Il rapporto tra fra Jacopone da Todi e il Giubileo del 1300 è segnato da una contraddizione drammatica: proprio nell’anno della grande celebrazione del perdono cristiano, Jacopone rimase escluso dall’indulgenza e continuò a vivere in carcere sotto scomunica. La sua vicenda unisce conversione personale, rigorismo francescano, conflitto con Bonifacio VIII e intensa riflessione poetica sulla colpa, sulla penitenza e sulla misericordia.
Iacopone da Todi nacque tra il 1230 e il 1236 da una nobile famiglia tuderte, studiò giurisprudenza probabilmente a Bologna ed esercitò nella sua città la professione di notaio e di procuratore legale. Dopo la morte tragica della moglie Vanna di Bernardino di Guidone dei conti di Coldimezzo, avvenuta nel 1268, abbandonò la vita mondana, distribuì le sue ricchezze ai poveri e intraprese un cammino di penitenza che lo condusse, nel 1278, nell’Ordine dei frati minori.
Che cos’era il Giubileo del 1300
“Giubileo” è il nome di un anno particolare: sembra derivare dallo strumento utilizzato per indicarne l’inizio; si tratta dello yobel, il corno di montone, il cui suono annuncia il Giorno dell’Espiazione (Yom Kippur). Questa festa ricorre ogni anno, ma assume un significato particolare quando coincide con l’inizio dell’anno giubilare.
Ne ritroviamo una prima idea nella Bibbia: doveva essere convocato ogni 50 anni, poiché era l’anno ‘in più’, da vivere ogni sette settimane di anni (cfr. Lev 25,8-13). Anche se difficile da realizzare, era proposto come l’occasione nella quale ristabilire il corretto rapporto nei confronti di Dio, tra le persone e con la creazione, e comportava la remissione dei debiti, la restituzione dei terreni alienati e il riposo della terra.
Originariamente il termine giubileo indicava un anno specifico, in cui i terreni non venivano coltivati, per far sì che tornassero produttivi, e dunque ai servi (che per la maggioranza erano dediti ai lavori agricoli) fosse restituita la libertà. Il Giubileo era l’anno dello yōbēl, ovvero anno del capro, perché l’inizio di questo periodo era annunciato appunto dal suono di un corno di caprone: da questo termine trae origine il nome della ricorrenza.
Il Giubileo ricorreva ogni 50 anni, cioè ogni 7 anni sabbatici: il numero, nel rispetto della cabala ebraica, è il risultato di 7 x 7 + 1, dove 1 rappresenta il creatore e 7 è il periodo di sette anni che ricorre tra un anno sabbatico e l’altro. Citando il profeta Isaia, il vangelo secondo Luca descrive in questo modo anche la missione di Gesù: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l’anno di grazia del Signore» (Lc 4,18-19; cfr. Is 61,1-2).
Queste parole di Gesù sono diventate anche azioni di liberazione e di conversione nella quotidianità dei suoi incontri e delle sue relazioni. Con l’avvento del Cristianesimo, la festività assume altre caratteristiche, modificandosi nelle date e nel significato.
Il primo Giubileo cristiano
Bonifacio VIII nel 1300 ha indetto il primo Giubileo, chiamato anche “Anno Santo”, perché è un tempo nel quale si sperimenta che la santità di Dio ci trasforma. La Chiesa cattolica ha cominciato a celebrare il giubileo con papa Bonifacio VIII il 20 febbraio 1300, anno del primo giubileo cristiano della storia.
A differenza del valore politico-sociale ebraico, Bonifacio VIII attribuì al giubileo un significato spirituale: i cristiani che ricevevano la confessione e la comunione e visitavano le tombe dei Santi Pietro e Paolo a Roma ricevevano un perdono generale delle loro colpe, la cosiddetta indulgenza plenaria.
Inizialmente era stato previsto un intervallo di cento anni, che poi fu ridotto a cinquanta, a trentatré (anni della vita di Cristo sulla Terra) e infine a venticinque su decisione di papa Paolo II nel 1470. La cadenza è cambiata nel tempo: all’inizio era ogni 100 anni; viene ridotta a 50 anni nel 1343 da Clemente VI e a 25 nel 1470 da Paolo II.
