Sinodo dei giovani e celibato: vocazione, discernimento e dibattito nella Chiesa

Il Sinodo dei giovani ha collegato il tema del celibato alla domanda più ampia sulla vocazione, sul discernimento e sulle diverse forme di vita cristiana. Il celibato sacerdotale è stato affrontato come una questione ancora aperta, mentre la vita casta da single è stata presentata come una possibile vocazione, distinta sia dalla semplice condizione di essere single sia dal matrimonio e dalla vita consacrata.

«La votazione conferma che sono punti aperti, che la discussione, la riflessione e l'approfondimento sono in corso», ha commentato il cardinale Grech, segretario generale del Sinodo, mentre il relatore generale, il cardinale Jean-Claude Hollerich ha aggiunto: «Era chiaro che alcuni temi avrebbero incontrato una maggiore opposizione. Anzi, sono sorpreso che molti hanno votato a favore, significa che le resistenze non sono tanto grandi quanto pensavamo».

Il Sinodo dei giovani e il discernimento vocazionale

Il 6 ottobre 2016 il Santo Padre annunciava il tema della XV Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei VescoVi: «I giovani, la fede e il discernimento vocazionale». Il cammino sinodale è iniziato immediatamente con la redazione del Documento preparatorio (DP), pubblicato il 13 gennaio 2017 insieme a una «Lettera ai giovani» del Santo Padre.

Il DP comprendeva un Questionario, destinato principalmente alle Conferenze Episcopali, ai Sinodi delle Chiese Orientali Cattoliche e ad altri organismi ecclesiali, con quindici domande per tutti, tre specifiche per ciascun continente e la richiesta di condividere tre «buone pratiche». Dall´il al 15 settembre 2017 si è tenuto un Seminario internazionale sulla condizione giovanile con la presenza di molti esperti e di vari giovani, che ha aiutato a mettere a fuoco la situazione dei giovani nel mondo di oggi dal punto di vista scientifico.

A fianco di queste iniziative destinate a coinvolgere la Chiesa nel suo insieme, non sono mancate occasioni di ascolto della voce dei giovani, perché fin da subito si è inteso renderli protagonisti. In primo luogo è stato predisposto un Questionario online in diverse lingue e tradotto da alcune Conferenze Episcopali, che ha raccolto le risposte di oltre centomila giovani.

Inoltre, ha avuto luogo la Riunione presinodale (Roma, 19-24 marzo 2018), che si è conclusa la domenica delle Palme con la consegna al Santo Padre di un Documento finale. A questa iniziativa hanno partecipato circa trecento giovani provenienti dai cinque Continenti e anche quindicimila giovani attraverso i social media.

L’evento, espressione del desiderio della Chiesa di mettersi in ascolto di tutti i giovani, nessuno escluso, ha ottenuto notevole risonanza. Il materiale raccolto da queste quattro fonti principali - a cui si aggiungono alcune «Osservazioni» giunte direttamente alla Segreteria del Sinodo - è certamente molto vasto.

Giovani cattolici durante assemblea sinodale

Attraverso alcuni esperti è stato ampiamente analizzato, accuratamente sintetizzato e infine raccolto nel presente «Strumento di lavoro» che è stato approvato dal XIV Consiglio Ordinario della Segreteria Generale del Sinodo dei Vescovi, alla presenza del Santo Padre.

Il testo è strutturato in tre parti e riprende le tematiche in forma funzionale rispetto all´andamento dell´Assemblea sinodale del prossimo ottobre, secondo il metodo del discernimento: la 1a Parte, legata al verbo «riconoscere», raccoglie in cinque capitoli e secondo diverse prospettive vari momenti di ascolto della realtà, facendo il punto sulla condizione giovanile; la 2a Parte, orientata dal verbo «interpretare», offre in quattro capitoli alcune chiavi di lettura delle questioni decisive presentate al discernimento del Sinodo; la 3a Parte, con l´obiettivo di arrivare a «scegliere», in quattro capitoli raccoglie diversi elementi per aiutare i Padri sinodali a prendere posizione rispetto agli orientamenti e alle decisioni da prendere.

Il testo si conclude con una significativa attenzione al tema della santità, in modo che l´Assemblea sinodale riconosca in essa «il volto più bello della Chiesa» (GE 9) e lo sappia proporre a tutti i giovani oggi.

