William Golding e il riferimento biblico ne Il Signore delle Mosche

Il riferimento biblico centrale di William Golding è l’espressione «Signore delle mosche», perifrasi collegata a Beelzebul e quindi a Satana. Nel romanzo, la testa di una scrofa uccisa e infilzata su un palo diventa il simbolo di un male che non arriva dall’esterno, ma emerge dal cuore stesso dell’uomo.

Il riferimento più preciso riguarda l’Apocalisse: la «bestia» che i ragazzi credono di vedere sull’isola richiama la bestia salita dal mare in Apocalisse 13,1-2 e il drago rosso apparso dal cielo in Apocalisse 12,3-4. Golding utilizza queste immagini per mettere in discussione l’idea che il male sia soltanto una minaccia esterna e per rappresentarlo come una realtà radicata nella natura umana.

Il significato biblico del «Signore delle mosche»

L’espressione è biblica e appare a romanzo inoltrato allorché, quando la violenza sta già celebrando i suoi trionfi, la testa di una scrofa-madre crudelmente uccisa viene infissa su un bastone come «Signore delle mosche» dai ragazzi protagonisti del libro che si accaniscono su di essa.

Per decifrare questo simbolo fondamentale bisogna risalire alla parola «Beelzebul» usata per insultare Gesù da parte dei Farisei: «Costui scaccia i demoni per mezzo di Beelzebul, principe dei demoni!» (Matteo 12,24). Il nome - che significa letteralmente «Baal (Signore) il principe» - era uno degli appellativi di Baal, la divinità degli indigeni della Terra santa, i Cananei, un dio della fecondità, "principe" appunto di quel pantheon, considerato idolatrico e detestato dalla Bibbia.

Proprio per esprimere questo disprezzo e la relativa censura, l’Antico Testamento aveva deformato il nome nell’assonante «Beelzebub» che significa appunto «Signore (Baal) delle mosche», esseri spregevoli e impuri (2 Re 1, 2-3). Il sinistro trofeo che hanno approntato alcuni di essi, una testa di maiale conficcata sulla cima di un palo appuntito, è l’immagine più eloquente di un trionfo dal sentore luciferino (l’espressione “signore delle mosche” è infatti una perifrasi biblica per indicare Satana).

Chi la contempla con quei «denti bianchi, gli occhi velati, il sangue. ne resta affascinato, riconoscendo qualcosa di antico, di inevitabile». «E di fronte a Simon il Signore delle Mosche ghignava, infilzato sul bastone. Alla fine Simon cedette e riaprì gli occhi: vide i denti bianchi, gli occhi velati, il sangue… e restò affascinato, riconoscendo qualcosa di antico, di inevitabile».

Testa di maiale simbolo biblico

La bestia dal mare e il drago dal cielo

Che Golding parli proprio di una bestia che arriva da mare è un riferimento biblico preciso, ossia Apocalisse 13:1-2: «Poi vidi salire dal mare una bestia che aveva dieci corna e sette teste, sulle corna dieci diademi e sulle teste nomi blasfemi».

Un riferimento tra l’altro ripreso anche da William Blake in uno dei suoi celebri dipinti dedicati proprio al libro della Rivelazione: Il Grande Drago Rosso e la Bestia venuta dal mare. Il Drago Rosso è invece la bestia venuta dal cielo, anch’essa avvistata erroneamente dai ragazzi sull’isola («Apparve ancora un altro segno nel cielo: ed ecco un gran dragone rosso, che aveva sette teste e dieci corna e sulle teste sette diademi», Apocalisse 12:3-4), così, il cerchio si chiude perfettamente.

L’intento dello scrittore è criticare la visione per lui superstiziosa per cui il male sia qualcosa che arriva dal di fuori, Satana, quando in realtà fa parte della natura stessa dell’uomo. Così, i mostri che i ragazzi scorgono sull’isola sono sempre inganni della loro mente impaurita, come ad esempio la bestia che viene dal cielo, in realtà semplicemente un paracadutista morto.