Per un breve periodo il Giubileo è stato celebrato ogni 33 anni, in ricordo degli anni di Cristo e, infine, a partire dal 1450, si stabilisce che ricorra ogni 25 anni. Vi sono anche momenti ‘straordinari’: per esempio, nel 1933 Pio XI ha voluto ricordare l’anniversario della Redenzione e nel 2015 papa Francesco ha indetto l’Anno della Misericordia.
Diverso è stato anche il modo di celebrare tale anno: all’origine coincideva con la visita alle Basiliche romane di S. Pietro e di S. Paolo, quindi con il pellegrinaggio, successivamente si sono aggiunti altri segni, come quello della Porta Santa. Partecipando all’Anno Santo si vive l’indulgenza plenaria.
La conversione di Jacopone da Todi
Il suo vero nome era Jacopo de’ Benedetti, ed era nato a Todi intorno al 1230 da una nobile famiglia. Studiò giurisprudenza a Bologna, dopodiché intraprese la carriera notarile (secondo altre fonti fu invece procuratore legale) nella sua città.
Intorno al 1267 sposò una giovane nobildonna, Vanna di Bernardino di Guidone. Questa prima fase della sua vita fu improntata al lusso e al divertimento: feste e banchetti si susseguivano senza sosta.
Nel 1267 sposò una donna di cui è noto solo il nome, da un documento del secolo XVII: Vanna di Bernardino di Guidone dei conti di Coldimezzo. Null’altro di preciso (e, per la verità, nemmeno d’impreciso: semplicemente nulla) si conosce sulla personalità di questa donna o sulla vita coniugale di Iacopone da Todi.
Un solo fatto è ben conosciuto, anche troppo: non molto tempo dopo le nozze, la moglie morì in circostanze tragiche. Nel corso di una festa, sembra, forse in una delle case dei Coldimezzo, il crollo di un pavimento travolse gli invitati, e tra loro la giovane moglie di Iacopo de’ Benedetti, che vi restò uccisa.
Ma nel 1268 accadde un fatto che mutò radicalmente la sua esistenza, orientandola verso la conversione. Avvisato dell’accaduto, egli si precipitò sul luogo dell’incidente e rimase profondamente sconvolto non solo per la grave improvvisa perdita, ma anche per aver scoperto che la moglie, sotto le lussuose vesti, portava, all’insaputa di tutti, un cilicio.
Questo è da considerarsi vero, ma il dato che segue - e che è il più divulgato - potrebbe anche essere apocrifo, date le evidentissime valenze simbolico-agiografiche: si dice che Iacopone (non presente forse, comunque non coinvolto nel crollo), accorso a soccorrere la moglie moribonda, trovò che portava il cilicio sotto le vesti.
Al di là della credibilità di tale racconto, tutti concordano nell’affermare che la conversione di Jacopone avvenne dopo la morte della giovane moglie. L’improvvisa scoperta, che forse gettava una luce nuova su una donna che fino a quel momento aveva dato l’impressione di condurre una vita normale sotto ogni aspetto, e comunque l’evento traumatico di quella morte, mutarono radicalmente la vita di Iacopo de’ Benedetti.
Era l’anno 1268. Distaccatosi all’improvviso e in modo totale da tutto ciò che aveva costituito la sua vita fino ad allora, cominciò a condurre vita di penitente o “bizzocone”, come si diceva allora e come dice egli stesso sempre nella lauda scritta in carcere.
Egli, abbandonato il lavoro e le persone che fino ad allora lo avevano circondato ed elargite tutte le sue ricchezze ai poveri, iniziò un cammino di pubblica penitenza e umiliazione. Condusse vita penitente per una decina d’anni.
La penitenza e l’ingresso tra i frati minori
Di questo periodo della sua vita si narrano vicende quasi incredibili, al limite della follia: pare che a un convivio giunse carponi e gravato di un basto d’asino, e che alle nozze del fratello si presentò nudo, spalmato di grasso e ricoperto di piume.
Si è diffusa la tradizione, forse esagerata, di certi suoi gesti bizzarri, di voluta e ostentata pazzia; di una ricerca di disprezzo e di scherno che presenta tratti quasi patologici. Si spiegano così nel primo decennio della conversione, stranezze, sia pure esagerate, conciliabili, secondo la tendenza mirifica degli agiografi, col temperamento proclive all’estremismo e, comunque, consono alla “santa pazzia”, logica conseguenza della “follia della croce”.
