Il viaggio apostolico di Sua Santità Francesco negli Emirati Arabi Uniti si è svolto dal 3 al 5 febbraio 2019 e ha avuto come centro l’incontro interreligioso di Abu Dhabi, il dialogo con il Grande Imam di Al-Azhar Ahmad Al-Tayyib e la firma del Documento sulla “Fratellanza Umana per la Pace Mondiale e la convivenza comune”.
La visita si è conclusa con la Santa Messa nello Zayed Sports City, celebrata davanti a una grande folla di fedeli, e con la cerimonia di congedo all’Aeroporto Presidenziale di Abu Dhabi. Il viaggio ha unito il tema della pace, il rifiuto della violenza compiuta in nome della religione, la libertà di culto, la dignità di ogni persona e la responsabilità delle religioni nella costruzione della fraternità umana.
Il programma del viaggio apostolico
| Data | Luogo | Appuntamento |
|---|---|---|
| Domenica 3 febbraio 2019 | Roma - Abu Dhabi | Partenza in aereo da Roma/Fiumicino per Abu Dhabi alle 13:00; arrivo all’Aeroporto Presidenziale di Abu Dhabi alle 22:00 e accoglienza ufficiale. |
| Lunedì 4 febbraio 2019 | Abu Dhabi | Cerimonia di benvenuto, visita ufficiale al principe ereditario, incontro con i membri del Muslim Council of Elders e incontro interreligioso al Founder’s Memorial. |
| Martedì 5 febbraio 2019 | Abu Dhabi - Roma | Visita privata alla cattedrale, Santa Messa nello Zayed Sports City, cerimonia di congedo e rientro a Roma. |
La partenza da Roma e l’arrivo ad Abu Dhabi
Domenica 3 febbraio 2019, alle 13:00, Papa Francesco è partito in aereo da Roma/Fiumicino per Abu Dhabi. L’arrivo all’Aeroporto Presidenziale di Abu Dhabi era previsto alle 22:00, seguito dall’accoglienza ufficiale.
Il viaggio si è inserito nell’ottavo centenario dell’incontro tra San Francesco di Assisi e il sultano al-Malik al-Kāmil. Papa Francesco ha spiegato di avere accolto l’opportunità di recarsi negli Emirati Arabi Uniti “come credente assetato di pace, come fratello che cerca la pace con i fratelli”.
Il logo del viaggio raffigurava una colomba con un ramoscello di ulivo, immagine legata al racconto del diluvio primordiale presente in diverse tradizioni religiose. La colomba richiamava la necessità di costruire, nel nome di Dio, un’unica “arca della fratellanza” capace di attraversare i mari in tempesta del mondo.

La cerimonia di benvenuto e gli incontri istituzionali
Lunedì 4 febbraio 2019, alle 12:00, si è svolta la cerimonia di benvenuto all’ingresso principale del Palazzo Presidenziale. Alle 12:20 Papa Francesco ha compiuto la visita ufficiale al principe ereditario nel Palazzo Presidenziale.
Nel suo discorso, il Papa ha ringraziato Sua Altezza lo Sceicco Mohammed bin Rashid Al Maktoum e il Dottor Ahmad Al-Tayyib, Grande Imam di Al-Azhar, per le loro parole. Ha inoltre salutato il Presidente della Repubblica Araba d’Egitto, Abd Al-Fattah Al-Sisi, le autorità civili e religiose e il corpo diplomatico.
Papa Francesco ha espresso gratitudine per l’accoglienza ricevuta e per il lavoro degli organizzatori, del personale del protocollo, della sicurezza e di tutte le persone che hanno contribuito alla realizzazione dell’evento. Ha rivolto inoltre un ringraziamento speciale a Mohamed Abdel Salam, già consigliere del Grande Imam.
L’incontro con il Muslim Council of Elders
Alle 17:00 Papa Francesco ha avuto un incontro privato con i membri del Muslim Council of Elders nella Gran Moschea dello Sceicco Zayed. L’incontro ha preceduto l’appuntamento interreligioso del Founder’s Memorial, previsto alle 18:10.
