Le strade di Madre Teresa conducono innanzitutto a Calcutta, nei luoghi in cui la miseria estrema, la malattia, la solitudine e l’abbandono diventano un appello concreto all’amore. Ma il suo cammino non si ferma alle periferie dell’India: ella invita tutti a scoprire i poveri anche nelle nostre famiglie, nelle nostre comunità e accanto a noi.
Madre Teresa ha scelto di unire la sua vita a quella di Gesù con un legame nuziale ed ha scelto di amarlo e di servire il suo sposo nei più poveri tra i poveri. Ella invita tutti ad imitarla, non andando tra le strade di Calcutta o di chissà quale periferia del pianeta, ma scoprendo attorno a noi, nelle nostre stesse famiglie, le tante povertà esistenti.
Il segreto di una vita donata
Quale segreto il suo? Lo stesso di tutti i santi! Un’adesione totale al progetto di Dio, un abbandono alla sua volontà, un sì detto e rinnovato ogni giorno, un procedere lento nella strada della santità. Un cammino semplice, così lei stessa amava definirlo, semplice sì, ma non per questo facile!
Semplice perché alla portata di tutti (il Signore ama tutti, tutti chiama a sé ed a tutti dà l’aiuto necessario), ma non facile perché non privo di fatica (Lui è esigente e si aspetta che ognuno dia il massimo di se stesso)!!! Spesso Madre Teresa diceva che “la santità non è un privilegio per pochi, ma è una necessità per tutti” e che per raggiungerla basta fare piccole cose, ma con grande amore!
Cos’è una goccia? Quasi nulla, ma l’oceano non è forse fatto da tante gocce? Questa donna, definita santa ancora in vita, era talmente straordinaria da indurci a pensare di poterla solo ammirare, ma non imitare, perché era speciale, unica, ma lei stessa ci ricordava spesso che ogni essere chiamato all’esistenza è altrettanto speciale ed unico!
La vita di questa donna che si era posta l’obiettivo di essere “apostola della gioia” deve essere una lezione per tutti, è un invito a non aver paura, a rispondere con fiducia alla domanda d’amore di un amante appassionato.
Moti Jihl: la strada dove tutto diventò concreto
A Moti Jihl madre Teresa mise i piedi - quei suoi piedi deformati da fatica e chilometri fino a diventare tutt’uno coi poveri sandali - per la prima volta il 21 dicembre 1948 e aprì subito una scuola per bambini. Lei che era maestra.
In India la chiamano “slum”, parola intraducibile usata per indicare i luoghi più ignobili, dove vivono ammassate un numero imprecisabile di persone in condizioni indicibili. Lì nessun censimento è possibile. Le case non esistono. Ci sono tentativi di baracche che galleggiano nel fango.

Il primo istinto che assale, con un groppo alla gola, è di scappare via. Gli occhi di quei disperati che ti fissano mettono paura. È la paura dell’enormità del dolore, della tua insufficienza a trovare risposte.
Lo sguardo finisce per ruotare attorno, atterrito, e il primo pensiero è che tra poco sarai - finalmente - fuori da quella fogna puzzolente a cielo aperto dove si rincorrono bambini, topi e cani. Ma non si sa chi rincorre chi.
Non me le levo dalla mente quelle persone che rantolavano, si contorcevano in mezzo alla “strada”. E mentre pensi che presto, grazie a Dio, stai per andartene da quell’inferno che odora di morte, quel briciolo di coscienza che hai messo all’angolo ti fa notare che quella gente a Moti Jihl - come nelle troppe Moti Jihl del mondo - ci resta, ci “sopravvive”.
Ci muore. E male, ci muore molto male. Chissà come si chiamava, e se aveva un nome per gli uomini, quel ragazzo, in realtà di età indefinibile, che improvvisamente aveva smesso di gemere.
Si era accartocciato su se stesso, restando immobile. Non aveva reagito più neppure quando le mosche si erano posate sulle sue piaghe. Madre Teresa decise di restare a Moti Jihl, anche “solo” per dare dignità a chi muore tra le mosche.
