La nuova regola di «non di solo pane» nella liturgia dell’evento del 15 mette in relazione il nutrimento materiale, la Parola di Dio, l’Eucaristia e la comunione ecclesiale. Il pane non viene rifiutato, ma riconosciuto nella sua pienezza: l’uomo ha bisogno del cibo quotidiano, ma vive anche della parola che esce dalla bocca di Dio.
Questa prospettiva invita a leggere l’evento non come una semplice distribuzione di alimenti, ma come un’azione liturgica nella quale ascolto, condivisione, memoria e partecipazione diventano un unico gesto. La mensa del pane e la mensa della Parola appartengono alla stessa esperienza di fede, perché la comunione con Cristo conduce alla comunione tra le persone.
Il significato di «non di solo pane»
“Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”. Così è anche nell’esperienza originaria di ogni cucciolo d’uomo. Il bambino impara a gustare le parole perché lascia vuota la bocca dal cibo. Se mangia non può parlare!
L’assenza di cibo apre il tempo della Parola. Rimane - anzi diventa ancora più intensa - la relazione tra cibo e parola. Il cibo nutre perché è segno di “qualcuno” che mi nutre, mi vuole bene. Infatti, chi nutre il piccolo, mentre gli offre il cibo, naturalmente gli parla, con affetto e tenerezza.
Il cibo nutre perché ci parla. La parola ci parla perché ci nutre, perché quelle parole ci danno vita, nutrono il nostro bisogno di amore e di affetto. Ora non celebrare la mensa del pane condiviso mi sembra un’opportunità per nutrirci della Parola.
La formula «non di solo pane» non contrappone quindi il corpo allo spirito e non autorizza a ignorare la fame concreta. Gesù si preoccupa non solo della fame spirituale della gente ma anche di quella fisica. Non possiamo ignorare che, oltre alla fame della Parola, c'è pure una drammatica fame di pane nel mondo.
La Liturgia delle Ore come santificazione della giornata
Il canto di lode, che risuona eternamente nelle sedi celesti, e che Gesù Cristo Sommo Sacerdote introdusse in questa terra di esilio, la Chiesa lo ha conservato con costanza e fedeltà nel corso di tanti secoli e lo ha arricchito di una mirabile varietà di forme.
La Liturgia delle Ore, infatti, si è sviluppata a poco a poco in modo da divenire la preghiera della Chiesa locale. Essa si svolgeva in tempi e luoghi stabiliti, sotto la presidenza del sacerdote.
Era come una indispensabile integrazione di ciò che costituisce la sintesi di tutto il culto divino, cioè del sacrificio eucaristico, la cui straordinaria ricchezza faceva rifluire ed estendeva ad ogni ora della vita umana.
Ma poiché la Liturgia delle Ore è santificazione della giornata, l'ordinamento dell'orazione è stato riveduto in modo che le Ore canoniche possano più facilmente corrispondere alle varie ore del giorno, tenuto conto delle condizioni in cui si svolge la vita degli uomini del nostro tempo.
Perciò è stata abolita l'Ora di Prima. Le Lodi mattutine e i Vespri, che sono come i cardini di tutto l'Ufficio, assumono invece una grande importanza, poiché rivestono il carattere di vere preghiere del mattino e della sera.
L'Ufficio delle letture mentre conserva la caratteristica propria di preghiera notturna per coloro che celebrano le vigilie, si può adattare a qualunque ora del giorno. Per quanto riguarda le altre Ore, l'Ora media è stata ordinata in maniera tale che coloro i quali delle Ore di Terza, Sesta e Nona ne scelgono una sola, la possano armonizzare con il momento del giorno in cui la celebrano e nello stesso tempo non debbano tralasciare nulla del salterio distribuito nelle vane settimane.
La preghiera della Chiesa e la preghiera personale
Rinnovata dunque e restaurata completamente la preghiera della santa Chiesa secondo la sua antichissima tradizione, e tenuto conto delle necessità del nostro tempo, è davvero auspicabile che essa pervada profondamente, ravvivi, guidi ed esprima tutta la preghiera cristiana e alimenti efficacemente la vita spirituale del popolo di Dio.
Per questo abbiamo piena fiducia che lo spirito di quella preghiera che si deve fare «senza interruzioni»3 e che nostro Signore Gesù Cristo ha ordinato alla sua Chiesa, riprenda nuova vita.
