La IV domenica di Avvento dell’anno C ci conduce ormai alle soglie del Natale e pone al centro Maria, Elisabetta e il bambino che porta nel grembo. Maria, dopo aver accolto nella fede la parola dell’angelo, si alza e va in fretta verso la regione montuosa per incontrare Elisabetta: la sua fede diventa movimento, servizio e condivisione.
Il Vangelo rivela che Gesù è il Signore venuto nella storia, e che Maria è beata perché ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto. La Liturgia della Parola presenta così l’incarnazione come compimento della promessa, frutto dell’obbedienza del Figlio, della fede di Maria e dell’accoglienza di coloro che riconoscono nella sua venuta la salvezza di Dio.
La liturgia della IV domenica di Avvento
Ormai alle porte della Solennità del Santo Natale la Liturgia ci aiuta ad entrare nel grande mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio che vede come protagonisti sicuramente la Seconda Persona della Trinità, come ci ricorda la Seconda Lettura, e la giovane Maria di Nazareth come ci dice la pagina evangelica.
Questa Domenica cade regolarmente nelle ferie privilegiate che vanno dal 17 al 24 Dicembre. Esse hanno una struttura propria e ben calibrata, sia per l’eucologia sia per i brani della Scrittura, perché ci aiutano a prepararci alla celebrazione della prima venuta del Salvatore, quella “nella carne”.
| Elemento liturgico | Testo o riferimento |
|---|---|
| Colore liturgico | Viola |
| Antifona d’ingresso | «Stillate dall’alto, o cieli, la vostra rugiada e dalle nubi scenda a noi il Giusto; si apra la terra e germogli il Salvatore» (Is 45,8) |
| Prima lettura | Mi 5,1-4a |
| Salmo responsoriale | Sal 79 (80) |
| Seconda lettura | Eb 10,5-10 |
| Vangelo | Lc 1,39-45 |
Non si dice il Gloria.
La liturgia ci prende per mano per introdurci nella comprensione sempre più profonda del mistero che celebriamo. Poiché in ogni celebrazione noi facciamo memoria del “sì” di Cristo, si tratta per l’assemblea di prendere coscienza che la Messa non è un semplice rito che ricorda un fatto passato, ma è la ri-presentazione di quel gesto con il quale Gesù esprime la sua totale obbedienza al Padre, per mezzo del quale siamo stati salvati.
Questa consapevolezza può aiutarci a cogliere il senso vero del Natale ormai vicino. Nel “sì” di Cristo noi comprendiamo anche il “fiat” di Maria e di Giuseppe, imparando a dire il nostro “amen”!
Il Vangelo: Maria va incontro a Elisabetta
In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta.
Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me?»
«Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto».
Elisabetta, pur destinataria di un atto di grazia da parte di Dio per il concepimento di Giovanni il Battista, riconosce in Maria la “madre del suo Signore”, riconosce in Maria “colei che ha creduto che si sarebbero compiute le cose dette dal Signore per lei”, tanto che Agostino dice della Vergine Santa che “se fu beata per aver concepito il corpo di Cristo, lo fu maggiormente per aver accettato la fede nel Cristo” (Discorso 72/A,7).
Il Vangelo dell’ultima domenica di Avvento ci conduce nella casa silenziosa di Giuseppe. Qui, prima ancora del Natale, tutto si muove attorno a un turbamento profondo. Il sogno di Giuseppe, infatti, nasce come rovesciamento di un incubo.
La liturgia di oggi pone al centro la figura di Giuseppe. Ed è piuttosto strano perché non dice nulla. Il Vangelo registra le sue azioni («fece», «prese con sé», «chiamò»), non le sue parole.
Il Vangelo di Matteo si apre con la «genealogia di Gesù Cristo, figlio di Davide, figlio di Abramo» (1,1). Si tratta di una lunga lista di uomini che va dal primo patriarca a Giuseppe, figlio di Giacobbe, presentato come lo sposo di Maria (1,16).
L’evangelista traccia una sorta di sentiero nella storia d’Israele suddivisa in tre grandi fasi, ciascuna composta da quattordici generazioni. La prima va da Abramo a Davide, la seconda da Davide fino all’esilio in Babilonia e, in fine, la terza da Babilonia a Cristo.
La strategia narrativa mira a ripercorrere tutta la storia d’Israele sottolineando l’intreccio tra l’opera di Dio e quella dell’uomo. Le vicende storiche narrate dai libri biblici, e riassunte nella genealogia, rivelano quanto sia importante per la vita del popolo il dialogo con il Signore.