Lì ho “capito” madre Teresa, non certo con le domande di un’intervista. Moti Jihl spazza via in un istante le caricature sdolcinate di madre Teresa, quelle frasette che spopolano sui social: era una donna forte, estremamente forte. Decisa. Dura. Sì, dura.
La paura, la fuga e il ritorno
Anche lei ha dovuto confrontarsi, come tutti noi facciamo quotidianamente, con i suoi limiti, ha avuto paura. Raccontava che la prima volta che si scontrò con la triste realtà della miseria più assoluta nelle strade di Calcutta, non poté fare a meno di scappare correndo per sfuggire a quella situazione che avrebbe voluto cancellare dalla propria memoria, ma prima di arrivare all’angolo della strada successiva si fermò, tornò indietro e si prese cura di quella donna che aveva causato il suo ribrezzo.
Un giorno, mentre ero nei quartieri poveri di Calcutta e stavo per ritornare nella mia stanza, ho visto una donna che giaceva sul marciapiede. Era debole, sottile e magrissima, si vedeva che era molto malata e l’odore del suo corpo era così forte che stavo per vomitare, anche se le stavo solo passando vicino.
Sono andata avanti e ho visto dei grossi topi che mordevano il suo corpo senza speranza, e mi sono detta: questa è la cosa peggiore che hai visto in tutta la tua vita. Tutto quello che volevo in quel momento, era di andarmene via il più presto possibile e dimenticare quello che avevo visto e non ricordarlo mai più.
E ho cominciato a correre, come se correre potesse aiutare quel desiderio di fuggire che mi riempiva con tanta forza. Ma prima che avessi raggiunto l’angolo successivo della strada, una luce interiore mi ha fermata.
E sono rimasta lì, sul marciapiede del quartiere povero di Calcutta, che ora conosco così bene, e ho visto che quella non era l’unica donna che vi giaceva, e che veniva mangiata dai topi. Ho visto anche che era Cristo stesso a soffrire su quel marciapiede.
Mi sono voltata e sono tornata indietro da quella donna, ho cacciato via i topi, l’ho sollevata e portata al più vicino ospedale. Ma non volevano prenderla e ci hanno detto di andarcene via.
Abbiamo cercato un altro ospedale, con lo stesso risultato, e con un altro ancora, finché non abbiamo trovato una camera privata per lei, e io stessa l’ho curata. Da quel giorno la mia vita è cambiata.
Da quel giorno il mio progetto è stato chiaro: avrei dovuto vivere per e con il più povero dei poveri su questa terra, dovunque lo avessi trovato.
Creek Lane e l’inizio della missione
Non sono scappato invece da casa di Michael Gomes, al civico 14 di Creek Lane, viuzza popolosa nel centro di Calcutta. Ho voluto fortemente conoscerlo e lui sì, anche con il suo stile discreto, mi ha fatto “capire” ancora di più madre Teresa.
È stato proprio Michael a donare a Teresa nel 1947 il secondo piano della casa dove è poi sempre vissuto, lì a Creek Lane. Ma a dirla tutta, a Teresa lui ha offerto quanto aveva di più prezioso, ben più del secondo piano di casa: sua figlia Magdalena e sua nipote - morta giovanissima assistendo i poveri per strada - sono entrate nelle Missionarie della carità, attratte dalla testimonianza che hanno visto da vicino.
Questa è gente di pochi convenevoli ma di tanta, tanta concretezza. Senza attendere la mia, scontata del resto, risposta lo vidi salire svelto su per una scala di legno con i passamano in ferro, piuttosto elegante. Lì nulla era cambiato: quei gradini sono stati consumati anche dai sandali di Teresa.
A Creek Lane è vissuta dal febbraio 1947 al febbraio 1953. Da Michael era inimmaginabile avere chissà quale indiscrezione, anche perché di indiscrezioni da confidare non ce n’erano: «Andava tutto il giorno a servire i poveri per strada e pregava tanto, pregava sempre.
