Icona della Trasfigurazione di Novgorod: storia, significato e caratteristiche

L’icona della Trasfigurazione di Novgorod rappresenta Cristo sul monte Tabor, rivelato nella sua natura divina davanti agli apostoli Pietro, Giacomo e Giovanni, con Mosè ed Elia ai suoi lati. Il suo significato più profondo riguarda l’apertura degli occhi della fede: Gesù non cambia forma, ma si manifesta come realmente è, nella luce eterna, oltre lo spazio e il tempo.

La Trasfigurazione è uno dei modelli più complessi dell’iconografia cristiana, ma il suo messaggio essenziale è semplice: la luce divina permette di riconoscere il volto autentico di Cristo e di comprendere la realtà, la sofferenza e la storia personale secondo la logica di Dio.

La storia dell’icona russa e la scuola di Novgorod

È attraverso i canoni artistici di Bisanzio che l’arte cristiana è stata portata nell’antica Rus’, come la fede e la cultura cristiana più in generale. Nell’XI secolo si apre in Rus’ la prima scuola di iconografia. È stata fondata da artigiani di Costantinopoli che tra gli anni 1073 e 1089 hanno costruito e decorato con affreschi la Cattedrale della Dormizione nel Monastero delle Grotte di Kiev.

Due alunni della scuola, i santi Alipio e Gregorio, sono divenuti i primi iconografi russi, sono stati successivamente canonizzati, e i loro affreschi sono stati copiati da molti artisti-seguaci. Nel corso del tempo, diverse città della Rus’ hanno sviluppato le proprie tradizioni iconografiche. Gli studiosi considerano che le più grandi scuole di iconografia siano quelle di Novgorod, Vladimir-Suzdal, Mosca, Pskov.

Inizialmente, ciascuna di queste scuole attingeva alle tradizioni iconografiche di Kiev. Col tempo, c’è stata anche l’influenza delle diverse scuole l’una sull’altra. L’icona della Trasfigurazione di Novgorod appartiene dunque alla grande formazione dell’arte russa antica, nata dall’incontro tra la tradizione bizantina, la spiritualità ortodossa e le specifiche sensibilità sviluppate nei diversi centri della Rus’.

L’iconografia russa ha toccato il suo apice nei secoli XIV-XV, l’epoca della grande rinascita spirituale del monachesimo sotto l’influsso di San Sergio di Radonez. I pittori riuscirono a plasmare i segreti ineffabili della visione cristiana del mondo e della teologia con la massima completezza e chiarezza possibili per l’arte di quel tempo.

Teofane il Greco, Andrey Rublev e Dionisio sono i tre maggiori iconografi dell’antica Rus’. Ciascuno ha raggiunto l'apice dell’arte sacra del Medioevo, e insieme esprimono bene le dinamiche del movimento dell’antica “filosofia dei colori” russa.

Icona della Trasfigurazione di Novgorod

La tavoletta di Novgorod e la datazione

Tra le splendide tavolette di Novgorod del XVI secolo, vale la pena soffermarsi sull’icona della trasfigurazione. Uno dei modelli e temi più complessi dell’iconografia, ma il cui significato più profondo è in realtà molto semplice.

L’icona rappresenta l’episodio evangelico della Trasfigurazione, durante il quale Cristo, alla presenza degli apostoli Pietro, Giovanni e Giacomo, rivelò la sua natura divina sul monte Tabor, illuminandosi ed apparendo al cospetto dei profeti Mosè ed Elia.

Il soggetto è narrato in tutti e tre i Vangeli sinottici: Mt 17,1-8, Mc 9,2-13, Lc 9,28-36. Gesù prende con sé i tre apostoli Pietro, Giacomo e Giovanni, li porta in disparte, su di un alto monte, e li fa assistere alla sua “trasfigurazione”.

Una tradizione descrive la Trasfigurazione di Novgorod come un capolavoro russo risalente al XII secolo, mentre le tavolette di Novgorod del XVI secolo costituiscono un riferimento distinto nella storia della rappresentazione del tema. Le diverse datazioni si riferiscono quindi a opere o gruppi di opere differenti e non devono essere considerate automaticamente riferite alla stessa icona.

