La preghiera sulla risurrezione di Lazzaro conduce a contemplare Gesù come «la risurrezione e la vita» e invita ogni credente a riconoscere le proprie ferite, affidarle al Signore e lasciarsi chiamare fuori dai sepolcri interiori.
Il brano evangelico di Giovanni 11,1-45 presenta la malattia e la morte di Lazzaro, l’amore di Gesù per l’amico, il dolore delle sorelle, la professione di fede di Marta e la parola potente con cui Gesù richiama Lazzaro alla vita: «Lazzaro, vieni fuori!». La preghiera offre tre momenti contemplativi sul brano evangelico di Giovanni 11,1-45.
Il significato della risurrezione di Lazzaro
La successione dei testi evangelici proposti dalla liturgia nelle domeniche di Quaresima nell’anno A, va compresa di una prospettiva battesimale che ne diventa anche la chiave di lettura. E siamo così giunti alla nostra domenica, in cui ci viene proposto il vangelo della risurrezione di Lazzaro, rivelazione del potere del Figlio di Dio sulla morte e rivelazione pertanto che nel battesimo non solo si adempie il desiderio umano, non solo è donato al credente uno sguardo nuovo, quello della fede, per vedere il mondo nella sua verità, ma la vita stessa dell’uomo viene ricreata e fatta nuova.
Il battesimo ci rigenera e fa di noi figli di Dio. Con questa domenica giungiamo all’ultima tappa del nostro itinerario quaresimale prima di entrare, domenica prossima, nella settimana santa, nei giorni centrali del tempo cristiano, giorni nei quali, ancora una volta, ci immergeremo negli eventi della passione-morte-resurrezione del Signore nostro Gesù Cristo.
Il testo evangelico di questa domenica ci narra della resurrezione di Lazzaro, l’amico di Gesù: è un testo molto lungo e conosciuto e noi cercheremo di leggerlo mettendolo in continuità con gli altri testi letti e meditati in questa quaresima. Dopo i brani della samaritana e del cieco dalla nascita, che ci hanno rivelato Gesù acqua viva e luce del mondo, la quinta domenica di Quaresima ci presenta il racconto della risurrezione di Lazzaro, il settimo segno o miracolo narrato da san Giovanni, l’ultimo e il più portentoso, quello che rivela Gesù signore della vita e della morte.
All’inizio del vangelo (1,4) Giovanni definisce Gesù luce e vita. Il racconto della guarigione del cieco nato è la drammatizzazione del tema Gesù luce, il racconto di Lazzaro è la drammatizzazione del tema Gesù vita. La scelta di Giovanni di raccontare questo episodio, che appare unicamente nel Vangelo che porta il suo nome, e non è citato negli altri Vangeli, ha un significato più profondo, simbolico e profetico.
L’importanza del racconto di Lazzaro è già suggerita dal posto che occupa nel complesso della trama evangelica: fa da cerniera fra la prima e la seconda parte. Dall’esame di questa centralità risulta anche il suo significato globale: la prefigurazione della risurrezione di Gesù. La risurrezione di Lazzaro è l’episodio che, da una parte, fa precipitare il dramma, convincendo le autorità che è necessario condannare a morte Gesù (11,53); dall’altra, è l’episodio che rivela il significato profondo e sorprendente della sua morte.
Si può dire che il racconto di Lazzaro occupa nel vangelo di Giovanni un posto analogo al racconto della trasfigurazione nella tradizione sinottica: prima di affrontare la passione, Gesù offre ai discepoli disorientati un anticipo della risurrezione, per mostrare loro il significato profondo e inatteso della Croce. Gesù sta ormai percorrendo l’ultimo tratto di strada, ma su questo cammino splende la risurrezione di Lazzaro come una promessa: la morte non è la fine, né la sua né la nostra.
Dal desiderio umano alla fede
Che cosa derivi dall’incontro con il mistero di Cristo ci è stato mostrato nelle due successive domeniche rispettivamente dal vangelo della samaritana (Gv 4,5-42) e da quello del cieco nato (Gv 9,1-41). La condizione dell’uomo è segnata dal desiderio, dall’attesa, dall’aspirazione a una pienezza di vita mai compiutamente raggiunta.
