Agli inizi del Seicento la strategia missionaria dei gesuiti in Puglia si fondava sull’integrazione tra presenza nei collegi, predicazione itinerante e missioni popolari, con l’obiettivo di rinnovare la vita cristiana, rafforzare la formazione religiosa e orientare le coscienze della popolazione.
La missione popolare era una forma organizzata di evangelizzazione straordinaria e periodica, realizzata in aree rurali e urbane da missionari chiamati dall’Ordinario del luogo. Essa mirava a rinnovare la vita cristiana del popolo di Dio mediante l’esposizione e l’approfondimento delle principali verità della fede, la celebrazione delle liturgie e la pratica della devozione, con particolare attenzione al senso del peccato, all’importanza della grazia e ai novissimi.
Il quadro generale della missione gesuitica
Nel XVI secolo l’ordine dei Gesuiti avviò una delle più vaste imprese missionarie mai realizzate nella storia della Chiesa cattolica, portando il messaggio cristiano in luoghi remoti del pianeta. Questo straordinario impegno non fu soltanto religioso, ma anche culturale ed educativo, segnando profondamente e contribuendo allo sviluppo delle società toccate dalla loro presenza.
La visione missionaria dei Gesuiti non conosceva confini: partendo dall’Europa, essi si spinsero in Asia, Africa e nelle Americhe, affrontando viaggi lunghi e pericolosi per portare il Vangelo in territori inesplorati o difficilmente accessibili. Il loro approccio si basava su una strategia fondamentale: adattarsi alle culture locali, riconoscendo e valorizzando le tradizioni dei popoli con cui entravano in contatto.
Nonostante le persecuzioni e le difficoltà, le missioni gesuite hanno lasciato un’impronta profonda e duratura. Oltre alla diffusione del cristianesimo, i Gesuiti hanno contribuito a creare un ponte tra culture diverse, promuovendo la conoscenza reciproca e il rispetto. La loro opera ha dato vita a una tradizione educativa e culturale che continua a ispirare il mondo ancora oggi.
Missioni estere e missioni interne
La predicazione alle popolazioni più abbandonate fu iscritta nel codice genetico della compagnia, tanto da suscitare la domanda se la scelta dei collegi sia stata una deviazione dallo spirito delle origini. L’elemento comune della pedagogia ignaziana non è considerato tanto la Ratio studiorum del 1599, bensì gli Esercizi spirituali che furono alla base del programma delle missioni popolari.
La missione popolare si distingue dalla predicazione missionaria itinerante, sviluppatasi soprattutto dopo la missio data dal papa Innocenzo III a san Francesco d’Assisi e ai suoi compagni nel 1209-1210 e a San Domenico di Guzmán nel 1216, per il metodo con cui è svolta, i mezzi, la durata e gli argomenti.
Le missioni interne ricevettero questo nome per distinguerle dalle missioni estere dirette ai popoli non ancora evangelizzati, oppure furono chiamate missioni popolari perché destinate a incrementare la genuina religiosità del popolo cristiano, rinvigorendone la fede e la purezza dei costumi.
Le direttive di Claudio Acquaviva
Il p. Claudio Acquaviva (1543-1615), che governò la compagnia dal 1581 alla morte, impegnò ogni provincia nel 1590 a istituire un gruppo di missionari, da sei a dodici. Nel 1594 raccomandava la meditazione assidua dei temi dei due stendardi e del regno di Cristo.
Poi, nel 1599 ribadiva il concetto che l’opera delle missioni era connaturale all’essere gesuita e raccomandava a tutti di dedicarsi ogni anno a qualche missione. Ogni provincia doveva erigere alcune “residenze missionarie” per irradiare meglio l’evangelizzazione nel territorio.
Queste direttive definivano una strategia nella quale la missione non era un’attività occasionale affidata a pochi religiosi, ma un compito ordinario della Compagnia. La formazione spirituale degli stessi missionari, l’organizzazione provinciale e la creazione di residenze stabili permettevano di collegare l’azione itinerante con una presenza più continuativa.
