Seconda domenica di Quaresima: commento al Vangelo della Trasfigurazione

La seconda domenica di Quaresima presenta la Trasfigurazione di Gesù sul monte come anticipazione della Pasqua e profezia della risurrezione. Il volto di Cristo che brilla come il sole rivela già ora la gloria verso cui tende il cammino della passione, della morte e della risurrezione.

Il Vangelo invita ad ascoltare Gesù, il Figlio amato, e a seguirlo nella discesa dal monte verso la quotidianità, senza separare la luce del Tabor dalla via della croce. La trasfigurazione mostra il fine a cui tende il cammino quaresimale: la resurrezione, di cui la trasfigurazione è anticipazione e profezia.

La liturgia della Parola

LetturaRiferimentoTema
Prima letturaGen 12, 1-4aLa vocazione di Abramo e la promessa della benedizione
Salmo responsorialeSal 32La fiducia nell’amore fedele del Signore
Seconda lettura2Tim 1, 8b-10La grazia di Dio che salva e fa risplendere la vita
VangeloMt 17, 1-9La Trasfigurazione di Gesù sul monte

Il Vangelo della Trasfigurazione

«Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco, apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui».

«Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: “Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia”. Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: “Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo”».

«All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: “Alzatevi e non temete”. Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo».

«Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: “Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti”».

Il contesto della Trasfigurazione

Ogni anno, nella seconda domenica di Quaresima, la Chiesa ci invita a meditare sul brano della Trasfigurazione. L’episodio, nel vangelo di Matteo, si colloca esattamente «sei giorni dopo» la professione di fede di Pietro e il primo annuncio della passione.

La vita di Gesù è stata un cammino verso Gerusalemme, verso la croce; anche la nostra vita, segnata dalla fragilità e dal limite umano, rassomiglia all’esistenza di Gesù: ogni cristiano è incamminato verso Gerusalemme.

Nella trama narrativa del primo vangelo il racconto della trasfigurazione si colloca nel tempo del viaggio da Cesarea di Filippo, che si trova nell’ alta Galilea, a Gerusalemme, dove si consumerà il dramma della Pasqua che culminerà con la risurrezione.

L’episodio della trasfigurazione si pone tra il primo e il secondo dei tre annunci della Pasqua e nel contesto dell’insegnamento riguardante il vero volto del Messia e della Chiesa.

Gesù ha bisogno di chiarirsi a tu per tu con alcuni dei suoi discepoli, in modo particolare con Pietro, dopo il rimprovero da parte di lui - in seguito al primo annuncio della passione - a cui, lì per lì, il Maestro gli aveva risposto: «Lungi da me, satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini».

Un dubbio atroce tormenta i dodici: è il vero Messia quello che stanno seguendo? e, se sì, come interpretare il profetizzato, e non certo confortante, epilogo del suo ministero pubblico?

Gesù non solo capisce che i suoi stanno attraversando una vera e propria crisi, ma, con delicatezza, se ne fa carico, conducendoli per mano sul Tabor e accettando, a sua volta, di lasciarsi trasfigurare dalla mano del Padre, per mostrare un riflesso della sua Gloria.

Il significato dei «sei giorni dopo»

Il racconto inizia con un’espressione temporale che sembra superflua, ma in realtà racchiude un grande significato: «Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni…».

È probabile che si faccia riferimento all’annuncio della passione, avvenuto sei giorni prima, ma è anche possibile che ci sia un’allusione implicita ai sei giorni della creazione.

Nella comprensione antica, il numero è un simbolo che mette in luce la natura delle cose, esprimendone il senso. Il numero sei simboleggia il tempo dell’uomo, il numero sette quello di Dio: il giorno della pienezza di senso, che irrompe nei sei giorni dell’incompiutezza umana.

La trasfigurazione, che avviene sei giorni dopo, sta a significare l’irrompere del mondo di Dio nelle strettoie dell’essere umano; la trasfigurazione della quotidianità segnata dal limite, dalla sofferenza e dalla morte.

Questo spiega anche il riferimento alla risurrezione, a conclusione dell’episodio. Non è casuale, perché la trasfigurazione ha un rapporto diretto con la vittoria di Dio sulla morte e con la trasformazione della passione e morte del Figlio dell’uomo in un cammino di vita.