La risposta al desiderio è Gesù stesso, l’acqua che disseta ogni nostra aspirazione e, ancor più, diventa in noi «sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna» (Gv 4,14), così da diventare noi stessi dono di vita per gli altri. L’incontro con Gesù non solo è fonte che disseta la nostra sete di vita, ma è anche luce che ci permette di illuminare noi stessi e il mondo intorno a noi, uscendo dalle tenebre dell’incomprensione e dell’errore.
Innanzitutto va notato che ci sono alcuni elementi che ritornano in tutte e tre le narrazioni di Giovanni 4, Giovanni 9 e Giovanni 11: Gesù incontra qualcuno (la samaritana, il cieco nato, le sorelle di Lazzaro), dialoga con costoro per giungere a rivelarsi come il Cristo, il Figlio dell’uomo, la Resurrezione e la Vita.
Si passa gradualmente da un evento quotidiano e umanissimo a una rivelazione cristologica: Gesù è l’acqua viva e il Messia, la luce del mondo e il Signore, la resurrezione e la vita, ma questo passaggio non è automatico, richiede un atto di fede da parte di coloro che Gesù incontra, atto di fede che nasce dallo scoprirsi conosciuti, visti e amati dal Signore.
Gesù, Lazzaro e l’amicizia
Il racconto che abbiamo ascoltato inizia con alcune frasi che ci fanno entrare, per così dire, nella vita privata di Gesù, nei suoi sentimenti. Gesù aveva degli amici e questi non erano nella cerchia ristretta dei Dodici o nel gruppo appena più ampio che lo seguiva, tra cui un ruolo significativo avevano alcune donne, come riferisce l’evangelista Luca (cfr. Lc 8,2-3), ma erano i componenti di una famiglia di Betania, nella cui casa Gesù probabilmente alloggiava quando andava a Gerusalemme, due sorelle e un fratello: Marta, Maria e Lazzaro.
Che li legasse a Gesù un vincolo di amicizia lo dice il vangelo nelle parole messe in bocca alle sorelle nel messaggio che inviano a Gesù per informarlo della malattia di Lazzaro: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato» (Gv 11,3). L’espressione che la nostra traduzione rende con “colui che tu ami” ha dietro di sé un verbo greco che non è agapáō ma philéō, il verbo che esprime l’affetto dell’amicizia. Si sarebbe potuto tradurre anche: “Signore, ecco, il tuo amico è malato”.
Tutto inizia dunque come un dramma familiare, una nube che viene a offuscare la serenità di affetti consolidati. Il grande e prodigioso segno che in seguito avverrà, il culmine dei segni compiuti da Gesù, che erano cominciati a Cana di Galilea (cfr. Gv 2,1-11), si innesta in un contesto di umana quotidianità, la malattia di un amico; una sofferenza che più volte ci ha toccati tutti da vicino.
Nella quotidianità delle nostre relazioni e delle nostre condizioni di vita, nelle vicende gioiose e tristi dei nostri giorni, si manifesta la presenza di Dio e della sua grazia. San Giovanni sottolinea che Marta, Maria e Lazzaro erano amici di Gesù. Frutto di questa reciproca familiarità, le sorelle inviano un messaggio al Maestro per informarlo che il fratello si è ammalato.
Il ritardo di Gesù e il mistero della gloria
La reazione di Gesù di fronte all’annuncio della malattia di Lazzaro è stupefacente. Ci si aspetterebbe che egli si precipiti accanto agli amici e, invece, egli indugia per ben due giorni prima di muoversi. Sconcertano, a prima vista, anche le parole che egli pronuncia: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato» (Gv 11,4).
Egli che è la luce, come afferma in seguito, non capisce che la malattia di Lazzaro porterà alla morte dell’amico? Ma Gesù vuole dirci altro, e cioè che nella sofferenza di Lazzaro, che comporta pure la sua morte, si dovrà compiere un mistero in cui si rivelerà il dominio di Gesù sulla morte, il suo potere di vincere la morte e dare la vita.
Sarà la rivelazione su Gesù e quindi la fede in lui a portare a Lazzaro la salvezza e la vita. Che questo sia possibile è spiegato dalla frase che segue immediatamente le parole di Gesù: «Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro» (Gv 11,5).
Questa volta la traduzione è precisa, perché il verbo greco che sta dietro alla parola “amava” è proprio il verbo agapáō, il verbo che indica l’amore che ha la sua sorgente in Dio. Qui si va oltre l’amicizia: quel che Gesù si appresta a fare è espressione di come egli si pone verso tutti, anche verso di noi, che quindi possiamo aspettarci che Gesù vinca la morte anche per noi.