La Puglia nel quadro delle missioni gesuitiche
Le missioni dei gesuiti nel Mezzogiorno costituirono un ambito specifico della più ampia strategia di restaurazione cattolica avviata nel periodo post-tridentino. Tra gli studi dedicati a questo tema figura il lavoro di M. Scaduto sulle missioni dei gesuiti tra i valdesi della Calabria e delle Puglie nel periodo 1561-1566.
Per gli inizi del Seicento, la ricerca di Mario Rosa ha illustrato le scelte operate dai gesuiti nella Strategia missionaria gesuitica in Puglia agli inizi del Seicento. L’analisi si colloca nel più ampio studio della religione e della società nel Mezzogiorno tra Cinque e Seicento.
La strategia pugliese va dunque compresa all’interno di una tensione costante tra due esigenze: potenziare la presenza della Compagnia nei collegi e mantenere un serio impegno missionario sul territorio. Le missioni popolari servivano a raggiungere comunità rurali e urbane che non potevano essere coinvolte soltanto attraverso le istituzioni scolastiche.
Collegi, formazione delle élite e controllo delle coscienze
Si scopre l’importanza dei collegi dove l’opzione dei gesuiti era di puntare sull’educazione delle classi più influenti per così indirizzare le coscienze del resto della società. La scelta dei collegi non eliminava quindi la predicazione missionaria, ma la affiancava con una diversa forma di intervento sociale e culturale.
L’educazione delle classi più influenti consentiva di agire sulle strutture della società attraverso la formazione religiosa, morale e intellettuale di coloro che avrebbero occupato posizioni di responsabilità. La missione itinerante, invece, portava la predicazione direttamente nelle comunità, nelle campagne e nei centri urbani.
La pedagogia ignaziana era legata agli Esercizi spirituali, che costituivano l’ossatura della predicazione. Nel campo dell’istruzione i gesuiti erano attenti al teatro e all’uso del latino, strumenti che contribuivano alla formazione culturale e alla diffusione di una religiosità disciplinata.
Nel campo dell’istruzione i gesuiti, così attenti al teatro e all’uso del latino, si trovarono “superati” dai nuovi approcci educativi impressi, per esempio, dagli scolopi nelle loro scuole. Questa trasformazione mostra come la strategia educativa della Compagnia dovesse confrontarsi con metodi concorrenti e con nuove esigenze formative.
La struttura della missione popolare
La missione popolare si propone di rinnovare la vita cristiana del popolo di Dio mediante l’esposizione e l’approfondimento delle principali verità della fede, con un’attenzione speciale rivolta al senso del peccato, all’importanza della grazia e ai novissimi, e mediante la celebrazione di liturgie e di pratiche devozionali.
La predicazione e le celebrazioni sono finalizzate alla conversione del cuore, all’osservanza dei comandamenti e alla perseveranza nella frequenza ai Sacramenti, soprattutto quelli della Riconciliazione e dell’Eucaristia, e nell’esercizio della carità cristiana.
Lo scopo della missione e del quaresimale era quello di supplire alle lacune dell’istruzione religiosa impartita dal clero parrocchiale e soprattutto di provocare negli ascoltatori una forte decisione per la conversione. Nell’immediato ciò si concretizzava in un pressante invito alla confessione, meglio se generale.
| Elemento | Funzione nella missione |
|---|---|
| Predicazione | Esposizione delle principali verità della fede |
| Catechismo | Supplire alle lacune dell’istruzione religiosa |
| Confessione | Conversione del cuore e rinnovamento della vita cristiana |
| Eucaristia | Perseveranza nella pratica sacramentale |
| Processioni e devozioni | Partecipazione collettiva e coinvolgimento emotivo |
| Carità | Esercizio concreto della vita cristiana |
Il modello italiano e spagnolo
La forma di missione popolare che predominava in Italia e in Spagna aveva lo scopo precipuo di risvegliare il fervore religioso e la qualità della vita morale dei fedeli. I temi principali delle prediche si ispiravano agli Esercizi di Sant’Ignazio di Loyola.