Quel decennio in cui fu “bizzocone”, ossia terziario francescano, è caratterizzato da atteggiamenti di vita individualistica e dall’impegno ascetico, avendo egli del messaggio serafico colto, in principio, piuttosto la parte negativa, della rinuncia e dell’austerità, che non la novità costruttiva e profondamente mistica del gioioso senso cosmico dell’incarnazione, cui giunse più tardi.
Quegli anni erano l’età d’oro della prima fioritura delle laude (che si erano diffuse proprio a partire dall’Umbria, dopo il moto dei Flagellanti iniziato nel 1260); sembra che Iacopone cominciasse a scrivere laude già in questa fase.
Per dieci anni visse nel rigore più severo; poi, nel 1278, chiese di entrare nell’Ordine dei Frati Minori, nel quale fu ammesso dopo qualche iniziale diffidenza. Nel 1278 fu ricevuto nell’Ordine dei Minori come frate laico.
Nel 1278 chiese di entrare nell’ordine francescano. La sua richiesta di ammissione suscitò inizialmente difficoltà, perché aveva fama di persona strana e incomposta, e i frati “lo provarono per diverse vie, dubitando che non fosse qualche fanatico” (così dice una Vita quattrocentesca).
Ma Iacopone superò le prove, e alla fine fu accettato. Sempre determinato a non ricercare nessuna forma di onore personale, non volle essere ordinato sacerdote e restò frate laico.
Fu frate laico nel convento di Pontanelli, presso Terni, e qui si immerse nello studio della filosofia e della teologia. Negli anni seguenti placò i suoi furori penitenziali con una disciplina regolare e un’ascesi ferventissima sempre, ma più ordinata; si dedicò anche allo studio della teologia, in particolare di quella di san Bonaventura, di cui si avverte chiaramente l’influsso in molte laude.
Tuttavia in un documento inedito di Matteo d’Acquasparta, allora ministro generale, rogato ad Assisi nel 1287, si cita la presenza dei testimoni “fratris Jacobi de Tuderto, fratris Rainaldi de Tuderto lectorum”; di più, il 7 novembre 1287 e il 15 marzo 1289, figura, con fra Lorenzo da Todi, come cappellano del card. Bentivenga, vescovo di Albano.
Conventuali e Spirituali
In questo periodo l’Ordine francescano stava attraversando un momento assai delicato, a causa dello scontro tra la fazione dei Conventuali, sostenuti da Papa Bonifacio VIII, che volevano attenuare il rigore della Regola di San Francesco, e gli Spirituali, che premevano perché venisse mantenuto intatto l’originario rigoroso spirito del Poverello.
Già da decenni si era determinata in seno all’ordine francescano una grave scissione sul problema della povertà: ai Conventuali, che accettavano di buon grado le mitigazioni concesse dai papi alle Regola francescana (sostenendo che non il singolo frate, ma la comunità religiosa, il convento, aveva il diritto di possedere dei beni), si opponevano gli Spirituali, sostenitori invece della povertà assoluta e dell’originaria radicalità della Regola non bollata.
Non ci sorprende che Iacopone, per il suo temperamento risoluto e intransigente, si trovasse schierato con questi ultimi. Anzi, solidale con gli Spirituali estremisti delle Marche, si mostrò sempre irriducibile oppositore di tutta la linea politica della curia romana.
Nelle lotte riformiste all’interno dell’Ordine francescano, Jacopone si era schierato con l’ala rigorista. Fra Iacopone aderì al movimento allora vivacissimo degli Spirituali e forse al gruppo autonomo autorizzato da Celestino V, sebbene egli presagisse difficile l’adattamento dell’eremita di Monte Morrone all’arduo compito pontificio.
Celestino V e le speranze degli Spirituali
Nel 1294, l’elezione papale di Celestino V (Pietro del Morrone, un eremita quasi ottantenne, in fama di santità e inesperto del mondo) sorprese tutto il mondo cristiano e suscitò grandi speranze fra gli Spirituali.
Nel 1294 un gruppo di zelanti marchigiani chiese un riconoscimento ufficiale al neo-eletto Papa Pietro da Morrone, un ex-eremita salito al soglio pontificio col nome di Celestino V. Gli Spirituali lo vedevano come la guida che avrebbe dovuto purificare la Chiesa.
