Nella Bibbia, ascoltare non significa soltanto percepire dei suoni, ma prestare attenzione, accogliere la Parola, lasciarsi trasformare e tradurre ciò che si è udito in una vita nuova. Il verbo ascoltare ricorre 1159 volte nell’Antico Testamento e spesso è riferito a Dio che - assicura Isaia - non è sordo (Is 59,1).
La preghiera cristiana è anzitutto ascolto: essa infatti non è tanto espressione dell'umano desiderio di autotrascendimento, quanto piuttosto accoglienza di una presenza, relazione con un Altro che ci precede e ci fonda. Per interiorizzare il messaggio, ripeteremo: “Dammi, Signore, un cuore che ascolti la tua parola”.
Il significato biblico dell’ascolto
In alcune culture antiche del Medio Oriente il verbo ascoltare ha una forte connessione con il significato di «obbedire», in quanto l’ascolto non prevede discussione, ma testimonianza. Colui che ascolta è colui che obbedisce e diventa automaticamente testimone, perché fa esperienza di ciò che ha ascoltato.
Nell’Antico Testamento il verbo ascoltare è usato più di mille volte. La radice del verbo ebraico shemà richiama il significato dell’ascoltare, di sperimentare e obbedire, ma va anche oltre le sfumature condivise con le lingue della Mezzaluna fertile.
L’ascolto infatti è il luogo esistenziale nel quale Dio comunica con l’uomo, talvolta attraverso la natura e i suoi eventi e talvolta attraverso la sua Parola. Nella Bibbia l’uomo è chiamato ad ascoltare la davàr, in ebraico «la Parola», che è allo stesso tempo suono e fatto.
Nella Bibbia Dio è Colui che parla: parlando cerca relazione con l’uomo e interpella la sua libertà. Quando si ascolta la Parola di Dio, si ascolta una realtà viva e vivente, si ascolta la realtà delle cose, la loro origine, il loro fine, il loro significato, ma soprattutto la Parola rivela come funziona la realtà.
Quindi per un credente, così come è stato per il popolo di Israele, ogni volta che viene accolto un testo della Bibbia, si dà inizio a un esodo, a un cammino di uscita da sé per incontrare un Altro.
«Ascolta, Israele»: lo Shema’
Nel libro del Deuteronomio e sulla bocca dei profeti torna insistente l’invito: “Ascolta Israele” (Dt 6,4); “Udite la parola del Signore” (Mic 2,4). La sordità a questa voce è il grande peccato.
Deuteronomio 6,4-9
- 4 Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, unico è il Signore.
- 5 Tu amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze.
- 6 Queste parole che oggi ti do, ti stiano fisse nel cuore.
- 7 Le ripeterai ai tuoi figli, ne parlerai quando ti troverai in casa tua, quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai.
- 8 Te le legherai alla mano come un segno, ti saranno come un pendaglio tra gli occhi
- 9 e le scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte.
Giustamente considerato il cardine della spiritualità ebraica, esso evidenzia l’atteggiamento che il credente deve far proprio ogni giorno: ascoltare, così da accogliere nel cuore la parola dell’Altro.
È significativo che nella recitazione quotidiana dello Shema’ «ogni israelita si pone una mano davanti agli occhi, per significare che il mistero di fede annunciato da queste grandi parole, è un mistero accessibile all’ascolto e non alla visione» (MELLO A., «“Ascolta, Israele!”. L’ascolto della parola nel Deuteronomio», in Parola, Spirito e Vita, 1 [1980] 27-41, qui 38).
Nel libro del Deuteronomio, in particolare, viene portato a tema un livello di ascolto che coinvolge il cuore. La Parola di Dio ha bisogno di superare il confine dell’ascolto fisico ed essere accolta nel profondo e diventare battito cardiaco, ossigeno e nutrimento al pensiero che diviene a sua volta parola.
È grazie all’ascolto che il popolo d’Israele (e noi) entra nella vita di Dio e permette a Dio di entrare nel suo percorso vero la terra promessa. Anche Gesù conferma che il grande comando dello Shemà Israel, enunciato nel libro del Deuteronomio, è centrale per la conoscenza di Dio e quindi la conoscenza dell’amore.
È il cuore che ascolta attraverso l’orecchio! Per questo secondo la Bibbia l’orecchio non è semplicemente l’organo dell’udito, ma la sede della conoscenza, dell’intelligenza e si trova in rapporto strettissimo con il cuore che è il centro che unisce le sfere affettiva, razionale e volitiva della persona.
Dio ascolta il grido dei poveri
A differenza però degli uomini, che spesso chiudono gli orecchi al grido del povero che implora aiuto e subito li tendono non appena odono elogi e complimenti, il Signore è attento solo alle preghiere, al pianto, ai lamenti del suo popolo.
“Se egli grida a me - garantisce - io l’ascolto, perché sono pietoso” (Es 22,26). In nessun testo dell’Antico Testamento si afferma che egli ascolta le lodi che gli vengono rivolte. Sono sensibilità d’udito molto diverse.
Il Signore chiede al suo popolo la docilità e l’adesione alla sua parola, ma la risposta che riceve è deludente: “Tu abiti in mezzo a una genìa di ribelli - confida a Ezechiele - hanno orecchi per udire, ma non odono, perché sono una genìa di ribelli” (Ez 12,2).
La sordità, nella Bibbia, è l’immagine del rifiuto della parola di Dio, raffigura la condizione dell’uomo sedotto da voci ingannevoli. È una condizione drammatica, una patologia grave, ma il Signore ha promesso di curarla.
