasciare aperti i grandi portoni e alla nuova illuminazione, sono stati eseguiti numerosi interventi di pulitura e restauro degli affreschi che ornano pilastri, alcune delle pareti e gli spicchi delle volte.

Gli interventi hanno interessato anche il tabernacolo dell’Orcagna e la pala di Bernardo Daddi. La delicatezza delle operazioni ha permesso di conservare la materia e di rendere nuovamente leggibili elementi decorativi e superfici che il tempo aveva reso meno evidenti.

Il restauro del Sant’Eligio ha inoltre confermato la presenza di tracce di doratura tra i capelli e negli ornati della veste, oltre a frammenti d’azzurro oltremare. Questi elementi contribuiscono a restituire l’aspetto originario della scultura e della sua ricca policromia.

La doppia identità di Orsanmichele

Orsanmichele ha mantenuto così la sua doppia funzione civica e religiosa. La chiesa al piano terra conserva la memoria della devozione alla Madonna e delle trasformazioni dell’antica loggia, mentre i piani superiori documentano il ruolo pubblico, economico e artistico dell’edificio.

La presenza contemporanea della chiesa, del tabernacolo dell’Orcagna, delle copie nelle nicchie esterne e degli originali nel museo rende visibile l’intera storia del complesso: dal mercato del grano alla preghiera, dalle corporazioni delle Arti alle grandi commissioni rinascimentali, fino alla tutela museale moderna.

È la chiesa-granaio di Firenze. Popolata dalle statue dei più grandi scultori del Rinascimento, Donatello incluso, e anche scrigno di tesori come il magnifico tabernacolo dell’Orcagna.

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