Il nuovo papa riconobbe ufficialmente gli Spirituali delle Marche con cui Iacopone simpatizzava, accordò loro una certa autonomia rispetto all’ordine francescano ed essi assunsero il nome di Pauperes Heremitae Domini Celestini.
Jacopone si era schierato con l’ala rigorista e fu tra i firmatari della richiesta a Papa Celestino. Il pontefice risolse la questione collocando il gruppo in un nuovo Ordine.
Iacopone però, assai più lucido e razionale di quanto la sua divulgata leggenda farebbe credere, pur stimando Pietro del Morrone nutriva forti dubbi sulle sue doti di papa; così mantenne una posizione molto cauta - se non proprio scettica -, evidente nell’epistola in versi che scrisse al neoeletto pontefice.
Questa lettera, sempre in forma di lauda (Che farai, Pier da Morrone? Se’ venuto al paragone), ci sembra più di condoglianze che di congratulazioni. Iacopone non approva che l’eremita della Maiella abbia accettato il pontificato, e con ciò in un certo senso tradito la sua scelta, e non lo nasconde: … Grann’eo n’abi en te cordoglio, co t’escìo da bocca “Voglio”;… tuttavia, con severo ardimento, lo ammonisce a mostrarsi adesso all’altezza della sua fama e coerente con gli ideali che hanno ispirato la sua esistenza.
Ma il nuovo papa si rivelò ben presto incapace di soddisfare le attese: privo di autonomia e inadeguato al ruolo, si dimise. Dopo pochi mesi di pontificato, però, Celestino V dagli intrighi della curia romana fu spinto o costretto a dimettersi.
Il conflitto con Bonifacio VIII
Al suo posto fu nominato Bonifacio VIII, contro il quale si manifestò subito l’antipatia degli Spirituali francescani. Bonifacio fu visto come una specie di “usurpatore”, e il fatto che avesse obbligato Celestino alla permanenza presso la corte papale e infine lo avesse rinchiuso nel castello di Fumone, in Ciociaria, sicuramente acuì queste antipatie.
Inoltre il nuovo papa, di carattere opposto al predecessore, ovvero molto abile e particolarmente sicuro di sé, revocò i provvedimenti presi da Celestino a favore dei dissidenti marchigiani. Bonifacio VIII si affrettò a sciogliere i Pauperes Heremitae e colpì in vario modo, a più riprese, tutti i sostenitori di Celestino.
Iacopone conosceva bene Bonifacio VIII, già cardinale Benedetto Caetani, e vedeva in lui quasi la personificazione di tutto ciò che aborriva. Attaccò il nuovo papa con la violenta requisitoria di un’altra lauda, O papa Bonifazio, molt’ài iocato al monno.
Il testo che possediamo fu rimaneggiato in seguito, dopo la morte del papa, con interpolazioni che alludono all’episodio di Anagni. Iacopone fu poi tra i sottoscrittori del manifesto di Longhezza: una specie di “lettera aperta” con cui i cardinali Iacopo e Pietro Colonna impugnavano la legittimità stessa dell’elezione papale di Bonifacio VIII dicendola frutto di simonia, lo dichiaravano decaduto e si appellavano a un concilio contro di lui.
Jacopone, insieme ai cardinali Jacopo e Pietro Colonna, dichiarò priva di validità l’elezione di Bonifacio VIII. Tra le varie firme in calce al documento ci sono anche quelle di tre francescani e pareva che uno dei tre fosse Iacobus de Tuderte.
Anche se ricerche storiche degli ultimi tempi hanno messo in discussione questo dato, l’opposizione del Nostro a Bonifacio è indiscutibile.
La scomunica e la prigionia
La risposta del papa fu di estrema durezza, com’era prevedibile: con la bolla Lapis abscissus scomunicò i Colonna, e strinse d’assedio la loro roccaforte di Palestrina. Fu una vera e propria guerra, anzi una crociata, che ebbe a capo il cardinale Matteo d’Acquasparta.
Il Papa scomunicò i Colonna e assediò Palestrina, la loro sede. Qui si trovava anche il Nostro, che subì la stessa sorte dei due cardinali. Iacopone si trovava nella rocca di Palestrina, ovviamente, tra i nemici del papa; e il 27 novembre 1297 la scomunica fu estesa a tutti quelli che stavano nella rocca assediata.