La visita alla moschea e l’incontro con il Consiglio degli Anziani hanno sottolineato il valore del confronto diretto tra rappresentanti religiosi e la necessità di promuovere una collaborazione fondata sulla sincerità, sul rispetto reciproco e sulla ricerca della pace.
Il discorso al Founder’s Memorial
Al Founder’s Memorial, Papa Francesco ha aperto il suo intervento con il saluto: “Al Salamò Alaikum! La pace sia con voi!”. L’incontro interreligioso è stato il momento centrale della prima giornata del viaggio.
Il Papa ha indicato nella pace il motivo della sua presenza negli Emirati Arabi Uniti: “Volere la pace, promuovere la pace, essere strumenti di pace: siamo qui per questo”. Il tema è stato sviluppato attraverso l’immagine dell’arca della fratellanza, proposta come simbolo della responsabilità comune dell’umanità.
Una sola famiglia umana
Il punto di partenza è riconoscere che Dio è all’origine dell’unica famiglia umana. Egli, che è il Creatore di tutto e di tutti, vuole che viviamo da fratelli e sorelle, abitando la casa comune del creato che Egli ci ha donato.
Si fonda qui, alle radici della nostra comune umanità, la fratellanza, quale «vocazione contenuta nel disegno creatore di Dio». Essa ci dice che tutti abbiamo uguale dignità e che nessuno può essere padrone o schiavo degli altri.
Non si può onorare il Creatore senza custodire la sacralità di ogni persona e di ogni vita umana: ciascuno è ugualmente prezioso agli occhi di Dio. Perché Egli non guarda alla famiglia umana con uno sguardo di preferenza che esclude, ma con uno sguardo di benevolenza che include.
Pertanto, riconoscere ad ogni essere umano gli stessi diritti è glorificare il Nome di Dio sulla terra. Nel nome di Dio Creatore, dunque, va senza esitazione condannata ogni forma di violenza, perché è una grave profanazione del Nome di Dio utilizzarlo per giustificare l’odio e la violenza contro il fratello.
Non esiste violenza che possa essere religiosamente giustificata. Nemico della fratellanza è l’individualismo, che si traduce nella volontà di affermare sé stessi e il proprio gruppo sopra gli altri.
Il rifiuto della violenza religiosa
La vera religiosità consiste nell’amare Dio con tutto il cuore e il prossimo come sé stessi. La condotta religiosa ha dunque bisogno di essere continuamente purificata dalla ricorrente tentazione di giudicare gli altri nemici e avversari.
Ciascun credo è chiamato a superare il divario tra amici e nemici, per assumere la prospettiva del Cielo, che abbraccia gli uomini senza privilegi e discriminazioni. Papa Francesco ha sottolineato l’importanza di garantire la libertà di culto e di fronteggiare l’estremismo e l’odio.
La libertà fondamentale di professare il proprio credo è un’esigenza intrinseca alla realizzazione stessa dell’uomo. Allo stesso tempo, occorre vigilare perché la religione non venga strumentalizzata e rischi, ammettendo violenza e terrorismo, di negare sé stessa.
La pluralità religiosa e la libertà
La fratellanza certamente «esprime anche la molteplicità e la differenza che esiste tra i fratelli, pur legati per nascita e aventi la stessa natura e la stessa dignità». La pluralità religiosa ne è espressione.
In tale contesto il giusto atteggiamento non è né l’uniformità forzata, né il sincretismo conciliante: quel che siamo chiamati a fare, da credenti, è impegnarci per la pari dignità di tutti, in nome del Misericordioso che ci ha creati e nel cui nome va cercata la composizione dei contrasti e la fraternità nella diversità.
Papa Francesco ha ribadito la convinzione della Chiesa Cattolica: «Non possiamo invocare Dio come Padre di tutti gli uomini, se ci rifiutiamo di comportarci da fratelli verso alcuni tra gli uomini che sono creati ad immagine di Dio».
Il coraggio dell’alterità e il dialogo
Se crediamo nell’esistenza della famiglia umana, ne consegue che essa, in quanto tale, va custodita. Come in ogni famiglia, ciò avviene anzitutto mediante un dialogo quotidiano ed effettivo.