Ascoltare i giovani senza escludere nessuno

Prendersi cura dei giovani non è un compito facoltativo per la Chiesa, ma parte sostanziale della sua vocazione e della sua missione nella storia. È questo in radice l´ambito specifico del prossimo Sinodo: come il Signore Gesù ha camminato con i discepoli di Emmaus (cf Lc 24,13-35), anche la Chiesa è invitata ad accompagnare tutti i giovani, nessuno escluso, verso la gioia dell´amore.

I giovani possono, con la loro presenza e la loro parola, aiutare la Chiesa a ringiovanire il proprio volto. Un filo ideale lega il Messaggio ai giovani del Concilio Vaticano II (8 dicembre 1965) e il Sinodo dei giovani (3-28 ottobre 2018), che il Santo Padre ha esplicitato introducendo la Riunione presinodale: «Mi viene in mente lo splendido Messaggio ai giovani del Concilio Vaticano II. È un invito a cercare nuovi cammini e a percorrerli con audacia e fiducia, tenendo fisso lo sguardo su Gesù e aprendosi allo Spirito Santo, per ringiovanire il volto stesso della Chiesa», accompagnando i giovani nel loro percorso di discernimento vocazionale in questo «cambiamento d´epoca».

Ci sono nel mondo circa 1,8 miliardi di persone di età compresa tra i 16 e i 29 anni, che rappresentano poco meno di un quarto dell´umanità, anche se le proiezioni indicano un progressivo calo della quota dei giovani rispetto all´insieme della popolazione.

Le situazioni concrete in cui i giovani si trovano variano molto da Paese a Paese, come mettono in evidenza le risposte delle Conferenze Episcopali. Vi sono Paesi in cui i giovani rappresentano una fetta consistente della popolazione (oltre il 30%), e altri in cui la loro quota è molto inferiore (intorno al 15%, o meno), Paesi in cui la speranza di vita non arriva ai 60 anni e altri in cui si possono in media superare gli 80.

Le opportunità di accedere a istruzione, servizi sanitari, risorse ambientali, cultura e tecnologia, così come quelle di partecipazione alla vita civile, sociale e politica, variano in maniera consistente da regione a regione. Anche all´interno di uno stesso Paese possiamo trovare differenze, talvolta molto profonde, ad esempio tra zone urbane e rurali.

Il processo di consultazione presinodale ha evidenziato il potenziale che le giovani generazioni rappresentano, le speranze e i desideri che le abitano: i giovani sono grandi cercatori di senso e tutto ciò che si mette in sintonia con la loro ricerca di dare valore alla propria vita suscita la loro attenzione e motiva il loro impegno.

Nel percorso sono emerse anche le loro paure e alcune dinamiche sociali e politiche che, con diversa intensità nelle varie parti del mondo, ostacolano il loro percorso verso un pieno e armonioso sviluppo, causando vulnerabilità e scarsa autostima.

  • Le forti disuguaglianze sociali ed economiche generano un clima di grande violenza e spingono alcuni giovani nelle braccia della malavita e del narcotraffico.
  • Un sistema politico dominato dalla corruzione mina la fiducia nelle istituzioni e legittima il fatalismo e il disimpegno.
  • Situazioni di guerra ed estrema povertà spingono a emigrare in cerca di un futuro migliore.
  • In alcune regioni pesa il mancato riconoscimento delle libertà fondamentali, anche in campo religioso, e delle autonomie personali da parte dello Stato.
  • In altre l´esclusione sociale e l´ansia da prestazione spingono una parte del mondo giovanile nel circuito delle dipendenze e dell´isolamento sociale.
  • In molti luoghi povertà, disoccupazione ed emarginazione fanno aumentare il numero dei giovani che vivono in condizioni di precarietà tanto materiale quanto sociale e politica.

Il metodo del discernimento

Nel discernimento riconosciamo un modo di stare al mondo, uno stile, un atteggiamento fondamentale e allo stesso tempo un metodo di lavoro, un percorso da compiere insieme, che consiste nel guardare le dinamiche sociali e culturali in cui siamo immersi con lo sguardo del discepolo.

Il discernimento conduce a riconoscere e a sintonizzarsi con l´azione dello Spirito, in un´autentica obbedienza spirituale. Per questa via diventa apertura alla novità, coraggio di uscire, resistenza alla tentazione di ridurre il nuovo al già noto.

Il discernimento è un atteggiamento autenticamente spirituale. In quanto obbedienza allo Spirito, il discernimento è anzitutto ascolto, che può diventare anche spinta propulsiva alla nostra azione, capacità di fedeltà creativa all´unica missione da sempre affidata alla Chiesa.