Il significato della parola “Trasfigurazione”

Il significato originale di questa parola lo troviamo nel sostantivo greco che indica questo evento: metamorphosis, che letteralmente non vuol dire “cambiare forma”, ma “andare oltre la forma”. Gesù non si trasforma, ma si mostra agli apostoli come realmente è.

Sono i loro occhi a cambiare, ad aprirsi in modo da vederlo pienamente come Egli è in verità, cioè nell’eternità, fuori dallo spazio e dal tempo, vestito di luce e sfolgorante come un sole.

È infatti la fede che permette di riconoscere Cristo nella sua identità vera, di entrare nel suo mistero, di comprendere le Parole e l’amore del Padre e quindi di ricevere quella capacità di guardare la vita, le cose che esistono, gli avvenimenti che ci accadono, le stesse sofferenze e dolori, la nostra storia personale, secondo la luce di Dio e la sua logica.

La luce di amore che viene dall’eternità svela il senso profondo di tutte le cose, dà speranza anche nel dolore e ci toglie ogni paura, la paura degli uomini, la paura di soffrire e la paura della morte.

La scena evangelica rappresentata nell’icona

Ed è tanto vero che si trova nell’eterno, che appaiono anche due uomini, definiti come Mosè ed Elia, appartenenti alla storia passata di Israele, che rappresentano la legge e i profeti, cioè tutta la sacra scrittura, tutta la Parola di Dio rivelata prima di Gesù, a conversare con lui.

I tre apostoli, come dice il vangelo, sono presi da un gran sonno che chiude i loro occhi e percepiscono la voce del Padre da una nube di luce, indicazione che richiama la nube che ha guidato il popolo di Mosè nel deserto.

Nell’icona, Giacomo e Giovanni sono rappresentati a testa in giù, con le mani sugli occhi per indicare la grandezza dell’evento cui sono ammessi: un salto che la fede fa fare, un salto che li mette sottosopra, li fa finire interiormente “a gambe all’aria” … ma perché?

Quello che vedono è una visione di gloria, è uno squarcio, una apertura sul cielo, come è rappresentato dalla mandorla azzurra dietro di Gesù, che ribalta la loro comprensione del mondo, delle cose, degli eventi.

Solo Pietro riesce, anche se in ginocchio, a guardare verso Gesù, grazie alla sua fede che l’ha già riconosciuto come il Cristo, il Figlio di Dio, come è scritto nei versetti precedenti a questo episodio.

La composizione dell’icona

I tre apostoli sono inginocchiati con le mani giunte ai piedi di Cristo che risplende al centro, circondato da raggi dorati ed accompagnato da Elia, a sinistra, e Mosè, a destra, con le tavole della legge.

Sul bordo superiore dell’icona corre l’iscrizione “ПРЕОБРАЖЕНИЕ Г(О)С(ПО)ДНЕ” (Trasfigurazione del Signore).

Al centro della scena, più grande rispetto agli altri personaggi, c’è Gesù trasfigurato, con in mano il rotolo del Vangelo, che illumina e dona luce a tutta la scena. Gesù viene ad illuminare i passi, i dubbi, le sofferenze, i dolori, i peccati dell’uomo.

La luce che emana è prefigurazione della Risurrezione. Il volto di Gesù rappresenta il volto del vero uomo, l’uomo pienamente compiuto.

L’icona è costruita su una disposizione verticale e simbolica: Cristo occupa il centro superiore, i profeti si trovano ai suoi lati, mentre gli apostoli sono collocati ai piedi del monte, in una posizione più vicina al piano umano, sensibile e mondano.

Il monte Tabor e la nube di luce

I cerchi concentrici rimandano al mistero di Dio: la sua presenza misteriosa nella nube. Si inizia a prendere coscienza che l’incontro con Gesù non può essere contenuto in schemi umani, ma che Dio è il Totalmente Altro.

Perdiamo le nostre certezze, le sicurezze, perché inizia il cammino di maturazione della fede; perdiamo la nostra conoscenza sensibile in favore di una ricerca a partire dall’esperienza di una sproporzione tra ciò che è umano e ciò che è divino.

Conoscere Dio è un dono, non una conquista. Gesù ci viene rivelato dal Padre. La nube ci chiede di vegliare, vigilare, aprire gli occhi della fede, alzare lo sguardo per poter contemplare.