La preghiera cristiana è anzitutto implorazione di tutta la famiglia umana, che Cristo associa a se stesso4, nel senso che ognuno partecipa a questa preghiera, che è propria dell'intero corpo. Questa perciò esprime la voce della diletta Sposa di Cristo, i desideri e i voti di tutto il popolo cristiano, le suppliche e le implorazioni per le necessità di tutti gli uomini.
Ma questa preghiera riceve la sua unità dal cuore di Cristo. Il nostro Redentore ha voluto infatti «che quella vita che aveva iniziato con le sue preghiere e col suo sacrificio, durante la sua esistenza terrena non venisse interrotta per il volgere dei secoli nel suo Corpo mistico, che è la Chiesa»5.
Avviene, perciò, che la preghiera della Chiesa è insieme «la preghiera che Cristo con il suo Corpo rivolge al Padre»6. Mentre dunque recitiamo l'Ufficio, dobbiamo riconoscere l'eco delle nostre voci in quelle di Cristo e quelle di Cristo in noi7.
Ma poiché la vita di Cristo nel suo Corpo mistico perfeziona ed eleva anche la vita propria o personale di ogni fedele, deve essere del tutto esclusa qualunque opposizione tra preghiera della Chiesa e preghiera privata; anzi, bisogna mettere in maggior rilievo e sviluppare più ampiamente i rapporti che esistono tra l'una e l'altra.
L'orazione mentale deve attingere inesauribile alimento dalle letture, dai salmi e dalle altre parti della Liturgia delle Ore. La stessa recita dell'Ufficio deve adattarsi, per quanto è possibile, alle necessità di una preghiera viva e personale, poiché, come è previsto in Principi e Norme, si possono scegliere i tempi, i modi e le forme di celebrazione che meglio rispondono alle condizioni spirituali degli oranti.
La Parola di Dio nella liturgia dell’evento
Perché questa caratteristica della nostra preghiera risplenda più chiaramente, è indispensabile che «quella soave e viva conoscenza della Sacra Scrittura»8 che emana dalla Liturgia delle Ore, rifiorisca in tutti, in modo che la Sacra Scrittura diventi realmente la fonte principale di tutta la preghiera cristiana.
Soprattutto la preghiera dei salmi, che senza interruzione accompagna e proclama l'azione di Dio nella storia della salvezza, deve essere compresa con rinnovato amore dal popolo di Dio.
Questa più estesa lettura della Sacra Bibbia, non solo nella Messa ma anche nella nuova Liturgia delle Ore, farà sì che venga continuamente ricordata la storia della salvezza e annunziata con grande efficacia la sua continuazione nella vita degli uomini.
Il tesoro della parola di Dio si effonde più copioso nel nuovo ciclo delle letture tratte dalla Sacra Scrittura disposto in modo da concordare con quello delle letture della Messa.
Le pericopi presentano in generale una certa unità di contenuto e sono state scelte in modo da riproporre nel corso dell'anno le fasi più importanti della storia della salvezza.
Secondo le norme stabilite dal Concilio Ecumenico, la prescritta lettura quotidiana delle opere dei santi Padri e degli Scrittori ecclesiastici è stata rinnovata in modo da proporre i migliori scritti di autori cristiani e specialmente dei santi Padri.
Il pane, la Parola e la comunità
Una delle novità più importanti che il concilio Vaticano II ha cercato di rinnovare è proprio che non si “assiste” alla messa, la si “celebra”. E tutti, in virtù del sacerdozio battesimale che abilita ogni cristiano a celebrare, sono soggetti attivi del culto che si celebra.
La comunione non è una devozione individuale che io intrattengo con il “mio” Dio. La comunione è diventare il corpo di Cristo che è la Chiesa, è lasciare che la Parola diventi carne, e la parola è sempre “relazione”, è indissociabile dai fratelli e dalle sorelle con cui e dai quali la ascolto e ai quali la rivolgo.
La comunità cristiana è il luogo in cui il Signore si manifesta e aggrega a sé nuovi membri. La fraternità francescana è porzione di questa esperienza di Chiesa.
L’unico pane di cui mangiano i credenti, cioè l’unico corpo di Cristo, li mette in una condivisione tanto stretta che essi possono sentirsi un solo corpo. Questo corpo è la Chiesa.
