Il postulatore della canonizzazione del beato Giovanni Battista Piamarta

La causa di canonizzazione del beato Giovanni Battista Piamarta fu seguita dalla Postulazione della Congregazione delle Cause dei Santi, con il contributo della Congregazione della Sacra Famiglia di Nazareth e della diocesi di Brescia. Il percorso si concluse con il riconoscimento di un miracolo attribuito alla sua intercessione e con la canonizzazione celebrata da papa Benedetto XVI il 21 ottobre 2012 in Piazza San Pietro.

Nel materiale relativo alla causa, il postulatore è indicato come padre Igor Manzillo, Vicario Generale della Congregazione Sacra Famiglia di Nazareth. Il suo compito fu collegato alla presentazione e al sostegno dell’inchiesta diocesana sulla guarigione ritenuta miracolosa del brasiliano Estevam Figueiredo de Paula Pessoa, elemento decisivo per il completamento dell’iter canonico.

Chi era Giovanni Battista Piamarta

San Giovanni Battista Piamarta è stato un grande apostolo della carità a cavallo dei secoli XIX e XX. Dedicò la sua vita sacerdotale all’elevazione sociale e cristiana della gioventù bresciana, operando per quasi 50 anni in un ambiente difficile, ma lasciandoci nel contrattempo straordinari esempi di virtù.

Nacque a Brescia il 26 novembre 1841 da genitori poveri e onesti: suo padre era barbiere, la madre, donna molto pia, ebbe un influsso decisivo sull’educazione del figlio; purtroppo morì quando egli aveva appena 9 anni. Fu affidato al nonno materno, persona dabbene, che ne ebbe molta cura: lo inviò a scuola e, nelle ore libere, gli faceva frequentare l’oratorio di S. Tommaso, nella parrocchia dei SS. Faustino e Giovita.

Fu quello un ambiente provvidenziale per il santo: dotato di una bellissima voce di soprano, entrò a far parte del coro dell’oratorio partecipando soprattutto alle funzioni liturgiche; tutti ne rimanevano ammirati. Da allora la musica e il canto, che era del resto una tradizione di famiglia, gli saranno sempre cari: ne farà uno strumento di formazione per i suoi ragazzi.

Ultimata la scuola, fu impegnato come apprendista materassaio presso alcuni parenti, che ne apprezzarono subito la bontà, la diligenza e l’operosità. Tredicenne, conobbe il parroco di Vallio (BS), Don Pancrazio Pezzana, il quale si rese subito conto della sua disponibilità alla vita sacerdotale; ma, un po’ per la salute cagionevole, un po’ per mancanza di mezzi, Giovanni Battista dovette aspettare fino a 19 anni per entrare nel Seminario di Brescia.

Qui, dal 1860 al 1865 si dedicò coscienziosamente allo studio, ma si distinse ancora di più nella pietà e nella disciplina. Il 23 dicembre del 1865 fu ordinato sacerdote.

La formazione sacerdotale e l’esperienza pastorale

Per 18 anni e 10 mesi svolse un’intensa attività pastorale in qualità di Viceparroco: oltre tre anni a Carzago Riviera; quasi altri due anni a Bedizzole, con il suo benefattore Don Pezzana che ne aveva fatto espressamente richiesta all’Ordinario; infine per tredici anni consecutivi, a S. Alessandro di Brescia (dicembre 1870 - ottobre 1883), ancora con Don Pezzana che ne apprezzava le qualità sacerdotali.

Fu proprio durante la sua permanenza nella parrocchia di S. Alessandro che il Piamarta rivelò le sue eccellenti doti e profuse le sue migliori energie. Si mostrò sempre obbediente, umile laborioso, illibato, devoto, povero e distaccato, fedelissimo nell’adempimento dei suoi doveri pastorali: catechismo parrocchiale alle varie categorie di fedeli, predicazione, confessioni, direzione dell’oratorio, con assidua assistenza e formazione della gioventù; visite ai poveri, agli ammalati; somma cura della liturgia e del decoro della chiesa, dove rinnovò gli arredi sacri a proprie spese, senza rivendicare mai nulla.

Quando l’obbedienza lo chiamò altrove, fu un rimpianto generale. Il 20 ottobre 1883 fu nominato Parroco di Pavone Mella: trovava un ambiente difficile, dove la massoneria svolgeva opera sistematica di scristianizzazione.