Si tratta di vedere la realtà con una presenza nello sguardo. Guardare con gli occhi del cuore per scorgere il mistero nascosto in tutte le cose.

Il monte è il luogo della rivelazione. Gesù si rivela con Elia e Mosè, i monti della Legge e della Profezia, i doni della Parola e del Pane che vengono ricevuti e donati. Rappresentano la montagna della Scrittura nella sua interezza.

Dalla Parola scaturisce il fiume di acqua viva che è Cristo, la sorgente che porta vita, l’acqua che disseta per l’eternità. Riceviamo per poter donare.

Il cerchio delle tenebre

Arriva poi il momento di fare i conti con le nostre tenebre, con l’oscurità che ci abita. È ciò che rappresenta il cerchio nero sullo sfondo, proprio dietro la luce splendente delle vesti di Gesù.

Si tratta di far emergere il contrasto esistente in ogni uomo e in ogni realtà tra luce e tenebra, tra peccato e perdono, tra umanità e grazia.

Si tratta di fare l’esperienza del silenzio di Dio, del suo apparente abbandono quando non riusciamo più a sperimentarlo con i sensi. Credere che Dio è lì dove sei tu, anche nell’abisso del tuo dolore e della tua sofferenza.

Fidarsi al di là dei sensi, al di là della ragione, al di là di te stesso. Il buio che scopriamo in noi ci rende bisognosi, mendicanti, ci mette in cammino, in ricerca, nella condizione di chiedere la sua misericordia.

Il simbolismo dei numeri e dell’unità

Dunque tre sono i personaggi nel piano superiore: Elia, Gesù e Mosè; tre nel piano inferiore: Pietro, Giovanni e Giacomo; tre sono i cerchi della nube; tre i monti della rivelazione; tre i raggi di luce splendente irradiati dal Gesù trasfigurato.

Ma allo stesso tempo potremmo dire anche che sono sintetizzati in unità: un solo dialogo tra Elia, Gesù e Mosè; un solo discepolato, quello di Pietro, Giovanni e Giacomo; una sola nube; un solo monte, il Tabor; una sola luce irradiata.

La struttura dell’icona unisce quindi la molteplicità dei personaggi e degli elementi alla loro convergenza in un’unica rivelazione: un solo Cristo, una sola luce e un solo mistero contemplato dalla Chiesa.

I personaggi dell’icona

Gesù Cristo

Al centro della scena, più grande rispetto agli altri personaggi, c’è Gesù trasfigurato, con in mano il rotolo del Vangelo, che illumina e dona luce a tutta la scena.

La sua posizione centrale esprime la sua funzione di origine e centro della rivelazione. La luce non è un elemento decorativo, ma la manifestazione della gloria divina e il segno della vita che supera la morte.

Elia

L’anziano raffigurato con la lunga barba bianca, alla sinistra di Gesù, è il profeta Elia. Rivolto verso Gesù, in dialogo e in comunione con lui, porta in mano il pane, che rappresenta l’Eucaristia.

Il profeta sta indicando l’oggetto della profezia, quella presenza di Dio che ha sperimentato, non nel fragore del terremoto, ma nella leggerezza di un vento. Elia rappresenta i vivi.

Mosè

Il giovane alla destra di Gesù è Mosè e rappresenta i morti. Mosè conserva la sua giovinezza perché i suoi occhi hanno visto Dio nella potenza di un rogo in fiamme che non si consuma.

Dt 34,7: “Mosè aveva centoventi anni quando morì; gli occhi non gli si erano spenti e il vigore non gli era venuto meno”. Le sue mani sono velate in segno di adorazione e rispetto e porge a Gesù la Torah, la Legge.

Mosè ed Elia rappresentano insieme l’intera rivelazione precedente a Cristo: la Legge e i Profeti, la Scrittura che trova nella presenza di Gesù il suo compimento.

Pietro

Pietro ha una mano alzata verso il Maestro quasi ad indicare la via, la verità e la vita. La funzione di Pietro è sempre quella di indicare il Signore presente nel mondo.

Sta chiedendo a Gesù di poter piantare tre tende. Pretende di poter contenere il mistero, di poter racchiudere la gloria in una tenda umana.

Solo Pietro riesce, anche se in ginocchio, a guardare verso Gesù, grazie alla sua fede che l’ha già riconosciuto come il Cristo, il Figlio di Dio.