La Chiesa è un corpo unico armonizzato nelle sue diverse parti (confronta la celebre pagina di 1 Cor 12,12-26), non tanto perché le sue parti sono solidali le une con le altre, ma perché esse compongono il corpo di Cristo.
La celebrazione domestica della Parola
Così, abbiamo offerto uno strumento per vivere la domenica nelle case, che era semplicemente “mettere in tavola la Parola” per nutrirsi di essa. Non so quanti lo abbiano fatto, ma credo che sia stata una grande occasione: che le nostre tavole di casa diventino come l’altare sul quale si celebra, e la Parola il cibo che ci nutre a tavola.
Celebrare una liturgia della Parola in casa, nel caso di impossibilità di celebrare l’eucaristia in chiesa, dovrebbe essere la prassi ordinaria che nutre la nostra vita di credenti, nelle più diverse circostanze.
Questa è certo una buona pratica soprattutto per chi si trova solo in casa la domenica. Ma di per sé replica uno stile nel quale la Messa è quella che “celebra” il prete (che sia papa o meno), mentre il popolo di Dio “assiste”.
Per questo credo che una celebrazione domestica della Parola valga di più che una Messa ascoltata alla televisione!
L’Eucaristia come comunione e memoria
Fratelli, il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo? Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane. (1Cor 10,16-17)
Chi invece mangia la carne e il sangue di Cristo entra in comunione con Lui e con tutti coloro che mangiano insieme. Così risolvendo un problema della comunità di Corinto Paolo ci ha lasciato una delle più belle descrizioni dell’Eucarestia.
Francesco insiste nella Regola non bollata (XX) che è nella misericordia e nell’eucarestia che questa fraternità si rinnova nell’identità: “E così contriti e confessati [i frati] ricevano il corpo e il sangue del Signore nostro Gesù Cristo, con grande umiltà e venerazione, ricordando che il Signore dice: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna», e ancora: «Fate questo in memoria di me»” (FF 54).
La partecipazione alla mensa eucaristica ci deve portare ad un impegno coerente e creativo, perché ci sia pane sufficiente sulle mense di tutti; ci deve portare ad assumere uno stile di vita ‘eucaristico’, forti nella condivisione.
Dopo la moltiplicazione dei pani, Gesù fa una lunga catechesi (vedi tutto il capitolo di Gv 6), per portare la gente a non fermarsi al dono-regalo, ma a riconoscere, accogliere e seguire il Donatore. Egli non è solo uno che dà pane ma uno che si fa pane, pane spezzato per tutti: “Io sono il pane vivo disceso dal Cielo; Io sono il pane della Vita” (Gv 6,35).
La moltiplicazione dei pani e la logica della condivisione
La moltiplicazione dei pani è l'unico miracolo che viene raccontato da tutti i vangeli. Lo troviamo sei volte, addirittura, perché viene raddoppiato in Marco e Matteo.
Questo ci fa capire l'importanza che i primi cristiani hanno dato a questo evento, così sensazionale. Il capitolo 6 di Giovanni è particolarmente ricco e profondo dal punto di vista simbolico.
Al centro del racconto troviamo il “pane”, menzionato 21 volte (su 25 in tutto il vangelo di Giovanni). Nel sottofondo della narrazione, e del discorso che ne segue nella sinagoga di Cafarnao, troviamo il riferimento all'eucaristia.
Il segno che Gesù pone scaturisce dalla profonda commozione che Egli sente per la gente stanca, sbandata, senza pastore, affamata. Per Lui quella “grande folla” (v. 2.5) non è anonima, ha un volto, una dignità.
Sono figli e figlie nella casa del Padre, non schiavi. Sono tutti invitati a mensa: quindi li fa sedere.
Gesù introduce qui una logica nuova: compie il segno partendo dai cinque pani d’orzo (pane dei poveri) e dai due pesci che un ragazzo mette a disposizione (v. 9); rende grazie e incoraggia creativamente la condivisione e la distribuzione, fino ai più lontani, fino ad avanzarne (v. 12-13), sulla scia del miracolo compiuto dal profeta Eliseo.
Nel testo evangelico non appare il termine moltiplicazione, bensì l’atto della condivisione: la moltiplicazione abbondante operata da Gesù avviene e si prolunga durante e attraverso la condivisione.