Ancora più sferzante diventa la critica quando, per rabbonire la bestia che li spaventa, i ragazzi gli offrono sacrifici, trovando una giustificazione al dirompere della violenza. La paura del mostro legittima il potere dei cacciatori e il loro culto.

Il romanzo e il peccato originale

Il Signore delle Mosche ha dunque per tema il peccato originale, quella disumanità che, parafrasando il geniale ossimoro di Ambrose Bierce, è patrimonio degli esseri umani. Tutto questo si riflette nel mondo distopico devastato dalla guerra nucleare che fa da corollario agli spargimenti di sangue che si consumano sull’isola, opera di fanciulli tutt’altro che innocenti.

Il Signore delle Mosche di William Golding si presenta ingannevolmente come un romanzo d’avventura in cui un gruppo di ragazzini si ritrova su un’isola deserta dopo un disastro aereo e tenta di organizzarsi per sopravvivere in attesa dei soccorsi. Invero, il tono iniziale del romanzo è sereno e positivo: i ragazzi fanno amicizia, giocano nella laguna, mangiano i frutti che trovano in giro e si distribuiscono i compiti essenziali, come tenere acceso un fuoco in caso passi una nave che possa scorgerlo.

L’illusione è così perfetta che quando si arriva a leggere di Ralph, il protagonista, braccato da un gruppo di selvaggi sanguinari e senza pietà, ci si chiede angosciati insieme a lui come la situazione possa essere tanto orribilmente e irrimediabilmente precipitata. Golding traccia un ritratto della natura umana cupo e senza speranza, con un finale che solo apparentemente permette a Ralph e al lettore di riprendere fiato.

Perché se la nave arriverà per trarre in salvo i selvaggi, chi salverà il mondo dal male innato che fermenta in ognuno dei suoi abitanti? Nelle pagine finali del libro, al contrario di quello che accade nell’altro illustre “Signore” della letteratura inglese − Il Signore degli Anelli, pubblicato anch’esso, per singolare caso, proprio nel 1954 − non c’è spazio per la salvezza.

La trama come allegoria biblica

Durante un conflitto mondiale atomico, un aereo che trasporta i membri di un prestigioso college precipita su un’isola deserta dell’oceano Pacifico (cinquant’anni prima di Lost…). Gli unici superstiti sono gli studenti i quali, in attesa dei soccorsi, cercano di ricostruire una comunità civile e democratica a imitazione dell’ordine borghese e benestante da cui provengono.

Il paradosso è che l’essenza di questo ordine è lo stesso che ha prodotto la guerra nucleare in corso. Procedendo nella lettura, questa contraddizione si rivelerà tragicamente. I ragazzi vivono dunque in uno «stato di natura», senza una civiltà a determinare le loro vite.

Cosa accadrà? Purtroppo accadrà tutto il peggio possibile. I ragazzi cominciano a litigare per il potere e si dividono in due gruppi: i cacciatori e gli altri.

Emerge la paura di un mostro e si creano una divinità: infilzano la testa di un maiale su un palo e cominciano a trattarla come una divinità. Il signore delle mosche, Belzebù. Nel frattempo il gruppo regredisce allo stato selvaggio, simboleggiato dai colori rituali che i bambini si dipingono sul volto.

La violenza e i soprusi dilagano fino a quando, nel corso di un rito orgiastico, uccidono uno dei ragazzi (un vero e proprio sacrificio umano). Da quel momento, sull’isola si assiste ad un crescendo di brutalità: omicidi, torture, l’isola viene data a fuoco…

Ralph, Piggy, Jack e Simon

Tre sono i principali protagonisti della vicenda e rivestono ruoli e caratteristiche significativamente metaforiche: Ralph, eletto capo della comunità, rappresenta i valori positivi e razionali di una società democratica, ma anche le sue debolezze; Piggy (Bombolo, nella prima traduzione italiana), grassoccio e poco attraente, è il suo aiutante e consigliere.

Rappresenta l’intellettuale e lo scienziato (con le sue spesse lenti da vista riesce ad accendere il primo fuoco); Jack, ex conduttore del coro del college, diviene capo dei cacciatori, casta nata con lo scopo di procacciare il cibo. Rappresenta la forza e il potere autoritario mantenuti dalla violenza e dalla paura.