Il dialogo presuppone la propria identità, cui non bisogna abdicare per compiacere l’altro. Ma al tempo stesso domanda il coraggio dell’alterità, che comporta il riconoscimento pieno dell’altro e della sua libertà, e il conseguente impegno a spendermi perché i suoi diritti fondamentali siano affermati sempre, ovunque e da chiunque.
Perché senza libertà non si è più figli della famiglia umana, ma schiavi. Tra le libertà Papa Francesco ha sottolineato quella religiosa, che non si limita alla sola libertà di culto, ma vede nell’altro veramente un fratello, un figlio della stessa umanità che Dio lascia libero.
Il coraggio dell’alterità è l’anima del dialogo, che si basa sulla sincerità delle intenzioni. Il dialogo è infatti compromesso dalla finzione, che accresce la distanza e il sospetto: non si può proclamare la fratellanza e poi agire in senso opposto.
La preghiera come via di fraternità
In tutto ciò la preghiera è imprescindibile: essa, mentre incarna il coraggio dell’alterità nei riguardi di Dio, nella sincerità dell’intenzione, purifica il cuore dal ripiegamento su di sé.
La preghiera fatta col cuore è ricostituente di fraternità. Perciò, «quanto al futuro del dialogo interreligioso, la prima cosa che dobbiamo fare è pregare. E pregare gli uni per gli altri: siamo fratelli! Senza il Signore, nulla è possibile; con Lui, tutto lo diventa!».
Papa Francesco ha auspicato che la preghiera, secondo le diverse tradizioni, possa aderire pienamente alla volontà di Dio, il quale desidera che tutti gli uomini si riconoscano fratelli e vivano come tali, formando la grande famiglia umana nell’armonia delle diversità.
Non c’è alternativa: o costruiremo insieme l’avvenire o non ci sarà futuro. Le religioni, in particolare, non possono rinunciare al compito urgente di costruire ponti fra i popoli e le culture.
È giunto il tempo in cui le religioni si spendano più attivamente, con coraggio e audacia, senza infingimenti, per aiutare la famiglia umana a maturare la capacità di riconciliazione, la visione di speranza e gli itinerari concreti di pace.
Incontro interreligioso di Abu Dhabi, La vera religiosità
Educazione e giustizia: le ali della pace
Papa Francesco ha presentato la pace attraverso l’immagine della colomba, affermando che anche la pace, per spiccare il volo, ha bisogno di ali che la sostengano: le ali dell’educazione e della giustizia.
L’educazione - in latino indica l’estrarre, il tirare fuori - è portare alla luce le risorse preziose dell’animo. È confortante constatare come in questo Paese non si investa solo sull’estrazione delle risorse della terra, ma anche su quelle del cuore, sull’educazione dei giovani.
Anche l’educazione avviene nella relazione, nella reciprocità. Alla celebre massima antica “conosci te stesso” dobbiamo affiancare “conosci il fratello”: la sua storia, la sua cultura e la sua fede, perché non c’è conoscenza vera di sé senza l’altro.
È importante per l’avvenire formare identità aperte, capaci di vincere la tentazione di ripiegarsi su di sé e irrigidirsi. Investire sulla cultura favorisce una decrescita dell’odio e una crescita della civiltà e della prosperità.
Educazione e violenza sono inversamente proporzionali. Gli istituti cattolici promuovono un’educazione alla pace e alla conoscenza reciproca per prevenire la violenza.
I giovani, spesso circondati da messaggi negativi e fake news, hanno bisogno di imparare a non cedere alle seduzioni del materialismo, dell’odio e dei pregiudizi; imparare a reagire all’ingiustizia e anche alle dolorose esperienze del passato; imparare a difendere i diritti degli altri con lo stesso vigore con cui difendono i propri diritti.
La giustizia universale
La giustizia è la seconda ala della pace, la quale spesso non è compromessa da singoli episodi, ma è lentamente divorata dal cancro dell’ingiustizia. Non si può, dunque, credere in Dio e non cercare di vivere la giustizia con tutti, secondo la regola d’oro: «Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge ed i Profeti».