Giovanni

Giovanni è ai piedi di Gesù, prefigurazione della sua passione. Sarà infatti Giovanni l’unico discepolo a rimanere con Gesù fin sotto la croce.

L’atteggiamento ricorda quello dell’ultima cena, quando si chinò sul petto del maestro, ma anche la peccatrice chinata ai piedi di Gesù. Non a caso Giovanni porta in mano un vasetto di profumo che sta versando su di noi, sulla Chiesa.

Giacomo

Giacomo ha l’atteggiamento di Giuseppe, è preda di un timore reverenziale rappresentato dalla mano alzata verso il volto, come se volesse custodire il silenzio.

Allo stesso tempo sembra guardare non solo verso Gesù, ma anche verso Pietro. Rappresenta ogni cristiano che per arrivare a Cristo ha bisogno di sperimentare l’incontro con testimoni adulti nella fede.

La luce come elemento fondamentale dell’iconografia russa

Il cristianesimo ha portato con sé l’idea della luce spirituale interiore, che è stata attivamente accolta e sviluppata dai santi asceti. In Rus’, l’estetica della luce si è sviluppata dalla fine del XIV secolo ed è la componente più importante dell’antica iconografia russa.

La Trasfigurazione esprime in modo particolarmente chiaro questa teologia della luce. Cristo appare vestito di luce e sfolgorante come un sole, mentre la mandorla e i raggi che lo circondano mostrano la dimensione celeste dell’evento.

La luce di amore che viene dall’eternità svela il senso profondo di tutte le cose, dà speranza anche nel dolore e ci toglie ogni paura, la paura degli uomini, la paura di soffrire e la paura della morte.

Stupiti da ciò che vedono, sentendo il potere spirituale dell’antica pittura russa, i pensatori religiosi della prima metà del XX secolo come Trubetskoy, Florensky, Bulgakov, Uspensky la definiscono accuratamente come “theoria dei colori” e “teologia iconografica”.

La Trasfigurazione come prefigurazione della Passione e della Risurrezione

Gesù sa che presto inizierà la sua passione e che sarà un dolore insostenibile per i suoi discepoli, uno scandalo per le umiliazioni e le violenze che riceverà, e con questo evento vuole aprire le menti e i cuori degli apostoli a Lui più vicini per fargli comprendere che la realtà eterna, che la sua vita, la sua gloria, la potenza del suo amore esistono già oltre la morte, oltre la nostra vita terrena, oltre quello che vedranno poi.

La festa della Trasfigurazione viene introdotta nel VI secolo ed è strettamente legata all’Esaltazione della Croce è quindi da considerare come evento prefigurativo della croce e della risurrezione.

“Ti sei rivelato ai tuoi Signore secondo le loro possibilità. I tuoi hanno contemplato la tua gloria affinché quando ti avessero visto crocifisso avessero creduto alla volontaria tua passione” (San Gregorio di Nissa).

La luce del Tabor anticipa quindi la gloria della Risurrezione e sostiene la fede degli apostoli davanti allo scandalo della Croce. La visione non elimina la sofferenza, ma ne rivela il significato alla luce dell’amore eterno.

La Trasfigurazione nella spiritualità ortodossa

La Trasfigurazione di Gesù è un momento centrale nella vita del Signore, quello nel quale egli più chiaramente manifesta la sua natura divina. La spiritualità ortodossa si è lasciata notevolmente influenzare da questo evento epifanico a tal punto che nell’iconografia troviamo ripetuto questo tema infinite volte.

Mentre in Occidente le immagini sono prevalentemente di natura didattica, servivano cioè a istruire il popolo analfabeta sulla vita di Cristo, della Madonna e dei Santi, in Oriente esse servono per contemplare i divini misteri.

L’iconografia ortodossa ripropone con la stessa fissità sempre gli stessi temi e questo perché si è fedeli a degli archetipi. Gli iconografi ortodossi dipingono allo stesso modo in cui in Occidente i monaci copiavano i testi sacri: in entrambi casi non si tratta di noiosa ripetizione ma di autentica fedeltà al dato originario.

L’icona è il luogo in cui è possibile incontra il contenuto, è una pagina della Scrittura e deve corrispondere fedelmente alla Parola o alla storia del Santo rappresentato.