Non aveva nulla, solo una cassetta che le faceva da sedia e scrivania, un sari di ricambio, un quaderno con la penna, il Vangelo, un’immagine della Madonna e un’immagine del sacro cuore di Gesù».
La prima Missionaria della Carità
Il ricordo più bello di quegli anni? Per Michael nessun dubbio: «Il 19 marzo 1949, per san Giuseppe, bussò alla porta una ragazza. Si chiamava Subashini Das.
Era stata alunna di Teresa nel prestigioso collegio St. Mary. La sua famiglia era ricca, il suo sari era tessuto con stoffa di prima qualità. Eppure quella ragazza non esitò un istante a cambiarlo con il poverissimo sari bianco orlato d’azzurro cucito personalmente da Teresa.
Per l’India è stata semplicemente una rivoluzione. Scelse di chiamarsi Agnese, il nome di battesimo di Teresa. Era la prima missionaria della carità.
Il racconto di Michael si fermava puntualmente qui. Altrimenti le lacrime di commozione avrebbero preso il sopravvento perché avrebbe dovuto dire che la seconda missionaria della carità si chiamava Magdalena Gomes - sua figlia - e che per trovare la porta di Teresa aveva dovuto solo salire una rampa di scale, con un elegante passamano di ferro.
Una strada fatta di incontri personali
Negli inizi a Calcutta ripeteva alle consorelle e alle autorità: «Non sono d’accordo con il fare le cose in grande. Per noi ciò che importa è l’individuo.
Per poter amare una persona, dobbiamo entrare in stretto contatto con lei. Se aspettassimo di raggiungere molta gente, non ci raccapezzeremmo più e non saremmo mai in grado di manifestare amore e rispetto per la singola persona.
Possiamo amare soltanto una persona alla volta, servire soltanto una persona alla volta. Credo nel rapporto a tu per tu: per me ognuno rappresenta Cristo e, poiché c’è un solo Gesù, quella persona in quel momento è l’unica al mondo».
Quel gesto che tutti le hanno visto fare milioni di volte era unire le mani nel segno della preghiera e portarle alla fronte, facendo un leggero cenno col capo. E sì, madre Teresa ti guardava negli occhi - Pier Paolo Pasolini nel 1961 scrisse che quella suora «quando guarda “vede”» - e ti stringeva le mani, come se al mondo ci fossi soltanto tu.
Non aveva bisogno di presentazioni. Però avvertivi immediatamente la sensazione di poter avere con lei la confidenza di una madre, una sorella, che comprende tutto, che comprende sempre.
Chi sono davvero i poveri
Per lei la definizione di povertà è ampia: «i più piccoli dei miei fratelli sono i solitari e gli affamati, non solo di cibo ma della parola di Dio, gli ignoranti e gli assetati, ma non solo d’acqua, ma anche di conoscenza, pace, verità, giustizia e amore.
I non amati e gli ignudi, non solo di vestiti, ma anche di dignità umana, i non desiderati, i bambini non nati, chi viene discriminato per motivi razziali, i senzatetto, i derelitti - non solo chi non possiede un rifugio di mattoni, ma chi ha bisogno di un cuore che lo capisca, lo protegga, lo ami.
I malati, i bisognosi moribondi e i prigionieri, non solo nel corpo ma anche nella mente e nello spirito: tutti quelli che hanno perso qualsiasi speranza e fede nella vita, gli alcolizzati e i tossicodipendenti e tutti quelli che hanno perso Dio (per loro Dio era, e invece Dio è) e che hanno perso ogni speranza nel potere dello Spirito».
Chi sono i poveri? Sicuramente ci sono tanti poveri che oggi soffrono la fame, la miseria, non hanno una casa, soldi per sopravvivere; ma una povertà più grande presente ancora oggi è la povertà di chi non si sente amato, desiderato, conosciuto, compreso.
L’essere umano ha sete di dignità. Bisogna accogliere la tenerezza dell’altro con tenerezza, sapendo che siamo tutti degli esseri feriti, vulnerabili e fragili.