Pace e giustizia sono inseparabili. La pace muore quando divorzia dalla giustizia, ma la giustizia risulta falsa se non è universale.
Una giustizia indirizzata solo ai familiari, ai compatrioti, ai credenti della stessa fede è una giustizia zoppicante, è un’ingiustizia mascherata. Le religioni hanno anche il compito di ricordare che l’avidità del profitto rende il cuore inerte e che le leggi dell’attuale mercato, esigendo tutto e subito, non aiutano l’incontro, il dialogo e la famiglia.
Le religioni siano voce degli ultimi, che non sono statistiche ma fratelli, e stiano dalla parte dei poveri; veglino come sentinelle di fraternità nella notte dei conflitti, siano richiami vigili perché l’umanità non chiuda gli occhi di fronte alle ingiustizie e non si rassegni mai ai troppi drammi del mondo.
Il deserto che fiorisce
Papa Francesco ha proposto una seconda immagine, quella del deserto che circonda Abu Dhabi. In pochi anni, con lungimiranza e saggezza, il deserto è stato trasformato in un luogo prospero e ospitale; il deserto è diventato, da ostacolo impervio e inaccessibile, luogo di incontro tra culture e religioni.
Questo Paese, nel quale sabbia e grattacieli si incontrano, continua a essere un importante crocevia tra Occidente e Oriente, tra Nord e Sud del pianeta, un luogo di sviluppo, dove spazi un tempo inospitali riservano posti di lavoro a persone di varie nazioni.
Anche lo sviluppo, tuttavia, ha i suoi avversari. E se nemico della fratellanza era l’individualismo, Papa Francesco ha indicato quale ostacolo allo sviluppo l’indifferenza, che finisce per convertire le realtà fiorenti in lande deserte.
Uno sviluppo puramente utilitaristico non dà progresso reale e duraturo. Solo uno sviluppo integrale e coeso dispone un futuro degno dell’uomo.
L’indifferenza impedisce di vedere la comunità umana oltre i guadagni e il fratello al di là del lavoro che svolge. L’indifferenza non guarda al domani; non bada al futuro del creato, non ha cura della dignità del forestiero e dell’avvenire dei bambini.
La protezione dei minori
Papa Francesco ha ricordato che proprio ad Abu Dhabi, nel novembre precedente, aveva avuto luogo il primo Forum dell’Alleanza interreligiosa per Comunità più sicure, sul tema della dignità del bambino nell’era digitale.
Ha ringraziato i leader impegnati in questo campo e ha assicurato il sostegno, la solidarietà e la partecipazione sua e della Chiesa Cattolica alla protezione dei minori in tutte le sue espressioni.
La presenza dei cristiani nella regione
Nel deserto si è aperta una via di sviluppo feconda che, a partire dal lavoro, offre speranze a molte persone di vari popoli, culture e credo. Tra loro, anche molti cristiani, la cui presenza nella regione risale addietro nei secoli, hanno trovato opportunità e portato un contributo significativo alla crescita e al benessere del Paese.
Oltre alle capacità professionali, vi recano la genuinità della loro fede. Il rispetto e la tolleranza che incontrano, così come i necessari luoghi di culto dove pregano, permettono loro quella maturazione spirituale che va poi a beneficio dell’intera società.
Papa Francesco ha incoraggiato a proseguire su questa strada, affinché quanti vivono o sono di passaggio negli Emirati Arabi Uniti conservino non solo l’immagine delle grandi opere innalzate nel deserto, ma di una nazione che include e abbraccia tutti.
È con questo spirito che, non solo negli Emirati Arabi Uniti, ma in tutta l’amata e nevralgica regione mediorientale, il Papa ha auspicato opportunità concrete di incontro: società dove persone di diverse religioni abbiano il medesimo diritto di cittadinanza e dove alla sola violenza, in ogni sua forma, sia tolto tale diritto.
Il Documento sulla Fratellanza Umana
Durante l’incontro interreligioso del 4 febbraio 2019, Papa Francesco e il Grande Imam di Al-Azhar Ahmad Al-Tayyib hanno firmato il Documento sulla “Fratellanza Umana per la Pace Mondiale e la convivenza comune”.