Il discernimento si fa così strumento pastorale, in grado di individuare cammini vivibili da proporre ai giovani di oggi, e di offrire orientamenti e suggerimenti per la missione non preconfezionati, ma frutto di un percorso che permette di seguire lo Spirito.

Un cammino così strutturato invita ad aprire e non a chiudere, a porre quesiti e suscitare interrogativi senza suggerire risposte prestabilite, a prospettare alternative e sondare opportunità.

Riconoscere, interpretare, scegliere

L’instrumentum laboris raccoglie e sintetizza i contributi raccolti nel processo presinodale in un documento strutturato in tre parti, che richiamano esplicitamente l´articolazione del processo di discernimento scandita da EG 51: riconoscere, interpretare, scegliere. Le parti non sono perciò indipendenti, ma configurano un cammino.

Riconoscere. Il primo passaggio è quello dello sguardo e dell´ascolto. Richiede di prestare attenzione alla realtà dei giovani di oggi, nella diversità di condizioni e di contesti nei quali vivono.

Richiede umiltà, prossimità ed empatia, così da entrare in sintonia e percepire quali sono le loro gioie e le loro speranze, le loro tristezze e le loro angosce (cf GS 1). Lo stesso sguardo e lo stesso ascolto, pieno di sollecitudine e di cura, vanno rivolti verso ciò che vivono le comunità ecclesiali presenti in mezzo ai giovani in tutto il mondo.

In questo primo passaggio l´attenzione si focalizza sul cogliere i tratti caratteristici della realtà: le scienze sociali offrono un contributo insostituibile, peraltro ben rappresentato nelle fonti utilizzate, ma il loro apporto è assunto e riletto alla luce della fede e dell´esperienza della Chiesa.

Interpretare. Il secondo passaggio è un ritorno su ciò che si è riconosciuto ricorrendo a criteri di interpretazione e valutazione a partire da uno sguardo di fede.

Le categorie di riferimento non possono che essere quelle bibliche, antropologiche e teologiche espresse dalle parole chiave del Sinodo: giovinezza, vocazione, discernimento vocazionale e accompagnamento spirituale.

Risulta perciò strategico costruire un quadro di riferimento adeguato dal punto di vista teologico, ecclesiologico, pedagogico e pastorale, che possa rappresentare un ancoraggio capace di sottrarre la valutazione alla volubilità dell´impulso, pur riconoscendo «che nella Chiesa convivono legittimamente modi diversi di interpretare molti aspetti della dottrina e della vita cristiana» (GE 43).

Per questo rimane indispensabile assumere un dinamismo spirituale aperto.

Scegliere. Solo alla luce della vocazione accolta è possibile comprendere a quali passi concreti ci chiama lo Spirito e in che direzione muoverci per rispondere alla Sua chiamata.

In questa terza fase del discernimento occorre passare in esame strumenti e prassi pastorali, e coltivare la libertà interiore necessaria per scegliere quelli che meglio ci consentono di raggiungere lo scopo e abbandonare quelli che si rivelano invece meno capaci di farlo.

Si tratta dunque di una valutazione operativa e di una verifica critica, non di un giudizio sul valore o sul significato che quegli stessi mezzi hanno potuto o possono rivestire in circostanze o epoche diverse.

Questo passaggio potrà individuare dove è necessario un intervento di riforma, un cambiamento delle prassi ecclesiali e pastorali per sottrarle al rischio di cristallizzarsi.

La vita casta da single come vocazione

Dio ti ha creato con uno scopo. Una missione. E nessuno può compiere questa missione se non tu. È una missione d’amore e di relazione.

Per realizzare il progetto di Dio sulla tua vita ci vuole tutto il tuo cuore. La vocazione alla vita casta da single libera il cuore in modo unico, “per farlo ardere di un amore più grande per Dio e per tutta l’umanità”.

Con il cuore liberato nell’amore, la persona impegnata nella vita celibe e casta “testimonia che il Regno di Dio e la sua giustizia sono una perla di grande valore, da preferire a qualsiasi altro valore, per quanto grande” (Familiaris Consortio, 16).

Vissuta in uno spirito di fede e di dono, la vita casta da single può essere una delle tante strade attraverso le quali si realizza la grazia del battesimo e una persona può avanzare verso la santità a cui tutti siamo chiamati (I giovani, la fede e il discernimento vocazionale, 90).