Con queste parole Gesù innalza l’avvenimento terreno, umano, al piano di un’intenzione di Dio: la direzione dell’avvenimento non è verso l’oscurità della morte, ma verso la speranza. La malattia di Lazzaro è destinata a diventare luogo di rivelazione, un luogo in cui la potenza di Dio e del Figlio si manifesterà come vittoria sulla morte.
La risurrezione di Lazzaro porterà Gesù alla morte di croce, che in termini giovannei si chiama, appunto, «glorificazione». In quest’ottica, la Resurrezione di Lazzaro diventa come e più degli altri miracoli una dimostrazione da parte di Gesù della ragione della Sua presenza nel mondo, una dichiarazione d’intenti che diventa anche un messaggio da parte di Dio.
La luce che guida nel pericolo
Questo amore spinge Gesù a mettere in pericolo sé stesso, a recarsi dove è certo che subirà ostilità, là dove avevano già cercato di lapidarlo. Sono passati due giorni, il tempo perché la malattia evolva nella morte, e Gesù dice: «Andiamo di nuovo in Giudea!» (Gv 11,6).
Per un poco il racconto perde di vista Lazzaro e mette in evidenza che la decisione di Gesù possa portare alla sua morte. Certamente egli è cosciente che va a collocarsi in un ambiente che gli è ostile, come lo sono le tenebre, ma Gesù esorta i discepoli a riconoscere in lui la luce in grado di vincere ogni tenebra, e questo può accadere purché la presenza di Gesù prenda posto nel loro cuore.
Al contrario di chi camminando nella notte inciampa «perché la luce non è in lui» (Gv 11,10), occorre che lui, la luce, sia in noi. Gesù si rivela qui come il pastore modello che non teme di esporsi al pericolo per salvare gli amici (10,11).
La narrazione di Giovanni si gioca sull’alternanza di stasi e movimento: Gesù alla notizia della malattia di Lazzaro sta fermo due giorni nel luogo dove si trovava, poi decide di andare da lui; Marta va incontro a Gesù, poi va a chiamare sua sorella Maria, la quale era ferma in casa ma, saputo che Gesù è venuto, gli va incontro.
Nel frattempo Gesù “non era ancora entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta gli era andata incontro” (Gv 11,30); poi Gesù si reca al sepolcro e lì grida a Lazzaro: “vieni fuori!” e costui esce con i piedi e le mani ancora avvolti nelle bende; infine Gesù ordina di liberarlo e di lasciarlo andare.
Gesù non ha fretta di andare da Lazzaro perché sa che le ore del giorno sono dodici, ovvero sa discernere il tempo necessario per il manifestarsi delle opere di Dio, ma sta fermo anche per suscitare il movimento di Marta e di Maria verso di lui, per trarle fuori dal luogo del loro dolore, come più tardi trarrà fuori il loro fratello dal sepolcro in cui giaceva.
La morte come sonno e la fede dei discepoli
A questo punto torna in gioco la situazione di Lazzaro. Dice Gesù: «Lazzaro, il nostro amico, si è addormentato; ma io vado a svegliarlo» (Gv 11,11). Ne nasce un’incomprensione da parte dei discepoli che non capiscono che Gesù, con le parole “dormire” e “svegliare”, intende parlare di morte e risurrezione.
Lo stesso era accaduto quando Gesù aveva risuscitato la figlia di Giàiro (cfr. Mc 5,38-42). Il potere di Dio di far rinascere dalla morte rende la morte una condizione provvisoria agli occhi di Gesù, nulla più di un sonno.
La frase («Lazzaro si è addormentato») può essere fraintesa, e difatti i discepoli la fraintendono. Pensano al sonno del riposo, mentre Gesù pensa alla morte. Per Lui la morte è un sonno.
Infine Gesù svela qual è lo scopo di quanto sta accadendo: la fede dei discepoli. Questo era accaduto all’apertura del libro dei segni, a Cana di Galilea, dove l’acqua era stata mutata in vino perché i discepoli credessero (cfr. Gv 2,11).
Lo stesso accade in quest’ultimo segno prima della Passione: «Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate» (Gv 11,14-15). Il segno che Gesù compirà dovrà suscitare nei discepoli la fede in lui come sorgente di vita.