Palestrina resistette per un anno e mezzo; poi cadde, a quanto si dice (è anche la convinzione di Dante, espressa nel canto XXVII dell’Inferno, episodio di Guido da Montefeltro), a causa di un basso stratagemma.
Quando la cittadina capitolò, nel 1298, Jacopone fu incarcerato e condannato alla prigionia conventuale perpetua. Espulso dall’ordine francescano, dichiarato excommunicatus vitandus e condannato al carcere perpetuo, Iacopone fu imprigionato nei sotterranei di un convento di Francescani, ovviamente non Spirituali.
È probabile, anche se non certo, che si trattasse del convento di San Fortunato a Todi. I sacrifici, anzi gli stenti della reclusione non erano per lui molesti; ma con l’avanzare dell’età cominciò a sentirne il peso.
Abituato da trent’anni a sofferenze e privazioni di ogni sorta, sulle prime accettò la prigionia con una specie di acre e soddisfatta baldanza, che si riflette nella lauda scritta in carcere nei primi tempi (Che farai, fra Iacopone? Se’ venuto al paragone): l’affrontò più come una prova che come un castigo, sembrandogli quasi di essere tornato ai primi tempi della sua vita di penitente.
Ma con il passare dei mesi, in un’assoluta solitudine, pur continuando ad accettare di buon grado i disagi materiali, cominciò a crollare nello spirito. In preda al timore di morire in stato di scomunica e di essere dannato, diresse al papa due epistole in versi, a distanza di tempo l’una dall’altra.
Mentre suona ancora dura e fiera la prima (O papa Bonifazio, eo porto el tuo prefazio), è molto più umile e dimessa la seconda (Lo pastor per mio peccato). In esse comunque chiedeva solo di venire assolto dalla scomunica, dispostissimo per il resto a subire il carcere e tutte le pene temporali; ma non ottenne alcun risultato.
Jacopone durante il Giubileo del 1300
Era l’anno 1300, era in corso il primo grande Giubileo; “en tanta perdonazione”, per volere di Bonifacio VIII, i Colonna e quelli che si erano messi dalla loro parte furono esclusi da ogni indulgenza.
Era il 1300, l’anno del grande Giubileo, ma nonostante questo il pontefice non perdonò Jacopone, che dovette restare in cella tra malattie e sofferenze. La sua richiesta di revoca della scomunica non ottenne dunque risposta proprio nell’anno in cui la Chiesa celebrava la remissione delle colpe.
| Anno | Avvenimento |
|---|---|
| 1268 | Morte della moglie e conversione di Jacopone |
| 1278 | Ingresso nell’Ordine dei Frati Minori come frate laico |
| 1294 | Elezione di Celestino V e speranze degli Spirituali |
| 1297 | Scomunica degli oppositori presenti nella rocca di Palestrina |
| 1298 | Caduta di Palestrina e prigionia conventuale perpetua |
| 1300 | Primo grande Giubileo cristiano; Jacopone resta escluso dall’indulgenza |
| 1303 | Benedetto XI revoca la scomunica e concede la libertà a Jacopone |
| 1306 | Morte di Jacopone nella notte di Natale |
Il passaggio attraverso la Porta Santa ha un forte valore simbolico. Indica il superamento di un soglia, di un limite che consente a ogni cristiano di lasciarsi alle spalle il passato per immergersi in un futuro diverso e più vicino a Dio.
Per Jacopone, invece, il Giubileo del 1300 non coincise con il superamento della soglia della riconciliazione ecclesiale. Il suo dramma personale rimase legato alla scomunica, mentre la sua poesia trasformò la prigionia in uno spazio di esame interiore, di sofferenza e di invocazione del perdono.
Indulgenza, riconciliazione e penitenza
La pratica del pellegrinaggio, insieme alla professione di fede, alla riconciliazione e alle opere di carità, è uno dei segni fondamentali per ottenere l’indulgenza plenaria che è da intendersi come la liberazione dalla pena temporale, cioè dalle conseguenze terrestri dei peccati commessi.