Se può essere semplicistico descrivere Ralph come l’emblema della civilizzazione, Jack della brutalità e Simon della bontà schietta, è pur vero che ognuno di loro ne incarna i tratti. Con i dovuti limiti però, perché Ralph, il più accanito sostenitore del tenere acceso il fuoco, essenziale per un loro ritorno alla civiltà, si diverte a cacciare i maiali tanto quanto il selvaggio Jack e Jack stesso si offre volontario per vigilare sul fuoco prima di soccombere al gusto della caccia.

L’ordine che si stabilisce all’inizio, con adunate, diritto di parola e divisione dei compiti è fragile come la conchiglia che lo rappresenta, proprio perché nel profondo ognuno dei ragazzi cova una crudeltà selvaggia innata, tenuta a bada solo dal sistema rigido di regole che lontano dalla civiltà non esiste più.

«La scrofa continuava a scappare davanti a loro, perdendo sangue, barcollando come pazza e i cacciatori le andavano dietro, posseduti da una gioia feroce, eccitati dal lungo inseguimento e da tutto quel sangue».

Così, la Bestia di cui i ragazzi e i bambini più piccoli hanno paura non è un mostro che arriva dal cielo o dal mare, come ipotizzano nelle loro fantasie infantili, ma la loro stessa natura di esseri umani, violenta e spietata.

A rendersene conto è l’unico personaggio che sembra immune alla ferocia, Simon, poiché la sua moralità è intrinseca, non imposta dall’esterno e per questo unica e destinata a soccombere. Lo stesso Ralph, l’unico a mantenere una parvenza di pensiero lucido e razionale, indulge selvaggiamente nell’assassinio di Simon con gli altri e si stupisce orripilato della propria brutalità.

Il sacrificio umano e l’idolatria

Dopo un golpe che spodesta Ralph, i cacciatori prendono il potere e Jack instaura un sinistro culto, quello del Signore delle mosche rappresentato da un totem composto da una testa di maiale impalata. L’appellativo nasce dal fatto che attorno al suo muso in decomposizione ronzano continuamente delle mosche.

Il totem dovrebbe proteggere la comunità da un fantomatico mostro che i ragazzi si sono convinti abiti l’isola. Quando uno dei bambini scoprirà che in realtà il mostro non esiste - è solo il cadavere del pilota del loro aereo - verrà linciato dai compagni!

Spinti ormai alla pratica dei sacrifici umani (l’assassinio di Piggy) e sull’orlo del cannibalismo, i ragazzi arriveranno a incendiare l’isola pur di stanare Ralph, l’ultimo avversario rimasto tra i dissidenti. I soccorritori arriveranno appena in tempo per fermarne l’uccisione e riportarli nel mondo civile (per mezzo di una bella nave da guerra), anch’esso però sull’orlo della distruzione.

Al loro arrivo, gli adulti non solo troveranno il paradiso tropicale distrutto, ma anche i ragazzi ormai irriconoscibili e regrediti allo stato bestiale, a dimostrazione della precarietà delle convenzioni e delle conquiste civili e alla facilità con la quale l’individuo possa tornare alla condizione di barbarie.

L’estrema libertà ha scatenato nei ragazzi desiderio e violenza, dimostrando di non essere migliori degli adulti impegnati in una guerra mondiale. «Roger ha preparato un bastone con la punta da tutte e due le parti» è ancora oggi la frase più inquietante che io abbia mai letto in un libro.

Il riferimento alla Genesi

La lettura biblica del romanzo non si limita all’Apocalisse e al simbolismo di Beelzebul. La vicenda dell’isola rimanda anche alla dottrina del peccato originale e alla convinzione che la violenza non sia soltanto il prodotto di istituzioni corrotte o di cattive condizioni sociali.

Per Golding le convenzioni sociali ricoprono di un manto il nodo di vipere che si aggroviglia nel cuore umano. Anche se non li cita e forse non li legge, sono da un lato Lutero col suo De servo arbitrio e Pascal, d'altro lato, con la sua certezza nel rilievo decisivo del peccato originale a spiegare esaustivamente l'essere umano, per cui «tutti gli uomini si odiano per natura l'un l'altro» (Pensieri 451, edizione Brunschvicg).