Tra questi temi figuravano il fine dell’uomo, la gravità del peccato, la passione e morte di Gesù Cristo, la scelta di vita, la necessità della grazia per il conseguimento della salvezza eterna, la morte, il giudizio, l’inferno e il paradiso.
Lo stile di queste missioni era caratterizzato da un forte richiamo penitenziale, carico di drammaticità e di emotività, allo scopo di smuovere gli affetti degli ascoltatori e di renderli attivamente partecipi nel loro cammino di conversione.
Per giungere a questo scopo i missionari usavano un insieme di segni e di pratiche suggestivi e commoventi: uso di teschi ed evocazione di dannati, processioni penitenziali dove i partecipanti portavano segni di compunzione, roghi di libri riprovevoli, di legature magiche e di fatture, bacio del crocifisso da parte di tutti, pacificazioni, confessioni e comunioni generali, solenni promesse di perseveranza nel bene.
La predicazione drammatica e penitenziale
Questo modello privilegiava una comunicazione capace di coinvolgere insieme l’intelligenza, la memoria e gli affetti. Il richiamo al peccato, al giudizio e alla salvezza era inserito in una sequenza di prediche, pratiche penitenziali e gesti pubblici che rendevano visibile la conversione della comunità.
La missione non si limitava alla trasmissione di contenuti dottrinali. La predicazione, le processioni, il bacio del crocifisso, le pacificazioni e le confessioni generali costruivano un itinerario collettivo nel quale la trasformazione individuale doveva assumere una forma pubblica e comunitaria.
Il carattere emotivo della predicazione non escludeva la centralità della grazia e della libertà dell’uomo nell’esercizio del libero arbitrio. I gesuiti furono teologi attenti al primato della grazia, ma anche alla libertà dell’uomo nell’esercizio del libero arbitrio.
Le missioni gesuitiche nel Regno di Napoli
Questo tipo di missione popolare si ritrova soprattutto nelle missioni realizzate dai gesuiti nel Regno di Napoli: iniziate nel 1601 da Pietro Antonio Spinelli (1555-1615) e promosse da Francesco Pavone (1569-1637), fondatore della “Congregazione de’ Sacerdoti” nel 1611, raggiunsero il loro massimo splendore con Francesco de Geronimo (1642-1716).
La cronologia mostra il passaggio da iniziative iniziali, collocate all’inizio del Seicento, a una progressiva istituzionalizzazione dell’attività missionaria. La fondazione della “Congregazione de’ Sacerdoti” contribuì a rafforzare il ministero e a renderlo più stabile.
Nel Mezzogiorno la predicazione gesuitica si inseriva in una società caratterizzata da differenze tra città e campagne, da livelli diseguali di istruzione religiosa e dalla necessità di coordinare l’azione dei missionari con quella del clero locale.
Metodo, itineranza e residenze missionarie
L’epoca eroica delle missioni era quella in cui i missionari andavano a piedi, a due a due, accontentandosi del vitto e alloggio che veniva loro offerto. La situazione era tale che in molti casi dovevano dormire su un tavolo o una cassapanca in stanze invase dall’umidità e dalle intemperie.
La povertà dei mezzi costituiva parte integrante della credibilità del missionario. La disponibilità a vivere nelle condizioni offerte dalle comunità e a condividere la precarietà degli abitanti rendeva visibile l’idea di una predicazione non fondata sul prestigio materiale.
Ogni provincia doveva erigere alcune “residenze missionarie” per irradiare meglio l’evangelizzazione nel territorio. Le residenze consentivano di collegare gli spostamenti dei missionari con punti di riferimento permanenti e di organizzare la predicazione in modo più sistematico.