Mentre tutte le persone celibi sono chiamate a vivere una vita di castità, la persona chiamata alla vita casta da celibe si dedica in modo permanente e privato a vivere in modo celibe per il bene del Regno.

Come discernere questa vocazione

Capire cosa Dio vuole che tu faccia della tua vita è sempre un viaggio. Ti sfida a fidarti e ad accettare il piano di Dio. Una delle grandi domande della vita è: “Perché sono qui?”.

Come si fa a sapere se Dio ti sta chiamando in modo speciale alla vita casta da single?

  1. Ti senti chiamato a discernere la tua vocazione in questo momento della tua vita?
  2. Hai una vita di preghiera regolare?
  3. Sei aperto a seguire la volontà di Dio su di te?
  4. Hai il desiderio di amare Dio e il suo popolo?
  5. Ti senti chiamato/a a dedicarti completamente a Dio? Riflettendo in preghiera, ti senti talvolta chiamato a rimanere single?
  6. Vuoi maggiori indicazioni? Consulta questa riflessione dei vescovi che si sono riuniti con sacerdoti e giovani per discutere su come discernere una vocazione.

Le forme della vita casta da single

Una persona chiamata alla vita da single casta trova la sua vocazione in due modi:

  1. Per il desiderio di amare Dio e il suo popolo, ci si può sentire chiamati a dedicarsi interamente al Signore senza voler entrare in una comunità religiosa. Per questo motivo, si fanno voti privati o promesse di vivere in uno stato permanente di verginità o celibato.
  2. Ci si può sentire chiamati al matrimonio o alla vita consacrata, ma per esperienze, difficoltà o circostanze non si è in grado di realizzare tale vocazione.

La differenza tra essere single e vivere una vocazione casta

La vita da single è semplicemente la condizione di essere single. Non richiede alcun discernimento. Tuttavia, richiede l’impegno a vivere castamente e a dedicarsi a una vita di santità a cui tutte le persone sono chiamate.

La vita casta da single, talvolta definita vita consacrata da single, è una vita dedicata a Dio e al suo popolo attraverso voti privati o pubblici. Richiede discernimento e occasionalmente può includere una formazione informale sotto la guida di un direttore spirituale.

La vita single casta si distingue dalle vocazioni al matrimonio o alla vita consacrata in quanto questa vocazione può essere considerata uno stato anticipatorio a cui tutti i cristiani sono chiamati almeno per un periodo della loro vita.

Inoltre, non è peccaminoso sposarsi o entrare nella vita consacrata dopo aver fatto privatamente voto di rimanere celibi.

Preghiera, formazione e accompagnamento

La persona che si sente chiamata alla vita casta da single può avere o meno una formazione formale, tuttavia è necessario affrontare questo discernimento con la preghiera e con un buon direttore spirituale.

Il paragrafo 2340 del Catechismo della Chiesa Cattolica afferma: “Chi vuole rimanere fedele alle promesse battesimali e resistere alle tentazioni, vorrà adottare i mezzi per farlo: la conoscenza di sé, la pratica di un’ascesi adatta alle situazioni che si presentano, l’obbedienza ai comandamenti di Dio, l’esercizio delle virtù morali e la fedeltà alla preghiera”.

Questa fedeltà alla preghiera dovrebbe includere anche la riflessione sulla reazione del proprio cuore alla vocazione al matrimonio o alla vita consacrata e il tempo trascorso in conversazione con il proprio direttore spirituale, la famiglia e gli amici.

Una vocazione reale, non un fallimento

Alcuni cercano di dire che la vita casta da single non è una vera vocazione, tuttavia la Chiesa sa che lo è. Alcune persone chiamate a questa vocazione pensano di essere dei falliti perché non sono stati chiamati a una vocazione diversa, che può sembrare più accettabile per la società.

Attraverso il modo in cui vivono la loro vocazione, le persone chiamate alla vita casta da single hanno una straordinaria opportunità di dimostrare che è possibile e bello vivere una vita nel mondo rimanendo impegnati con Dio e la Sua Chiesa.

Il celibato dei sacerdoti nel dibattito sinodale

Nell’ottobre 2018 avrà luogo a Roma il sinodo dei vescovi cattolici avente come tema I giovani, la fede e il discernimento vocazionale.