Il monte, luogo dell’incontro con Dio

Il monte è un’ambientazione tipica del vangelo di Matteo: è il luogo culmine delle tentazioni, è il luogo da cui Gesù tiene il suo primo discorso, ed è da un monte che Gesù si mostrerà ai discepoli risorto.

Il monte è la cifra simbolica che indica il luogo di un insegnamento importante. È il luogo-culmine della scena delle tentazioni, sul monte Gesù tiene il primo discorso, infine sul monte della Galilea il Messia, Gesù risorto, raduna gli apostoli e li invia in missione assicurando loro il suo costante accompagnamento.

Il monte è il luogo dell’incontro con Dio. È sul Sinai che Mosè incontra Dio, il quale si rivolge a lui da un roveto ardente. Elia, oppresso dall’angoscia, è nascosto in una fenditura della roccia del monte.

Mosè sul monte Sinai chiede a Dio di vedere la sua gloria e Lui si mostra, ma di spalle perché nessuno può vedere il volto di Dio; Elia riconosce la presenza di Dio sul monte Oreb nella «voce del silenzio».

Elia scese dal Sinai-Oreb per ricondurre il popolo al Signore; Mosè scese dal Sinai e tornò in Egitto per condurre il popolo verso la terra della promessa. Non fecero tende sul monte.

Nessuno dei due rimane sul monte ma devono scendere per proseguire la loro missione mettendo in atto le indicazioni ricevute da Dio.

Dunque, il monte è Gerusalemme verso cui Gesù si dirige per vivere la Pasqua ed è anche il punto nel quale il Pastore raduna il suo gregge per poi insieme essere dispersi nel mondo per annunciare il Vangelo.

Monte Tabor e Trasfigurazione di Gesù

Il volto di Gesù che brilla

Avviene una trasformazione: il suo volto brilla più del solito, ma non solo; tutto il suo corpo appare glorioso, simile all’aspetto che avrà il giorno di Pasqua.

Per noi è come se già a questo punto del cammino di Quaresima, il Signore voglia mostrarci il suo e il nostro destino ultimo, la risurrezione.

Il verbo usato da Matteo potrebbe essere tradotto più letteralmente con “fu trasformato”, per l’idea di forma racchiusa nel verbo metamorphoō. L’evangelista Marco descrive così il Risorto: colui che appare “in altra forma”.

Matteo ha già usato questa immagine a proposito dei giusti che “splenderanno come il sole nel regno del Padre loro” e, secondo alcuni studiosi, la descrizione del volto splendente di Gesù nella Trasfigurazione, esclusiva di Matteo, mostrerebbe già ora, attraverso di lui, quale sarà la sorte di tutti i giusti.

Inoltre, il volto di Gesù è paragonabile a quello di Mosè quando scendeva dal monte Sinai senza accorgersi che la pelle del suo viso era raggiante.

Tuttavia, nel caso di Gesù, questa è l’unica volta in cui qualcosa della sua gloria è visibile ai discepoli.

La luce che traspare dalla persona di Gesù è il divino contenuto nell’umanità.

Improvvisamente, Cristo Signore si sveste dell’esistenza povera e sofferente che sta conducendo per lasciare sprigionare la luce della sua divinità, meta finale del mondo e compimento di ogni uomo.

Quel volto sfolgorante può essere anche il nostro volto: ogni uomo infatti porta dentro di sé un tesoro luminoso, una bellezza speciale che condivide con Dio.

La luce che Cristo trasfigurato irradia, desidera entrare nel cuore di ogni suo discepolo per aprire in esso uno squarcio di cielo, un’insaziabile nostalgia di Dio.

Gesù, vera rivelazione del Padre

In tutto il Vangelo, la voce del Padre si ode solo due volte: dopo il battesimo di Gesù al Giordano e nella trasfigurazione sul Tabor. In entrambi i casi, il Padre dichiara Gesù il Figlio prediletto, che noi dobbiamo ascoltare.

Se il Padre ha detto solo questo, significa che in questo c’è tutto: il Figlio è la Parola che svela pienamente chi è Dio, e se l’ascoltiamo diveniamo, come Lui, figli.

La trasfigurazione mostra in anticipo ciò che saremo grazie alla passione, morte e resurrezione di Cristo. È la conferma della vita nuova dell’umanità iniziata quando Dio è disceso nella carne e nella storia.