Quando l’uomo rifiuta di ascoltare
Zaccaria rivolge un’accusa pesante al suo popolo: “Hanno indurito gli orecchi per non sentire, hanno indurito il cuore, come un diamante, per non udire” (Zc 7,11-12) e Geremia definisce Israele “popolo stolto e privo di senno, che ha orecchi, ma non ode” (Ger 5,21).
Nella Bibbia, la cecità, la sordità, la paralisi, il mutismo sono spesso riferite a Israele, “popolo cieco, che pure ha occhi, sordi, che pure hanno orecchi” (Is 43,8), popolo che - come ripetono spesso i profeti - chiude gli orecchi alla voce del suo Dio e, non avendo udito la sua parola, è incapace di annunciarla.
Gli Israeliti riversarono contro il Signore, loro Dio, parole non giuste e si costruirono alture in ogni loro città, dalla torre di guardia alla città fortificata. Ma essi non ascoltarono, anzi resero dura la loro cervice, come quella dei loro padri, i quali non avevano creduto al Signore, loro Dio.
Rigettarono le sue leggi e la sua alleanza, che aveva concluso con i loro padri, e le istruzioni che aveva dato loro; seguirono le vanità e diventarono vani, seguirono le nazioni intorno a loro, pur avendo il Signore proibito di agire come quelle.
Le voci piacevoli e le illusioni
«Non parlateci chiaro; diteci cose piacevoli, propinateci illusioni» (Isaia 30,10b). Queste parole, che sono una delle possibili traduzioni di Isaia 30,10b, esprimono in modo inequivocabile ciò che la gente, di ogni tempo e di ogni luogo, vuole ascoltare: messaggi che non disturbino, a costo di falsare la realtà.
Questo è da sempre il segreto del successo di chi vende illusioni: fornire un alibi per evitare di fare responsabilmente i conti con i problemi posti dal momento storico in cui ci si trova a vivere.
Isaia denuncia questa scelta come insensata. Tutti, a cominciare da coloro che sono investiti di responsabilità («i sacerdoti e i profeti», cioè coloro che avrebbero dovuto guidare il popolo con parole di sapienza), gli appaiono come degli «ubriachi» (cfr Isaia 28,7 e 29,9).
È come se le loro menti fossero ottenebrate dal vino. Infatti, non ragionano più, dal momento che vanno a cercare aiuto da chi non potrà portare loro soccorso.
Da questa breve analisi emerge un dato ricorrente nella tradizione biblica: la storia è costantemente attraversata da una lotta tra veri e falsi profeti, cioè tra parola vera e menzogna.
La voce degli ideologi al servizio del potere si fa sentire in ogni tempo, con la funzione di giustificare mentalità e comportamenti dominanti. In contrasto con la loro lettura della realtà, si leva la parola di chi è impegnato a elaborare una intelligenza critica della medesima realtà.
Sordità interiore, orgoglio e paura
Che cosa ha impedito allora - e continua a impedire ancora oggi - un atteggiamento di ascolto scevro da difese? Certamente il rumore esterno, ma «soprattutto il rifiuto interiore, spesso inconscio, di aprirsi all’altro, di accoglierlo. Non c’è silenzio dentro il cuore quando esso è “pre-occupato”, già abitato cioè da mille ansie, da una legione di padroni che imperano e promettono, dalle tante voci della propria vanità» (BOVATI P., Il libro del Deuteronomio [1-11], Città Nuova, Roma 1994, 80).
Tali voci vanno individuate, fondamentalmente, in quella dell’orgoglio e in quella della paura. Ognuno di noi porta dentro di sé questi sentimenti, opposti ma ugualmente devastanti, che rischiano di invadere la nostra esistenza e di assordarci con la loro voce prepotente.
Ognuno rischia di essere inebetito dalla paura e accecato dall’orgoglio. La prima ci mette sulla difensiva, ci paralizza e ci rende ricattabili; il secondo ci fa presumere di noi stessi.
La paura rimpicciolisce, l’orgoglio gonfia. Ambedue deformano la percezione della realtà e ci rendono sordi agli appelli che non cessano di risuonare intorno a noi. Ci chiudono inevitabilmente all’ascolto dell’Altro e degli altri.
«Dimmi chi ascolti e ti dirò chi sei»
Le parole che lascia entrare nel cuore un po’ alla volta la segnano, la modellano a loro immagine. Per questo ogni israelita deve porre al primo posto l’ascolto e l’adesione a colui che è l’Origine della sua vita.
Assaporando giorno e notte la parola del suo Signore, attestata nella Bibbia (cfr Salmo 1), il credente affina l’orecchio, imparando a cogliere gli appelli che risuonano nei linguaggi e negli avvenimenti della storia.
Nelle attese e nelle aspirazioni, nelle angosce e nei fallimenti del suo tempo, egli impara a percepire la voce di Dio, a interpretare il senso delle vicende in cui è inserito.
Dunque, le parole che fanno breccia in noi risultano determinanti: modellano la nostra coscienza e orientano le nostre scelte. Stante questo dato di fondo, si pone una questione a cui nessuno può sfuggire: chi si ascolta? A quali parole si presta attenzione?
Gesù apre gli orecchi dei sordi
Prima Lettura (Is 35,4-7)
- 4 Dite agli smarriti di cuore: “Coraggio! Non temete; ecco il vostro Dio, giunge la vendetta, la ricompensa divina. Egli viene a salvarvi”.
- 5 Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi.
- 6 Allora lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto, perché scaturiranno acque nel deserto, scorreranno torrenti nella steppa.
- 7 La terra bruciata diventerà una palude, il suolo riarso si muterà in sorgenti d’acqua.
Il profeta si rivolge agli israeliti, esuli a Babilonia e promette loro un futuro radioso: “Si rallegrino il deserto e la terra arida, esulti e fiorisca la steppa. Come fiore di narciso fiorisca; sì! Canti con gioia e con giubilo” (Is 35,1-2).