La promessa di Betlemme
La prima lettura presenta la profezia del profeta Michea: «E tu, Betlemme di Èfrata, così piccola per essere fra i villaggi di Giuda, da te uscirà per me colui che deve essere il dominatore in Israele; le sue origini sono dall’antichità, dai giorni più remoti».
Anche il profeta Michea, che pronunzia un oracolo su Betlemme, città di Davide, annunzia la venuta del “dominatore di Israele” le cui origini si perdono nell’eternità, come sottolineato dalla coppia di termini “tempi antichi, giorni dell’eternità”.
Colui che è fuori dal tempo, perché è da sempre, sceglie la temporalità espressa nelle tre Letture dalla menzione di Betlemme (I Lettura), dal sacrificio compiuto una volta per tutte (II Lettura) e dalla Vergine Maria stessa, donna storica (Vangelo) per redimere l’umanità con il suo unico e perfetto sacrificio.
Siamo portati dalla Liturgia della Parola di questa Quarta Domenica di Avvento a guardare il Natale ormai vicino nella prospettiva futura della Pasqua.
Egli si leverà e pascerà con la forza del Signore, con la maestà del nome del Signore, suo Dio. Abiteranno sicuri, perché egli allora sarà grande fino agli estremi confini della terra. Egli stesso sarà la pace!
Il profeta annuncia un segno che può essere riconosciuto e accolto solo nella povertà e nella umiltà della fede. Parla della nascita miracolosa dell’Emmanuele, figlio di una vergine, segno miracoloso concesso da Dio al piccolo “resto” dei credenti che, per la fede in lui, nonostante gli sforzi dei nemici, saranno liberati (Prima Lettura).
Il Salmo: il volto di Dio che salva
Il salmo responsoriale ripete: «Signore, fa’ splendere il tuo volto e noi saremo salvi».
Tu, pastore d’Israele, ascolta, seduto sui cherubini, risplendi. Risveglia la tua potenza e vieni a salvarci.
Dio degli eserciti, ritorna! Guarda dal cielo e vedi e visita questa vigna, proteggi quello che la tua destra ha piantato, il figlio dell’uomo che per te hai reso forte.
Sia la tua mano sull’uomo della tua destra, sul figlio dell’uomo che per te hai reso forte. Da te mai più ci allontaneremo, facci rivivere e noi invocheremo il tuo nome.
Il Salmo 23 è un inno in cui si professa la fede nel Dio creatore al quale appartiene il mondo intero e chi lo abita. Ha reso il mondo abitabile, la creazione è la casa nella quale l’uomo abita, non per esserne il padrone assoluto, ma per custodirlo in obbedienza al comando-benedizione ricevuto dal Signore.
L’uomo è chiamato non solamente ad abitare il mondo ma a fare casa con Dio che lo invita a salire verso il tempio e fare comunione con lui. La preghiera di contemplazione è una forma di preghiera che si coniuga con la giustizia sociale.
La comunione con gli uomini è l’altra faccia inscindibile della comunione con Dio. La mitezza, la rettitudine nelle intenzioni e il timore di Dio sono le condizioni per le quali l’uomo può crescere nell’amore a Dio e ai fratelli.
«Ecco, io vengo per fare la tua volontà»
La Seconda Lettura presenta Cristo mentre entra nel mondo e dice: «Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: “Ecco, io vengo - poiché di me sta scritto nel rotolo del libro - per fare, o Dio, la tua volontà”».
Dopo aver detto: «Tu non hai voluto e non hai gradito né sacrifici né offerte, né olocausti né sacrifici per il peccato», cose che vengono offerte secondo la Legge, soggiunge: «Ecco, io vengo per fare la tua volontà».
Così egli abolisce il primo sacrificio per costituire quello nuovo. Mediante quella volontà siamo stati santificati per mezzo dell’offerta del corpo di Gesù Cristo, una volta per sempre.
Alla scelta di Maria precede dall’eternità la scelta e l’obbedienza del Figlio di Dio alla volontà del Padre che l’autore della Lettera agli Ebrei dice essere quella di rendere santi i credenti.
Questa volontà divina è intimamente connessa con l’azione sacrificale di Gesù, perché la sua obbedienza al volere di Dio è incarnata e il suo sacrificio coinvolge il corpo che Cristo assume da Maria.