La missione itinerante e la residenza missionaria non rappresentavano quindi modelli alternativi. La prima permetteva di raggiungere le popolazioni più lontane o più abbandonate; la seconda offriva una base per la programmazione, la preparazione e la continuità dell’intervento.
La catechesi come base dell’evangelizzazione
La missione aveva pertanto come base il catechismo. La catechesi offriva gli elementi dottrinali necessari per comprendere il senso della conversione, della confessione, della comunione e della perseveranza nella vita cristiana.
La predicazione missionaria aveva bisogno di adattarsi alla capacità di comprensione degli ascoltatori. La missione non poteva limitarsi alle persone colte o alle classi influenti, ma doveva raggiungere una popolazione diversificata per istruzione, condizioni sociali e pratica religiosa.
Le missioni popolari che venivano condotte in Francia e in Germania cercavano di adattarsi di più alla sensibilità popolare e di far leva sulla persuasione più che sull’emozione. La predica diventava meno emotiva, più ragionata, organica e formativa.
Il confronto tra i diversi stili mostra che la strategia gesuitica poteva assumere forme differenti secondo gli ambienti. In Italia e in Spagna prevaleva il modello ispirato agli Esercizi ignaziani, mentre in Francia e Germania si sviluppava una maggiore attenzione alla catechesi sistematica.
Il rapporto con il clero parrocchiale
La missione popolare mirava a supplire alle lacune dell’istruzione religiosa impartita dal clero parrocchiale. Questo compito aveva carattere straordinario, ma rispondeva a una difficoltà strutturale della cura pastorale.
Le missioni per quasi un secolo e mezzo furono il mezzo più importante per l’evangelizzazione della Sardegna. Esse, però, restavano pur sempre una forma di intervento straordinario, un palliativo che non era in grado di compensare la strutturale e sconfortante impreparazione della maggior parte del clero allora impegnato nella cura animarum a svolgere dignitosamente questo compito.
Questo lo si poté ottenere quando l’impegno per l’evangelizzazione itinerante fu compensato da un intervento diretto nella formazione del clero. Il problema evidenziato per altri territori aiuta a comprendere anche la logica della strategia gesuitica in Puglia: la predicazione periodica doveva essere sostenuta da una formazione più stabile degli operatori pastorali.
La dimensione sociale della missione
La missione aveva anche delle aperture di carattere sociale. Nella missione di Oristano del dicembre del 1600 i missionari mendicarono il cibo quotidiano, cosa che si dimostrò di grande edificazione per tutti e molto efficace per attrarli.
Nella missione citata venne aperto un conservatorio per fanciulle orfane e povere, mentre a Oliena si provvide ai “poveri vergognosi”. Queste iniziative mostrano che la missione non era concepita soltanto come un ciclo di prediche, ma poteva tradursi in forme concrete di assistenza.
Un esempio straordinario dell’opera gesuita in altre aree fu la creazione delle reducciones: comunità autonome e protette, dove gli indigeni potevano vivere al riparo dalle violenze e dagli abusi. Questi insediamenti, concepiti come luoghi di educazione, lavoro e preghiera, incarnavano l’idea gesuita di un cristianesimo che si prende cura delle persone più vulnerabili, promuovendone il benessere fisico e spirituale.
La dimensione sociale rafforzava il rapporto tra evangelizzazione e cura delle persone. L’assistenza ai poveri, agli orfani e alle categorie più esposte rendeva la missione una forma di intervento religioso, educativo e comunitario.
La missione urbana e l’esperienza dell’Oratorio Caravita
Anche a Roma, da una originaria predicazione occasionale sulle piazze, inaugurata da alcuni Padri del Collegio Romano intorno al 1600, sviluppò con un suo proprio metodo la “Missione urbana mensile”. Il centro animatore fu il celebre “Oratorio Caravita”, storpiamento popolare del nome del suo organizzatore, il padre Pietro Garavita (†1658).