Il filo nero, a cui accennavamo, ascende fino alle origini stesse della ominizzazione, come accade negli Eredi (1955) ove persino gli uomini di Neanderthal vedono il loro Eden sconvolto dall’irrompere di Tuomi, l’uomo nuovo, aggressivo e prepotente, maestro di potere e di prevaricazione come il Lamek biblico che «uccideva una persona per una sua scalfittura e un ragazzo per un suo livido» (Genesi 4,23).

William Golding e la sua visione teologica

Il 19 settembre di cento anni fa nasceva in un villaggio della Cornovaglia inglese William Gerald Golding. Lo scrittore, infatti, ebbe una fede salda fin dall'adolescenza, nonostante l'agnosticismo e il radicalismo dei genitori, il padre socialista e la madre suffragetta, nonostante la moglie ardente comunista, nonostante la vita avventurosa per mare e la crisi morale da lui vissuta negli anni 1935-1940.

Sempre a Gorlier, in un’intervista su «Tuttolibri» del 1982, confessava : «Non mi è difficile credere in Dio, importante è che lui creda in me», mentre ad Andrea Monti, in un'altra intervista per «Grazia», ribadiva : «Credo in Dio ma preferisco il diavolo».

Ecco è proprio in questa battuta che si può individuare l'asse teologico dello scrittore, un filo nero che avrebbe percorso tutta la sua opera, nella linea della spiritualità del protestantesimo anglosassone, fermamente convinto della profonda peccaminosità della creatura umana.

Con questa frase manifesto, lo scrittore britannico William Golding, premio Nobel per la letteratura nel 1983, riassumeva tutto il suo pessimismo verso la società umana contemporanea: «Gli uomini producono il male come le api producono il miele».

Viviamo in una società apparentemente civilizzata, con regole e punti di riferimento, in linea di massima ben delineati, su cosa sia considerato giusto e cosa no. Ma cosa succederebbe se all’improvviso ci trovassimo privati delle certezze e delle comodità della nostra vita?

La nostra educazione, gli insegnamenti, la morale e il buon senso rimarrebbero tali o si cadrebbe verso un pericoloso imbarbarimento? Tutto ciò che ci definisce come una società civilizzata rimarrà tale o si assisterà a un ritorno alle nostre origini selvagge e primitive, a uno stato di natura belluino?

Golding contro l’ottimismo razionalista

Come vedremo, tutta la sua produzione letteraria ribalta l'ottimismo razionalista di un Rousseau, convinto che l'uomo sia naturaliter buono e che a depravarlo sia la società. È appunto l'odio, scintilla celata nell'anima, a esplodere nel romanzo che nel 1954 rese celebre Golding coi 14 milioni di copie vendute nella sola edizione inglese, avviandolo al Nobel del 1983.

Il britannico si ingannava sulla natura umana: dava per scontato che tutti gli uomini vivessero i suoi impulsi, mentre non è così. Semplice, bello e istruttivo. Purtroppo, però, le cose sono più complicate.

Il libro di Golding ha avuto varie interpretazioni ma, generalmente, viene utilizzato come simbolo della natura violenta e brutale dell’uomo, della quale solo la civiltà impedisce l’emergere. Il libro, dicono i critici, riflette la visione antropologica dell’autore: alcolizzato, violento, da adolescente tentò di violentare una ragazzina di quindi anni.

«Ho sempre capito i nazisti», confessò Golding, «perché sono, per natura, quel tipo di uomo». Dopo la pubblicazione del libro pronunciò il celebre aforisma «Gli uomini producono il male come le api producono il miele».

Il riferimento alla Chiesa e la lettura cattolica

Il signore delle mosche è sempre stato letto come un testo antropologico, che espone una tesi sulla natura dell’uomo, la civiltà, lo stato di natura. E se invece avesse una chiave di lettura… religiosa?