Mai Gesù avrebbe compiuto il miracolo della moltiplicazione per soddisfare la cupidigia di alcuni soltanto; Egli vuole che la moltiplicazione arrivi a tutti attraverso il canale della condivisione.
La mensa di tutti e la responsabilità cristiana
Il Regno di Dio concerne la totalità della persona. Nella nostra mentalità perdura tuttavia una visione dualista della vita, una separazione tra la sfera spirituale e quella materiale.
La Chiesa non può estraniarsi dalle condizioni in cui vive l'umanità “caduta nelle mani dei briganti”!
La soluzione a questo scandalo vergognoso e umiliante non verrà da nuove moltiplicazioni cadute dal cielo, ma da decisioni nuove, programmi concordati, strategie globali per mettere in moto la solidarietà e la condivisione nelle sue varie forme.
Quando i figli siedono attorno alla stessa mensa e il pane viene condiviso equamente, cessano le contese e le guerre.
Gli mancano i cinque pani d'orzo e i due pesci, che noi ci ostiniamo a voler vendere, invece di condividerli!
Per la partecipazione alla mensa eucaristica, la regola di «non di solo pane» diventa dunque un criterio concreto: ricevere il dono, riconoscere il Donatore, condividere ciò che si possiede e lasciare che la Parola trasformi la vita comunitaria.
Le forme della Liturgia delle Ore
Come richiedeva la Costituzione Sacrosanctum concilium, fu tenuto conto delle condizioni in cui si trovano in questo nostro tempo i sacerdoti impegnati in attività pastorali.
L'Ufficio è stato disposto e ordinato in modo tale che essendo preghiera di tutto il popolo di Dio, possano prendervi parte non solo i chierici, ma anche i religiosi, anzi gli stessi laici.
L'introduzione di svariate forme di celebrazione rende ora la Liturgia delle Ore adattabile a persone di cultura a livelli diversi, dando la possibilità ad ognuno di adeguarla alla propria condizione e vocazione.
Perché poi nella celebrazione dell'Ufficio la mente meglio si accordi con la voce e la Liturgia delle Ore diventi veramente «fonte di pietà e nutrimento della preghiera personale»1, nel nuovo Libro delle Ore l'obbligo giornaliero è alquanto ridotto, ma la varietà dei testi è stata notevolmente aumentata.
Vi si offrono molti sussidi per la meditazione dei salmi, quali sono i titoli, le antifone, le orazioni salmiche, e vengono proposti momenti di silenzio da osservarsi secondo l'opportunità.
Alle Lodi mattutine sono state aggiunte le invocazioni, con le quali si esprime la consacrazione della giornata e si fanno suppliche per l'inizio del lavoro quotidiano.
Ai Vespri, invece, si fa una breve supplica strutturata come preghiera universale. Al termine poi di queste preghiere è stata ripristinata l'orazione domenicale.
La struttura dell’evento liturgico
La nuova regola può essere espressa attraverso una sequenza essenziale: ascoltare la Parola, riconoscere la fame, offrire ciò che si possiede, rendere grazie, condividere il pane e diventare comunità.
La celebrazione non è soltanto un momento nel quale si riceve qualcosa, ma uno spazio nel quale ogni partecipante è chiamato a entrare attivamente nella preghiera della Chiesa.
La stessa celebrazione, soprattutto quando una comunità si raduna a questo scopo, esprime la vera natura della Chiesa orante, e risplende come suo segno meraviglioso.
La celebrazione dell’evento del 15 può quindi assumere una forma nella quale la Liturgia delle Ore, la liturgia della Parola e la memoria eucaristica non vengono separate dalla vita concreta, dalla solidarietà e dalla responsabilità verso chi ha fame.
Elementi liturgici essenziali
- Ascolto: la Sacra Scrittura diventa la fonte principale della preghiera cristiana.
- Silenzio: vengono proposti momenti di silenzio da osservarsi secondo l'opportunità.
- Invocazione: alle Lodi mattutine si esprime la consacrazione della giornata.
- Preghiera universale: ai Vespri si presenta una breve supplica per le necessità di tutti.
- Memoria: il pane spezzato richiama il comando «Fate questo in memoria di me».
- Condivisione: la moltiplicazione arriva a tutti attraverso il canale della condivisione.
- Partecipazione: tutti, in virtù del sacerdozio battesimale che abilita ogni cristiano a celebrare, sono soggetti attivi del culto che si celebra.