Ogni domenica e festa del mese i fedeli erano invitati a recarsi nella chiesa designata per la missione, dove si teneva un’istruzione catechistica e il dialogo, una breve meditazione sulle verità eterne e la benedizione del Santissimo Sacramento.
Nell’ultima domenica, in un clima di festa e di grande partecipazione popolare, si chiudeva la missione con le confessioni e la comunione generale. Così ogni anno la missione raggiungeva a turno i principali quartieri della città.
L’esperienza urbana mostrava come la missione potesse diventare una forma di presenza periodica e quasi permanente. Il modello non dipendeva esclusivamente dall’itineranza verso località lontane, ma poteva adattarsi alla struttura dei quartieri e alla mobilità della popolazione cittadina.
Paolo Segneri e la sistemazione del metodo missionario
Uno dei missionari popolari gesuiti più prestigiosi per la sua eloquenza e cultura teologica fu Paolo Segneri senior (†1694). Egli delineò un nuovo metodo missionario, che estese alle diocesi dell’Italia centrosettentrionale, realizzandolo d’estate nei centri maggiori verso cui convergevano le parrocchie circostanti.
La sua predicazione era vivacizzata dal rapido e incalzante succedersi della Parola di Dio, della dottrina e di forti esortazioni al cambiamento di vita. Essa era preceduta dall’istruzione catechistica, ricca di episodi e di esempi, del Padre Giovanni Pietro Pinamonti (†1703), per ventisei anni compagno inseparabile del Segneri e confessore molto apprezzato dai penitenti.
Lo stile di predicazione focosa, drammatica e penitenziale del Segneri, che egli cercò di difendere dalle critiche di alcuni suoi contemporanei, venne ripreso da altri gesuiti e ottenne risonanze positive in Spagna e in Portogallo, dove conservò la sua impronta di immediatezza sensibile e di partecipazione emotiva da parte del popolo.
La funzione delle pratiche devozionali
Le pratiche devozionali avevano una funzione pastorale precisa: rendere visibili i contenuti della predicazione e coinvolgere l’intera comunità nel processo di rinnovamento. Processioni, confessioni generali, comunioni, pacificazioni e promesse di perseveranza collegavano la dimensione interiore della conversione alla manifestazione pubblica della fede.
Il forte richiamo penitenziale aveva lo scopo di smuovere gli affetti degli ascoltatori e di renderli attivamente partecipi nel loro cammino di conversione. Il coinvolgimento emotivo era quindi inserito in un percorso che comprendeva catechesi, esame della coscienza, confessione e impegno morale.
La missione popolare mirava inoltre alla perseveranza nella frequenza ai Sacramenti, soprattutto quelli della Riconciliazione e dell’Eucaristia, e nell’esercizio della carità cristiana. La conclusione della missione non doveva segnare la fine della pratica religiosa, ma l’inizio di una vita cristiana più regolare.
Il confronto con altri modelli missionari
Si possono distinguere tre stili principali di missioni popolari: lo stile condotto soprattutto in Italia e Spagna e ispirato nei contenuti agli Esercizi ignaziani, lo stile condotto soprattutto in Francia e Germania che aveva una forte connotazione catechistica, lo stile, infine, dei Cappuccini.
I Cappuccini, fondati nel 1528, fin dalle loro prime origini scelsero un genere di predicazione semplice e vivace nel linguaggio, adeguato il più possibile alla capacità di comprensione degli uditori, saldamente ancorato alla Sacra Scrittura, principalmente al Vangelo, e orientato ad accrescere il culto della presenza reale di Cristo nell’Eucaristia con la pratica delle Quarantore.
Le missioni popolari dei Cappuccini furono caratterizzate da una predicazione capace di istruire e muovere alla conversione. Ai missionari era lasciata libertà di iniziativa, purché predicassero, confessassero e istruissero il popolo allo scopo di portarlo ad abbandonare il vizio e a praticare la virtù.