Questo significa che senza pentimento e senza confessione i segni del giubileo perdono la loro essenza. In realtà per i cristiani il Giubileo è un anno di grande impegno: non basta attraversare le porte, ma è richiesta una dedizione profonda, che interessa la sfera spirituale, ma include anche opere di valore sociale, come attività di volontariato.
Il Giubileo cristiano, quindi, non consiste soltanto in un atto esteriore o nel raggiungimento di una meta. Esso implica conversione, riconciliazione, confessione, partecipazione sacramentale e opere di carità.
Questi elementi aiutano a comprendere il significato della vicenda di Jacopone: la sua richiesta a Bonifacio VIII non riguardava la semplice liberazione dal carcere, perché egli dichiarava di essere disposto a continuare a sopportare le pene temporali; chiedeva soprattutto di essere assolto dalla scomunica.
La liberazione sotto Benedetto XI
Nel 1303 Bonifacio VIII morì e il suo successore, Benedetto XI, ritirò la scomunica e concesse la libertà a Jacopone. Solo dopo la morte di Bonifacio VIII, sul finire del 1303, il suo successore Benedetto XI revocò la scomunica e fece liberare dal carcere il vecchio Spirituale.
Liberato dal carcere, trascorse gli ultimi tre anni non nel patrio convento di S. Fortunato, ma nell’ospizio dei frati presso il monastero di S. Lorenzo a Collazzone, dove spirò piamente la notte di Natale, confortato dai sacramenti, somministratigli dall’amico fra Giovanni della Verna o da Fermo.
Egli si ritirò (o lo fecero ritirare, non sappiamo) presso il monastero di clarisse di San Lorenzo in Collazzone, fra Todi e Perugia, ospite di una piccola comunità di frati minori addetti alla cura spirituale del monastero stesso. Qui morì tre anni più tardi, la notte di Natale del 1306.
Jacopone da Todi morì dunque il 25 dicembre 1306, gravemente malato, dopo essere stato liberato dalla prigionia e dalla scomunica. Nel Martirologio Francescano, Iacopone figura al 25 dicembre.
Le Laudi: la poesia della colpa e della misericordia
Fu un grande autore di Laudi. Iacopone, il più famoso cittadino tuderte, è autore di numerose opere, tra cui spiccano le Laudi, componimenti tipici del periodo in cui egli visse.
In esse traspare tutta la sua ricchissima esperienza religiosa, che si basa sull’analisi sincera e spassionata di se stesso, della propria condizione di credente e di peccatore.
Il motivo di fondo della sua produzione poetica è la contemplazione della miseria umana, che deve sollecitare il cristiano a praticare una forte disciplina ascetica. In ogni composizione è presente una struttura drammatica o dialogica, che propone costantemente il tema del contrasto tra anima e corpo, vita e morte, pietà e peccato.
Il discorso poetico è sempre inquieto, la lauda procede attraverso ripensamenti, ripiegamenti, interrogazioni, invettive. Nel suo complesso, l’opera di Jacopone è caratterizzata da una visione dolorosa della vita, forse anche in conseguenza di tutte le sventure che segnarono l’intera esistenza di questo significativo protagonista del Medioevo religioso e letterario italiano.
Continuò infatti a scriverne, in certi casi con finalità edificanti, pedagogiche (formazione dei novizi) e anche politiche; in altri casi - si direbbe - solo per sé, come sfogo del cuore.
La sua poesia conserva così le tracce delle diverse fasi della sua esistenza: la penitenza, la ricerca della perfezione religiosa, il rigore francescano, il confronto con il papato, la sofferenza della scomunica e la speranza della riconciliazione.
La morte, la memoria e il culto locale
Dopo una lunga vita che si potrebbe chiamare, con le parole di una sua lauda, “continua battaglia”, gli anni del suo tramonto erano stati quasi sereni, comunque remoti da ogni conflitto: un tempo di stanchezza e di rinuncia, ma forse anche di raggiunta pace.
Subito dopo morte il corpo di Iacopone fu portato da Collazzone a Todi, nel monastero di Montecristo, proprietà delle Clarisse che i biografi, per l’assonanza dei nomi, hanno confuso con Montesanto.
Nel gennaio 1433 il vescovo di Todi, Antonio da Anagni, fatta la ricognizione delle ossa, ed espostele a venerazione nella vicina chiesa dell’Ospedale della Carità, le trasferì processionalmente a S. Fortunato, in una cassa lignea recante l’immagine raggiata.