Con coraggio e generosità incominciò un’azione pastorale in profondità: catechismo domenicale, lotta al malcostume, oratorio per la gioventù, predicazione, confessioni, visite agli ammalati, assistenza ai poveri. Dava prova di avere preso sul serio la missione di salvare le anime e sentiva il dovere di guidarle con tutte le iniziative pastorali possibili, ma anche con l’esempio di una vita sacerdotale santa.

Gli anticlericali lo combattevano, ma il popolo lo apprezzava molto e lo seguiva, e lo ricorderà sempre come un pastore «zelante, eccellente, ineccepibile in tutto».

La Brescia dell’Ottocento e la questione sociale

A Brescia, città industriosa e in via di industrializzazione, nella seconda metà dell’ottocento, si sviluppa un vigoroso movimento cattolico, teso a ridare Dio alla società e la società a Dio.

La diocesi di Brescia che aveva dato nell’800 grandi figure di 'santi sociali', dal Pavoni a Crocifissa di Rosa, vede ora sorgere un movimento, ad opera di sacerdoti e laici, con l’obiettivo di rendere presente la Chiesa in una società divisa dalla questione romana, sconvolta dalla questione sociale, scossa dai venti anticlericali.

Questo gruppo di cattolici impegnati, ha come animatore monsignor Pietro Capretti, 'la gemma del clero bresciano', un sacerdote esemplare e colto, che ha scelto, lui benestante, di vivere poveramente con i 'chierici poveri' a San Cristo, un monastero adattato a seminario, dal quale uscirà un clero da lui formato, sensibile e attivo nei confronti dei poveri e dei loro problemi.

Se la punta avanzata del movimento cattolico bresciano è Geremia Bonomelli, futuro e prestigioso vescovo di Cremona, tra i laici emergono le forti personalità del beato Giuseppe Tovini e di Giorgio Montini.

Il primo è un infaticabile e geniale promotore di nuove forme di cooperazione, di casse rurali, di istituti di credito a sostegno delle opere cattoliche, a partire da quella fondamentale della presenza cristiana nella scuola.

Il secondo è l'avvocato Giorgio Montini, mente organizzativa e capo indiscusso, impegnato a promuovere la presenza dei cattolici nella politica, con quell'ampiezza di vedute che sarà respirata in famiglia dal giovane Giovanni Battista, futuro Paolo VI.

Di questo gruppo, dalle diverse posizioni nei confronti della nuova Italia, fa parte anche l’umile sacerdote Giovanni Battista Piamarta, che come gli altri, saliva sovente a San Cristo per confrontarsi con l’amico monsignor Pietro Capretti.

La vocazione per i giovani poveri e abbandonati

Il giovane sacerdote saliva a San Cristo, per vedere come fosse possibile risolvere un problema che lo angustiava. Era 'curato', cioè aiutante del parroco, nella centralissima parrocchia di Sant'Alessandro, dove svolgeva un'intensa attività tra i giovani, grazie anche al suo oratorio, al quale dedicava molto del suo tempo e delle sue energie.

Era stimato per la sua pietà, amato per la sua carità, ammirato per la sua presenza rasserenante nei luoghi della sofferenza, dal letto degli infermi all'aiuto discreto a non pochi 'nobili decaduti'. Eppure aveva una ferita al cuore che non si rimarginava.

Una ferita che veniva dalla sua fanciullezza. Era nato in un quartiere popolare della città, nella parrocchia dei Santi Faustino e Giovita nel 1841 da famiglia povera.

Mamma Regina era una di quelle mamme che aiutano a crescere forti i loro figli, perché non la danno sempre vinta. Ma scompare presto, quando Giovannino ha solo nove anni.

Povero e orfano di madre, con il padre piuttosto assente, vivacissimo e trascinatore, conosce i pericoli della strada, dalla quale è salvato dal suo oratorio, dove incontra guide esemplari.

Fa il garzone presso un materassaio che lo prende a benvolere e, preoccupato della sua salute, lo invia in vacanza a Vallio, dove è notato dal parroco don Pancrazio Pezzana, che lo avvia verso il sacerdozio, dandogli personalmente le prime lezioni e trovandogli benefattori che gli permettono di continuare negli studi.

Ordinato sacerdote nel 1865 sarà dato in aiuto proprio a don Pezzana, prima a Bedizzole, una parrocchia di campagna e poi in città a Sant'Alessandro.