Questa piccola grande donna ha avuto occhi per vedere i poveri ed in ciascuno di loro, fino all’estremo delle sue forze, ha amato il suo Sposo. «Nel volto dei miseri» disse all’indomani della sua scomparsa Giovanni Paolo II, «Madre Teresa ha riconosciuto quello di Gesù.
Ha fatto sentire agli sconfitti della vita la tenerezza di Dio, Padre amorevole di ogni creatura».
«Ho sete»: la sorgente della carità
Nelle Case della carità fondate da Madre Teresa in tutto il mondo accanto al Crocifisso c’è una scritta “ho sete” proprio per ricordare la sete d’amore di Colui che per un folle amore ha donato la sua vita per un ogni uomo.
Nel silenzio della contemplazione, Madre Teresa sentiva risuonare il grido di Gesù sulla croce: “Ho sete”. Questo grido in fondo al cuore, la spingeva sulle strade di Calcutta e di tutte le periferie del mondo, alla ricerca di Gesù, nel povero, nell’abbandonato, nel moribondo.
Madre Teresa insiste particolarmente sul silenzio nella preghiera. Testimonierà sempre che la fecondità della sua azione e di quella delle sue sorelle, viene dall’ora quotidiana di adorazione davanti al Santissimo Sacramento.
Madre Teresa ha sempre unito l’Eucarestia e il servizio ai poveri. Dall’Eucarestia andava ai poveri e dai poveri andava all’Eucarestia.
Quando il segretario delle Nazioni Unite la presentò all’ONU definendola “la donna più potente della terra” Madre Teresa risposte dicendo: Io sono soltanto una suora che prega e aggiunse, pregando, Gesù mette il suo amore nel mio cuore e io vado a portarlo ai poveri di tutto il mondo, ai poveri che incontro.
Quando ci accostiamo alla preghiera necessariamente deve nascere in noi il bisogno di vivere e fare la carità. Attraverso la preghiera, quando entriamo in comunione con Dio, nasce in noi il desiderio di incontrarLo e servirlo attraverso le persone che incontriamo.
Senza Dio siamo troppo poveri per aiutare i poveri. Anche Maria dopo l’annuncio dell’angelo, nel momento in cui in lei si è accesa nel grembo la presenza di Gesù non si è fermata ma ha sentito dentro di lei il bisogno di uscire e di andare da Elisabetta a servire.
Il Vangelo di Matteo e il volto di Gesù
Questo passo del vangelo di Matteo dove viene presentato il giudizio universale, riassume in un certo senso la vita di una grande santa del nostro tempo: Santa Teresa di Calcutta che ha dato la sua vita per i poveri di tutto il mondo.
L’elenco presente nel vangelo di Matteo che enumera affamati, assettati, forestieri, nudi, malati, carcerati richiama le opere di misericordia che ogni uomo è chiamato a seguire nella sua vita.
Ciò che colpisce in questo brano è che il giudice, il re, si considera lui stesso il destinatario di tali azioni: “ogni volta che avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”.
L’aiuto portato o rifiutato al povero è aiuto prestato o rifiutato a Gesù stesso. Il Figlio dell’Uomo, il Re, è solidale con i poveri, si identifica in loro.
Madre Teresa ripeteva spesso che i poveri prima di tutto hanno bisogno di Dio, del Suo amore reso visibile da persone che vivono accanto a loro, le quali nella semplicità della loro vita esprimono e fanno emergere la forza dell’amore cristiano.
Dio si serve di tante strade e di infiniti strumenti per raggiungere il cuore delle persone. Madre Teresa sosteneva: “Certo, i poveri si avvicinano a noi anche perché stiamo distribuendo loro il cibo, ma ciò di cui hanno veramente bisogno va oltre il piatto caldo o il panino che offriamo.
I poveri hanno bisogno delle nostre mani per essere risollevati, dei nostri cuori per sentire di nuovo il calore dell’affetto, della nostra presenza per superare la solitudine. Hanno bisogno di amore, semplicemente.