La fede porta il credente a vedere nell’altro un fratello da sostenere e da amare. Dalla fede in Dio, che ha creato l’universo, le creature e tutti gli esseri umani - uguali per la Sua Misericordia -, il credente è chiamato a esprimere questa fratellanza umana, salvaguardando il creato e tutto l’universo e sostenendo ogni persona, specialmente le più bisognose e povere.
Il documento è nato da diversi incontri dominati da un’atmosfera di fratellanza e amicizia, durante i quali sono state condivise le gioie, le tristezze e le difficoltà del mondo contemporaneo: il progresso scientifico e tecnico, le conquiste terapeutiche, l’era digitale, i mass media e le comunicazioni, ma anche la povertà, le guerre e le afflizioni di tanti fratelli e sorelle.
Tra le cause di sofferenza sono state ricordate la corsa agli armamenti, le ingiustizie sociali, la corruzione, le disuguaglianze, il degrado morale, il terrorismo, la discriminazione, l’estremismo e molti altri motivi.
Il documento è stato concepito come una dichiarazione comune di buone e leali volontà, capace di invitare tutte le persone che portano nel cuore la fede in Dio e la fede nella fratellanza umana a unirsi e a lavorare insieme.
Il suo obiettivo è offrire una guida alle nuove generazioni verso la cultura del reciproco rispetto, nella comprensione della grande grazia divina che rende tutti gli esseri umani fratelli.
Dignità, vita e responsabilità verso i più deboli
Il documento richiama l’uguaglianza di tutti gli esseri umani nei diritti, nei doveri e nella dignità, e la loro chiamata a convivere come fratelli per diffondere i valori del bene, della carità e della pace.
Richiama inoltre la dignità dell’innocente anima umana, dei poveri, dei miseri, dei bisognosi e degli emarginati, degli orfani, delle vedove, dei rifugiati e degli esiliati dalle loro dimore e dai loro paesi.
Il testo ricorda tutte le vittime delle guerre, delle persecuzioni e delle ingiustizie; i deboli, quanti vivono nella paura, i prigionieri di guerra e i torturati in qualsiasi parte del mondo, senza distinzione alcuna.
La famiglia è indicata come nucleo fondamentale della società e dell’umanità, con il compito di dare alla luce i figli, allevarli, educarli, fornire loro una solida morale e la protezione familiare.
Il documento sottolinea anche l’importanza del risveglio del senso religioso e della necessità di rianimarlo nei cuori delle nuove generazioni tramite un’educazione sana, l’adesione ai valori morali e i giusti insegnamenti religiosi.
Il rifiuto dell’estremismo e della strumentalizzazione della religione
Il documento afferma che le religioni non incitano mai alla guerra e non sollecitano sentimenti di odio, ostilità, estremismo, né invitano alla violenza o allo spargimento di sangue.
Queste sciagure sono frutto della deviazione dagli insegnamenti religiosi, dell’uso politico delle religioni e anche delle interpretazioni di gruppi di uomini di religione che hanno abusato dell’influenza del sentimento religioso sui cuori degli uomini per realizzare fini politici ed economici mondani e miopi.
Per questo il documento chiede a tutti di cessare di strumentalizzare le religioni per incitare all’odio, alla violenza, all’estremismo e al fanatismo cieco e di smettere di usare il nome di Dio per giustificare atti di omicidio, di esilio, di terrorismo e di oppressione.
Il terrorismo esecrabile che minaccia la sicurezza delle persone, sia in Oriente che in Occidente, sia a Nord che a Sud, spargendo panico, terrore e pessimismo non è dovuto alla religione, anche se i terroristi la strumentalizzano.
Il documento chiede di interrompere il sostegno ai movimenti terroristici attraverso il rifornimento di denaro, di armi, di piani o giustificazioni e anche la copertura mediatica, e di considerare tutto ciò come crimini internazionali che minacciano la sicurezza e la pace mondiale.
Libertà religiosa e pluralismo
La libertà è un diritto di ogni persona: ciascuno gode della libertà di credo, di pensiero, di espressione e di azione.