L’icona come luogo teologico

L’icona non è un quadro sacro, o un suppellettile di arredo, ma è un sacramentale, un luogo teologico, un luogo taumaturgico di guarigione. L’icona non si può considerare completa fino a quando non è consacrata.

È a tutti gli effetti arte sacra. Solitamente non viene appesa al muro, ma appoggiata su uno scranno per poter essere baciata, esposta, ed è oggetto di venerazione.

La venerazione delle icone ha un ruolo importante nella Chiesa Ortodossa ed è legata alla teologia di San Giovanni Damasceno, che affermava: “Se nell’Antico Testamento la rivelazione divina diretta alle persone avveniva nella parola, invece nel Nuovo Testamento si compie sia nella parola che nell’immagine”.

San Giovanni Evangelista lo esprime con grande forza nelle parole iniziali della sua Prima Lettera: “Ciò che era dal principio, ciò che abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e che le nostre mani hanno toccato. ”.

La Trasfigurazione come icona della conoscenza

Nel mondo orientale è anche conosciuta come Icona della Conoscenza perché solitamente era il primo tema che si affidava agli iconografi meno esperti.

Chi iniziava a cimentarsi con le icone iniziava con il soggetto della Trasfigurazione per poter ricevere da esso la luce del Tabor, la luce della conoscenza, la possibilità di fare un’esperienza di fede profonda e trasfigurante.

Icona che pone di fronte al tema della bellezza perché permette di contemplare la gloria. La manifestazione gloriosa di Cristo rappresenta l’incontro primordiale che ciascuno di noi può aver fatto con Lui.

È il primo innamoramento dato dal fascino della sua luce. Gesù ci attira a sé e ciò che rimane è l’impressione di averlo conosciuto pienamente, in profondità. Il suo volto bello (kalòn) è anche buono e vero.

Significa aver fatto l’esperienza viva di Gesù, essere attratti dalla sua presenza, l’essere testimoni di un incontro personale.

I tre gradi della conoscenza spirituale

La manifestazione gloriosa di Cristo

Lo splendore glorioso di Gesù trasfigurato emerge da subito con forza e rappresenta l’incontro primordiale che ciascuno di noi può aver fatto con Lui. È il primo innamoramento dato dal fascino della sua luce.

Gesù ci attira a sé e ciò che rimane è l’impressione di averlo conosciuto pienamente, in profondità. Il suo volto bello (kalòn) è anche buono e vero.

La presenza della nube

I cerchi concentrici rimandano al mistero di Dio: la sua presenza misteriosa nella nube. Si inizia a prendere coscienza che l’incontro con Gesù non può essere contenuto in schemi umani, ma che Dio è il Totalmente Altro.

La nube ci chiede di vegliare, vigilare, aprire gli occhi della fede, alzare lo sguardo per poter contemplare. Si tratta di vedere la realtà con una presenza nello sguardo.

Il cerchio delle tenebre

Arriva poi il momento di fare i conti con le nostre tenebre, con l’oscurità che ci abita. È ciò che rappresenta il cerchio nero sullo sfondo, proprio dietro la luce splendente delle vesti di Gesù.

Il buio che scopriamo in noi ci rende bisognosi, mendicanti, ci mette in cammino, in ricerca, nella condizione di chiedere la sua misericordia.

La Trasfigurazione nella storia dell’iconografia russa

Nella seconda parte della storia dell’iconografia russa, i principali soggetti iconografici sono stati presentati nell’ordine cronologico relativo con cui appaiono nella storia sacra: dalla natività della Vergine, passando per la sua presentazione al Tempio e l'annunciazione, alla nascita del Salvatore, alla presentazione al Tempio del divino bambino, al suo Battesimo, alla trasfigurazione sul Tabor, alla risurrezione di Lazzaro.

Seguono i due cicli della Passione e della Pasqua, comprendenti, tra gli altri, i soggetti dell’ingresso del Signore a Gerusalemme, della lavanda dei piedi, dell’ultima cena, della preghiera di Gesù al Getsemani, del bacio di Giuda, dell’obbrobrio di Cristo, del suo portare la Croce, della crocifissione, della deposizione dalla Croce, della sepoltura, quindi delle donne mirofore al Sepolcro e dell’apparizione a Tommaso.