All’interno del problema generale del rapporto tra i giovani e la fede, sarà dunque dibattuto il tema delle vocazioni verso le varie forme di vita consacrata, che riveste un carattere particolarmente delicato e urgente se consideriamo la drammatica crisi che le vocazioni cattoliche hanno fatto registrare negli ultimi decenni, in particolar modo nel cosiddetto nord del mondo.

Nell’approssimarsi di tale appuntamento, sta diventando sempre più ampio il dibattito sul celibato che la chiesa cattolica impone alla quasi totalità dei propri ministri di culto, con le sole eccezioni dei sacerdoti di rito orientale e di quelli che, provenienti da altre chiese cristiane che non impongono il celibato, hanno chiesto di aderire alla chiesa cattolica dopo aver contratto matrimonio.

Non riteniamo casuale la concomitanza tra tale dibattito e l’imminenza dei lavori sinodali, in quanto il divieto di ordinazione di quanti non si sentano di vivere il sacerdozio in una condizione di castità e celibato contribuisce innegabilmente a rendere le ordinazioni sempre meno frequenti.

Celibato sacerdotale e viri probati

Un primo interessante aspetto del tema del celibato sacerdotale è proprio il fatto che, negli ultimi mesi, esso è stato toccato da rappresentanti vaticani al massimo livello, non escluso lo stesso papa Francesco, che nel marzo 2017, in un’intervista rilasciata al direttore del giornale tedesco Die Zeit, si è esplicitamente riferito alla possibilità che, in aree del mondo toccate dalla crisi di vocazioni, possano essere affidate mansioni sacerdotali ai cosiddetti viri probati, ossia a uomini sposati che abbiano a lungo collaborato alla gestione dei culti della propria parrocchia e abbiano dunque dato prova di solida fede.

Il tema è tornato di attualità nelle ultime settimane, in seguito alla pubblicazione del volume Tutti gli uomini di Francesco, scritto dal vaticanista Fabio Marchese Ragona e pubblicato dalle edizioni San Paolo.

Il libro contiene un’intervista al cardinale Beniamino Stella, prefetto della congregazione per il clero, dunque il più stretto collaboratore di Bergoglio sulle questioni concernenti il clero. Richiesto di un’opinione sul tema, il porporato afferma che è certamente il caso di valutare se l’ordinazione dei viri probati possa essere utile per alleviare quella che egli definisce “emergenza sacramentale”, soprattutto in alcune zone, come la foresta amazzonica o le isole del Pacifico, in cui per ragioni logistiche non è facile per un sacerdote coprire una pluralità di parrocchie, come è ormai usuale nel nord del mondo.

D’altra parte si tratta di una proposta che per molto tempo è stata portata avanti dal cardinale francescano brasiliano Claudio Hummes, fraterno amico di papa Francesco e predecessore di Stella alla carica di prefetto per il clero.

Proprio Hummes sta coadiuvando il pontefice nell’organizzazione del sinodo panamazzonico che, nel 2019, potrebbe essere il momento in cui tradurre in pratica un’eventuale apertura all’ordinazione sacerdotale di uomini sposati (o quantomeno all’attribuzione ad essi di funzioni sacramentali) che dovesse aver luogo nel sinodo del 2018.

Mappa Amazzonia comunità cattoliche remote

La posizione del cardinale Stella

Durante un briefing in Sala Stampa Vaticana sul Sinodo per l’Amazzonia, il cardinale ha definito il dibattito sul rito amazzonico «una bella pagina» e ha commentato: «È naturale che dal Sinodo venga questa iniziativa: i popoli amazzonici sentono la necessità di poter comunicare con la loro lingua, i loro simboli e la loro ritualità locale.

L’Amazzonia è una realtà plurietnica, plurilinguistica, composta da centinaia di etnie e centinaia di lingue. C’è un’aspettativa in questa materia e anche una necessità concreta: vedremo cosa dirà il Sinodo».

Nel dettaglio, la proposta emersa dal Sinodo è quella di promuovere un rito amazzonico sotto il profilo «liturgico, disciplinare e teologico». «Bisogna analizzare, approfondire, prendere tempo», ha commentato Stella: «I riti esprimo la spiritualità e le aspettative dei popoli.

Se ci sarà un cenno o alcuni paragrafi relativi a questa materia, bisognerà riprenderli e lavorarci molto» (Agensir, 24 ottobre).

Stella si è poi pronunciato sul celibato, altro tema “tabù” del Sinodo, poiché una parte dei Padri sta spingendo per istituire i “viri probati“, preti sposati e con famiglia, da destinare alle evangelizzazione dei luoghi più remoti dell’Amazzonia.