Sono anni in cui porta con sé la sua ferita di ragazzo abbandonato a se stesso, una ferita che lo rende sensibilissimo a situazioni analoghe di ragazzi e giovani, che si perdono facilmente a causa del disinteresse altrui, dell'interesse pericoloso di adulti senza scrupoli, ragazzi che potrebbero fare bene se avviati sulla via del bene, che non possono mettere a profitto le loro capacità per mancanza di preparazione, che potrebbero essere delle colonne di una società più umana e cristiana, se accolti con amore da chi ha fede, se messi nelle condizioni di formare una propria famiglia, loro che non conoscono l'affetto di una famiglia.

Sa di essere povero, ma sente che quella di accogliere e formare i giovani poveri e abbandonati è la missione che il Signore gli affida. E prega di non essere un servo inutile o pigro.

Comincia a parlarne con l'amico don Pietro Capretti, che lo sostiene e l'aiuta generosamente. Nasce così l'Istituto Artigianelli.

La fondazione dell’Istituto Artigianelli

Nel frattempo, per iniziativa di Mons. Pietro Capretti, amico del Piamarta, con la collaborazione del nostro santo, il 3 dicembre 1886 fu inaugurato in Brescia l’Istituto dei «Figli di Maria» per la formazione cristiana e l’avviamento professionale dei giovani: una iniziativa lodevole e necessaria, che porterà i suoi frutti, ma che intanto incontrò notevoli difficoltà a incominciare da quelle di carattere economico.

Per due mesi il Piamarta fece la spola fra la parrocchia di Pavone Mella e l’Istituto. Poco dopo il Vescovo lo invitava ad assumere la direzione, rinunziando alla parrocchia.

Pertanto il 1° febbraio 1887 lasciò Pavone Mella per prendere le redini dell’istituto «come direttore morale e disciplinare dei giovani» che allora erano soltanto quattro.

E quando un anno dopo si parlava di chiudere, disse coraggiosamente al Vescovo: «No, Eccellenza, morirò qui con i miei giovinetti», che ormai erano già una ventina!

La sua carità e il senso di paternità, che lo sosterranno sempre nella sua missione fra la gioventù, andavano progressivamente affermandosi.

Armato di fiducia incrollabile nella Provvidenza, di spirito di sacrificio, il santo affrontò povertà, rischi e fatiche con la benedizione dell’Ordinario.

E fu così che divenne il vero fondatore dell’Opera, ribattezzata «Istituto degli Artigianelli», dopo la morte di Mons. Capretti.

L’istituto si sviluppò meravigliosamente e rese incalcolabili benefici a tanti giovani, che altrimenti sarebbero rimasti abbandonati o quasi a sè stessi, grazie all’incondizionata dedizione del santo.

Al centro dell'Istituto Artigianelli, Padre Piamarta costruisce una bella chiesa, che svetta sugli altri edifici.

Al mattino prestissimo sale le gradinate, entra per primo nella sua chiesa e, solo si immerge per ore (sì, per almeno tre ore) nella preghiera.

Poi, rafforzato, scende le scale per incontrare ragazzi, collaboratori, insegnanti, maestri di officina, fornitori, tecnici, per ascoltare richieste di aiuto, per discutere su nuovi macchinari, per correre dietro alle cambiali che scadono, per parlare di Dio, del quale voleva mostrare il volto di Padre nella minuta realtà di ogni giorno.

Gioventù artigiana in istituto cattolico

Educazione cristiana e formazione professionale

La Congregazione Sacra Famiglia di Nazareth è stata fondata da padre Giovanni Battista Piamarta all'inizio del novecento. La missione della Congregazione consiste nell'educazione alla vita cristiana della gioventù povera del mondo del lavoro.

Padre Piamarta durante il periodo trascorso nella parrocchia di S. Alessandro, prese coscienza della situazione di disagio materiale e spirituale in cui venivano a trovarsi numerosi giovani impegnati nelle prime fabbriche della nascente industria bresciana.

Lo sfruttamento dei giovani lavoratori

Sradicati dai loro ambienti di paese e agricoli, inseriti nel mondo del lavoro senza una preparazione professionale e un aiuto morale, essi erano facile preda dello sfruttamento e le loro convinzioni religiose entravano in una gravissima crisi.

La sua sensibilità umana e pastorale lo portò a ideare un progetto di intervento sociale e cristiano, e a rivolgere ai giovani del mondo del lavoro il generoso servizio che egli svolgeva da anni tra la gioventù dell'oratorio di s. Alessandro.