Il libro di Golding si basa sull’antropologia inglese, liberale o wigh, che dir si voglia: l’antropologia dell’homo homini lupus e del bellum omnes contra omnium di Thomas Hobbes (1588-1679); dell’individualismo che prevale sul bene comune; dello stato che impedisce la guerra totale per la proprietà privata.

È la filosofia della Royal Society, l’esito del rifiuto della metafisica aristotelica e della legge morale e religiosa. È l’abbandono del cattolicesimo e il ritorno al paganesimo: alle forze oscure della natura, all’alchimia, alla magia. A Baal, il signore delle mosche.

Questa è la china che l’impero britannico ha percorso rifiutando, nel XVI secolo, la Chiesa fondata da Cristo; e che l’ha portato alla pirateria, all’usura, al darwinismo sociale, all’eugenetica, al razzismo, alla schiavitù, al colonialismo.

Le premesse sembravano buone: finalmente liberi dalle pastoie morali, dall’ingerenza della Chiesa… Questa interpretazione è avvalorata non solo dalla biografia di Golding, puro rappresentante di questa ideologia; ma anche dalla conclusione del romanzo.

I sei ragazzi erano cattolici. Erano allievi di una scuola cattolica e hanno continuato a vivere da cattolici anche su ‘Ata. Tutto qui. Un piccolissimo particolare, che cambia tutto.

Golding non ha torto. Non ha sbagliato nel dipingere l’uomo che, senza la gabbia della società, torna alla barbarie più feroce. Ha ritratto la società senza la Chiesa cattolica, fondata da Cristo. Extra Ecclesia, nulla salus.

La conclusione del romanzo

Questa interpretazione è avvalorata anche dalla conclusione del romanzo. L’ufficiale trova dei ragazzi conciati come selvaggi, che si sono fatti la guerra uccidendo scientemente alcuni compagni.

E dice: «avrei pensato che un gruppo di ragazzi inglesi. Siete tutti inglesi, no?. sarebbero stati capaci di qualcosa di meglio. Voglio dire. » Insomma, cinquecento anni di filosofia inglese hanno conquistato il mare e mezza terra, hanno creato la scienza, un impero… voi siete inglesi… pensavo che avreste creato cose meravigliose, e invece… omicidi, paganesimo, sacrifici umani…

E piangono. Tutti piangono. Piangono «la fine dell’innocenza», la fine del sogno britannico che si rivela essere un incubo. La legge del più forte non ha portato quei meravigliosi frutti di benessere e civiltà: ha portato morte e distruzione.

Per la prima volta da quando era sull’isola, si abbandonò al pianto, a un grande spasimo di dolore che lo scuoteva tutto. Il suo pianto risuonava sotto il fumo nero, davanti all’incendio che distruggeva l’isola, e presi dalla stessa commozione anche gli altri bambini cominciarono a singhiozzare.

In mezzo a loro, col corpo sudicio, i capelli sulla fronte e il naso da pulire, Ralph piangeva per la fine dell’innocenza, la durezza del cuore umano, e la caduta nel vuoto del vero amico, l’amico saggio chiamato Piggy.

La storia vera dei sei ragazzi di Tonga

L’articolo di Bregman vuole confutare la tesi di Golding con una storia vera. Nel 1965 sei ragazzi dai tredici ai sedici anni, studenti di un collegio di Tonga, rubarono una piccola barca e partirono verso l’ignoto in cerca di avventure.

Senza mappa né bussola. Purtroppo la notte vennero aggrediti da una tempesta che li lasciò senza vele né timone. Andarono alla deriva per otto giorni, senza cibo né acqua; fino a quando approdarono su un’isola rocciosa e inospitale, ‘Ata.

Quell’isola era disabitata da circa un secolo perché considerata inabitabile. I ragazzi riuscirono a sopravvivere per quindici mesi fino, fino a quando non vennero salvati domenica 11 settembre 1966 da una piccola barca che li vide per puro caso.

I ragazzi si erano organizzati dividendosi i compiti tra la coltivazione di ortaggi, la guardia e la cucina. Trovarono alcune galline abbandonate un secolo prima dai pochi abitanti dell’isola e cominciarono ad allevarle; si cibarono di pesca e noci di cocco.