Il pluralismo e le diversità di religione, di colore, di sesso, di razza e di lingua sono una sapiente volontà divina, con la quale Dio ha creato gli esseri umani. Questa Sapienza divina è l’origine da cui deriva il diritto alla libertà di credo e alla libertà di essere diversi.
Per questo il documento condanna il fatto di costringere la gente ad aderire a una certa religione o a una certa cultura, come pure di imporre uno stile di civiltà che gli altri non accettano.
Il dialogo, la comprensione, la diffusione della cultura della tolleranza, dell’accettazione dell’altro e della convivenza tra gli esseri umani contribuirebbero notevolmente a ridurre molti problemi economici, sociali, politici e ambientali che assediano grande parte del genere umano.
Luoghi di culto e cittadinanza
La protezione dei luoghi di culto - templi, chiese e moschee - è un dovere garantito dalle religioni, dai valori umani, dalle leggi e dalle convenzioni internazionali.
Ogni tentativo di attaccare i luoghi di culto o di minacciarli attraverso attentati, esplosioni o demolizioni è una deviazione dagli insegnamenti delle religioni, nonché una chiara violazione del diritto internazionale.
Il concetto di cittadinanza si basa sull’eguaglianza dei diritti e dei doveri, sotto la cui ombra tutti godono della giustizia. Per questo è necessario impegnarsi per stabilire nelle società il concetto della piena cittadinanza e rinunciare all’uso discriminatorio del termine minoranze.
Tale termine porta con sé i semi del sentirsi isolati e dell’inferiorità; prepara il terreno alle ostilità e alla discordia e sottrae le conquiste e i diritti religiosi e civili di alcuni cittadini discriminandoli.
La Santa Messa nello Zayed Sports City
Martedì 5 febbraio 2019, alle 10:30, Papa Francesco ha celebrato la Santa Messa nello Zayed Sports City. La celebrazione è stata il momento più partecipato del viaggio e ha riunito fedeli provenienti da diverse nazioni, lingue e tradizioni.
La gioia che negli altri viaggi apostolici si diluisce in luoghi diversi, qui si è concentrata nell’unica occasione disponibile. Il risultato è stata la visibilità di una Chiesa invisibile, di un corpo vivo e ben più reale degli zero percentuali delle statistiche che la descrivono in modo impersonale e un po’ deprimente.
Il catino dello stadio ha mostrato il volto di una Chiesa piccola che forse per la prima volta ha scoperto anche di se stessa quanto, in fondo, fosse grande.

Il messaggio delle Beatitudini
“Beati”: è la parola con cui Gesù comincia la sua predicazione nel Vangelo di Matteo. Papa Francesco ha spiegato che, se si sta con Gesù, se si ascolta la sua parola e si cerca di viverla ogni giorno, si è beati.
Non sarai beato, ma sei beato: ecco la prima realtà della vita cristiana. Essa non si presenta come un elenco di prescrizioni esteriori da adempiere o come un complesso insieme di dottrine da conoscere.
Anzitutto è sapersi, in Gesù, figli amati del Padre. È vivere la gioia di questa beatitudine, è intendere la vita come una storia di amore, la storia dell’amore fedele di Dio che non ci abbandona mai e vuole fare comunione con noi sempre.
È una gioia che dà pace anche nel dolore, che già ora fa pregustare quella felicità che attende ogni persona per sempre. “Cari fratelli e sorelle, nella gioia di incontrarvi, questa è la parola che sono venuto a dirvi: beati!”.
Il capovolgimento della logica del mondo
Nelle Beatitudini colpiscono i motivi per cui Gesù chiama beati i suoi discepoli. In esse si vede un capovolgimento del pensare comune, secondo cui sono beati i ricchi, i potenti, quanti hanno successo e sono acclamati dalle folle.
Per Gesù, invece, beati sono i poveri, i miti, quanti restano giusti anche a costo di fare brutta figura, i perseguitati.
Per capire il significato delle Beatitudini, Papa Francesco ha invitato a guardare a come ha vissuto Gesù: povero di cose e ricco di amore, ha risanato tante vite, ma non ha risparmiato la sua.