Con queste immagini dolcissime viene annunciato l’imminente intervento del Signore in favore del suo popolo. Poi c’è l’esortazione alla speranza: “Coraggio! Non temete; ecco il vostro Dio viene a salvarvi!” (v. 4) e la descrizione del rinnovamento causato dalla venuta del Signore: “Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi. Allora lo zoppo salterà come un capretto e griderà di gioia la lingua del muto” (vv. 5-6).
Il Signore però - assicura il profeta - sta per intervenire in favore d’Israele. Tutte le sue debolezze e infermità saranno curate. Presto apparirà la luce della salvezza e i deportati si incammineranno verso la terra dei loro padri; le loro ginocchia vacillanti saranno rinvigorite, ascolteranno e proclameranno le meraviglie del loro Dio.
Da questo oracolo è sorta in Israele la convinzione che, alla sua venuta, il messia avrebbe operato una straordinaria trasformazione del mondo. Realizzando questi segni, Gesù si è presentato come l’atteso messia.
La lettura si chiude (vv. 6-7) con l’annuncio di un cambiamento anche della terra che accoglierà gli esuli che ritornano da Babilonia: “Il suolo riarso si muterà in sorgenti d’acqua” e i luoghi, prima abitati da animali selvatici, diverranno campi fecondi e giardini irrigati.
Non solo gli uomini, ma tutto il creato parteciperà alla salvezza del Signore.
Il sordomuto e la parola «Effatà»
Vangelo (Mc 7,31-37)
- 31 Di ritorno dalla regione di Tiro, Gesù passò per Sidone, dirigendosi verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli.
- 32 E gli condussero un sordomuto, pregandolo di imporgli la mano.
- 33 E portandolo in disparte lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua;
- 34 guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e disse: “Effatà” cioè: “Apriti!”.
- 35 E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente.
- 36 E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo raccomandava, più essi ne parlavano
- 37 e, pieni di stupore, dicevano: “Ha fatto bene ogni cosa; fa udire i sordi e fa parlare i muti!”.
Il malato da guarire è un sordomuto o, più esattamente, un sordo che parla a fatica, che si esprime in modo disarticolato e incomprensibile.
Il termine greco moghilálos, con cui l’evangelista definisce l’infermità, è molto raro. Nella Bibbia, ricorre solo nel nostro racconto e nel brano di Isaia che ci è proposto come prima lettura.
È evidente che impiegandolo, Marco intende fare riferimento alla profezia e proclamarne l’adempimento. Per Isaia, sordo-balbuziente era il popolo d’Israele, ma il malato che viene presentato a Gesù, essendo un pagano, come abbiamo appena rilevato, rappresenta la condizione di ogni uomo che non ha ancora incontrato Cristo.
Il sordo è incapace di udire ciò che gli viene detto e, di conseguenza, non può nemmeno comunicare… ciò che non ha udito; vive isolato, chiuso nel proprio mondo.
Nel vangelo di Marco il sordo-balbuziente è l’immagine di chi non ha mai avuto l’opportunità di incontrare Cristo e ascoltare il suo vangelo, indica anche chi, volutamente, chiude le proprie orecchie e non permette alla parola di salvezza di penetrare nel suo cuore.
Chi è affetto da “sordità spirituale” e non aderisce alla fede non può nemmeno celebrare la salvezza perché non ne ha ancora fatto l’esperienza: “Con il cuore infatti si crede per ottenere la giustizia e con la bocca si fa la professione di fede per avere la salvezza” (Rm 10,9-14).
Un nuovo dialogo tra cielo e terra
Curando il sordomuto Gesù proclama l’inizio di un nuovo dialogo fra il cielo e la terra. Agli uomini, giudei e pagani, vengono aperte le orecchie e il cuore; tutti possono ascoltare il vangelo, accoglierlo nella fede e annunciarlo ai fratelli.
L’opera risanante di Gesù segna anche l’inizio di rapporti nuovi fra i popoli, le religioni e le culture; è il segno dell’incontro, del dialogo, della comprensione.
È sordo e muto chi non si confronta, chi è incapace di dialogare con gli altri, chi rimane chiuso nel proprio mondo, convinto di possedere già tutta la verità e di non avere più nulla da imparare.
La parola di Cristo apre gli orecchi e scioglie la lingua anche nelle nostre famiglie, nelle comunità cristiane, negli ambienti sociali dove spesso, più che comunicare, ci si aggredisce perché si è incapaci di prestare ascolto alle ragioni e ai bisogni dell’altro.
Il significato dei gesti di Gesù
Si rimane un po’ sorpresi di fronte ad alcuni dettagli piuttosto inconsueti presenti in questo brano. Gesù non cura l’ammalato, com’è solito fare, con la semplice parola, ma lo conduce in un luogo appartato, lontano dalla folla, gli mette le dita nelle orecchie, gli tocca la lingua con la saliva, alza gli occhi al cielo, emette un gemito, pronuncia una parola strana e, infine, proprio dopo aver slegato la lingua, impone il silenzio.
Non deve stupire la singolarità di questa scena perché i terapeuti dell’antichità erano soliti accompagnare le loro azioni risananti con gesti misteriosi. Cercavano di creare un’atmosfera arcana, mantenevano segrete le loro pratiche esorcistiche e le loro ricette, ricorrevano all’imposizione delle mani e proferivano formule esoteriche.
Gesù si adegua alla mentalità della gente del suo tempo, compie i gesti usuali dei guaritori, ma, come vedremo, conferisce a questi gesti un significato nuovo.
Consideriamo anzitutto il luogo in cui è ambientato l’episodio. Siamo nella Decàpoli (v. 31), la regione in cui Gesù ha scacciato da un ossesso una legione di demoni che poi sono entrati nei porci e si sono precipitati in mare (Mc 5,1).
