Il nome di Pio XII era Eugenio Maria Giuseppe Giovanni Pacelli. Nato a Roma il 2 marzo 1876, fu eletto papa il 2 marzo 1939 e guidò la Chiesa cattolica fino alla morte, avvenuta a Castel Gandolfo il 9 ottobre 1958.
Pio XII è ricordato soprattutto per il ruolo assunto durante la Seconda guerra mondiale e per il controverso rapporto della Chiesa cattolica con il nazismo e con lo sterminio degli ebrei. La sua figura rimane al centro di due interpretazioni contrapposte: quella del pontefice accusato di silenzio e ambiguità e quella del papa che, attraverso la diplomazia e l’azione clandestina, avrebbe contribuito a salvare numerose vite.
Chi era Pio XII
Il Venerabile Pio XII, al secolo Maria Giuseppe Giovanni Eugenio Pacelli (Roma, 2 marzo 1876; † Castel Gandolfo, 9 ottobre 1958) è stato il 260º Vescovo di Roma e papa italiano a partire dal 2 marzo 1939 fino alla morte.
Il 2 marzo 1939 Eugenio Pacelli è eletto Papa nel giorno del suo 63esimo compleanno. Assunse il nome di PIO XII.
| Voce | Informazione |
|---|---|
| Nome completo | Maria Giuseppe Giovanni Eugenio Pacelli |
| Nascita | Roma, 2 marzo 1876 |
| Ordinazione presbiterale | Roma, 2 aprile 1899 |
| Cardinalato | 16 dicembre 1929 |
| Elezione al pontificato | 2 marzo 1939 |
| Fine del pontificato | 9 ottobre 1958 |
| Predecessore | Pio XI |
| Successore | Giovanni XXIII |
| Durata del pontificato | 19 anni, 7 mesi e 7 giorni |

La nascita, la formazione e la vocazione
Eugenio Maria Giuseppe Giovanni Pacelli nacque a Roma il 2 marzo 1876, terzogenito dell'avvocato della Sacra Rota Filippo Pacelli (1837-1916) e di Virginia Graziosi (1844-1920).
Fu battezzato il 4 marzo nella chiesa dei Santi Celso e Giuliano. Dopo le elementari frequentate in una scuola privata cattolica e la frequenza al liceo di Stato "Ennio Quirino Visconti", Eugenio Pacelli entrò nel Collegio Capranica e poi, dal 1894 al 1899, studiò teologia alla Gregoriana presso cui si dottorò nel 1901, quando già da due anni era stato ordinato presbitero (1899).
Del 1902 è la laurea in giurisprudenza in utroque iure (vale a dire, sia in diritto civile, sia in quello canonico), anche se non ebbe mai modo di praticare l'avvocatura, strada che seguì suo fratello Francesco, giurista per la Santa Sede e uno dei principali negoziatori dei futuri Patti Lateranensi del 1929.
Eugenio sentì sin da piccolo la "vocazione": pare che nei momenti liberi amasse far finta di celebrare la Messa. Determinante per la sua formazione fu l'influenza che ebbe, a partire dall'età di 8 anni, il reverendo Giuseppe Lais, scienziato astronomo, discendente da una storica famiglia romana di origine sassone, per molti anni precettore e mentore del futuro papa Pio XII, in seguito insignito da papa Benedetto XV della medaglia d'oro pontificia.
L’ingresso nella Curia romana
Dietro raccomandazione del cardinale Vincenzo Vannutelli, che più tardi sarebbe diventato decano del Sacro Collegio, Pacelli iniziò una rapida carriera nella Curia romana come segretario del cardinale Pietro Gasparri (futuro segretario di Stato), all'epoca sottosegretario della Congregazione per gli Affari Ecclesiastici straordinari.
Nel 1904, dopo la specializzazione accademica in relazioni fra Stato e Chiesa, fu promosso e divenne monsignore-ciambellano del papa Pio X.
Pacelli vide con favore l'introduzione del Giuramento Antimodernista da parte di Pio X, preoccupato per le influenze libertarie che stavano contagiando il clero italiano e si applicò con zelo alla stesura di un nuovo codice di diritto canonico e, a partire dal 1911, alla carica di consultore presso il Sant'Uffizio e nello stesso anno divenne sottosegretario della congregazione per gli affari ecclesiastici straordinari.