Quest’impostazione più catechetica e sistematica della missione popolare fu seguita anche in Italia dai Pii Operai, fondati a Napoli nel 1600 dal venerabile Carlo Carafa. Il confronto con altri istituti evidenzia la specificità dei gesuiti, ma anche la circolazione di metodi e pratiche tra le diverse comunità missionarie.
La missione come strumento di restaurazione cattolica
La riforma religioso-morale auspicata da vivaci movimenti di risveglio evangelico e confluita nei documenti del Concilio Tridentino, il rinnovamento interno degli Ordini religiosi antichi, la nascita dei Chierici Regolari, l’urgenza di premunire i fedeli contro gli errori del protestantesimo e la redazione di nuovi catechismi concorsero a suscitare nel periodo post-tridentino nuovi metodi di cura pastorale.
Tra questi metodi si affermarono forme di predicazione temporanea, destinate a rinnovare la fede e la purezza dei costumi del popolo cristiano. La missione gesuitica in Puglia si inseriva in questo progetto di riforma cattolica, nel quale evangelizzazione, istruzione religiosa, disciplina sacramentale e controllo morale erano strettamente collegati.
La Chiesa si sarebbe proposta di riconquistare il controllo sul popolo attraverso strumenti di diffusione ideologica come le predicazioni, i quaresimali, le cerimonie sacre, il rinnovamento e la codificazione dell’arte religiosa e il teatro.
La strategia della Compagnia non era quindi limitata alla predicazione orale. Essa comprendeva istituzioni educative, pratiche devozionali, forme teatrali, uso del latino, catechismi e iniziative di assistenza, tutti strumenti destinati a incidere sulla formazione religiosa e culturale della società.
La dimensione culturale della strategia gesuitica
Questo dialogo in Asia coinvolse anche le élite intellettuali. Figure come Matteo Ricci, missionario in Cina, rappresentano esempi emblematici di questo approccio.
Ricci non solo imparò la lingua cinese, ma studiò e si immerse nei testi classici della cultura confuciana, guadagnandosi il rispetto delle autorità locali. Attraverso la scienza, la matematica e la filosofia, i Gesuiti riuscirono a presentare il cristianesimo non come una religione straniera, ma come un complemento alla tradizione culturale esistente.
La difesa dei “riti cinesi” ai tempi di Matteo Ricci e dei suoi successori divenne una delle grandi battaglie degli ignaziani. Questo episodio mostra quanto la strategia gesuitica fosse legata alla questione dell’adattamento culturale e alla possibilità di tradurre il cristianesimo nei linguaggi delle diverse società.
In Puglia l’adattamento non assumeva la forma del confronto con una civiltà lontana come quella cinese, ma richiedeva comunque attenzione alle condizioni locali, ai diversi livelli di istruzione religiosa, alle consuetudini comunitarie e al rapporto tra cultura urbana e cultura rurale.
Le controversie teologiche e il problema della grazia
La storia della Compagnia comprendeva anche controversie teologiche, tra cui la famosissima questione De Auxiliis, che vide contrapporsi i gesuiti ai domenicani sul problema della grazia.
I gesuiti erano teologi attenti al primato della grazia, ma anche alla libertà dell’uomo nell’esercizio del libero arbitrio. Questa impostazione teologica contribuiva a definire il linguaggio della predicazione, soprattutto quando la missione invitava alla conversione e insisteva sulla responsabilità personale.
Il richiamo alla grazia e quello alla libertà non venivano presentati come elementi separati. La missione doveva persuadere l’ascoltatore della necessità dell’aiuto divino e, nello stesso tempo, sollecitarlo a una decisione concreta, espressa nella confessione, nella comunione, nella riconciliazione con il prossimo e nella perseveranza nel bene.
Le tensioni interne alla Compagnia
Il libro dedicato alla storia della “prima” Compagnia di Gesù mette in evidenza le luci ma anche le ombre che travolsero in questo lungo arco di tempo, circa 230 anni, le esistenze spesso turbolente dei religiosi ignaziani.