È venuto per servire e non per essere servito; ha insegnato che non è grande chi ha, ma chi dà. Giusto e mite, non ha opposto resistenza e si è lasciato condannare ingiustamente.
In questo modo Gesù ha portato nel mondo l’amore di Dio. Solo così ha sconfitto la morte, il peccato, la paura e la mondanità stessa: con la sola forza dell’amore divino.
Una Chiesa composta da molti popoli
Papa Francesco ha ringraziato i fedeli per il modo in cui vivono il Vangelo. Ha osservato che tra il Vangelo scritto e quello vissuto c’è la stessa differenza che esiste tra la musica scritta e quella suonata.
“Voi qui conoscete la melodia del Vangelo e vivete l’entusiasmo del suo ritmo”. La comunità riunita nello stadio è stata descritta come un coro composto da una varietà di nazioni, lingue e riti.
Questa diversità è una diversità che lo Spirito Santo ama e vuole sempre più armonizzare, per farne una sinfonia. Questa gioiosa polifonia della fede è una testimonianza che edifica la Chiesa.
La celebrazione ha dato visibilità a una comunità cristiana composta in larga parte da lavoratori e lavoratrici asiatici e africani, da famiglie, bambini e persone provenienti da diversi Paesi.
In uno Stato-città che abbaglia con gli attributi della sua opulenza, per una volta la ribalta è stata dei “disarmati” del Papa, dei molti lavoratori e lavoratrici asiatici e africani che qui svolgono mansioni di servizio.
Le difficoltà della vita lontano da casa
Vivere da beati e seguire la via di Gesù non significa stare sempre allegri. Chi è afflitto, chi patisce ingiustizie, chi si prodiga per essere operatore di pace sa che cosa significa soffrire.
Per molti fedeli non è facile vivere lontani da casa e sentire, oltre alla mancanza degli affetti più cari, l’incertezza del futuro. Ma il Signore è fedele e non abbandona i suoi.
Papa Francesco ha ricordato un episodio della vita di Sant’Antonio abate, che nel deserto fu immerso per lungo tempo in un’aspra lotta spirituale, assalito da dubbi, oscurità, nostalgia e rimpianti per la vita passata.
Dopo tanto tormento il Signore lo consolò. Sant’Antonio gli chiese: «Dov’eri? Perché non sei apparso prima per liberarmi dalle sofferenze? Dove eri?». Allora percepì distintamente la risposta di Gesù: «Io ero qui, Antonio».
Il Signore è vicino. Può succedere, di fronte a una prova o ad un periodo difficile, di pensare di essere soli, anche dopo tanto tempo passato col Signore.
Ma in quei momenti Egli, anche se non interviene subito, cammina a fianco della persona e, se continua ad andare avanti, apre una via nuova. Perché il Signore è specialista nel fare cose nuove, sa aprire vie anche nel deserto.
Le Beatitudini come mappa della vita quotidiana
Vivere le Beatitudini non richiede gesti eclatanti. Gesù non ha lasciato nulla di scritto e non ha costruito nulla di imponente.
Quando ha indicato come vivere, non ha chiesto di innalzare grandi opere o di segnalarsi compiendo gesta straordinarie. Ha chiesto di realizzare una sola opera d’arte, possibile a tutti: quella della propria vita.
Le Beatitudini sono allora una mappa di vita: non domandano azioni sovraumane, ma di imitare Gesù nella vita di ogni giorno.
Invitano a tenere pulito il cuore, a praticare la mitezza e la giustizia nonostante tutto, a essere misericordiosi con tutti, a vivere l’afflizione uniti a Dio.
È la santità del vivere quotidiano, che non ha bisogno di miracoli e di segni straordinari. Le Beatitudini non sono per superuomini, ma per chi affronta le sfide e le prove di ogni giorno.
Chi le vive secondo Gesù rende pulito il mondo. È come un albero che, anche in terra arida, ogni giorno assorbe aria inquinata e restituisce ossigeno.