In questa veste fu artefice del concordato stipulato tra il Regno di Serbia e la Santa Sede il 24 giugno 1914, pochissimi giorni prima dell'inizio della Grande Guerra.
Nunzio apostolico in Germania
Il 13 maggio 1917, Benedetto XV lo ordinò vescovo elevandolo in pari tempo alla dignità arcivescovile col titolo di arcivescovo titolare di Sardi e lo nominò nunzio apostolico in Baviera.
Dal 1925 Pacelli fu anche nunzio apostolico in Prussia. In tale veste egli concluse i concordati con i due Länder: in Baviera nel 1924, in Prussia nel 1929.
Contemporaneamente, dal 1920, fu primo nunzio per l'intera Germania con sede nella nuova nunziatura di Berlino. Durante questi dodici anni Pacelli si avvicinò molto al mondo tedesco e conobbe bene la realtà politica della Repubblica di Weimar.
Il 19 aprile 1919, durante la cosiddetta rivoluzione promossa dalla Lega spartachista, di ispirazione comunista, la nunziatura di Monaco di Baviera fu accerchiata da un gruppo di rivoluzionari, che intendevano farvi irruzione.
Il leader del gruppo, Siedl, estrasse una pistola e la puntò al petto di Pacelli, il quale si era personalmente posto a difesa dell'entrata della nunziatura. Sebbene scosso, il nunzio non intendeva cedere, affiancato da una coraggiosa suora tedesca, Pascalina Lehnert che si era interposta tra i rivoluzionari e il nunzio.
Siedl non se la sentì di andare avanti e ordinò agli spartachisti di ritirarsi. Pacelli scriverà al riguardo: "Sono dei veri e propri russi bolscevichi".
Il 15 novembre 1917, a Pacelli pervenne una richiesta urgente della comunità ebraica della Svizzera per un suo intervento volto a scongiurare un possibile massacro degli ebrei in Palestina da parte dell'Impero Ottomano.
Pacelli riuscì allora a ottenere la protezione degli ebrei da parte del governo tedesco, alleato degli Ottomani, "anche con l'uso delle armi".
Cardinale e segretario di Stato
Eugenio Pacelli fu nominato cardinale da Pio XI il 16 dicembre 1929; il 7 febbraio 1930 divenne segretario di Stato.
Al fine di regolare le relazioni tra la Santa Sede e gli altri Stati, difendere le attività di scuole e ospedali cattolici, garantire le tasse ecclesiastiche e i beni materiali della Chiesa, negoziò diversi concordati con il Baden nel 1932, l'Austria nel 1933, la Regno di Jugoslavia nel 1935.
Come Segretario di Stato, fu spesso in viaggio sia con una serie di importanti missioni diplomatiche negli Stati Uniti nel 1936, sia con la partecipazione a una serie di congressi eucaristici in Ungheria e Argentina, o a manifestazioni religiose a Lourdes o Lisieux, viaggi che gli permisero, tra l'altro, di farsi conoscere dalle gerarchie cattoliche esterne alla Curia Romana.
Pacelli fu tra i primi prelati a usare l'aereo per i suoi spostamenti e per questo un giornale americano lo soprannominò il "cardinal volante".
Il Reichskonkordat del 1933
Il più discusso tuttavia fu quello firmato a Roma il 20 luglio 1933 con la Germania del cancelliere Adolf Hitler, il Reichskonkordat.
Il Reichskonkordat fu firmato dal cardinale segretario di stato Eugenio Pacelli, che in seguito divenne papa Pio XII, per conto di papa Pio XI e il vice cancelliere Franz von Papen a nome del presidente Paul von Hindenburg e del governo tedesco.
Fu ratificato il 10 settembre 1933 ed è in vigore da quella data in poi.