Il volume non sottace i tanti problemi interni che nacquero nella Compagnia: l’ingresso dei cristiani nuovi, cioè gli ebrei e non solo, le invidie che si innescarono tra i vari membri dell’Ordine, tra chi era professo di quattro voti, che garantiva potere e prestigio anche accademico nella vita di allora, e chi non lo era.
Non dimentica di accennare ai casi di “riforma” tentati e mai realizzati da papi come il domenicano Pio V e il frate minore conventuale Sisto V per rendere meno indipendenti e più “innocui” i gesuiti rispetto agli altri Ordini religiosi.
Queste tensioni aiutano a comprendere il rapporto tra autonomia della Compagnia, organizzazione centralizzata e controllo ecclesiastico. La strategia missionaria dipendeva dalle decisioni dei superiori, dalla disponibilità di personale e dal modo in cui la Compagnia riusciva a distribuire i propri membri tra collegi, residenze e missioni itineranti.
La riduzione dell’impegno missionario nel Settecento
Studiando le missioni dei gesuiti è stato rilevato che nel Settecento l’impegno profuso in questo ministero dai figli di S. Ignazio era molto diminuito. L’evangelizzazione delle campagne era stata sostenuta dai vari generali, ma la situazione concreta dei collegi aveva suggerito di specializzare nella predicazione missionaria solo pochi soggetti.
Pochi giorni dopo la morte di S. Francesco De Geronimo due gesuiti si rivolgevano al generale per segnalargli “il poco credito di cui in coteste parti era tenuto l’apostolato delle missioni”. Questo anche per il fatto che la missione penitenziale cominciava a invecchiare.
In margine alla missione di Narni, nel 1690, si rilevava: “La missione di Narni è riuscita fin’ora con moltiplicate disapprovazioni del modo con cui si è fatta, non volevano le processioni, che si sono fatte, e Monsignor Vescovo intervenne a quella della penitenza, ma non volle che si fermasse nella piazza dove il P. Centofiorini voleva predicare dopo essersi battuto in chiesa, e strascinata una pesante croce con catena a’ piedi nel tempo della processione”.
Il testo aggiungeva: “Il Capitolo è stato assai contrario a tutti, molti altri non hanno approvato il tanto, ed hanno disapprovato molto. Disse il Vescovo al Cavaliere Canonico ch’è in compagnia de’ Padri, che questi erano venuti per inquietarlo, che non voleva frondi, ma frutti”.
Limiti del modello penitenziale
Le critiche rivolte alla missione penitenziale riguardavano il rapporto tra spettacolarità delle pratiche e risultati duraturi. Processioni, gesti di penitenza e prediche drammatiche potevano suscitare una forte emozione collettiva, ma non sempre garantivano la continuità della vita cristiana dopo la conclusione della missione.
Di fronte alle critiche che ritenevano le missioni un “fuoco di paglia”, crebbe l’impegno dei missionari a organizzarle meglio e a perfezionarle nei loro contenuti e nelle loro varie espressioni per assicurare il risultato di frutti spirituali duraturi.
La necessità di evitare una conversione soltanto momentanea favorì l’attenzione alla catechesi, alla formazione del clero, al ritorno periodico dei missionari e alla fondazione di confraternite. La predicazione doveva essere accompagnata da strumenti capaci di mantenere nel tempo i risultati dell’azione missionaria.
La specializzazione del personale
La situazione concreta dei collegi aveva suggerito di specializzare nella predicazione missionaria solo pochi soggetti. La specializzazione rispondeva alla necessità di disporre di religiosi preparati a sostenere viaggi, predicazione, confessioni, catechesi e direzione spirituale.
La scelta produceva però una tensione: mentre la Compagnia doveva garantire l’istruzione nei collegi, la missione richiedeva uomini disponibili a spostarsi continuamente nelle campagne e nei centri urbani. La distribuzione del personale diventava così una questione decisiva per l’equilibrio tra apostolato scolastico e apostolato popolare.