La forma eucaristica della vita
Per quanto riguarda il nostro argomento, mi ispirerei alla formula agostiniana: prendere la forma del pane.
«Poiché c’è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo (1Cor 10,17). E in questo pane vi viene raccomandato come voi dobbiate amare l’unità.
Se il grano non viene macinato e impastato con l’acqua, non prende quella forma che noi chiamiamo pane.
Così anche voi prima siete stati come macinati con l’umiliazione del digiuno e col sacramento dell'esorcismo. Poi c’è stato il battesimo e siete stati come impastati con l’acqua per prendere la forma del pane.
«Queste parole - scrive - riassumono la mia vita di sacerdote, perché ogni giorno, quando mi riunisco intorno alla mensa con i membri della mia comunità, prendo il pane, lo benedico, lo spezzo e lo do.
Queste parole riassumono anche la mia vita di cristiano perché, come cristiano sono chiamato a diventare il pane per il mondo: pane che è preso, benedetto, spezzato e dato.
Il racconto dell’istituzione eucaristica noi sacerdoti lo ripetiamo ogni giorno, nel cuore della Preghiera Eucaristica: «prese il pane e rese grazie, lo spezzò, lo diede. » (cf. Mc 14,22 e parr.).
In questi verbi eucaristici c’è anche il mistero della nostra vocazione e del nostro essere sacerdoti, ministri della Chiesa, ministri dell'Eucaristia.
Presi, scelti
Tutto ha avuto inizio con una vocazione. Cosa c’è al principio della nostra vita se non la vocazione?
L’essere stati «presi» suppone un grande Amore, un amore tutto per noi. L’essere stati scelti dichiara la nostra preziosità e unicità e, proprio per questo, esige gratitudine.
La gioia dell’essere scelti porta a riconoscere gli altri fratelli che come me sono stati scelti e ad avere per loro i sentimenti di Dio: ha scelto loro, come me e ha scelto me, come loro.
Benedetti
Benedire, letteralmente vuol dire «parlare bene», o dire cose buone di qualcuno. Nella Sacra Ordinazione, Dio ha «detto bene» di noi!
Benedire qualcuno è anche dire sì al fatto che egli è una persona amata da Dio e perciò amarla.
Il benedetto benedice sempre!
Spezzati
Abbiamo udito sant’Agostino: se il grano non viene frantumato, non può prendere la forma del pane.
Nella prospettiva eucaristica, allora, l’esperienza dell'essere spezzati non è una maledizione, ma una grazia; non è una fine, ma una premessa.
Anzi è la condizione per essere davvero donati.
Dati
Siamo stati presi/scelti, benedetti e spezzati per essere dati.
L’apostolo è messo da parte per essere inviato. In questa medesima prospettiva il Concilio Vaticano II descrive la dialettica della presenza del sacerdote nel mondo: «I presbiteri del Nuovo Testamento, in forza della loro chiamata e ordinazione, sono in un certo modo segregati (segregantur) in seno al popolo di Dio; non tuttavia per rimanere separati da questo popolo o da qualsiasi uomo, bensì per consacrarsi interamente (non ut separentur sed ut totaliter consecrentur) all’opera per la quale il Signore li ha assunti" (Presbyterorum ordinis, 3).
La regola del 15 come esperienza di comunione
La comunione è anzitutto l’appartenere al Signore che fonda il senso di essere comunità. Se siamo con Lui siamo anche in comunione tra noi, e viceversa, non possiamo essere in comunione con Lui se non sentiamo anche il bisogno di relazioni vere e fraterne tra di noi.
La fraternità francescana è porzione di questa esperienza di Chiesa. Francesco insiste nella Regola non bollata (XX) che è nella misericordia e nell’eucarestia che questa fraternità si rinnova nell’identità.
E anche per santa Chiara “tutte partecipano dell’unico pane” se c’è la volontà di rischiare la divisione.
La celebrazione dell’evento del 15 diventa così un atto di comunione: il pane ricevuto non chiude la persona in una devozione individuale, ma la apre alla relazione, alla condivisione e al servizio.
La regola di «non di solo pane» non elimina il pane dalla liturgia, ma ne rivela il significato più profondo: il pane è dono, il dono chiede condivisione, la condivisione costruisce il corpo di Cristo e la Parola orienta ogni gesto verso la vita piena.