Questo concordato, che seguiva di pochissimi giorni la sigla del Patto a quattro, avvenuta sempre a Roma, fu particolarmente discusso in quanto insieme all'altro dava - pochi mesi dopo l'ascesa di Hitler al potere (30 gennaio 1933), la fine di ogni vita democratica in Germania e la proibizione di tutti i partiti politici, compreso quello cattolico del Centro (Zentrumspartei) - un ulteriore riconoscimento internazionale al regime nazista.
Il Concordato fu un importante primo successo della politica estera nazionalsocialista. L’obbiettivo della Germania era quello di indebolire la posizione influente della Chiesa cattolica, che era apparsa molte volte critica nei confronti del nazionalsocialismo negli ultimi anni della repubblica di Weimar.
L’articolo 16, ad esempio, stabilisce che quando i vescovi entrano in carica sono tenuti a prestare giuramento di lealtà al governatore o al presidente del Reich tedesco istituito secondo la costituzione.
Il trattato prevede inoltre che tutto il clero si astenga dal lavorare in e per i partiti politici.
Il Vaticano invece sperava che il Concordato avrebbe protetto la chiesa cattolica, nel Reichskonkordat l’impero tedesco infatti assicurò alla Chiesa cattolica in Germania l’autonomia interna e la distribuzione senza ostacoli dei loro scritti, garantiva la libertà di confessione e il suo esercizio pubblico e proteggeva anche la proprietà della chiesa e delle scuole confessionali cattoliche.
Le organizzazioni ecclesiali dovevano limitarsi a compiti religiosi, culturali e di beneficenza.
Già nell’autunno del 1933 divenne chiaro che il Reich tedesco non avrebbe rispettato l’accordo. Negli anni che seguirono, le associazioni cattoliche e la stampa furono esposte a una serie di misure restrittive del governo.
Dal 1935 al 1937 questi aumentarono fino alla persecuzione dei religiosi cattolici.
In ogni caso il Reichskonkordat, malgrado le apparenti garanzie per la Chiesa e i fedeli tedeschi, fu sistematicamente violato dai nazisti e Pacelli stesso inviò 55 note di protesta per la violazione da parte del Reich nel periodo 1933-1939: la Chiesa cattolica nella Germania nazista avrebbe lamentato di dover agire in condizioni difficili.

Mit brennender Sorge e la condanna del nazismo
Questo tentativo fallito di venire a patti con il nazismo condusse Pio XI a stilare un'ammonitoria enciclica nel 1937, dal titolo Mit brennender Sorge (Con viva preoccupazione).
Le violazioni naziste dell’accordo iniziarono quasi subito e si intensificarono in seguito portando alla protesta della Chiesa anche nell’enciclica del Mit brennender Sorge del 1937 di Papa Pio XI redatta dall’allora segretario di stato Eugenio Pacelli.
Nei Paesi occupati dai tedeschi, durante la seconda guerra mondiale, rischiava la condanna a morte chi veniva trovato in possesso di una copia della Mit brennender Sorge (‘Con bruciante preoccupazione’), il documento vaticano di condanna del razzismo.
L’enciclica di Pio XI, letta a sorpresa il 21 marzo 1937, Domenica della Palme, da tutti i pulpiti della Germania, era diretta contro i principi e le pratiche del neopaganesimo nazista.
Il Papa, a nome della Chiesa universale, espresse nei confronti del regime hitleriano la prima condanna ufficiale.
Il titolo era inequivocabile: ‘Sulla situazione della Chiesa cattolica in Germania’, e denunciava energicamente le violazioni della dignità umana e quelle incessanti da parte del regime del Concordato firmato nel 1933, definendo la persecuzione religiosa come una «guerra di sterminio».
Chi dell’esaltazione del popolo e della razza o della deificazione dello Stato faceva norma di ogni valore «tradisce - scriveva Pio XI - e falsifica l’ordine delle cose voluto da Dio».
Nel documento, concordato anche con il Segretario di Stato Eugenio Pacelli, esperto di problemi della Germania, dove era stato nunzio, su richiesta dei prelati non figurarono le parole ‘nazionalsocialismo’ e ‘Hitler’, per evitare maggiori frizioni: ma il contesto non si prestava a equivoci.
Il testo dell’enciclica venne redatto in tedesco da Eugenio Pacelli.