Nel 1596, a cura del vescovo Angelo Cesi, i resti vennero posti in un sarcofago di marmo con busto del beato ed epitafio del Possevino; mentre il capo, in reliquiario, fu collocato tra le reliquie dei cinque santi martiri, protettori di Todi: Fortunato, Callisto, Cassiano, Degna e Romana, che si trovavano nella cripta di quella chiesa.
Onori di culto si tributavano annualmente a Iacopone anche in cattedrale e nella chiesa di S. Terenziano, e inoltre a Collazzone, Montecastrilli, Collevalenza, Pontacuti, Santa Maria in Camucia, Montecristo, nella chiesa della Concezione e nei monasteri delle Servite della S.ma Annunziata, delle Clarisse di S. Francesco, delle Benedettine dette le “Milizie”.
Iacopone ha ricevuto un certo culto locale; qualche fonte lo chiama “beato”. Di fatto però non risultava proponibile alla venerazione dei fedeli, in parte per le ombre e gli squilibri della sua esistenza e la singolarità del suo temperamento, ma soprattutto per la sua ribellione contro il papa e perché era rimasto sei anni in stato di scomunica.
Nel 1595 il vescovo Cesi avanzò richiesta di celebrare l’Ufficio di Iacopone, ma dal Baronio, che pur lodava l’epitafio, ebbe risposta negativa, mancando al titolo di beato il riconoscimento della S. Sede.
Il 28 maggio 1618 il consiglio comunale decretava di rinnovare la petizione, di cui non si conosce l’esito. Il legato del 7 settembre 1775 di Carlo Dionisio Battisti, perugino, a Girolamo e Giacomo Benedettoni “ad promovendam canonizationem B. Jacoponis” venne più tardi commutato in cappellanie di Messe.
Nel 1868 si avviò dalla postulazione dei Frati Minori un serio tentativo di introdurre la causa, ma esso non ebbe seguito. Nel 1868 si avviò dalla postulazione dei Frati Minori un serio tentativo di introdurre la causa, ma esso non ebbe seguito.
La data della morte e la memoria di Jacopone
La sua tomba si trova a Todi nella cripta di San Fortunato, il severo tempio che egli conobbe in costruzione e la cui facciata è rimasta incompiuta attraverso i secoli.
Chi visita la tomba può osservare che la lapide - risalente al secolo XVI, risistemata verso il 1930 - porta una data di morte sbagliata: la morte di Iacopone avviene nel 1306, quell’iscrizione dice 1296.
Wadding, pubblicando nel 1634 il vol. VI degli Annales, annotava l’errore nella data di morte fatto dal Possevino (25 marzo 1296, che potrebbe sospettarsi voluto per scagionare Iacopone dalle accuse di ribellione contro Bonifacio VIII).
L’errore è certamente intenzionale. Non sembra arrischiato, pensando al clima di pensiero che caratterizzava la Chiesa negli anni della Controriforma e un po’ anche all’inizio del Novecento, supporre che chi ha avuto l’idea di sbagliare quella data lo abbia fatto pensando di giovare in tal modo a Iacopone.
O comunque di “ripulire” la sua memoria, o magari di evitare qualche imbarazzo a chi custodiva la sua sepoltura in un luogo così santo; facendolo morire dieci anni prima di quando effettivamente morì, si sottrae alla sua esistenza proprio il tempo più imbarazzante e scomodo, quello della ribellione e della guerra al papa, della scomunica e della prigionia: si fa come se quegli anni non fossero mai stati.
Oggi, distinguendosi serenamente tra potestà spirituale del papato e potere temporale, e riconosciuta l’ortodossia di Dante, non vi sarebbe neppure bisogno di appigliarsi ad una presunta apocrificità di quel gruppo di Laudi, per spianare la via al riconoscimento dell’anulata tradizione del culto del beato Iacopone.
La vicenda di Jacopone e quella del Giubileo del 1300 restano così unite da un tema comune: il desiderio di rinnovamento e di riconciliazione. Nel suo caso, tuttavia, il perdono non arrivò durante l’Anno Santo, ma soltanto dopo la morte di Bonifacio VIII, quando Benedetto XI revocò la scomunica e gli restituì la libertà.