I segni ci sono dati non come rimedi alle fragilità della condizione umana, che fragile sempre resterà finché è nel tempo - un giorno anche la vita temporale di Lazzaro avrà un termine -, ma come rivelazioni che aprono alla fede. La morte per Gesù non è definitiva, come aveva già lasciato capire con la metafora del sonno. Il paradosso morte/gioia annuncia la vittoria della vita.
Marta: dalla richiesta alla professione di fede
La scena successiva vede il colloquio tra Gesù e Marta, la sorella di Lazzaro. È un colloquio nella fede, ma di una fede che Gesù deve purificare e completare. Marta, infatti, si pone di fronte a Gesù pronta a riconoscere in lui un intermediario potente di fronte a Dio, da cui si può attendere qualche gesto che venga a lenire il dolore degli umani.
Marta non sa in che modo questo potrà accadere, dal momento che la morte è già intervenuta a stroncare la vita del fratello, ma può dire a Gesù: «So che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà» (Gv 11,22). Che cosa ci si possa attendere non è chiaro, ma a Gesù, alla sua amicizia, ci si affida.
La risposta di Gesù va ben oltre le attese della donna: «Tuo fratello risorgerà» (Gv 11,23). Marta tenta di ricondurre questa parola di Gesù dentro i termini della sua visione di fede, quella comune tra i farisei del tempo come anche tra la gente comune: la fede nella risurrezione dei morti alla fine dei tempi.
La troviamo così codificata nella seconda delle Diciotto Benedizioni, la preghiera per eccellenza del giudaismo del I secolo: «Tu, o Signore, sei potente in eterno perché dai la vita ai morti». Gesù non nega questa fede, ma chiede che Marta riconosca in lui la sorgente stessa della vita e la garanzia della vita eterna per chi crede.
«Io sono la risurrezione e la vita»
«Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno» (Gv 11,25-26).
Ad attirare la nostra attenzione sono anzitutto le prime parole, “Io sono”, cioè il nome con cui Dio si era rivelato a Mosè dal roveto ardente (cfr. Es 3,14). L’essere di Dio, di cui Gesù partecipa in quanto Figlio, viene poi specificato come forza di vittoria sulla morte, “risurrezione”, e come sorgente di “vita” eterna.
Gesù ha il potere di dare la vita, e la vita che egli comunica vince ogni morte e proietta l’uomo nell’eternità. Per questo merita che crediamo in lui. Gesù chiede a Marta di condividere questa fede, e lei lo fa con i titoli con cui la Chiesa dei primi tempi esprimerà la sua fede in Gesù:
«Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo» (Gv 11,27).
Queste parole di Gesù costituiscono il cuore del dialogo e vanno perciò analizzate con cura: «Io sono la risurrezione e la vita: Chi crede in me, anche se morto vivrà. Chiunque vive e crede in me, non morirà mai» (11,25-26).
Al centro di queste parole c’è la persona di Gesù, il cui significato di salvezza («Io sono.») è posto all’inizio, quale unica ragione che sostiene le due affermazioni successive, in ciascuna delle quali il riferimento alla sua persona è ulteriormente ribadito («in me»).
La fede è posta in forte rilievo, come condizione unica e irrinunciabile («chi crede in me. chiunque vive e crede in me»). È sotteso un contrasto tra la vita dell’uomo senza Cristo e la vita in Cristo.
Punto di partenza è la vita terrena (senza Cristo), il cui destino naturale è la caducità, idea questa richiamata dai due cenni alla morte: «anche se muore» e «non morirà». Ma a questa vita segnata dalla caducità viene aperta, nella fede in Cristo, una nuova possibilità. Nella fede la frontiera della morte può essere superata («anche se muore, vivrà»). Nella fede la vita presente acquista già una forza nuova: «non morirà mai».
Maria, il dolore e le lacrime di Gesù
Il successivo incontro di Gesù, quello con Maria, l’altra sorella di Lazzaro, che gli va incontro con quanti erano andati a consolare le due donne in lutto, non aggiunge nulla dal punto di vista dell’annuncio della fede in Gesù. Apre invece un nuovo spiraglio nei sentimenti di Gesù.
Sembra che egli si faccia partecipe del dolore di Maria e di quanti sono con lei: «Si commosse profondamente […], molto turbato» (Gv 11,33). Quel che viene reso in italiano come “commozione profonda”, più esattamente è “collera”, “indignazione”.