Le varie diocesi, segretamente, ne fecero stampare oltre 300 mila copie da tipografie di fiducia e la Domenica delle Palme se ne dette lettura nelle chiese, suscitando risonanza mondiale e la rabbia di Hitler e dei suoi, che si ritennero beffati.
Vennero chiuse diverse tipografie, numerosi sacerdoti furono arrestati e vennero ripresi i processi pubblici contro i religiosi.
L’elezione al pontificato
Il 2 marzo 1939, esattamente ottant’anni fa Eugenio Pacelli viene proclamato pontefice con il nome di Pio XII. Si apre un pontificato lungo, che attraversa anni difficili ed è caratterizzato da luci e ombre.
Sin da giovanissimo entra al servizio della Santa Sede nella Congregazione degli Affari straordinari, prima come sottosegretario e poi segretario.
Nel 1917 inizia la sua esperienza internazionale: nominato nunzio apostolico in Baviera, assolve varie missioni in Germania, concludendo diversi accordi.
L’anno dei Patti lateranensi, nel 1929, succede a Pietro Gasparri come segretario di Stato di papa Pio XI.
Comincia una stretta collaborazione con il pontefice, che lo porterà a succedergli in seguito alla sua morte, appunto nel 1939.
Si ritrova da subito ad affrontare una situazione internazionale drammatica e a guidare la barca di Pietro nel corso del secondo conflitto mondiale e nella delicata fase di ricostruzione postbellica.
Il pontificato durante la Seconda guerra mondiale
Papa Pio XII guidò la Chiesa cattolica in un periodo terribile per la storia dell’umanità. Nel corso del suo pontificato (1939-58), infatti, l’Europa e il mondo conobbero gli orrori della Seconda guerra mondiale e lo sterminio di sei milioni di ebrei.
Durante il conflitto Pio XII assunse un atteggiamento di imparzialità e neutralità, che corrispondeva alla linea tradizionale assunta dalla Chiesa di Roma già durante la Prima guerra mondiale.
Alla guida della Chiesa alla vigilia della guerra, Pio XII lanciò appelli per la pace nel marzo e nell’agosto del 1939 e, poco dopo l’inizio del conflitto, condannò l’invasione russo-tedesca della Polonia.
Questa linea di condotta era imposta, tra l’altro, dal diretto coinvolgimento di nazioni cattoliche sugli opposti fronti di guerra e dalla volontà di non danneggiare o aggravare la situazione delle popolazioni coinvolte.
«Nulla è perduto con la pace, tutto può esserlo con la guerra».
Pio XII incoraggiò la creazione di organismi assistenziali che facevano capo direttamente o indirettamente alla Santa Sede e che portavano aiuto ai prigionieri, alle popolazioni civili, ai bisognosi.
Di grande efficacia fu l’ufficio informazioni sui prigionieri di guerra e, subito dopo il conflitto, la Pontificia commissione di assistenza dei reduci.
L’impegno profuso in difesa di Roma, che fu dichiarata città aperta per preservarla dalle devastazioni del conflitto, accrebbe il prestigio e l’autorevolezza morale del papa che si mostrava sensibile ai drammi della popolazione, come in occasione della visita al quartiere S. Lorenzo dopo il bombardamento alleato (luglio 1943).
Il 28 dicembre 1939 Pio XII si recò in visita al Quirinale per incontrare Vittorio Emanuele III re d’Italia.
Era la prima volta che un papa rimetteva piede al Quirinale dopo quasi settant’anni: da quando, nel 1870, Pio IX si era ritirato in Vaticano dopo l’arrivo in città dell’esercito italiano.
La visita aveva dunque un significato simbolico: dopo la firma degli accordi tra lo Stato italiano e la Chiesa (1929), il papa desiderava uscire dai confini del suo piccolo Stato e rinnovare il suo rapporto con Roma.
Il tema del silenzio e la Shoah
Pio XII è stato un papa a lungo controverso per le polemiche, mai sopite, riguardo al comportamento tenuto dalla Chiesa cattolica nei confronti del nazismo e della Shoah durante la Seconda guerra mondiale.