A differenza degli episodi del Sinai e dell’Oreb, nella Trasfigurazione non è Gesù ad avere la rivelazione di Dio, bensì è proprio in Lui che Dio si rivela e che rivela il suo volto agli apostoli.

Quindi, chi vuole conoscere Dio, deve contemplare il volto trasfigurato di Gesù: egli è la perfetta rivelazione della santità e dell’amore del Padre per ogni uomo.

È questo il cuore della fede cristiana: Gesù è Dio e Uomo.

I cristiani l’hanno sempre collegato alla Pasqua perché è rivelazione, miracolosa visibilità di Gesù Cristo, vero Dio e vero Uomo.

Mosè ed Elia: la Legge e i Profeti

Ad un certo punto, nella scena appaiono Mosè ed Elia. Il primo rappresenta la Legge che Gesù è venuto a compiere; il secondo incarna la profezia che in Lui trova perfezione.

La presenza di Mosè e di Elia dice che tutta l’antica alleanza, la Legge e la profezia converge in Gesù, e tutta la storia ha nel mistero del Signore il suo segreto e il suo cuore.

I due personaggi anticotestamentari conversano con Gesù. Matteo non ci dice il contenuto del loro dialogo, che apprendiamo dal brano parallelo di Luca: «parlavano della sua dipartita che avrebbe portato a compimento a Gerusalemme».

La preghiera di Gesù è comunicazione di Dio a Gesù mediata dalla sua «conversazione» con Mosè e Elia, che personificano la Legge e i Profeti, ossia le Scritture dell’Antico Testamento.

Sì, la preghiera di Gesù è essenzialmente ascolto della parola di Dio contenuta nelle Scritture, un ascolto che diviene colloquio con chi è vivente in Dio, una vera e propria esperienza della comunione dei santi.

È in questa preghiera che Gesù trova conferma al proprio cammino, ormai orientato verso la passione, morte e resurrezione, e lo coglie in continuità con la storia di salvezza condotta da Dio con il suo popolo.

Il racconto evangelico continua parlando anche di Mosè ed Elia, che conversavano con Gesù; due figure dell’Antico Testamento che rimandano ad altri due episodi di rivelazione divina.

Mosè era salito sul monte Sinai, e lì aveva avuto la rivelazione di Dio. In modo analogo, anche Elia ebbe una rivelazione di Dio sul monte: una manifestazione più intima, non con una tempesta o con il fuoco, ma con una brezza leggera.

La nube luminosa e la voce del Padre

Ma mentre questo stava ancora parlando: «una nuvola luminosa li avvolse con la sua ombra». Sembra quasi un ossimoro: come può una nuvola essere luminosa? Questo dettaglio anticipa che quello che sta per accadere è qualcosa di ancora più misterioso e glorioso.

Il verbo usato per “coprire con la sua ombra” è lo stesso usato a proposito della nuvola che riempie la tenda costruita da Mosè nel deserto, e che poi sarà riempita dalla gloria del Signore.

In quel passo traduce l’ebraico šākan, da cui viene l’espressione rabbinica Shekinà, che esprime la presenza di Dio nel mondo.

La nube che scende e avvolge i discepoli è una sorta di tenda, nella quale sentono la Voce che indica proprio nel Figlio la “casa”, l’abitazione di Dio tra gli uomini, anzi, in loro.

Dio abita nei nostri cuori.

Il Signore si fa presente - misteriosamente presente - con la nube e con la voce. Certo, la nube rimane ambigua, perché con la sua ombra ha il potere di nascondere, ma è pur sempre una «nube luminosa», perché nasconde una Presenza!

Anche la voce è un segno fragile, perché affidato all’accoglienza di chi ascolta, ma è pur sempre una voce che chiama, interpella, incammina, conforta.

Dalla nuvola si sente una voce, quella del Padre: «Questi è il Figlio mio, l’amato… Ascoltatelo!». È la stessa che nel Battesimo ha inaugurato il ministero pubblico di Gesù e ne ha svelato l’identità.

L’espressione si potrebbe tradurre “in lui è la mia volontà di bene”. Alla lettera, il termine rimanda alla “benevolenza” divina e ricalca il concetto giudaico di rāsôn, che indicava la santa volontà di Dio che vuole salvare tutti gli uomini.

«Ascoltatelo!»