«Il celibato - ha detto - è la grande bellezza della vita di un sacerdote, che però va coltivato perché è un tesoro che coltiviamo in vasi di argilla».

«Io dico sempre ai vescovi: ‘formate bene i sacerdoti, siate molto vigilanti anche sugli aspetti umani della persona’», ha rivelato Stella, aggiungendo: «La Chiesa è rimasta l’unica istituzione che predica un impegno per sempre: per i sacerdoti, la vita consacrata e il matrimonio».

«Il dono del celibato - ha precisato Stella entrando nel dettaglio - rappresenta oggi per i giovani e anche per i sacerdoti una grande sfida personale, che si deve assumere con grande coscienza interiore dopo un tempo di addestramento e di formazione personale».

«Preghiera, disciplina e impegno personale»: sono questi, secondo il prefetto, i tre requisiti che fanno sì che «il celibato si possa vivere, ma consapevoli che viviamo in un mondo che non lo assume come un valore».

«Dobbiamo parlare ai giovani e presentare le esigenze del sacerdozio latino come grande impegno e grande bellezza», l’invito del porporato: «è una vocazione, che per essere accolta, oltre che della preparazione in un contesto di grande qualità umana, ha bisogno dell’equilibrio di una mente sana e di una affettività trasparente» (Difesa Popolo, 24 ottobre).

Le basi bibliche e storiche del celibato

Beninteso non si tratterebbe di un’abolizione pura e semplice del celibato sacerdotale, ma sarebbe pur sempre il primo passo nella direzione del superamento di un obbligo che, oltre a rappresentare un forte deterrente alle nuove vocazioni, è anche totalmente privo di fondamento biblico.

La teologia cattolica (e di molte altre chiese cristiane) si fonda sul principio della successione apostolica: gli apostoli hanno trasmesso la propria autorità ai vescovi, i quali ordinano i sacerdoti affinché li coadiuvino.

Nessun passo del Nuovo testamento ci fa pensare però che gli apostoli e i loro successori fossero celibi. Molte pagine vanno anzi nella direzione esattamente opposta.

Piuttosto noti sono i brani dei tre vangeli sinottici in cui si narra la guarigione della suocera dell’apostolo Pietro. Il vangelo di Matteo, ad esempio, ci informa che “entrato Gesù nella casa di Pietro, vide la suocera di lui che giaceva a letto con la febbre. Le toccò la mano e la febbre scomparve; poi essa si alzò e si mise a servirlo” (8:14-15).

Non sono mancati biblisti cattolici che hanno sostenuto che forse Pietro aveva una suocera in quanto vedovo, ma nulla lo lascia pensare. Anzi alcune delle lettere giunteci sotto il nome di Paolo confermano pienamente che, nelle comunità paleocristiane, era del tutto usuale l’ordinazione di uomini (e donne!) sposati.

Nella prima lettera ai corinzi, indubbiamente paolina, l’autore si chiede: “Non abbiamo il diritto di portare con noi una donna credente, come fanno anche gli altri apostoli e i fratelli del Signore e Cefa?” (9:5).

La prima lettera a Timoteo, probabilmente non paolina ma comunque canonica e rappresentativa delle norme in vigore nelle comunità cristiane antiche, nell’enumerare le qualità di cui deve dar prova il buon candidato all’ordinazione episcopale, menziona anche il fatto che sia “non sposato che una sola volta […] Sappia dirigere bene la propria famiglia e abbia figli sottomessi con ogni dignità” (3:2-3).

Non mancano, come noto, passi evangelici e paolini che elogiano la scelta virtuosa di non sposarsi, da parte chi sia destinato alla consacrazione ecclesiastica, ma essi vanno chiaramente nella direzione di una scelta libera, che in nessun modo può configurarsi come obbedienza a un obbligo formale.

Tanto che le stesse chiese ortodosse, pur essendo più conservatrici di quella cattolica su molte tematiche, consentono l’accesso al sacerdozio (anche se non all’episcopato) di quei giovani maschi che abbiano già contratto matrimonio.

La disciplina nella Chiesa latina e nelle Chiese orientali

L’obbligo di celibato sacerdotale, previsto dunque dalla sola chiesa cattolica di rito latino, è andato consolidandosi a partire dall’età tardo-antica, ed è stato codificato in maniera definitiva in età medievale, senza peraltro mai essere elevato al rango di dogma.