Durante il conflitto Pio XII assunse un atteggiamento di imparzialità e neutralità, che corrispondeva alla linea tradizionale assunta dalla Chiesa di Roma già durante la Prima guerra mondiale.
Già durante il conflitto si levarono alcune voci critiche verso l’operato di Pio XII.
Gli veniva rimproverata una mancanza di perentorietà nel denunciare gli orrori della guerra e le atrocità commesse dai nazisti e, in particolare, la rinuncia a pronunciare una pubblica condanna dello sterminio degli Ebrei sul quale la Santa Sede disponeva di informazioni autorevoli, sebbene parziali.
Grazie allo scandalo prodotto dall’opera di Hochhuth l’attenzione della ricerca e dell’opinione pubblica veniva riportata sull’assenza di una ferma, ufficiale e precisa condanna del nazismo e dei suoi crimini da parte di Pio XII, in particolare dello sterminio degli ebrei.
Questo perché il papa favorì sempre soltanto l’espressione di una generica condanna della guerra e delle sue violenze, come riscontrabile negli interventi pubblici dell’epoca e nelle relative bozze preparatorie.
È, appunto, il cosiddetto tema del silenzio: a fronte dell’esplicito antisemitismo nazista e dei rapporti che arrivarono da diverse parti sulla deportazione e lo sterminio, la Chiesa cattolica decise di evitare esplicite e forti condanne di quanto stava avvenendo.
Alcuni storici hanno sostenuto che questo atteggiamento di riserbo fosse motivato dalla volontà di evitare peggiori mali alle vittime.
La posizione di Pio XII nei confronti del nazismo ha suscitato opinioni contrastanti, alcuni, tra cui molti ebrei, hanno denunciato il pontefice di ambiguità nei confronti del regime nazista nonostante ci siano diverse testimonianze di ebrei che hanno elogiato e ringraziato il Papa.
Le due narrazioni su Pio XII
Da allora, e per quasi cinquant’anni, il dibattito storiografico su Pacelli si è polarizzato tra i detrattori, da una parte, e gli estimatori, dall’altra.
I primi lo hanno identificato a più riprese come «the Hitler’s Pope», mentre i secondi, al contrario, lo hanno definito «il papa degli ebrei».
Si tratta delle due narrazioni contrapposte che Anna Foa ha distinto rispettivamente nella «leggenda nera» e nella «leggenda rossa» su Pio XII.
Paradossalmente, sottolinea Foa, la prima era nata nel mondo cattolico, mentre la seconda nel mondo ebraico.
I cattolici mettevano in evidenza, già da allora, l’assenza di una chiara presa di posizione del papa in merito allo sterminio degli ebrei proprio nel momento in cui al magistero universale di Roma sarebbe dovuto spettare il compito di far sentire con forza la propria voce.
Gli ebrei, invece, consideravano maggiormente dirimenti gli atti concreti di aiuto che erano stati messi in campo dalla Chiesa, a Roma come nel resto d’Europa in guerra.
La prima narrazione interpretava la non opposizione del Vaticano durante la Seconda guerra mondiale alle politiche naziste di sterminio come complicità o addirittura come appoggio.
La seconda narrazione, invece, sottolineava i risultati dell’aiuto concesso agli ebrei durante il conflitto, in grado di salvare, in vari modi, numerose vite.
In ogni caso, il Vaticano ha sempre considerato come prioritaria la neutralità diplomatica e inoltre le prime relazioni sul massacro in corso vennero accolte con un certo scetticismo, al quale può aver concorso la persistenza di sentimenti antigiudaici nella Curia.
Entrambe le narrazioni partivano però da un dato di fatto incontrovertibile, la cui comprensione lasciava spazio alle diverse interpretazioni.
Gli aiuti agli ebrei e la difesa di Roma
Sembrerebbe inoltre che durante l’occupazione tedesca di Roma, Pio XII diede segretamente istruzione al clero cattolico di salvare quante più vite umane possibili, con ogni mezzo.
Così salvò migliaia di ebrei italiani dalla deportazione.
A un certo punto, non meno di tremila trovarono scampo nella residenza papale di Castel Gandolfo, sfuggendo così alla deportazione nei campi di sterminio tedeschi.