Il grande comandamento consegnato a Israele: «Ascolta, Israele!», ormai risuona come: «Ascoltate lui, il Figlio!», la Parola fatta carne in Gesù, l’uomo in cui le Scritture trovano il loro compimento.

Questo è l’essenziale della nostra fede!

Il vangelo di questa domenica ci mette dunque in guardia: Gesù non può essere la proiezione dei nostri desideri, ma è il Gesù Cristo secondo le Scritture, e per conoscerlo occorre ascoltare, meditare e pregare la Parola contenuta in tutte le Scritture.

La rivelazione ribadisce che Gesù è l’unico che i discepoli devono ascoltare e anche noi siamo chiamati a fare altrettanto, grazie alla sua Parola che risuona ancora oggi nella comunità dei credenti.

Quanto è difficile ascoltare, ma è solo dall’ascolto di Cristo che può nascere in noi una vita trasfigurata.

Nessuna strada si apre e nessun cammino si colora di speranza senza un ascolto responsabile.

La reazione di Pietro: «È bello per noi essere qui!»

Gli apostoli per un momento videro il Paradiso e ne restarono incantati, come testimonia l’esclamazione di Pietro: «Signore, è bello per noi essere qui!».

È bello restare con Gesù. Rendere definitivo e stabile il momento della Gloria.

Il dialogo viene interrotto da Pietro che, vista la bellezza del momento, vuole “fermarlo” per sempre costruendo tre tende per Gesù, Mosè ed Elia.

La proposta di Pietro di piantare tre tende ricorda il desiderio di Davide di costruire una casa al Signore, e la sua risposta: Dio stesso avrebbe edificato la propria casa in mezzo agli uomini.

La voce divina chiarisce la posizione preminente di Cristo rispetto a Mosè ed Elia; è per questo motivo che risulta inappropriata la richiesta di Pietro di costruire tre tende.

Gesù non può essere “trattenuto” sul monte, la sua missione richiede di scendere a Gerusalemme, dove farà completo dono di sé.

La trepidazione dei discepoli non è paura, ma timore di Dio, consapevolezza di essere alla presenza di Dio.

Lo stupore di Pietro è riconoscimento di fede anche per noi; chissà quante volte, nella nostra vita abbiamo fatto l’esperienza della Trasfigurazione, della presenza luminosa di Dio in noi: nella gioia del bene compiuto, nel sorriso donato ai più bisognosi, nell’amore speso per le persone a noi care.

E in questi momenti vorremmo fare come Pietro, costruire una capanna intorno a Gesù per assicurarci che non vada più via.

«Gesù solo»: la centralità di Cristo

Pietro, Giacomo e Giovanni insieme a tutti i cristiani di ieri e di oggi sono accompagnati da Cristo nell’elevata solitudine del Monte Tabor: lassù, il volto di Gesù è trasfigurato, cioè “brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce”.

I tre alzano lo sguardo e vedono Gesù, solo.

La luce è della Parola; Mosè ed Elia rappresentano inizio e fine della storia che si compie in Gesù: alla fine resta “lui solo”. Anche se vi è ancora strada da fare per arrivarci.

Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo.

La scena mostra così la centralità assoluta di Cristo: la Legge e i Profeti conducono a lui, la voce del Padre orienta verso di lui, e i discepoli sono chiamati ad ascoltare lui.

«Alzatevi e non temete»

La reazione dei discepoli? «Caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore».

Voce e parole di Dio hanno stordito i discepoli, spaventandoli. Gesù li rassicura, anzi li risuscita: «Alzatevi!».

Il verbo “alzarsi” richiama la resurrezione. Gesù li guarisce dalla paura: «Non temete!». Li tranquillizza, dà ogni spiegazione.

Gesù, comprendendo la loro reazione, si avvicina loro, li tocca e - per la terza volta nel vangelo di Matteo - dice: «Non temete». La quarta ed ultima volta lo dirà alle donne dopo la sua risurrezione.

Il tocco di Gesù restituisce ai discepoli la fiducia e la capacità di guardare. La presenza di Cristo non elimina la strada, ma rende possibile percorrerla senza essere dominati dalla paura.

La discesa dal monte e la via della croce

Devono scendere anche loro dal monte e seguire il Maestro sulla via verso Gerusalemme, dove, prima della resurrezione gloriosa, c’è la via della croce e la salita al monte Calvario.