È infatti una prassi recepita dal diritto canonico vigente, con le eccezioni già menzionate.

La prima solenne e severa normativa in proposito, emanata dal Concilio Lateranense I nel 1123, faticò ad affermarsi, tanto diffuso era il concubinaggio dei preti.

L’obbligo del celibato “ebbe anche una motivazione economica: impedire che il “beneficio” (il terreno e gli immobili che davano al parroco il sufficiente per vivere) non fosse spartito tra figli e nipoti, esaurendo così, nel tempo, le sue entrate.

Nel terzo Concilio Lateranense, che si tenne nel 1179, venne stabilito che il celibato ecclesiastico non è di natura divina, ma solo canonica, cioè rappresenta una tradizione che appartiene alla disciplina della Chiesa latina.

In questo modo il Lateranense III decideva di non mutare la “disciplina apostolica” dei primi sette primi concili ecumenici (riconosciuti anche dalla Chiesa ortodossa), che rendeva possibile l’ordinazione presbiterale anche di uomini sposati.

Non, invece, la possibilità di sposarsi dopo l’ordinazione. Le Chiese orientali - ortodosse e cattoliche -prevedono infatti l’ordinazione di seminaristi già sposati, ma non il matrimonio per i preti già tali.

Mentre la Chiesa latina ha scelto di ordinare soltanto uomini celibi.

Il Concilio Ecumenico Vaticano II, nel decreto «Presbyterorum ordinis», riconosceva che la scelta celibataria non è richiesta dalla natura stessa del sacerdozio.

Le parole di papa Francesco

“Non c’è alcuna contraddizione nel fatto che un prete si sposi”. Così papa Francesco un paio di settimane fa a proposito del celibato all’interno della Chiesa cattolica.

“Il celibato nella Chiesa occidentale è una prescrizione temporanea: non so se si risolve in un modo o nell’altro, ma è provvisoria in questo senso. Non sono ancora pronto a rivederlo, ma ovviamente è una questione di disciplina, che oggi c’è e domani può non esserci, e non ha niente a che vedere con il dogma».

E ancora: “In realtà, nella Chiesa cattolica ci sono sacerdoti sposati: tutto il rito orientale è sposato. Tutto. Tutto il rito orientale. Qui in Curia - ha spiegato il Papa - ne abbiamo uno, l’ho incontrato oggi: ha una moglie e un figlio. Non c’è nessuna contraddizione per un sacerdote nel potersi sposare.”

Con altrettanta schiettezza papa Francesco ha ribadito di non credere che una eventuale abolizione del celibato dei preti possa portare ad un aumento delle vocazioni.

La proposta di una duplice forma ministeriale

La proposta che viene da più parti sollevata oggi è quella di accedere a una duplice tipologia di ministero: quello celibatario e quello uxorato (di uomini sposati).

Non si deve certo bandire il ministero celibatario, laddove è espressione di una libera scelta frutto di una autentica vocazione alla verginità.

Vi sono buone ragioni per affermare che il celibato, vissuto nella gioia di una libera scelta, costituisca, oltre che un segno della dimensione escatologica del mistero cristiano, uno status che offre una particolare disponibilità interiore a vivere il ministero ordinato.

Ma questo non esclude la plausibilità della presenza di un sacerdozio uxorato, che ha, a sua volta, notevoli chances anche dal punto di vista pastorale: si pensi soltanto a quanto è importante l’esperienza familiare per affrontare, in modo efficace, questioni di vita quotidiana che coinvolgono la maggior parte dei fedeli (Giannino Piana).

Certo, si porrà la questione su come concepire il rapporto tra queste due tipologie di ministero. L’importante è cominciare a ragionare e non ostinarsi a mettere la testa sotto la sabbia (le doppie o triple di vite di alcuni preti dovrebbero essere fatte oggetto di reale interrogazione).

E capire che l’eventuale abbandono dell’attuale disciplina celibataria, lungi dal dover essere considerato come un cedimento allo “spirito del tempo”, diventerebbe l’occasione per un vero e proprio arricchimento dell’azione pastorale della Chiesa.

La possibilità di accesso al sacerdozio in ambedue le condizioni di vita, oltre a costituire un atto di rispetto della libertà personale e a dare luogo a scelte umanamente più solide perché più serene, favorirebbe la realizzazione di una complementarità nell’esercizio del ministero sacerdotale oggi necessaria per interpretare correttamente la complessità delle situazioni e rispondere con efficacia alle richieste di una condizione di secolarizzazione, che rende sempre meno percepibile la domanda di fede.