Ma allo stesso tempo i poveri ci salvano perché ci permettono di incontrare il volto di Gesù Cristo”.
Dall’Eucaristia all’azione
L’amore può generare miracoli davvero inimmaginabili e straordinari. L’invito di Madre Teresa per tutti noi è di amare senza stancarci. Essere sempre delle lampade accese per tutti coloro che incontriamo nella nostra vita.
Le gocce d’olio che tengono accese le lampade, sono le piccole cose della vita quotidiana: la fedeltà, una parola gentile, un pensiero per gli altri, il nostro modo di guardare, di parlare, di agire nelle situazioni della vita.
Non bastano le opere di carità, se manca la carità delle opere. Se manca l’amore da cui partono le opere, se manca la sorgente, se manca il punto di partenza che è l’eucaristia, ogni impegno pastorale risulta solo una girandola di cose.
Dobbiamo essere dei contempl-attivi, con due t, cioè della gente che parte dalla contemplazione e poi lascia sfociare il suo dinamismo, il suo impegno nell’azione.
Ma alzarsi da tavola come ha fatto Gesù significa anche un’altra cosa. Significa che da quella tavola ci dobbiamo alzare: significa che non si può star lì a fare la siesta; che non è giusto consumare il tempo in certi narcisismi spirituali che qualche volta ci attanagliano anche nelle nostre assemblee.
La fede la consumiamo nel perimetro delle nostre chiese e lì dentro siamo anche bravi; ma poi non ci alziamo da tavola, rimaniamo seduti lì, ci piace il linguaggio delle pantofole, delle vestaglie, del caminetto; non affrontiamo il pericolo della strada.
Bisogna uscire nella strada in modo o nell’altro: c’è uscito anche Giuda, «ed era notte» (Gv. 13,30). Dobbiamo alzarci da tavola.
Le strade della misericordia
L’incontro di Gesù con sua madre deve spingerci a farci madri di quelli che soffrono, madri piene di compassione e di amore. Soprattutto nei confronti dei giovani, spesso alienati e disorientati: dobbiamo essere presenti e offrire loro la nostra comprensione quando si sentono respinti dagli altri.
Ogni nostra offerta, ogni nostro gesto concreto di aiuto e di amore nei confronti dei poveri e dei diseredati, ci rende partecipi dell’aiuto di Gesù agli ultimi, ci trasforma in autentici Cirenei.
Siete autentici Cirenei quando vi caricate della croce e seguite Gesù, aiutandolo a portare la sua croce. Il gesto della Veronica che asciuga il sudore di Cristo diventa il gesto di ognuno di noi quando condividiamo le sofferenze di quanti vivono prostrati nella solitudine e si sentono respinti dagli altri e dal mondo.
Dobbiamo abbandonare l’orgoglio che ci fa gettare uno sguardo distratto sugli altri e proseguire per la nostra strada, ed essere presenti al fianco del prossimo, per tergere il dolore dalla sua fronte.
Gesù è vivo e presente in tutti coloro che hanno fame non solo di cibo, ma anche di amore e di affetto e noi dobbiamo essere presenti al loro fianco, aiutandoli a rialzarsi con i nostri gesti concreti di solidarietà.
Nell’invitarci a essere suoi discepoli, a prendere la sua croce e a seguirlo, Gesù ci invita anche a dargli da mangiare in tutti coloro che hanno fame, a vestirlo in tutti quanti non hanno di che coprirsi, a dargli un tetto in tutti quanti non hanno una casa, e a trattare tutti gli uomini come fratelli.
Come lui, nel portare la croce di tutti al Golgota, cadde una terza volta per ognuno di noi, così noi dobbiamo essere pronti a incontrarlo in ogni essere umano che ci si fa incontro.
La povertà dentro casa
Questa è la fame che voi e io dobbiamo trovare, potrebbe stare nella nostra stessa casa. Come la povertà arriva proprio a casa nostra, dove trascuriamo di amarci.
Forse nella nostra famiglia abbiamo qualcuno che si sente solo, che si sente malato, che è preoccupato, e questi sono giorni difficili per tutti. Ci siamo, ci siamo per accoglierli, c’è la madre ad accogliere il figlio?