Allora i discepoli, riconoscendo il suo tocco e la sua voce, riaprono gli occhi e vedono soltanto Gesù.

Gesù non li lascia stabilmente sul monte, perché l’esperienza della gloria deve diventare fedeltà nella storia. La preghiera e la contemplazione non sostituiscono il cammino, ma lo orientano.

Tutto questo nella consapevolezza che la preghiera non ci esenta dalla fatica quotidiana dell’obbedienza a Dio attraverso Gesù Cristo, ossia dal compimento della nostra personale vocazione; al contrario, la preghiera ci aiuta a riempirla di senso, perché trasfigura gli eventi e le relazioni di ogni giorno.

Così è stato per Gesù, così può essere anche per noi.

Ma, alla fine, in compagnia di Pietro, Giacomo e Giovanni, tocca anche a noi discendere dal monte e rimetterci in marcia nella pianura, o - per restare in tema - attraverso il deserto quaresimale, dentro quella quotidianità, alle volte arida, ma dove più risuona l’invito all’ascolto e alla sequela di Gesù nel suo cammino verso la Pasqua di morte e risurrezione: è questo il vero e più grande segno!

Don Fabio Rosini - Trasfigurazione - 1 Introduzione

La Trasfigurazione e la Pasqua

La trasfigurazione mostra in anticipo ciò che saremo grazie alla passione, morte e resurrezione di Cristo.

È una catechesi. La morte fa da sfondo; senza di essa non si può parlare seriamente di Gesù.

Ma oggi prevale la visione, domina il bagliore, il volto splende e le vesti sfolgorano.

La visione del Tabor abbaglia perché mostra il rovescio - luminoso - del mistero pasquale di via crucis, di amore crocifisso.

Se la prima domenica di Quaresima ci ha presentato Gesù a confronto con la tentazione, faccia a faccia con Satana nella solitudine del deserto, questa seconda domenica ci mostra Gesù che conosce la trasfigurazione del suo volto e di tutta la sua persona, resa partecipe dell’indicibile gloria del Padre.

Per noi è come se già a questo punto del cammino di Quaresima, il Signore voglia mostrarci il suo e il nostro destino ultimo, la risurrezione.

La resurrezione è lo stile di vita del cristiano incamminato sulla via della santità: pur in mezzo a difficoltà e smarrimenti, egli vive come “risorto”, trasfigurato.

Risuscitando il Figlio dai morti, Dio darà inizio a un immenso avvenimento che è ancora in corso e ci coinvolge tutti, quasi un incendio cosmico, di trasfigurazione, non di distruzione.

Questo spiega la proibizione di Gesù di raccontare l’esperienza di questa visione; la si potrà capire dopo la sua risurrezione.

Non solo. La risurrezione farà comprendere anche chi è Giovanni Battista, chi è Mosè, chi è Elia, chi sono loro.

Il mistero della croce

La trasfigurazione, allora, non è un altro evento che si aggiunge ai tanti raccontati nel Vangelo, ma è l’Evento decisivo, che dà un senso nuovo al cammino di sofferenza del Figlio dell’uomo e alla sofferenza dei discepoli tutti, rappresentati sul monte da Pietro, Giacomo e Giovanni.

La morte fa da sfondo; senza di essa non si può parlare seriamente di Gesù.

Come per i tre discepoli, anche per noi sono lecite le domande su cosa significhi “risorgere dai morti”.

Questo tempo di domande, povero di risposte vere, ci porti - per dono - la soluzione di ogni domanda: il segreto della gioia e della vita passa attraverso la croce.

Il cammino del discepolato prepara a dare la propria vita a Dio per riceverla dalle mani del Figlio dell’uomo che «sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli … con il suo regno».

Quelli che vogliono seguire Gesù lo possono fare a patto di rinnegare sé stessi e prendere la propria croce.

La via del servizio, ovvero del dono di sé, è la strada che Dio ha percorso per scendere verso gli uomini e incontrarli al fine di condurli in alto a partecipare della sua gloria ed essere per tutti gli uomini segno luminoso di speranza.

Abramo: il cammino dalla morte alla benedizione

Le letture odierne proseguono la riflessione penitenziale, iniziata la scorsa settimana, proponendo un tema caro alla letteratura biblica e quaresimale: la trasfigurazione del cammino di morte in cammino di vita.