La Storia della Salvezza ha un suo preciso piano di attuazione. Concepito nella mente di Dio prima dell’inizio del tempo, fu preannunciato ai progenitori all’indomani della caduta e messo in opera con la scelta di un uomo (Abramo) e di un popolo (Israele); quando giunse la pienezza dei tempi fu attuato con la venuta di Cristo, il Figlio di Davide.
Dire che Cristo è “figlio di Davide” significa riconoscere la sua appartenenza ad Israele; ricordare una realtà che è segnata dalla sconfitta, come lo fu la storia della dinastia davidica. Dire che è Figlio di Dio, implica che la storia della salvezza ha ora il suo Messia capace di aprire questa storia a “tutte le genti” (Seconda Lettura).
Maria, la donna della fede
Qui è posta l’obbedienza di Maria, nell’accettare la volontà di Dio, come ricorda la Costituzione Dogmatica “Lumen Gentium”, sulla Chiesa, del Concilio Ecumenico Vaticano II: “Maria non fu strumento meramente passivo nelle mani di Dio, ma che cooperò alla salvezza dell’uomo con libera fede e obbedienza” (LG 56).
Maria, nell’annunciazione, dialoga, pone domande, offre il suo assenso consapevole. La sua fede non è passività, ma libera adesione alla parola ricevuta e disponibilità concreta al progetto di Dio.
Maria, “eccelsa Figlia di Sion” (v. LG 55), è il fiore di tutta l’umanità.
Elisabetta riconosce proprio questo: Maria è beata non soltanto perché è diventata madre, ma perché ha creduto. La sua maternità è inseparabile dalla fede con cui ha accolto la promessa.
La condizione di verginità sta ad indicare l’integrità e la purezza che caratterizza il giusto. Essa è dono di Dio che l’accoglienza della Parola non fa perdere ma esalta ancora di più perché la rende feconda.
Vergine non è più sinonimo di rinuncia per conservare la propria purezza, ma è la condizione di rigenerazione operata da Dio, per essere fecondi e generativi.
La fede di Maria diventa subito servizio. Dopo aver accolto il Figlio, Maria non rimane chiusa nel proprio privilegio, ma si mette in cammino verso una donna che ha bisogno della sua presenza.
Il suo andare in fretta non è agitazione, ma sollecitudine dell’amore. La vera accoglienza di Dio rende disponibili all’incontro, alla cura e alla condivisione della gioia.
Elisabetta riconosce il Signore
Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo!»
Elisabetta, pur vivendo a sua volta un evento di grazia, non si concentra su di sé. Riconosce ciò che Dio sta compiendo in Maria e pronuncia una parola di benedizione.
«A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me?» La domanda di Elisabetta esprime meraviglia, umiltà e riconoscimento. Davanti alla venuta di Dio, l’atteggiamento autentico non è la pretesa, ma lo stupore.
Il bambino sussulta nel grembo di Elisabetta e questo movimento è interpretato come una gioia profonda davanti alla presenza del Signore. La vita nascente diventa capace di riconoscere il mistero prima ancora che esso sia visibile agli occhi.
La pagina evangelica mostra così una fede condivisa: Maria porta Gesù, Elisabetta accoglie Maria, Giovanni sussulta e lo Spirito Santo illumina l’incontro.
La visita di Maria non è un episodio marginale, ma una prima manifestazione della salvezza. Il Signore viene riconosciuto nella casa, nelle relazioni e nella concretezza di un incontro umano.
La fede come accoglienza e movimento
L’Avvento ci prepara a questo: non solo ad accogliere un evento, ma a lasciarci cambiare da una presenza inattesa.
La nostra attesa di Colui che viene, però, non può essere attesa oziosa e passiva: richiede disponibilità e accoglienza.
La Chiesa, attraverso la predicazione e la Liturgia, continua a ripetere all’uomo che la salvezza vera e definitiva è un dono che Dio stesso ci porta venendo fra noi.
Questo è il tema conduttore di tutta la Liturgia di questa quarta e ultima Domenica di Avvento; è il segno della fedeltà di Dio, la risposta alla speranza di un mondo nuovo.
Un’attesa e speranza che non ci lascia passivi e inerti, ma che invita a uscire dalle crisi con fiducia e a rischiare la vita con Dio.
Credere oggi al “Figlio di Davide costituito Figlio di Dio” significa accettare che la storia non è estranea alla costruzione della Chiesa, anzi, è il linguaggio che Dio ha voluto usare per comunicare con gli uomini: egli si serve degli avvenimenti dell’uomo anche quando sembrano strumenti indocili, come Davide ed i suoi successori, per la realizzazione del suo piano.