Gesù non tollera le condizioni in cui il male prende il sopravvento sull’uomo, la morte in modo particolare; la sua è una forte reazione contro ciò che umilia l’uomo fino ad annientarlo. Colui che ha il potere della vita non può accettare il trionfo della morte; per questo, di lì a poco, agirà.
Ma, insieme all’indignazione di fronte alla morte, atteggiamento che Gesù riproporrà al momento in cui raggiungerà il sepolcro (cfr. Gv 11,38), egli ci appare anche interiormente “turbato”, partecipe del dolore che lo circonda, al punto che subito dopo condividerà le lacrime di Maria e degli altri, vicino al cuore sofferente degli uomini e alla loro miseria: «Gesù scoppiò in pianto» (Gv 11,35).
San Giovanni aggiunge che “Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro” (v. 5). E più avanti, con il versetto più breve della Bibbia, afferma che Gesù si commosse e “scoppiò in pianto” (v. 35). Questo affetto del Signore ha sempre destato lo stupore dei santi e il loro desiderio di ricambiare.
Altre lacrime Gesù versa nei racconti evangelici; le narra l’evangelista Luca e riguardano il futuro di Gerusalemme, la distruzione della città santa: «Alla vista della città pianse su di essa» (Lc 19,41).
La preghiera di Gesù al Padre
Gesù, dopo quattro giorni dalla morte dell’amico, finalmente giunge al sepolcro di Lazzaro, per compiere il miracolo che lo riporterà in vita. È ancora l’indignazione contro il male, contro il potere della morte, che muove Gesù verso il sepolcro, ma, una volta giunto là e aver ottenuto che venisse rimossa la pietra, le parole che egli rivolge al Padre ci offrono il significato del suo agire:
«Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato» (Gv 11,41-42).
Quella di Gesù non è una preghiera con cui rivolge una petizione al Padre perché lo esaudisca. Gesù è una cosa sola con il Padre, egli vive con lui un ascolto reciproco perché non ha altro desiderio che la volontà del Padre.
Egli sa che il Padre vuole la vita degli uomini e il gesto che il Figlio sta per compiere su Lazzaro è un segno di questa volontà. Le sue parole non sono quindi per stabilire un legame tra lui e il Padre che c’è sempre, ma servono a rivelare tutto questo a quanti gli sono attorno e, nel miracolo che sta per compiersi, devono riconoscere in lui il Figlio di Dio, inviato dal Padre a portare la vita agli uomini.
Altrettanto importanti sono quindi le parole che Gesù dice poco prima a Marta: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?» (Gv 11,40). Solo chi crede in Gesù e ne riconosce il potere di dare la vita coglie la presenza di Dio nel mondo, la rivelazione del suo volto, la sua gloria.
«Lazzaro, vieni fuori!»
«Lazzaro, vieni fuori!»: poche parole ma efficaci, poche parole ma sufficienti per donare vita a chi giaceva nel regno dei morti. Gesù è la parola uscita dalla bocca di Dio, parola che tutto crea e rinnova, come nel primo mattino del mondo, parola carica di spirito e vita, parola che rende liberi, come ci narra la visione di Ezechiele.
“Vi farò uscire dai vostri sepolcri” dice il Signore in Ez 37,12 e nel vangelo Gesù grida all’amico: “Lazzaro, vieni fuori!”. Parola di liberazione come quella che condusse Israele fuori dalla terra di schiavitù, parola che dona vita rimettendo in cammino, in movimento: i figli d’Israele usciranno dai loro sepolcri come Lazzaro esce dalla grotta in cui era stato deposto.
Una volta aperto il sepolcro, Gesù grida: “Lazzaro, vieni fuori!” (v. 43). Lazzaro è la forma greca del nome ebraico Eleazar, che significa aiuto di Dio. Lazzaro diventa il preludio di ciò che è annunciato da Gesù: “è venuto il momento, ed è questo, in cui i morti udranno la voce del Figlio di Dio, e quelli che l’avranno ascoltata, vivranno” (Gv 5,25).
Il potere di Dio di far rinascere dalla morte rende la morte una condizione provvisoria agli occhi di Gesù, nulla più di un sonno. Lazzaro ode la voce di Gesù ed esce dal sepolcro.
Gesù viene a incontrarci nelle nostre valli di morte, viene a liberarci dai lacci del male con la sua parola potente, viene a prendere su di sé il peso delle nostre infermità e a rimetterci in cammino conducendoci per mano verso pascoli di vita e libertà.