Il Papa ha augurato ai fedeli di essere così, ben radicati in Cristo e pronti a fare del bene a chiunque sta loro vicino. “Le vostre comunità siano oasi di pace”.
La mitezza e la pace
«Beati i miti»
La prima Beatitudine approfondita da Papa Francesco è stata: «Beati i miti». Non è beato chi aggredisce o sopraffà, ma chi mantiene il comportamento di Gesù, mite anche di fronte ai suoi accusatori.
Il Papa ha citato San Francesco, quando diede ai frati istruzioni su come recarsi presso i Saraceni e i non cristiani: «Che non facciano liti o dispute, ma siano soggetti ad ogni creatura umana per amore di Dio e confessino di essere cristiani».
“Né liti né dispute - e questo vale anche per i preti - né liti né dispute”: mentre tanti partivano rivestiti di pesanti armature, San Francesco ricordò che il cristiano parte armato solo della sua fede umile e del suo amore concreto.
È importante la mitezza: se vivremo nel mondo al modo di Dio, diventeremo canali della sua presenza; altrimenti, non porteremo frutto.
«Beati gli operatori di pace»
La seconda Beatitudine approfondita è stata: «Beati gli operatori di pace». Il cristiano promuove la pace, a cominciare dalla comunità in cui vive.
Papa Francesco ha richiamato la comunità di Filadelfia descritta nel libro dell’Apocalisse, una Chiesa alla quale il Signore non rimprovera nulla. Essa ha custodito la parola di Gesù, senza rinnegare il suo nome, e ha perseverato pur nelle difficoltà.
Il nome Filadelfia significa amore tra i fratelli. Una Chiesa che persevera nella parola di Gesù e nell’amore fraterno è gradita al Signore e porta frutto.
Il Papa ha chiesto per la comunità cristiana degli Emirati Arabi Uniti la grazia di custodire la pace, l’unità e la cura reciproca, con una fraternità nella quale non ci siano cristiani di prima e di seconda classe.
Gesù, che chiama beati i suoi discepoli, dia la grazia di andare sempre avanti senza scoraggiarsi, crescendo nell’amore «fra voi e verso tutti».
La conclusione del viaggio e il congedo da Abu Dhabi
Prima della Messa, alle 09:15, Papa Francesco ha compiuto una visita privata alla cattedrale. Alle 10:30 ha celebrato la Santa Messa nello Zayed Sports City. Alle 12:40 si è svolta la cerimonia di congedo all’Aeroporto Presidenziale di Abu Dhabi.
Papa Francesco si è congedato dagli Emirati Arabi Uniti salutato da un folto gruppo di autorità. Due giorni intensi sono culminati con la folla entusiasta nella Messa allo Zayed Sports City.
All’aeroporto presidenziale di Abu Dhabi la cerimonia è stata un saluto cordiale ma non protocollare. La presenza di una trentina di personalità del governo degli Emirati Arabi Uniti ha mostrato il rilievo attribuito alla visita.
È stato il principe ereditario Mohammed bin Zayed Al Hahyan a salutare per primo Francesco e ad avere con lui ancora un breve scambio di parole. Poi sono seguite le altre strette di mano, tra cui quella della ministra della Cultura, quasi fino all’imbarco del volo diretto in Italia.
La partenza in aereo per Roma era prevista alle 13:00, con arrivo all’Aeroporto Internazionale di Roma/Ciampino alle 17:00.
La scena del Papa che salutava dall’aeroporto, circondato dalle autorità, e dei fedeli di Abu Dhabi diretti dallo stadio a casa, a piedi o in macchina sotto un sole intenso, poteva sembrare il racconto di strade che si dividevano.
Non potevano esserci le ali di folla lungo la strada e forse non era necessario. La folla e il Papa si erano già parlati nello Zayed Sports City durante la Messa, quella attesa da una vita e vissuta senza perdersi una parola del primo messaggio di un Papa ascoltato dal vivo in quella parte del mondo.
Nessuno dei “disarmati” del Papa, uscendo dallo stadio, aveva addosso una qualche corazza; al limite c’era qualche carrozzina. Ma certamente tutti sono tornati a casa più forti.