Siamo dunque in terra pagana e questa collocazione geografica, messa volutamente in risalto dall’evangelista, ha un indubbio significato teologico.
Ascoltare come nel battesimo
In questo episodio - lo abbiamo rilevato all’inizio - diversi dettagli assumono un significato simbolico e in essi si trovano espliciti riferimenti al rito del battesimo.
Cominciamo con l’evidenziare il fatto che il sordomuto non si presenta a Gesù da solo, ma viene accompagnato da alcune persone. Di per sé avrebbe potuto muoversi da solo, non si trovava, infatti, nelle condizioni del cieco di Betsaida che aveva bisogno di essere condotto per mano (Mc 8,22-23).
Per giungere a Cristo e udire da lui la Parola che guarisce, è necessario essere accompagnati da qualcuno, da chi ha già conosciuto il Maestro e ha fatto l’esperienza del potere salvifico della sua parola.
Nella chiesa primitiva, coloro che per primi si accostavano a un uomo ripiegato su se stesso, lontano da Dio, chiuso al dialogo con i fratelli e lo prendevano per mano, gli parlavano di Cristo e lo conducevano da lui, nel giorno del battesimo fungevano giustamente da padrini del neofito.
Il miracolo avviene lontano dalla folla (v. 33). La ragione è la stessa per cui, alla fine, viene dato l’ordine di non divulgare l’accaduto (v. 36).
Gesù non vuole che si diffonda la notizia che è lui il messia. Nel vangelo di Marco viene richiamato spesso il “segreto” imposto da Gesù sulla sua identità.
Solo dopo la morte e risurrezione, i discepoli avranno le idee chiare e solo allora saranno inviati ad annunciare a tutti che Gesù è il Figlio di Dio.
La preghiera nasce dall’ascolto
“Parla, Signore, che il tuo servo ascolta'' (1 Libro di Samuele 3,10): queste parole esprimono bene il fatto che l'ascolto, secondo la rivelazione ebraico-cristiana, è l'atteggiamento fondamentale della preghiera.
E contestano un nostro frequente atteggiamento che si vuole di preghiera ma che riduce al silenzio Dio per lasciar sfogare le nostre parole. Dunque la preghiera cristiana è anzitutto ascolto.
Per la Bibbia, Dio non è definito in termini astratti di essenza, ma in termini relazionali e dialogici: egli è anzitutto colui che parla, e questo parlare originario di Dio fa del credente un chiamato ad ascoltare.
È emblematico il racconto dell'incontro di Dio con Mosè al roveto ardente (cf. Esodo 3,1-14): Mosè si avvicina per vedere lo strano spettacolo del roveto che brucia senza consumarsi, ma Dio vede che si era avvicinato per vedere e lo chiama dal roveto interrompendo il suo avvicinarsi.
Il regime della visione è quello dell'iniziativa umana che porta l'uomo a ridurre la distanza da Dio, è il regime del protagonismo umano, è scalata dell'uomo verso Dio, invece il Dio che si rivela fa entrare Mosè nel regime dell'ascolto e conserva la distanza tra Dio e uomo che non può essere valicata affinché possa esservi relazione: "Non avvicinarti!'' (Esodo 3,5).
A partire da quell'ascolto originario e generante, la vita e la preghiera di Mosè saranno due aspetti inscindibili dell'unica responsabilità di realizzare la parola ascoltata.
Nell'ascolto Dio si rivela a noi come presenza antecedente ogni nostro sforzo di comprenderla e di coglierla. Dunque il vero orante è colui che ascolta.
Per questo "ascoltare è meglio dei sacrifici'' (1 Libro di Samuele 15,22), è cioè meglio di ogni altro rapporto tra Dio e uomo che si fondi sul fragile fondamento dell'iniziativa umana.
Ascoltare il Figlio
Il grande comando dello Shema' Israel (Deuteronomio 6,4-13), confermato da Gesù come centrale nelle Scritture (Marco 12,28-30), svela che dall'ascolto ("Ascolta, Israele'') nasce la conoscenza di Dio ("Il Signore è uno'') e dalla conoscenza l'amore ("amerai il Signore'').
L'ascolto perciò è una matrice generante, è la radice della preghiera e della vita in relazione con il Signore, è il momento aurorale della fede (fides ex auditu: Romani 10,17), e dunque anche dell'amore e della speranza.
L'ascolto è generante: noi nasciamo dall'ascolto. E’ l'ascolto che immette nella relazione di filialità con il Padre e non a caso il Nuovo Testamento indica che è Gesù, il Figlio, Parola fatta carne, che deve essere ascoltato: "Ascoltate lui!'' dice la voce dalla nube sul monte della Trasfigurazione indicando Gesù (Marco 9,7).
Ascoltando il Figlio noi entriamo nella relazione con Dio e possiamo nella fede rivolgerci a Lui dicendo "Abbà'' (Romani 8,15; Galati 4,6), "Padre nostro'' (Matteo 6,9). Ascoltando il Figlio veniamo generati a figli.
Con l'ascolto la Parola efficace e lo Spirito ricreatore di Dio penetrano nel credente divenendo in lui principio di trasfigurazione, di conformazione al Cristo.
Ascoltare bene: la parabola del seminatore
Nei vangeli Gesù, dopo aver raccontato la parabola del seminatore, invita i suoi discepoli a verificare la qualità del loro ascolto lasciando intendere che non basta ascoltare, ma è necessario farlo bene, con qualità.
Solo chi accoglie la Parola con il cuore e la custodisce fedelmente porta frutti di vita e di salvezza che rendono visibile la dimensione dell’amore che è la dimensione del Regno che Gesù sta annunciando.