Ogni mattina, appena alzati, cominciavano la giornata con il canto (accompagnato da una chitarra che si erano costruiti con mezzi di fortuna) e la preghiera. Uno dei ragazzi si ruppe una gamba sugli scogli; la steccarono e l’arto guarì perfettamente.

Attrezzarono anche una piccola palestra per tenersi in forma. Apparentemente è la stessa storia di Golding, finita in un modo completamente diverso.

Il particolare fondamentale, che ha fatto in modo che la storia dei sei ragazzi di Tonga non finisse come il romanzo di Golding, è che i sei ragazzi erano cattolici. Erano allievi di una scuola cattolica e hanno continuato a vivere da cattolici anche su ‘Ata.

Sei ragazzi sopravvissuti sull’isola

La critica della tesi antropologica

La vicenda dei ragazzi di Tonga sembra confutare la tesi secondo cui, una volta rimosse le strutture civili, l’uomo sarebbe inevitabilmente destinato alla violenza. I sei ragazzi non si limitano a sopravvivere: organizzano la convivenza, dividono i compiti, pregano, cantano e si prendono cura dei feriti.

Apparentemente è la stessa storia di Golding, finita in un modo completamente diverso. Il britannico si ingannava sulla natura umana: dava per scontato che tutti gli uomini vivessero i suoi impulsi, mentre non è così.

Ma il confronto tra le due vicende introduce una questione religiosa: non basta chiedersi se l’uomo sia naturalmente buono o naturalmente malvagio; occorre domandarsi quali riferimenti spirituali, morali e comunitari gli consentano di non cedere alla violenza.

Il richiamo alla tradizione protestante

È, appunto, in questa battuta che si può individuare l’asse teologico dello scrittore, un filo nero che avrebbe percorso tutta la sua opera, nella linea della spiritualità del protestantesimo anglosassone, fermamente convinto della profonda peccaminosità della creatura umana.

Queste considerazioni, per certi aspetti legittime e condivisibili, soffrono però di una grave parzialità, un limite che già Anthony Burgess, il noto autore di Arancia meccanica, si era incaricato di denunciare: «Molti sostengono di essere ammiratori di Golding, ma hanno letto solo Il Signore delle Mosche».

Solo attraverso la lettura critica e ragionata dell’intera produzione dell’inglese − che comprende, tra l’altro, ben tredici romanzi − è possibile trovare il bandolo di una matassa poetica ingarbugliata e contraddittoria.

Si scopre così, per citare l’esempio più interessante, che Golding, libro dopo libro, associa ai temi tradizionali ipotesi sempre più insistenti di riscatto universale. Parimenti si affaccia con rinnovato vigore l’intuizione dell’esistenza di un dio benevolo in grado di liberare l’uomo dal pesante fardello della colpa.

Il riferimento biblico nell’opera complessiva di Golding

Quest'onda pessimistica continuerà a battere sulle trame degli altri romanzi di Golding, a partire da Pincher Martin (1956), tradotto in italiano con il titolo La folgore nera, ove un altro superstite di un naufragio vede infrangersi i sogni di una vita tutta segnata dalla razionalità e dall'ottimismo.

Anche il decano Jocelin, che nella Guglia (1964) vuole erigere una torre di Babele cristiana nella sua cattedrale, rivela che a dominarlo è l'hybris del potere e della gloria. L'emblema dell'umanità è in un altro ragazzo, Matty, del romanzo L'oscuro visibile (1979) che nel suo volto sfigurato da un bombardamento reca il ritratto di ogni creatura devastata dall'odio, mentre vanamente i farisei guardano dall'altra parte.

Senza voler inseguire tutta la produzione letteraria di Golding fino alla sua morte, avvenuta nel 1993, la sua spietata analisi del peccato radicale che infetta l'umanità ha un altro picco nei Riti di passaggio (1980) che introducono quel Talbot, giovane aristocratico ambizioso, superficiale e scettico, in viaggio per l'Australia, che sarà protagonista di un paio di altri romanzi successivi.