Forse è per questo che sono pochissime le icone raffiguranti gli eventi dell’Antico Testamento, ad eccezione di quelle dedicate al profeta Elia. La Trasfigurazione costituisce invece un punto di incontro tra la rivelazione dell’Antico Testamento e la manifestazione piena di Cristo nel Nuovo Testamento.

Dal periodo antico alla rinascita dell’icona

Dal XVI secolo l’arte inizia ad essere pervasa da influssi occidentali, e così nella seconda metà del XVII secolo prevale la teoria “storico-realistica” delle immagini sacre, basata sull’esistenza dell’icona acheiropoietos di Cristo, cioè della Sua immagine non fatta da mani d’uomo.

In questa corrente, l’arte, l’abilità dell’artista e l’orientamento verso la tradizione dell’Europa occidentale sono gradualmente portate alla ribalta. A poco a poco, la canonicità dell’arte sacra come base del simbolismo dell’icona viene distrutta.

Dal ’700 all’800 domina nell’arte sacra la corrente realistica e la scuola accademica del disegno. Alla fine del XIX secolo i restauratori scoprono le antiche icone, ormai oscurate e ripetutamente rinnovate.

Questi pensatori religiosi hanno gettato una base teologica per la rinascita dell’icona russa. Dagli anni Novanta del XX secolo, quando la Chiesa Russa Ortodossa ha potuto di nuovo predicare apertamente e stampare letteratura spirituale, le loro opere sono tornate in circolazione.

Nell’ultima trentina di anni, la tradizione iconografica si è rafforzata, sono apparse parecchie scuole e correnti iconografiche.

Caratteristiche stilistiche e lettura dell’immagine

La composizione della Trasfigurazione si fonda sulla contrapposizione tra l’ordine del piano superiore e il turbamento degli apostoli nel piano inferiore. I personaggi celesti sono collocati nel cielo del paradiso indicato dal color oro, mentre i discepoli partecipano all’evento dal piano dell’esperienza umana.

I discepoli sono Pietro, Giovanni e Giacomo, gli stessi che saranno presenti poi nel Getsèmani, come ad indicare il punto di maggiore gloria e il punto di maggior fatica. Sono collocati ai piedi del monte, sul piano inferiore dell’umano, sensibile e mondano.

Il colore nero rappresenta infatti la terra intrisa di peccato e fragilità. Sono chiaramente sconvolti, turbati, caduti a terra, sconvolti. C’è un evidente disordine che contrasta con la fissità ordinata delle figure del piano superiore.

La luce, l’oro, la mandorla, i raggi e il contrasto con il fondo oscuro costruiscono una grammatica visiva nella quale il mondo umano viene investito dalla rivelazione divina. L’icona non descrive soltanto un episodio, ma rende visibile un passaggio dalla percezione sensibile alla contemplazione del mistero.

Dalla bellezza visibile al mistero invisibile

Ci lasceremo trasportare attraverso dalla bellezza visibile all’invisibile Mistero di Dio. Cercheremo di coniugare l’aspetto artistico e quello spirituale avvicinandoci all’affascinante caso di Gesù di Nazaret, Verbo incarnato di Dio, manifestatosi in tutto il suo splendore sul monte Tabor.

In questo percorso saremo aiutati dalla Parola di Dio che ci mostrerà come nel Cristianesimo dobbiamo seguire non un libro, ma una Persona. Durante la meditazione evidenzieremo il riferimento alla capacità e alla necessità della fede di inserirsi nella storia e di incidere sul sociale.

Questa icona ci svela la presenza misteriosa e salvifica di Cristo in mezzo alla Chiesa radunata dalla liturgia per celebrare i sacri misteri. Proprio nelle celebrazioni si compie il miracolo del vedere, attraverso gli occhi della fede, la presenza reale del Figlio di Dio Salvatore.

Ogni volta che celebriamo i nostri occhi si aprono e intuiscono nella presenza della Parola e dell’Eucaristia, la sua Presenza. Ogni volta che celebriamo saliamo sul monte con Gesù e gustiamo una trasfigurazione.

Ci sarebbe ancora molto da scrivere, ma è meglio fermarsi a guardarla un po’ in silenzio, chiedendo al Signore che ci illumini con la sua luce taborica, perché possiamo comprendere quello che ancora ci vuole comunicare.

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