Occorre saper interiorizzare, altrimenti la Parola resta inefficace e non produce il frutto della fede (Marco 4,15; Luca 8,12); occorre dare tempo all’ascolto, occorre perseverare in esso, altrimenti la Parola resta inefficace e non produce il frutto della saldezza, della fermezza e della profondità della fede personale (Marco 4,16-17; Luca 8,13).
Occorre lottare contro le tentazioni, contro le altre "parole'' e i "messaggi'' seducenti della mondanità, altrimenti la Parola viene soffocata, resta infeconda e non perviene a portare il frutto della maturità di fede del credente (Marco 4,18-19; Luca 8,14).
E se non vi sarà questo ascolto non vi sarà neppure preghiera!
Un cuore che ascolta
E’ il cuore che ascolta attraverso l'orecchio! Cioè l'orecchio non è semplicemente, secondo la Bibbia, l'organo dell'udito, ma la sede della conoscenza, dell'intelletto, dunque si trova in rapporto strettissimo con il cuore, il centro unificante che abbraccia la sfera affettiva, razionale e volitiva della persona.
Ascoltare significa pertanto avere "sapienza e intelligenza'' (1 Libro dei Re 3,12), discernimento ("Chi ha orecchio, ascolti ciò che lo Spirito dice alle chiese'': Apocalisse 3,7 ecc.).
Se l'ascolto è così centrale nella vita di fede, esso allora necessita di vigilanza: occorre fare attenzione a ciò che si ascolta (Marco 4,24), a chi si ascolta (Geremia 23,16; Matteo 24,4-6.23; 2 Lettera a Timoteo 4,3-4), a come si ascolta (Luca 8,18).
Occorre cioè dare un primato alla Parola sulle parole, alla Parola di Dio sulle molteplici parole umane, e occorre ascoltare con "cuore buono e largo'' (Luca 8,15).
Ascoltare Dio nei Salmi
Salmi 81,9-17
- 9 Ascolta, popolo mio: contro di te voglio testimoniare. Israele, se tu mi ascoltassi!
- 10 Non ci sia in mezzo a te un dio estraneo e non prostrarti a un dio straniero.
- 11 Sono io il Signore, tuo Dio, che ti ha fatto salire dal paese d'Egitto: apri la tua bocca, la voglio riempire.
- 12 Ma il mio popolo non ha ascoltato la mia voce, Israele non mi ha obbedito: 13 l'ho abbandonato alla durezza del suo cuore. Seguano pure i loro progetti!
- 14 Se il mio popolo mi ascoltasse! Se Israele camminasse per le mie vie!
- 15 Subito piegherei i suoi nemici e contro i suoi avversari volgerei la mia mano;
- 16 quelli che odiano il Signore gli sarebbero sottomessi e la loro sorte sarebbe segnata per sempre.
- 17 Lo nutrirei con fiore di frumento, lo sazierei con miele dalla roccia".
Tutti abbiamo fatto, e a volte facciamo, esperienza di fame fisica. Una fame che possiamo soddisfare solo con del cibo. Ma non esiste solo la fame fisica.
Spesso facciamo esperienza anche di fame spirituale. Una fame che può essere soddisfatta solo ascoltando Dio.
Le parole di Dio hanno il potere di soddisfare la nostra fame spirituale. Dio promette: "Apri la tua bocca, la voglio riempire" (v.11).
Dio dice: "Ascolta, popolo mio" (v.9a, MSG). Dio vuole il meglio per noi e ci avverte dei pericoli che si possono correre se lo ignoriamo.
Quando decidiamo di non ascoltare Dio, ci esponiamo alle conseguenze delle nostre azioni (vedi anche Romani 1,24.26). Se lo ascolteremo, Dio promette che agirà in nostro favore: "Se il mio popolo mi ascoltasse! Se Israele camminasse per le mie vie! Subito piegherei i suoi nemici" (Salmi 81,14-15a).
Ascoltare gli apostoli
L'apostolo Paolo è il messaggero di Dio. Dio parla attraverso di lui. In questo brano, coloro che ascoltano Paolo hanno l'opportunità di ascoltare Dio.
Paolo risponde: "Non sono pazzo. sto dicendo parole vere e sagge" (v.25). Non dice: "Sì, è tutto un po' folle, lo so, ma io ci credo". Rifiuta di accettare che le sue convinzioni siano prese come irrazionali.
Paolo sostiene che esiste una base razionale per la fede. Ci sono buone ragioni per credere che Gesù Cristo è veramente risorto dai morti. La nostra fede è vera e saggia (v.25).
Come Paolo, neppure noi dovremmo temere di dimostrare la nostra fede anche a livello logico e della ragione. Il Vangelo, a volte, richiede di essere presentato anche con argomentazioni intelligenti.
Tuttavia, da sola, la ragione non basta. Per comprendere, ho dovuto fare un passo di fede a partire da ciò che avevo sentito su Gesù.
La ragione può portarci fino a un certo punto. Tuttavia, cercare di convincere le persone riguardo alla fede in Gesù con parole "vere e sagge" è importante.
Oggi, dopo 2.000 anni di storia, sono milioni e milioni le persone che ogni giorno ascoltano quelle sue parole dette ad Agrippa e, attraverso di esse, ascoltano Dio.
Quando non si ascolta un avvertimento
Durante il viaggio di Paolo verso Roma, il centurione non ascolta i consigli di Paolo: "Dava però ascolto al pilota e al capitano della nave più che alle parole di Paolo" (27,11). Il risultato del suo non ascoltare ha conseguenze disastrose.
La vicenda mostra che ascoltare non è una semplice attività passiva. Una parola ricevuta può orientare una decisione, evitare un pericolo e modificare il corso degli eventi.