Su quella nave che avanza lentamente verso la remota terra australiana si consumano orribili riti di iniziazione al male, compreso persino uno stupro omosessuale nei confronti dell'unica persona che crede nel bene e nel futuro dell'umanità, il reverendo Colley, che non riuscirà ovviamente a sopravvivere.

La trilogia Ai confini della terra (da cui la BBC ha tratto nel 2005 una miniserie in tre episodi), La guglia e L’oscuro visibile sono, in questo senso, alcuni dei romanzi più brillanti in cui lo scontro tra bene e male, carne e spirito, fede e ragione trova vie per giungere a una sintesi felice, per una positività concreta e alla portata dei protagonisti.

Adattamenti cinematografici e fortuna del romanzo

Il Signore delle Mosche è un libro famosissimo. Basti pensare che è una lettura obbligatoria nelle scuole del mondo anglosassone (tutti i ragazzi vengono educati a questa visione dell’uomo) e gli U2 hanno tratto da quest’opera una delle canzoni del loro album d’esordio, intitolata Ombre e alberi alti come uno dei capitoli del libro.

Nel 1963 il regista britannico Peter Brook trasse dal romanzo un film omonimo fedele al testo e che ne ricalca pienamente l’atmosfera e lo stile. Certa critica lo definì troppo soft rispetto al romanzo, con la violenza lasciata fuori campo.

Il film in realtà risulta inquietante e terrorizzante nella sua semplice linearità. Girato in bianco e nero e con macchina da presa a mano, rende credibile l’incredibile trama nera di Golding. Gli attori bambini, inoltre, sono magnifici e magnificamente diretti.

La fama del romanzo fu poi amplificata dalla riduzione cinematografica curata da Peter Brook nel 1963. La pellicola, in concorso a Cannes nell’edizione che vide trionfare Il gattopardo di Visconti, ottenne una speciale menzione da parte della giuria, letteralmente stregata dall’allusivo gioco di luci e ombre prodotto dalla scelta del bianco e nero.

Nel 1990 venne prodotto un nuovo adattamento cinematografico, questa volta americano, diretto da Harry Hook. L’azione si sposta da un non molto lontano futuro all’epoca in cui il film fu girato.

I ragazzi non sono studenti di un college ma cadetti militari. Invece delle facce normali ma vere del film precedente, qui i protagonisti appaiono come dei ragazzotti precocemente palestrati.

Il bianco e nero del film precedente si trasforma in un technicolor da spot di un villaggio vacanze. Sembra più un film in stile Laguna Blu dove la metafora politica è bandita: i giovani sono vittime di un incidente qualsiasi, naufraghi in un paradiso in cui, tra un’abbronzatura e l’altra, qualche cattivo soggetto cerca di prendere il controllo della situazione.

Alla fine arrivano i nostri e questi sono ovviamente Marines. Più di recente, si è parlato di un interessamento da parte del regista italiano Luca Guadagnino nel voler realizzare una nuova versione del romanzo.

Il signore delle mosche | Trailer ufficiale | Sky Italia

Dati essenziali sul romanzo

ElementoInformazione
TitoloIl Signore delle Mosche
AutoreWilliam Golding
Prima pubblicazione1954
Premio Nobel1983
Edizione citataMondadori, 2007
Pagine239
Riferimenti biblici principaliMatteo 12,24; 2 Re 1,2-3; Apocalisse 12,3-4; Apocalisse 13,1-2; Genesi 4,23

Il Signore delle Mosche è dunque un romanzo d’avventura solo in apparenza. La sua struttura narrativa conduce dalla costruzione di una piccola comunità alla nascita di un culto idolatrico, dalla paura della bestia alla scoperta che la bestia coincide con l’uomo, fino alla violenza rituale e alla distruzione dell’isola.

Il riferimento biblico non è un ornamento isolato, ma il nucleo simbolico dell’opera: Beelzebul indica il potere demoniaco, la bestia dell’Apocalisse rappresenta il male assunto come autorità, il sacrificio denuncia la degenerazione religiosa e il richiamo alla Genesi collega la violenza alla radicale fragilità morale dell’essere umano.

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