Sono stata sorpresa di vedere in occidente tanti ragazzi e ragazze darsi alle droghe, e ho cercato di capire perché, perché succede questo, e la risposta è: perché non hanno nessuno nella loro famiglia che li accolga.
Padre e madre sono così occupati da non averne il tempo. I genitori giovani sono in qualche ufficio e il figlio va in strada e rimane coinvolto in qualcosa.
Attraverso i nostri sguardi liberi dal giudizio, attraverso le nostre braccia pronte ad accogliere, dona loro la forza necessaria per costruirsi, con il Tuo aiuto, un futuro migliore.
Gesù, aiutaci ad andare oltre, fuori da noi stessi, per riconoscerti presente e servirti nelle povertà dei nostri fratelli.
Una vita semplice e una grande eredità
Che eredità ha lasciato? Materialmente solo due sari bianchi bordati d’azzurro, la bacinella necessaria per lavarli con regolarità, un paio di sandali, una tazza, un piatto di metallo, gli utensili fondamentali e semplice biancheria da letto, questo infatti è tutto ciò che possiede ogni Missionaria della Carità.
La sua eredità spirituale però è grandissima e universale, compresa ed apprezzata da genti di tutte le fedi ed anche di nessuna.
La sua vita, prima ancora delle sue parole hanno saputo risvegliare innumerevoli gesti di generosità in persone dalle provenienze più svariate; per non parlare delle oltre 4000 suore, 400 frati, circa 3 milioni di volontari e oltre 750 istituti caritatevoli sparsi in quasi 150 paesi dei cinque continenti che continuano la sua opera unendo come lei ha fatto concretezza e trascendenza, grazie soprattutto alla preghiera che aiuta a trovare “il giusto equilibrio tra Terra e Cielo”.
Possiamo davvero imparare tanto dalla vita di questa piccola matita di Dio come lei stessa amava definirsi. Anche il cardinale Angelo Comastri, arciprete della Basilica Vaticana, che ha incontrato più volte Madre Teresa dà una bellissima definizione circa la sua persona, la definisce come “una finestra dalla quale Dio si è affacciato e ha sorriso all’umanità ed ha seminato speranza”.
Se le finestre sono chiuse non solo non lasciamo entrare Dio, ma impediamo la Sua azione. Se siamo umili, generosi, altruisti apriamo le finestre e nel mondo qualcosa cambia.
Madre Teresa diceva che l’unica valigia che porteremo con noi quando moriremo sarà la valigia della carità.
La strada della gioia e del servizio
Spesso Madre Teresa diceva che “la santità non è un privilegio per pochi, ma è una necessità per tutti” e che per raggiungerla basta fare piccole cose, ma con grande amore! L’amore può generare miracoli davvero inimmaginabili e straordinari.
Quando il segretario delle Nazioni Unite la presentò all’ONU definendola “la donna più potente della terra” Madre Teresa risposte dicendo: Io sono soltanto una suora che prega.
Se potessimo solo ricordarci che Gesù mi ama, e ho l’opportunità di amare gli altri come Lui ama me, non nelle grandi cose, ma nelle piccole cose con grande amore, allora la Norvegia diventerebbe un nido d’amore.
La vita di questa donna che si era posta l’obiettivo di essere “apostola della gioia” deve essere una lezione per tutti, è un invito a non aver paura, a rispondere con fiducia alla domanda d’amore di un amante appassionato.
Per questo desidero concludere con una sua preghiera a me particolarmente cara: “Non permettere mai che qualcuno venga a te e vada via senza essere migliore e più contento.
Sii l’espressione della bontà di Dio. Bontà sul tuo volto e nei tuoi occhi Bontà nel tuo sorriso e nel tuo saluto.
Ai bambini, ai poveri e a tutti coloro che soffrono nella carne e nello spirito, offri sempre un sorriso gioioso. Dai a loro non solo le tue cure ma anche il tuo cuore.”