La riduzione dell’impegno missionario non significava l’abbandono dell’ideale originario. Essa mostrava piuttosto il processo di istituzionalizzazione dell’Ordine e il peso crescente assunto dai collegi, dalle attività accademiche e dalle responsabilità strategiche nella Chiesa cattolica di stampo tridentino.
La Compagnia tra collegi e missioni
Confessori di re, scienziati, teologi attenti al primato della grazia, ma anche alla libertà dell’uomo nell’esercizio del libero arbitrio, o missionari pronti a spendere la loro vita pur di morire “nelle Indie”: siano queste la vicina Corsica, come nel caso di Silvestro Landini, o il lontano Giappone, come nel caso di Francesco Saverio.
O ancora sacerdoti chiamati a rivestire importanti ruoli nel governo di istituzioni strategiche per la Chiesa Cattolica di stampo tridentino, come il Collegio Romano, la Pontificia Università Gregoriana di allora, o uomini sospettati di “eccesso di misticismo” nella direzione spirituale dei loro penitenti, come nei casi famosi di Achille Gagliardi e Jean-Joseph Surin.
Questa varietà di ruoli riflette la complessità della Compagnia. La stessa istituzione poteva formare professori e confessori, organizzare collegi e promuovere missioni popolari, elaborare controversie teologiche e sostenere l’evangelizzazione itinerante.
La continuità dell’azione missionaria
La missione popolare si differenziò a poco a poco da ogni altro genere di predicazione, assumendo metodi propri che favorirono una sua larga espansione dal XVII secolo fino ad oggi in tutta l’Europa cattolica, a cominciare dall’Italia e dalla Francia, per estendersi poi ad altri Paesi e continenti.
Nei secoli XVII-XVIII le missioni popolari rappresentarono uno dei fenomeni psicologici di massa più affascinanti della vita cristiana dell’epoca. La loro forza dipendeva dalla capacità di unire parola, rito, emozione, catechesi e partecipazione comunitaria.
Nel XVIII secolo le missioni popolari continuarono ad essere diffuse arricchendosi di nuove esperienze. Il Settecento fu considerato il secolo d’oro delle missioni anche grazie alla nascita di nuove Congregazioni religiose che si dedicarono a questo ministero.
Verso la fine del secolo XVIII le missioni interne, pur non scomparendo del tutto, subirono un improvviso arresto a causa dei problemi e della successiva soppressione della Compagnia di Gesù nel 1773 e dello scoppio della rivoluzione francese, che cercò di cancellare l’esistenza degli Istituti e delle congregazioni religiose.
Dalla soppressione alla rinascita
Tutto questo racconta molto della storia della Compagnia di Gesù: soprattutto di quella delle origini, fondata da Ignazio di Loyola nel 1540, fino alla soppressione dell’Ordine, avvenuta il 21 luglio del 1773 per opera di papa Clemente XIV, frate minore conventuale.
Il volume dedicato alla storia della Compagnia invita il lettore a scoprire la storia della “prima” Compagnia di Gesù. Tra i meriti della pubblicazione vi è soprattutto quello di aver messo in evidenza molte delle intuizioni elaborate da Ignazio e poi messe in pratica e normate dai suoi successori.
In particolare il gesuita italiano Claudio Acquaviva è considerato l’autentico legislatore della Compagnia fino alla soppressione dell’Ordine. Le sue direttive sulle missioni confermano la volontà di mantenere la predicazione popolare come elemento connaturale all’identità gesuitica.
L’Ordine destinato a essere soppresso nel 1773 rinacque come una fenice nel 1814, grazie a un grande papa come il benedettino Pio VII. La soppressione interruppe una fase storica, ma non cancellò la tradizione missionaria, educativa e culturale elaborata dalla Compagnia.