La sua parola disseta la nostra sete, apre i nostri occhi e da vita ai nostri corpi mortali perché è parola carica del suo spirito creatore. A noi di nutrirci di questa parola come del nostro pane quotidiano che ci dà forza per riprendere ogni giorno il nostro cammino dietro a lui che è la nostra Vita.
Le bende da sciogliere
Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberàtelo e lasciàtelo andare». Il comando rivolto ai presenti mostra che la vita ricevuta da Lazzaro deve diventare libertà concreta.
Gesù ha potere sulla morte perché lo ha anche sul peccato, che ne è la causa. Per questo, in qualche modo, le bende che legano e avvolgono Lazzaro rappresentano non soltanto i legami dello sheol, ma anche quelli del peccato.
Il gesto di Gesù che risuscita Lazzaro mostra fin dove può arrivare la forza della Grazia di Dio, e dunque fin dove può arrivare la nostra conversione, il nostro cambiamento. Non c’è alcun limite alla misericordia divina offerta a tutti.
Il Signore è sempre pronto a sollevare la pietra tombale dei nostri peccati, che ci separa da Lui, la luce dei viventi. Fissiamo la nostra attenzione su un particolare: Gesù non interviene direttamente su Lazzaro, ma si avvale della mediazione di altri perché lo sleghino.
In questi collaboratori possiamo vedere simbolizzati anche i ministri che nella Chiesa assolvono dai peccati. La parola di Gesù è parola di liberazione e di vita nuova in Lui.
Una preghiera comunitaria in tre momenti
La preghiera offre tre momenti contemplativi sul brano evangelico di Giovanni 11,1-45. I protagonisti del brano: Gesù, Lazzaro e le sorelle, i Giudei e la gente, ci mettono in contatto con temi forti che toccano la nostra vita quotidiana: amicizia, condivisione, malattia, solidarietà, vita, morte, risurrezione.
Introduzione
Canto: Gloria a te, Parola vivente.
Momento di silenzio e adorazione.
Preghiera insieme
Credo, mio Dio, di essere dinanzi a te che mi guardi ed ascolti le mie preghiere. Tu sei tanto grande e tanto santo: io ti adoro. Tu mi hai dato tutto: io ti ringrazio. Tu sei stato tanto offeso da me: io ti chiedo perdono con tutto il cuore. Tu sei tanto misericordioso: io ti domando tutte le grazie che vedi utili per me.
Invocazione allo Spirito
Ad ogni invocazione rispondiamo in canto con il ritornello Spirito Santo vieni, da ripetere ogni strofa pregata dalla solista.
1L. Spirito santo che procedi dal Padre e dal Figlio, tu sei in noi, parli in noi, preghi in noi, operi in noi. Ti preghiamo di fare spazio alle tue parole, alla tua preghiera, alla tua intelligenza in noi perché possiamo conoscere il mistero della volontà di Dio nella storia.
Ritornello: Spirito Santo vieni.
1L. Non ti chiediamo di avere accesso a questo mistero quasi per poterci vantare di una nostra scienza e intelligenza dei tempi, ma unicamente per operare in maniera degna del Signore, per poterci dedicare più totalmente al servizio del nome e della gloria del nostro Signore Gesù Cristo.
Ritornello: Spirito Santo vieni.
Primo momento: «Colui che tu ami è malato»
Ciascuno di noi è colui che Gesù ama e ciascuno di noi è malato, ferito. In Lazzaro e nel cuore di Gesù c’è ognuna di noi, ogni uomo e donna del nostro tempo.
In questo prima parte della preghiera, contempliamo l’amore di Gesù per l’amico Lazzaro, e in lui, l’amore per ognuno di noi. Un amore tale da mettere in gioco la propria vita “fino alla fine”.
Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 11,1-16)
2L. In quel tempo, un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella, era malato. Maria era quella che cosparse di profumo il Signore e gli asciugò i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato. Le sorelle mandarono dunque a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato».
All’udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava.
Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!». I discepoli gli dissero: «Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?».
Tempo di silenzio e di incontro con la Parola.
Preghiera
C. Dio Padre, tu che hai manifestato la tua compassione nel pianto di Gesù per l’amico Lazzaro, guarda oggi ognuna di noi, penetra nel nostro profondo. Donaci di riconoscere le nostre malattie interiori, di saperli chiamare per nome.