Le posizioni emerse nel Sinodo

L’assemblea ha appena finito di votare il documento di sintesi di questa tappa del Sinodo che, subito dopo viene presentata alla stampa. Documento approvato, complessivamente con 336 si e 10 no.

«Stiamo cercando di vivere il Vangelo e nessuno può sentirsi escluso, non accettato nella sua casa», ha sottolineato presentando il documento il cardinale Mario Grech. «Una esperienza che ha cambiato le persone», ha aggiunto dal canto suo il cardinale Hollerich.

Il testo è diviso in tre parti: la prima delinea “Il volto della Chiesa sinodale”, la seconda “Tutti discepoli, tutti missionari”, tratta di tutti coloro che sono coinvolti nella vita e nella missione della Chiesa e delle loro relazioni. Infine la terza “Tessere legami, costruire comunità”.

Ogni capitolo raccoglie le convergenze, le questioni da affrontare e le proposte emerse dal dialogo.

Questione discussaPosizione espressa nel documento
Accesso delle donne al ministero diaconaleTra i punti meno condivisi, con 69 voti contrari
Prosecuzione della ricerca sull’accesso delle donne al diaconato67 contrari
Approfondimento teologico del diaconato61 contrari
Celibato dei pretiQuestione ancora aperta, con discussione e approfondimento in corso

Tra i punti meno condivisi (69 voti contrari) il paragrafo sulle questioni da affrontare che riguarda l’accesso delle donne al ministero diaconale.

«Alcuni considerano che questo passo sarebbe inaccettabile in quanto in discontinuità con la Tradizione», si legge al capitolo 9 paragrafo j, «per altri, invece, concedere alle donne l’accesso al diaconato ripristinerebbe una pratica della Chiesa delle origini.

Altri ancora discernono in questo passo una risposta appropriata e necessaria ai segni dei tempi, fedele alla Tradizione e capace di trovare eco nel cuore di molti che cercano una rinnovata vitalità ed energia nella Chiesa.

Alcuni esprimono il timore che questa richiesta sia espressione di una pericolosa confusione antropologica, accogliendo la quale la Chiesa si allineerebbe allo spirito del tempo».

E ancora, alla lettera n, in 67 sono contrari a che «si prosegua la ricerca teologica e pastorale sull’accesso delle donne al diaconato, giovandosi dei risultati delle commissioni appositamente istituite dal Santo Padre e delle ricerche teologiche, storiche ed esegetiche già effettuate.

Se possibile, i risultati dovrebbero essere presentati alla prossima Sessione dell’Assemblea».

Le difficoltà sul ministero diaconale

Difficoltà ci sono anche per il ministero del diaconato in sé. In 61 si sono detti contrari al paragrafo che chiede di approfondire «sotto il profilo teologico l’esigenza di comprendere il diaconato anzitutto in se stesso, e non solo come una tappa di accesso al presbiterato.

Lo stesso uso linguistico di qualificare come “permanente” la forma primaria di diaconato, per distinguerla da quella “transitoria”, è la spia di un cambio di prospettiva non ancora adeguatamente realizzato».

Insieme con la questione del diaconato un altro punto meno condiviso è stato quello sul celibato dei preti.

Il celibato come scelta, disciplina e vocazione

Il celibato ecclesiastico non è di natura divina. E’ solo una tradizione che appartiene alla disciplina della Chiesa.

La discussione mostra la necessità di distinguere il valore spirituale del celibato dalla sua forma giuridica e disciplinare. Il celibato può essere vissuto come una libera scelta frutto di una autentica vocazione alla verginità, ma il dibattito riguarda anche l’eventuale possibilità di collegare l’accesso al ministero a condizioni di vita differenti.

La vocazione alla vita casta da single libera il cuore in modo unico, “per farlo ardere di un amore più grande per Dio e per tutta l’umanità”.

«Il dono del celibato - ha precisato Stella entrando nel dettaglio - rappresenta oggi per i giovani e anche per i sacerdoti una grande sfida personale, che si deve assumere con grande coscienza interiore dopo un tempo di addestramento e di formazione personale».

La questione resta inserita nel cammino di discernimento: «La votazione conferma che sono punti aperti, che la discussione, la riflessione e l'approfondimento sono in corso».

Il Papa: serve discernimento nelle vocazioni

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