Significa pure credere che la missione del cristiano ha un volto profondamente umano, non è disincarnata, ma intessuta di cultura e di storia, proprio perché Dio è sceso ad incontrare l’uomo nella sua carne, sulla sua terra.
Il Dio fedele entra nella storia
Alle soglie del Natale, la liturgia ci offre ancora la possibilità di riflettere sul tema che ha costituito il filo rosso di tutto il tempo di avvento: la fedeltà divina che non viene meno.
Di fronte all’inadeguatezza e all’ottusità dell’uomo, Dio si mostra sempre e comunque come Colui che rimane.
Questa bella definizione trova la sua giustificazione nell’agire costante di Dio in favore del suo popolo, in contrasto con il costante altalenarsi delle promesse e dei progetti umani.
Il segno dell’Emmanuele trova il suo perfetto compimento in Gesù Cristo, “sacramento dell’incontro tra Dio e l’uomo”, la cui presenza nell’Eucaristia e nelle azioni liturgiche è il nuovo “segno” offerto a coloro che accettano di aver piena fiducia in Dio Padre.
Il Natale non è la celebrazione di una presenza astratta, ma l’annuncio che Dio ha scelto di entrare nella storia, assumendo la carne, il tempo, la fragilità e le relazioni umane.
In Gesù è l’onnipotenza divina che si addossa le sofferenze di un mondo che si evolve e di uomini peccatori; è l’onnipotenza divina che in Gesù sana gli infermi e varca il confine della nostra morte.
Il cristiano, pur cogliendo nella creazione il mistero del dolore e del male, scorge il mistero della potenza dell’amore: Dio si è lasciato così intimamente coinvolgere dalle nostre situazioni, da assumere tutta la debolezza che ci affligge.
La gioia che nasce dalla fede
«E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto».
La beatitudine pronunciata da Elisabetta riguarda ogni credente che si affida alla parola di Dio. Credere significa accogliere una promessa prima di possederne pienamente il compimento.
La speranza non inizia quando tutto è chiaro, ma quando ancora non si vede il futuro.
Maria non possiede tutte le spiegazioni, ma possiede la fiducia. Il suo cammino mostra che la fede non elimina l’incertezza, ma permette di attraversarla senza rimanere paralizzati.
La gioia del Vangelo non nasce dall’assenza di problemi, ma dalla certezza che Dio è presente e fedele. Il bambino che sussulta nel grembo di Elisabetta anticipa la gioia pasquale, la gioia di una salvezza già presente e ancora in attesa della sua pienezza.
La fede di Maria diventa contagiosa: il suo saluto comunica la presenza di Cristo, il suo incontro suscita la gioia, la sua disponibilità apre uno spazio nel quale Dio può essere riconosciuto.
La casa come luogo della salvezza
Il Vangelo si svolge in una casa. Maria entra nella casa di Zaccaria e saluta Elisabetta.
La casa diventa il luogo nel quale la parola di Dio viene riconosciuta, la vita viene accolta e la gioia viene condivisa.
Il Natale è Dio che non resta solo. Egli sta con noi, con i suoi, con chi gli apre la porta e lo fa entrare nel suo cuore.
La salvezza passa anche attraverso case e relazioni concrete: una giovane donna che visita una parente, due madri che condividono la loro esperienza, due bambini che partecipano misteriosamente all’incontro.
L’incarnazione di Cristo mette insieme l’ordinario e lo straordinario, il feriale e la solennità.
Il modo in cui il Verbo entra nella storia è senza precedenti, attraverso una nascita verginale, ma le persone che sono protagoniste di questo evento sono figure umili e semplici, impaurite dai fatti che si verificano e piene di interrogativi.
La presenza di Dio non cancella l’umanità delle persone, ma la abita e la rende feconda. La grazia non allontana dalla vita quotidiana: la trasforma dall’interno.
La prospettiva della Pasqua
Il Natale non può essere separato dalla Pasqua. Il Figlio entra nel mondo per compiere la volontà del Padre e per offrire il proprio corpo una volta per sempre.
La Liturgia di questa Quarta Domenica di Avvento ci invita a guardare il Natale ormai vicino nella prospettiva futura della Pasqua.
Nel “sì” di Cristo noi comprendiamo anche il “fiat” di Maria e di Giuseppe, imparando a dire il nostro “amen”!
Il Bambino annunciato a Betlemme è il Figlio di Dio che viene a salvare il suo popolo. La mangiatoia conduce alla croce, e la croce conduce alla gloria della risurrezione.