Svegliaci dalle nostre sensazioni di morte, dai nostri “dormiveglia spirituali”. Tu che sei il Dio della vita rendici creature nuove in Te.
Secondo momento: «Se tu fossi stato qui»
I nostri se, i nostri ma, la nostra fiducia vacillante in Cristo. Una fede sempre messa alla prova e un Dio che ogni giorno ci rinnova il suo amore, fino a dare la vita per noi!
In questo secondo momento, contempliamo con Marta e Maria, la nostra risposta di fede all’amore paziente e attento di Gesù, una fede vacillante, sempre incerta e sempre da rinnovare.
Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 11,17-31)
3L. Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. Betània distava da Gerusalemme meno di tre chilometri e molti Giudei erano venuti da Marta e Maria a consolarle per il fratello.
Marta dunque, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà».
Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà».
Tempo di silenzio e di confronto con la Parola.
Canto: Grida forte il mio nome.
Terzo momento: «Vieni fuori»
Una Parola di salvezza rivolta a Lazzaro, a Marta, a Maria, a noi. Siamo chiamati a uscire dal nostro sepolcro e andare incontro alla vita, alla storia, da risorti in Lui!
In questa terza parte della preghiera contempliamo la commozione di Gesù dinanzi al pianto delle sorelle di Lazzaro e dei Giudei. La forza della parola di Gesù «Lazzaro, vieni fuori» è salvezza per lui e per ognuno di noi. Parola di liberazione e di vita nuova in Lui.
Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 11,32-45)
4L. Quando Maria giunse dove si trovava Gesù, appena lo vide si gettò ai suoi piedi dicendogli: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!».
Gesù allora, quando la vide piangere, e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente e, molto turbato, domandò: «Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». Gesù scoppiò in pianto.
Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo amava!». Ma alcuni di loro dissero: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?».
Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni».
Dopo un tempo di silenzio e di preghiera con la Parola si invitano i partecipanti a condividere un’espressione o una frase della Parola che ci ha colpito maggiormente e che si desidera portare nel cuore e nella vita.
Preghiera
C. Sei entrato nel mio dolore. Forse non l’hai capito tutto. Ma c’è stata tale partecipazione nei tuoi gesti, tale tenerezza nei tuoi silenzi, tale profondità nel tuo rispetto che - e solo ora me ne accorgo - sei stato tu il muro di sostegno che ha retto la mia vita nel suo momento più difficile, l’appiglio cui mi sono aggrappato nell’attimo della vertigine, la sponda che ha guidato la corrente amara del mio cuore.
Sei stato un amico vero. E qualunque cosa mai accada della nostra amicizia, ora tu fai parte della mia storia intimamente, sei inscritto nella carne della mia esistenza e nulla ti potrà mai cancellare. Grazie Signore Gesù, fa’ che non lo dimentichiamo mai.
Preghiera personale davanti al sepolcro
Credo in te, Signore, mia risurrezione e mia salvezza, fonte della vera libertà. Dal mio buio, dal mio nulla tu mi chiami alla vita.
Apri il mio sepolcro, Signore, chiamami alla vita con te! Toglimi la pietra dal cuore. Grida forte il mio nome, Gesù!
Grida forte il mio nome, Gesù! Grida forte il mio nome, Gesù!
Vieni in me, Signore, spezza le catene del timore, scioglimi le ali dell’amore. Con la voce del mio pianto grido a te la mia preghiera.
Apri il mio sepolcro, Signore, chiamami alla vita con te! Toglimi la pietra dal cuore. Grida forte il mio nome, Gesù!
Grida forte il mio nome, Gesù! Grida forte il mio nome, Gesù!
Intercessioni e benedizione
Brevi preghiere spontanee: di ringraziamento, richiesta di perdono, di intercessione per noi e per la Chiesa.
Ad ogni preghiera rispondiamo: Donaci di vivere in te, Signore.
Padre nostro.
Benedizione.
Canto finale.
Credere in Gesù è credere nella vita. È la fede che al termine del vangelo viene riassunta dall’evangelista in una formula in cui i titoli cristologici sono illustrati proprio con il potere di Gesù di dare la vita: «Questi [segni] sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome» (Gv 20,31).
La sua parola ci chiama a uscire dalla schiavitù alla libertà, dalla morte alla vita e questo al prezzo della sua vita, come ricorderemo e rivivremo nei giorni santi che ormai sono alle porte del nostro cammino quaresimale.

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