Seguendo le dirette istruzioni di Pio XII, molti preti e monaci favorirono il salvataggio di centinaia di vite ebraiche.
È vero che il Papa non denunciò mai in pubblico le leggi antisemite e la persecuzione degli ebrei, ma alcuni storici hanno sostenuto che questo atteggiamento di riserbo fosse motivato dalla volontà di evitare peggiori mali alle vittime, il suo silenzio fu probabilmente un efficace approccio strategico volto a proteggere più ebrei dalla deportazione.
La protesta pubblica avrebbe inoltre impedito alla Chiesa di svolgere il lavoro nascosto di assistenza.
Si possono ricordare due episodi significativi: la pubblicazione dell’enciclica nel 1937 da parte di Pio XI dal titolo Mit Brennender Sorge (con grande preoccupazione) la cui bozza fu proprio scritta da Pio XII, allora Segretario di Stato, essa conteneva una forte denuncia contro il nazionalsocialismo e il razzismo.
Il secondo episodio significativo è del 1942: l’Olanda era occupata dai nazisti che cominciarono la deportazione degli ebrei.
In tutte le chiese cattoliche in Olanda venne letta una lettera di protesta pubblica.
Come conseguenza la deportazione degli ebrei venne accelerata.
Ma la discussione è ancora aperta.

La polemica de Il vicario
L’inizio della querelle può essere fatto risalire all’apparizione dell’opera teatrale Il vicario (Rolf Hochhuth, 1963), pubblicata in Italia nel 1965 da Feltrinelli e allestita da Gian Maria Volonté, prima di venire censurata, in cui Pio XII veniva esplicitamente accusato di complicità con lo sterminio nazista.
Dal testo teatrale è stata presa ispirazione per il film Gavras, Kōnstantinos, Amen, Renn Productions - Canal Plus - Katharina, K.G. Productions, Francia - Germania - Romania, 2002, 132′.
Le polemiche costrinsero il Vaticano a reagire con forza: da una parte Paolo VI dette il via alla pubblicazione degli undici volumi degli Atti e documenti della Santa Sede relativi al periodo della II Guerra Mondiale (1965-1981), a cura di una commissione di storici gesuiti; dall’altra intraprese il processo di beatificazione e canonizzazione di Pio XII.
Pio XII e la guerra
Gli archivi vaticani e la ricerca storica
Nel marzo 2019 papa Francesco annunciava l’apertura ai ricercatori degli archivi del pontificato di Pio XII (1939-1958).
L’apertura, lungamente attesa, veniva effettivamente resa operativa il 2 marzo 2020, riportando al centro della riflessione degli storici la figura controversa di papa Pacelli e riaccendendo vecchi dibattiti su un periodo storico di passaggio per la storia della Chiesa cattolica e preludio delle successive grandi trasformazioni prodotte dal Concilio Vaticano II (1962-1965).
La documentazione prodotta in diciannove anni di pontificato, più l’attività della nunziatura è sterminata: si contano sedici milioni di documenti, duemilacinquecento fascicoli conservati in quindicimila buste.
Nel 1965 è stata pubblicata una “sintesi” della documentazione in dodici volumi: "Actes et documents du Saint Siege relatifs à la Seconde guerre mondiale".
Solo allora attraverso un accurato studio delle carte si potranno verificare e constatare determinate posizioni di Pio XII.
In realtà, ben prima dell’annuncio da parte di papa Francesco, Eugenio Pacelli era stato oggetto di studio grazie all’apertura dei documenti relativi al pontificato di Pio XI (1922-1939), avvenuta tra il 2003 e il 2006.
È questo un periodo fondamentale per comprendere il futuro papa Pio XII, poiché Pacelli, divenuto uomo di fiducia di Ratti, venne nominato prima nunzio apostolico in Germania (1917-1929) e poi Segretario di Stato vaticano (1930-1939).
Gli anni della guerra sono stati i più studiati dagli storici, ma in realtà non è possibile comprendere pienamente la figura e il pensiero di Pio XII se non li si analizza nella loro continuità e/o discontinuità con i papati precedenti e successivi.