La colletta chiede: «Infondi nel nostro spirito la tua grazia, o Padre, tu, che nell’annunzio dell’angelo ci hai rivelato l’incarnazione del tuo Figlio, per la sua passione e la sua croce guidaci alla gloria della risurrezione».
Il Natale è dunque l’inizio visibile di un mistero che comprende tutta la vita di Cristo: l’incarnazione, la predicazione, la passione, la morte, la risurrezione e il dono dello Spirito.
Una fede che diventa servizio
Maria si alzò e andò in fretta. Questi verbi indicano una fede che non rimane chiusa nell’interiorità.
L’incontro con Dio genera una disponibilità nuova verso gli altri. Chi accoglie il Signore diventa capace di portare consolazione, presenza e aiuto.
La fede cristiana non è disincarnata, ma intessuta di cultura e di storia, proprio perché Dio è sceso ad incontrare l’uomo nella sua carne, sulla sua terra.
La comunione con gli uomini è l’altra faccia inscindibile della comunione con Dio.
La preghiera di contemplazione è una forma di preghiera che si coniuga con la giustizia sociale.
La visita di Maria a Elisabetta suggerisce che la preparazione al Natale non consiste soltanto nel moltiplicare attività, riti o parole, ma nel diventare persone capaci di riconoscere il bisogno dell’altro e di muoversi verso di lui.
L’amore non si gusta se non si divide con gli altri: Giuseppe fa spazio nel suo cuore a Maria ed a colui che deve venire.
Non basta non fare il male. Non basta nemmeno essere giusti. Bisogna volere bene, amare, fare nostro quello che non viene da noi.
Il silenzio e la sobrietà dell’attesa
In questa ultima Domenica di Avvento potrebbe risultare vantaggioso creare una specie di contrasto tra l’attivismo esteriore che si può cogliere fuori dal tempio e l’intensa spiritualità che si respira all’interno.
Si valorizzino i momenti di silenzio all’atto penitenziale, dopo l’omelia e dopo la comunione; si curi la sobrietà della celebrazione quasi per ricomporre il tutto attorno ad un’attesa interiore, evangelica, di dimensione non consumistica, ma salvifica.
I canti di oggi devono richiamare sia l’attesa per l’imminente nascita del Signore, sia il mistero della vergine Madre (che caratterizza ogni anno questa Domenica).
La sobrietà liturgica non impoverisce la celebrazione, ma permette di ascoltare meglio ciò che accade. Il silenzio crea lo spazio interiore nel quale la parola di Dio può essere accolta e riconosciuta.
La Liturgia ci prende per mano per introdurci nella comprensione sempre più profonda del mistero che celebriamo.
La preparazione al Natale diventa così un esercizio di attenzione: attenzione alla Parola, alla presenza di Dio, alle persone che incontriamo, alle necessità concrete della comunità e del mondo.
Il messaggio per la vita quotidiana
La IV domenica di Avvento invita a verificare se la nostra attesa è davvero aperta alla sorpresa di Dio.
Maria ci insegna che la fede ascolta, accoglie e si mette in cammino. Elisabetta ci insegna a riconoscere la grazia nell’altro e a benedire ciò che Dio sta compiendo. Giovanni mostra che la presenza del Signore suscita gioia ancora prima di essere pienamente contemplata.
La fiducia in Dio e la speranza riposta nel suo progetto non hanno bisogno di grandi discorsi, ma di scelte concrete con cui si accetta un disegno che va molto al di là delle nostre previsioni e delle nostre attese.
Il Natale non nasce solo da parole profetiche e annunci angelici, ma anche da gesti silenziosi di uomini e donne che si fidano.
La salvezza passa anche attraverso la giustizia discreta di chi accoglie e custodisce, senza clamore.
Questo è il Natale che vogliamo: una vita nuova che inizia, sentimenti di amore, un cuore che cambia e lascia spazio al Dio con noi ed ai fratelli.
Il Vangelo libera dalla paura e aiuta a fare nostro il sogno di Dio per il mondo.
Cambiamo per amore.
La IV domenica di Avvento ci lascia davanti al mistero di un Dio che viene, ma anche davanti alla responsabilità di accoglierlo. La fede di Maria, la gioia di Elisabetta e il sussulto di Giovanni ci mostrano che il Signore è già all’opera nella storia e nelle relazioni umane.
La domanda di Elisabetta rimane come invito alla meraviglia: «A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me?».
La risposta si compie nella fede che accoglie, nella carità che si mette in cammino e nella gioia di chi riconosce che Dio mantiene le sue promesse.