Si tratta di un motivo ricorrente, perché attraversa sia il Primo sia il Nuovo Testamento e stimola il credente alla scoperta di un Volto sempre nuovo: il Volto di Dio, capace di trasfigurare il cammino, e quello dell’uomo, chiamato all’ascolto e all’obbedienza.

Nel capitolo 12 della Genesi inizia una storia nuova, dopo quella insensata dei primi undici capitoli, iniziata con la bontà della creazione e culminata con la sfida degli esseri umani che decidono di diventare essi stessi “dei”, costruendo una società a loro piacimento, asservita alla sete di potere e di successo, senza rispetto per Dio, per la terra e per gli altri esseri umani che la abitano.

Una storia maledetta, non perché contrassegnata dalla volontà di progresso, ma perché spinta dall’illusione di un potere assoluto, che non si fa scrupolo di schiavizzare e distruggere, sfidando Dio e disprezzando l’uomo.

All’improvviso, da questa storia di morte, che raggiunge il suo culmine con la torre di Babele, Dio chiama Abramo e la sua famiglia, per farne un segno di benedizione per il suo popolo e per tutti i popoli della terra.

Nella vicenda del patriarca, il testo biblico insiste molto sull’iniziativa di Dio, il vero protagonista della storia nuova, nata dalle macerie della morte, che l’uomo aveva ammassato.

La storia inizia con un’espressione ebraica - lek leka’ - che invita l’uomo di Dio a scoprire nella verità di sé stesso la strada della benedizione e della vita.

Quasi a dire che è dentro di noi, dentro la nostra storia, qualunque essa sia, che dobbiamo cercare il tesoro nascosto.

Abramo parte senza padre e senza fratello e con sua moglie Sara, sterile. In questo contesto di sterilità estrema, l’invito di Dio sembrerebbe una beffa se, accanto all’imperativo, non vi fosse una promessa: «farò di te un grande popolo e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e diventerai una benedizione».

Per cinque volte, in due versetti, ricorre la radice benedire-benedizione, a significare che il cammino di morte sarebbe stato trasformato in vita.

La risposta di Abramo che, in obbedienza al comando di Dio, se ne va sulla strada apertagli dalla promessa, è un messaggio forte per i lettori di ogni tempo, in continua lotta con il potere della distruzione e della morte che regnano sovrane anche oggi.

Il viaggio è un simbolo permanente del pellegrinaggio umano che, in obbedienza alla voce di Dio, si trasfigura in benedizione e fecondità.

Il Salmo: vivere sotto lo sguardo di Dio

«Donaci, Signore, il tuo amore: in te speriamo».

«Retta è la parola del Signore e fedele ogni sua opera. Egli ama la giustizia e il diritto; dell’amore del Signore è piena la terra».

«Ecco, l’occhio del Signore è su chi lo teme, su chi spera nel suo amore, per liberarlo dalla morte e nutrirlo in tempo di fame».

«L’anima nostra attende il Signore: egli è nostro aiuto e nostro scudo. Su di noi sia il tuo amore, Signore, come da te noi speriamo».

Il salmista, che ha fatto esperienza di una promessa mantenuta, invita ad alzare lo sguardo verso Dio la cui parola è “retta” e la cui opera è “fedele”.

Abramo lascia Carran senza mappe dettagliate, senza garanzie visibili; ciò che lo sostiene è proprio questa certezza: la parola del Signore è solida, affidabile.

«Dell’amore del Signore è piena la terra». È una terra promessa ma non posseduta, discendenza promessa ma non ancora generata.

Eppure, la terra è già piena dell’amore di Dio, anche quando appare vuota di segni. Il credente cammina dentro una realtà che non sempre comprende, ma che è già abitata dalla fedeltà divina.

La promessa precede il compimento; l’amore precede la prova.

Il salmo parla poi dello “sguardo” del Signore su chi lo teme e spera nel suo amore. Abramo vive sotto questo sguardo.

Non uno sguardo che controlla ma premuroso, proprio di chi libera “dalla morte” e nutre “in tempo di fame”.

Sperare significa affidarsi. È un atto di consegna progressiva che va dalla terra lasciata al figlio offerto.

L’attesa non è passività, ma cammino. Abramo parte; Israele canta; il cristiano segue. Tutti vivono di una promessa che li supera.