La comunità cristiana ascolta i poveri
Seconda Lettura (Gc 2,1-5)
- 1 Fratelli miei, non mescolate a favoritismi personali la vostra fede nel Signore nostro Gesù Cristo, Signore della gloria.
- 2 Supponiamo che entri in una vostra adunanza qualcuno con un anello d’oro al dito, vestito splendidamente, ed entri anche un povero con un vestito logoro.
- 3 Se voi guardate a colui che è vestito splendidamente e gli dite: “Tu siediti qui comodamente”, e al povero dite: “Tu mettiti in piedi lì”, oppure: “Siediti qui ai piedi del mio sgabello”,
- 4 non fate in voi stessi preferenze e non siete giudici dai giudizi perversi?
- 5 Ascoltate, fratelli miei carissimi: Dio non ha forse scelto i poveri nel mondo per farli ricchi con la fede ed eredi del regno che ha promesso a quelli che lo amano?
“Il ricco commette ingiustizia e poi alza la voce, il povero subisce l’ingiustizia e deve anche chiedere scusa” (Sir 13,3). È la constatazione amara di un pio israelita del II secolo a.C. ed è anche ciò che ognuno di noi verifica nella vita di ogni giorno.
I ricchi e i potenti godono di privilegi, a loro sono riservati i posti d’onore, qualunque cosa dicano ricevono applausi e, se anche sbagliano, pochi hanno il coraggio di alzare la voce per condannarli.
Nella nostra società questa discriminazione fra ricchi e poveri è accettata come normale; ma sarà lecito introdurla nella comunità cristiana?
La comunità che fa simili discriminazioni si adegua allo spirito del mondo dove il ricco è trattato in modo preferenziale e il povero non conta nulla.
La comunità è stata invece costituita per dare un segnale opposto, per indicare le preferenze di Dio per i poveri; egli, infatti, “ha scelto i poveri nel mondo per farli ricchi con la fede ed eredi del regno” (v. 5).
Per poveri la Bibbia non intende solo chi è privo di denaro, ma anche tutti coloro che nella vita sono meno favoriti, coloro che, per qualunque ragione, tendono ad essere emarginati.
È a costoro che la comunità cristiana deve prestare maggior attenzione, mostrando che i suoi criteri di giudizio sono opposti a quelli del mondo.
Ascolto, fraternità e vita quotidiana
Nella vita di ogni giorno è difficile rendere concreto il segno di fraternità e di uguaglianza che celebriamo quando siamo riuniti in santa assemblea per ascoltare la parola di Dio e per condividere il pane eucaristico.
Come tutti gli uomini, anche i cristiani sono deboli e peccatori. Le nostre assemblee, riunite nel giorno del Signore, non celebrano tanto ciò che già sono, quanto ciò che devono diventare.
L’eucaristia ci richiama come deve essere il mondo nuovo che siamo chiamati a costruire: un mondo in cui tutti, soprattutto gli ultimi, si sentono accolti e amati.
L’ascolto della Parola conduce dunque all’ascolto delle persone concrete, soprattutto di chi rischia di non essere visto, accolto o creduto. Una comunità che ascolta Dio diventa capace di ascoltare anche il grido dei poveri, degli esclusi e degli ultimi.
San Benedetto: «Ascolta, figlio mio»
Regola di S. Benedetto Prologo
1. Ascolta, figlio mio, gli insegnamenti del maestro e apri docilmente il tuo cuore; accogli volentieri i consigli ispirati dal suo amore paterno e mettili in pratica con impegno,
2. in modo che tu possa tornare attraverso la solerzia dell'obbedienza a Colui dal quale ti sei allontanato per l'ignavia della disobbedienza.
La Regola di Benedetto inizia con la parola Ascolta. La parola latina sottolinea ancora una volta l'ascolto: obsculta. Questa parola significa un ascolto diretto a qualcuno. È un ascolto personale.
Ascolto qualcuno che mi parla. Benedetto parla dell'istruzione del Maestro a cui dobbiamo dare ascolto. Il Maestro qui significa Gesù Cristo stesso. Noi dobbiamo ascoltarlo.
Per far sì che l'ascolto abbia successo, Benedetto chiede al monaco: "Inclina l'orecchio del tuo cuore". Si tratta di un ascolto umile, non di un ascolto curioso, ma un ascolto che si inchina davanti a colui che ha qualcosa da dirmi.
Ma, nella frase successiva, Benedetto si riferisce al "Padre benevolo", a Dio stesso: "Accogli volentieri i consigli ispirati dal suo amore paterno e mettili in pratica con impegno!" (RB Prologo 1).
Questo significa che l'ascolto non è un piacere, come l'ascolto della musica. Ascoltare è sempre un obbligo. Devo accettare ciò che sento come un'istruzione e metterla in pratica.
L'ascolto ha delle conseguenze. Porta all'obbedienza. L'obbedienza, come la intende Benedetto, deve essere sempre considerata in relazione all'ascolto.
L'obbediente ascolta. Ascolta ciò che Dio gli dice nel suo cuore. Ma ascolta anche ciò che Dio vuole dirgli attraverso l'abate o un confratello.
Ascoltare e obbedire
Tuttavia, l'ascolto che porta all'obbedienza non è sempre facile. Nella seconda strofa del Prologo, San Benedetto parla già del lavoro dell'obbedienza (per oboedientiae laborem).
L'obbedienza è ardua, significa fatica. Ma l'obbedienza mi permette di tornare a Dio. Il non ascoltare mi ha allontanato da Dio. Quindi l'ascolto mi riporta a Dio.
Ma questo percorso è difficile all'inizio. Richiede che io apra le orecchie e ascolti ciò che Dio mi dice. E Dio non è colui che si limita a confermarmi.