La ricerca sui documenti inediti, unita alla consultazione dei documenti originali e non solo degli estratti contenuti negli Atti, unita alla possibilità di seguire il percorso di un documento, bozze, correzioni, appunti, riflessioni, lettere, ecc., di cui finora si conosceva solamente l’ultima versione resa pubblica, sta permettendo di ricostruire i pregiudizi, i percorsi alla base di una decisione non presa, gli schemi di pensiero e il retroterra culturale degli uomini e delle donne della macchina amministrativa della Chiesa.
Il “doppio registro” di Pio XII
L’antisemitismo all’epoca di Pacelli non era per la Chiesa una questione dirimente.
L’attenzione di Roma si concretizzava principalmente sul tentativo di rinnovare la sua visione della politica internazionale e il suo ruolo nel contesto dei grandi conflitti ideologici in corso.
In questo quadro, la questione di chi, e come, condannare o sostenere nell’arena internazionale e in Italia era legata a doppio filo alla battaglia contro il pericolo rappresentato dal comunismo e dall’Unione Sovietica, battaglia che ispirò sia l’azione di Pio XI che di Pio XII, prima, durante e dopo la fine della guerra, ad esempio con la scomunica dei comunisti del 1949.
È quello che si può definire il doppio registro di papa Pio XII.
Da una parte un pontefice pienamente consapevole dei cambiamenti che stavano avvenendo a livello sociale ed economico in Italia e in Europa, un papa che tentò di utilizzare gli strumenti della modernità - si pensi all’utilizzo di radio, fotografia e cinema, o alla grande importanza accordata all’Azione cattolica, vero e proprio contraltare cristiano ai partiti di massa - per ridefinire la posizione internazionale della Chiesa.
Dall’altra parte un papa ancora fortemente legato alla tradizionale cultura religiosa antimoderna e anti-laica del secolo precedente, teso alla protezione dei privilegi del papato universale ad ogni costo, anche a quello di un accordo con i regimi reazionari in chiave anticomunista.
Il dopoguerra e il rapporto con il comunismo
Nel dopoguerra Pio XII vide nel comunismo la grande minaccia rivolta alla civiltà cristiana e alla Chiesa, e nel 1949 il Sant’Uffizio promulgò una dichiarazione che escludeva dai sacramenti i cattolici iscritti ai partiti comunisti.
Morì a Castel Gandolfo nel 1958 in un’epoca di grandi trasformazioni.
Paradossalmente, la recente apertura degli archivi ha ridato voce anche agli apologeti di Pio XII, che almeno a partire dai primi anni duemila avevano intrapreso un percorso di riabilitazione di Pacelli.
Si tratta in molti casi di lavori dal taglio giornalistico o di ricerche provenienti dall’accademia vaticana, spingendo soprattutto sui temi della modernità del pontificato pacelliano.
In alcuni casi, si è tentato di utilizzare il Vaticano II, simbolo di rinnovamento, per illuminare a posteriori anche Pacelli e per accelerare la sua causa di canonizzazione.
La complessità storica della Chiesa cattolica
Nonostante il ritardo causato dall’esplosione della crisi pandemica, oggi cominciano ad apparire i primi risultati delle nuove ricerche che, giustamente, non si stanno concentrando esclusivamente sulla figura di Pio XII, ma su un più ampio ventaglio di attori e dinamiche che possano concorrere a definire le linee d’azione del Vaticano.
Come è stato segnalato, l’approccio sensazionalistico ai nuovi documenti disponibili, da una parte e dall’altra, non facilita la comprensione della Chiesa cattolica come organismo complesso, in cui l’ambiguità, l’ambivalenza e anche le contraddizioni di fronte alla catastrofe della Seconda guerra mondiale hanno fatto tutte parte della stessa organizzazione.
Per superare la dicotomia su Pio XII espressa dalle due visioni contrapposte di «papa nero» e di «papa rosso», sarà dunque utile concentrare le ricerche sulla profonda complessità storica del cattolicesimo, spostando l’attenzione da Pacelli papa all’organismo Chiesa cattolica, ai suoi personaggi ed ai suoi eventi più o meno minori, a lungo oscurati dall’ingombrante Pastor angelicus.