L’obbedienza fiduciosa trasforma l’uomo in benedizione, perché chi si affida allo scudo di Dio smette di difendere sé stesso e può finalmente benedire.

La seconda lettera a Timoteo: la grazia che fa risplendere la vita

«Figlio mio, con la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo. Egli infatti ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa, non già in base alle nostre opere, ma secondo il suo progetto e la sua grazia. Questa ci è stata data in Cristo Gesù fin dall’eternità, ma è stata rivelata ora, con la manifestazione del salvatore nostro Cristo Gesù. Egli ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita e l’incorruttibilità per mezzo del Vangelo».

Paolo scrive a Timoteo da uomo provato, eppure libero. Non offre strategie di successo, ma una chiave per attraversare la prova: “con la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo”.

La sofferenza non è cercata, ma accolta quando nasce dalla fedeltà. Più che all’eroismo, si è chiamati alla comunione.

Prima delle nostre risposte, prima delle nostre fragilità, c’è un disegno d’amore che ci precede.

Questa grazia “è stata rivelata ora” in Cristo Gesù. La santità di Dio ha un volto, quello di Cristo che “ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita e l’incorruttibilità per mezzo del Vangelo”.

Come una luce che attraversa le crepe, così la vita nuova passa proprio attraverso la sofferenza e la trasfigura.

Essere chiamati alla santità significa lasciarsi illuminare da questa grazia e, a propria volta, diventare luce discreta per altri.

La Trasfigurazione nella vita cristiana

Il vangelo di questa domenica ci mette in guardia: Gesù non può essere la proiezione dei nostri desideri, ma è il Gesù Cristo secondo le Scritture.

Questo tempo di Quaresima non sia per noi una salita faticosa, ma un’opportunità per lasciarci raggiungere, come i discepoli, dal tocco rassicurante di Cristo che ci ripete: «Non temete».

La preghiera è per Gesù spazio di accoglienza in sé della Presenza di Dio, Presenza che è santità, cioè alterità capace di trasfigurare colui che accetta di accoglierla radicalmente nella sua vita.

La preghiera, inoltre, è comunicazione di Dio a Gesù mediata dalla sua «conversazione» con Mosè e Elia, che personificano la Legge e i Profeti, ossia le Scritture dell’Antico Testamento.

Tutto questo nella consapevolezza che la preghiera non ci esenta dalla fatica quotidiana dell’obbedienza a Dio attraverso Gesù Cristo, ossia dal compimento della nostra personale vocazione.

Al contrario, la preghiera ci aiuta a riempirla di senso, perché trasfigura gli eventi e le relazioni di ogni giorno.

Affrettando i passi e affinando orecchie e cuore, potremo essere, a nostra volta, segni, probabilmente non eclatanti, eppure efficaci, della presenza e dell’amore del Cristo che abbiamo incontrato.

Lo splendore del Tabor illuminerà le nostre zone d’ombra e sarà veramente Pasqua.

Domande per la meditazione

  • Sono pronto ad accogliere Dio e lasciargli il timone della mia vita?
  • Ho il coraggio di entrare nella nube della Trasfigurazione per uscirne rivestito di Cristo?
  • Ascolto Gesù attraverso la Parola contenuta nelle Scritture?
  • Riesco a riconoscere nella quotidianità i segni della presenza luminosa di Dio?
  • Accetto di scendere dal monte per seguire Gesù nel servizio e nella fedeltà?
  • So unire la luce della speranza al realismo della croce?

Preghiera

O Dio, che hai chiamato alla fede i nostri padri e per mezzo del Vangelo hai fatto risplendere la vita, aprici all’ascolto del tuo Figlio, perché, accogliendo in noi il mistero della croce, possiamo essere con lui trasfigurati nella luce.

Per tutti coloro che considerano Abramo loro padre nella fede: ebrei, cristiani e musulmani, affinché valorizzino questo legame spirituale per cercare e promuovere ovunque la pace e la giustizia sociale.

Per ciascuno di noi: fa’ che attraverso l’assiduo ascolto della Parola di Dio ci lasciamo “trasfigurare” in autentici testimoni di Gesù Cristo.

Signore Gesù che ti presenti trasfigurato sul monte, donaci di sperimentare attraverso le prove della vita, la certezza della tua presenza, che ci sostiene e ci salva dal male.

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