Dio mi mette in discussione. Chi ascolta si lascia interrogare. È pronto a tornare indietro, a prendere la strada che ha riconosciuto come giusta attraverso l'ascolto.
L'ascolto porta anche alla vita. Il profeta Isaia dice: "Ascoltate e vivrete" (Is 55,3). Chi ha le orecchie tappate, chi si rifiuta di ascoltare, non vive bene. La vera vita inizia con l'ascolto.
Come il Libro del Deuteronomio, Benedetto è convinto che l'ascolto ci porti a Dio e quindi alla vera vita. L'ascolto ci dà il dono di sperimentare la vicinanza di Dio, che ci parla e ci promette il suo amore incondizionato.
L’ascolto richiede una risposta
L'ascolto ha bisogno di una risposta. Risposta in realtà significa: dire una parola contro, cioè di fronte all'altro [Ndt: nella lingua tedesca Risposta = Antwort, dove Anti = contro e Wort = parola].
Non dò una risposta astratta, ma dico una parola di fronte all'altro. Guardo Gesù e gli dico una parola.
La parola che Benedetto si aspetta dal monaco è: io. Sono pronto ad andare nella sua vigna sulla parola di Gesù e a fare il lavoro che il Signore mi dice di fare.
Ma quando lavoro nella vigna di Gesù, sperimento la gioia di vivere. Ma questa gioia di vivere la sperimento solo quando ascolto Dio.
Il Salmo parla di tre condizioni affinché io possa trovare la vera vita: tenere la mia lingua lontana dal male, evitare il male e fare il bene, e cercare la pace.
Per Benedetto, nella sua Regola, il silenzio, la pratica dell'amore e la ricerca della pace sono passi essenziali verso una vita realizzata.
Ascoltare per costruire sulla roccia
Ascolto e azione sono ancora una volta collegati quando Benedetto cita le parole di Gesù alla fine del Discorso della Montagna: "Chi ascolta da me queste parole e le mette in pratica, sarà simile a un uomo saggio il quale edificò la sua casa sulla roccia. E vennero le inondazioni e soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, perché era fondata sulla roccia" (RB Prologo 33-34; Mt 7,24 seg.).
Chi ascolta e agisce di conseguenza costruisce la sua casa sulla roccia. Anche in questo caso, la roccia è un'immagine di Cristo.
Cristo è il fondamento della vita per il monaco, ma anche per ogni cristiano. Ma Cristo vuole essere ascoltato e allo stesso tempo esige l'obbedienza dell'azione.
Senza azione, l'ascolto non ha conseguenze. Chi ascolta e comprende veramente agisce di conseguenza.
Ascoltare gli altri nella comunità
Finora lo scopo dell'ascolto è sempre stato quello di ascoltare la voce di Dio. Ma nella Regola, Benedetto parla anche dell'ascolto degli altri.
L'abate deve "ascoltare il consiglio dei fratelli e poi rifletterci per proprio conto" (RB 3,2). Benedetto richiede quindi che l'abate ascolti i suoi fratelli.
E deve aspettarsi che Dio spesso "riveli al più giovane la soluzione migliore" (RB 3,3). Così Dio ci parla attraverso le persone.
Ascoltandoci impariamo gli uni dagli altri. Dipendiamo l'uno dall'altro. Quindi, è bene ascoltarsi a vicenda.
L'altro può avere qualcosa di importante da dirci. Benedetto sottolinea l'ascolto soprattutto nel capitolo sull'obbedienza.
Il monaco deve ascoltare l'abate e obbedirgli. "Perché l'obbedienza ai superiori è mostrata a Dio, perché egli dice: "Chi ascolta voi ascolta me"" (RB 5,15 - Lc 10,16).
Tuttavia, l'obbedienza non significa che ogni parola dell'abate venga da Dio. Ma, come l'abate, quando ascolta i fratelli minori o il monaco straniero, deve chiedersi in cuor suo se Dio non gli stia parlando attraverso di loro, così il monaco deve chiedersi in cuor suo se Dio stesso non gli stia parlando attraverso l'abate.
Il silenzio come condizione dell’ascolto
La lettura a tavola non deve mancare durante il pasto. Anche i fratelli devono ascoltare con attenzione.
La condizione per un buon ascolto è il silenzio: "Nel refettorio regni un profondo silenzio, in modo che non si senta alcun bisbiglio o voce, all'infuori di quella del lettore" (RB 38,5).
Spesso siamo così pieni del rumore dei nostri pensieri che non riusciamo a sentire ciò che un altro ci sta dicendo. Perciò è sempre necessario il silenzio per poter ascoltare bene.
La lettura ad alta voce richiede, quindi, una pratica consapevole e la capacità di leggere in modo da toccare il cuore dell'ascoltatore.
Secondo Benedetto, l'ascolto richiede non solo una buona voce e l'abilità del lettore, ma anche materiale adatto da ascoltare.
Il monaco deve quindi scegliere anche ciò che ascolta. È necessaria un'ascesi dell'ascolto.
La vigilanza su ciò che si ascolta
Questo vale anche oggi. Non abbiamo bisogno di essere costantemente bombardati dal rumore acustico. Possiamo ascoltare consapevolmente ciò che scegliamo di ascoltare.
Benedetto è quindi favorevole a una sana ascesi dell'ascolto. Non devo vedere o sentire tutto ciò che accade nel mondo. Devo essere ben informato per poter pregare per il mondo.
Ma Benedetto è anche convinto che si causano grandi danni se ascoltiamo indiscriminatamente tutto ciò che viene detto oggi.
Se sentiamo molte cose negative, questo distrugge il nostro equilibrio interiore e il nostro ancoraggio a Dio. Se le nostre orecchie sono piene delle notizie che sentiamo costantemente sugli altri, allora non siamo in grado di ascoltare la voce di Dio.
Ascoltare con attenzione nella vita quotidiana
“Ascoltatemi tutti e intendete.” Marco 7:14
Gesù disse: “Ascoltatemi tutti e intendete.” Egli ha pronunciato parole che cambiano la vita, ma comprese che menti preoccupate non sempre ascoltano attentamente.
“Ascoltare" significa sentire con attenzione, prestare attenzione. Anche nella preghiera, ascoltare è importante. La preghiera nasce dall'ascolto, significa dare a Dio tutta la nostra attenzione.
Il buon ascoltatore evita la nozione preconcetta che qualsiasi soggetto sia privo d’interesse. Egli pensa che l’oratore non sarebbe lì a parlare se non avesse qualcosa di meritevole da dire, per cui ascolta per vedere ciò che può imparare.
Anziché trarre l’affrettata conclusione che il soggetto non sia interessante, decidete di trovare qualcosa di interessante in esso, come un fatto che prima non conoscevate, un modo nuovo di esprimere qualcosa, un argomento da usare, ecc.
Forse l’oratore ha poca capacità di parlare, ma questa non è una ragione per decidere che non meriti d’essere ascoltato. Ciò non significa che il suo materiale sia di poco valore.
Quindi la dizione, la corretta grammatica, la coerenza e l’esatta pronuncia non sono i fattori più importanti in un discorso, sebbene facilitino l’ascolto. Il ragionamento, gli argomenti, i fatti e i princìpi sono più importanti.
Prestare più che la solita attenzione
In Ebrei 2:1 è scritto: “Per questo è necessario che prestiate più che la solita attenzione alle cose udite, affinché non siamo portati via”.
Prestare più che la solita attenzione non significa ascoltare a metà. Non vuol dire permettere alla mente di vagare sulle cose che avete fatto ieri o che intendete fare domani.
Vuol dire rimuginare nella mente ciò ch’egli dice e applicare alla vostra vita i princìpi biblici o i consigli che espone.
Ciò che rende importante e utile un discorso biblico non è la persona che parla ma le informazioni che esprime dalla Parola di Dio. Qualunque cosa tratta da quella divina Parola merita più che la solita attenzione prestata alle cose comuni udite ogni giorno.
Come migliorare la capacità di ascoltare
Con uno sforzo potete prendere l’abitudine del buon ascolto ma ci vorrà tempo per perdere la cattiva abitudine di lasciare che la mente vaghi liberamente durante un discorso da uno sconnesso pensiero all’altro.
Tali divagazioni mentali possono farvi divenire sordi a ciò che dice l’oratore anche se i vostri orecchi funzionano bene. Finché non torniate dalla divagazione le parole che vi entrano negli orecchi non avranno senso nella vostra mente.
Durante un discorso, non appena vi accorgete che la mente si distrae riportatela a ciò che odono i vostri orecchi.
Da ciò che l’oratore dice cercate di prevedere il successivo punto. In questo modo la maggiore velocità della vostra mente si può usare per precedere l’oratore, e se il punto previsto è corretto, imparate di più perché il punto entra due volte nella mente.
Cercate gli elementi che l’oratore usa per sostenere i suoi punti. Questo aiuterà a valutare il discorso.
Durante le pause, fate rapidi riassunti mentali di ciò che ha detto, notando come viene messo in risalto e svolto il tema.
Ascoltare solo per conoscere i fatti non è il modo in cui l’ascoltatore può ritenere ciò che ode. I fatti si ricordano meglio vedendo chiaramente il modo in cui sono collegati all’argomento e come lo sostengono.
Per questa ragione, i buoni ascoltatori ascoltano principalmente per conoscere l’idea principale che i fatti sostengono. In questo modo afferrano i princìpi e li possono usare come fili di collegamento per unire l’intero discorso, coi suoi fatti, in un tutto comprensibile.
Samuele, modello di ascolto
Il profeta Samuele è un esempio di un buon ascoltatore. Egli prestò molta attenzione ogni volta che Geova gli parlò.
Quando era ancora un giovane ragazzo, Geova lo chiamò mentre giaceva nel suo luogo nel tempio. Rispondendo, Samuele disse: “Parla, poiché il tuo servitore ascolta”. (1 Sam. 3:10)
Egli ascoltò con attenzione, completamente assorto in ciò che Geova gli diceva. Questo è per noi oggi un eccellente esempio di buon ascolto.
Coltivare l’abitudine di ascoltare quando qualcuno parla delle verità della Parola di Dio è oggi così importante come lo fu per gli apostoli.
La Parola ascoltata diventa vita
Ascoltare Dio è una delle chiavi del nostro rapporto con lui. Dio dice: "Se tu mi ascoltassi. " (v.9b).
Se la preghiera è un dialogo che esprime la relazione tra Dio e l'uomo, l'ascolto è ciò che immette l'uomo nella relazione, nell'alleanza, nella reciproca appartenenza: "Ascoltate la mia voce! Allora io sarò il vostro Dio e voi sarete mio popolo'' (Geremia 7,23).
Capiamo allora perché tutta la Scrittura sia attraversata dal comando dell'ascolto: è grazie all'ascolto che noi entriamo nella vita di Dio, anzi, consentiamo a Dio di entrare nella nostra vita.
Ascoltando la Parola, il credente non rimane spettatore. La Parola chiede spazio nel cuore, orienta il discernimento, modifica le relazioni e prende forma nelle decisioni.
La Parola di Cristo apre gli orecchi e scioglie la lingua anche nelle nostre famiglie, nelle comunità cristiane, negli ambienti sociali dove spesso, più che comunicare, ci si aggredisce perché si è incapaci di prestare ascolto alle ragioni e ai bisogni dell’altro.

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