Mons. Pietro Capretti grande consigliere del giovane clero bresciano di allora, comprese la validità dell'idea di p. Piamarta animandolo cordialmente all'impresa e, quando il padre era ormai parroco di Pavone Mella, intervenne presso il vescovo perché potesse lasciare la parrocchia e iniziasse a Brescia l'opera dell'Istituto Artigianelli.

Le attività dell’Istituto

Come un padre non può abbandonare i suoi figli, così diventato Padre dei suoi ragazzi, affronta difficoltà e umiliazioni di ogni genere.

Per ciascuno di loro deve creare un posto in refettorio,uno in officina, uno in studio, in dormitorio, in ricreazione, in chiesa.

Vive con loro e per loro, pensando al loro futuro di lavoratori preparati, di cristiani convinti, di cittadini onesti.

Questa rara sinergia tra impegno umano e fiducia nella Provvidenza, sarà sorgente di creatività: l'Istituto Artigianelli preparerà abili tipografi, artigiani e artisti del ferro e del legno, meccanici ed elettricisti.

E anche buoni cristiani.

La Colonia Agricola di Remedello

Seguiranno poi la celebre Colonia Agricola di Remedello in collaborazione con l'agronomo Giovanni Bonsignori, considerato l'apostolo della nuova agricoltura.

Qualche anno dopo, nel 1895, ancora per interessamento del Piamarta e del parroco di Pompiano, Don Giovanni Bonsignori, sorse la Colonia Agricola di Remedello, per preparare cristianamente e tecnicamente i ragazzi della campagna desiderosi di coltivare la terra.

L' 11 novembre 1895 fonda, con padre Giovanni Bonsignori, l'Istituto di Remedello, la Colonnia Agricola per " i figli dei campi", giovani agricoltori.

Anche a Remedello il Piamarta tornerà spesso con la sua illimitata carica di umanità e di bontà.

La Colonia agricola di Remedello sarà un faro per l'agricoltura del suo tempo, oltre che un aiuto ai parroci a promuovere la classe contadina, attraverso il periodico La famiglia agricola.

L’Editrice Queriniana e la diffusione della cultura cristiana

Verranno poi l'Editrice Queriniana, la Congregazione Santa Famiglia di Nazareth e, assieme a Madre Elisa Baldo, le Umili Serve del Signore.

La Queriniana diventerà inizialmente la tipografia della florida stampa cattolica di Brescia, poi una editrice che allargherà progressivamente i suoi orizzonti.

Come il beato Lodovico Pavoni, che fu il suo maestro, don Piamarta era impegnato nella predicazione e l’editoria.

Dopo aver dato inizio alla celebre colonia agricola di Remedello, constatando che la povertà più insidiosa è quella del sottosviluppo culturale, specie in materia religiosa, fondò anche l’Editrice Queriniana.

Le Congregazioni religiose

La sua carità non conosceva limiti: nel 1900 fondò la Congregazione maschile della S. Famiglia di Nazareth, approvata nel 1902, per provvedere alla cura delle sue opere.

Nel 1902 sarà approvata la Congregazione maschile, intitolata alla Famiglia di Nazareth, che esprime eloquentemente la sua preoccupazione per la famiglia, ma anche l'ideale di una convivenza familiare dei suoi collaboratori e del suo stile di educazione.

Nel 1911 sarà la volta della Congregazione delle Umili Serve del Signore, per la formazione cristiana e professionale delle ragazze: due fondazioni che continuano ancora oggi la loro preziosa assistenza alla gioventù, nello spirito del Fondatore.

Con Madre Elisa Baldo darà origine verso la fine della sua vita anche alla Congregazione femminile, che prenderà il nome 'Umili Serve del Signore'.

Attorno al padre si è intanto creata una comunità di persone che ne condividono gli ideali e lo stile di vita. Il padre sotto l'impulso dello Spirito Santo, pensa di fondare una famiglia religiosa e nasce così la Congregazione Sacra Famiglia di Nazareth.

La Congregazione della S. Famiglia di Nazareth oggi è presente in tre continenti: in Europa (Italia) con dieci comunità; in America Latina con dieci comunità (quattro in Brasile del Nord, quattro in Brasile del Sud e due in Cile); in Africa (Angola) con due comunità e in Mozambico con una comunità.

Spiritualità e metodo educativo

Le sue due fonti principali del sapere sono la Sacra Scrittura e la vita dei Santi. I suoi appunti di predicazione sono intessuti di citazioni della Parola di Dio che prende corpo e si rende visibile e feconda nella vita dei santi.

'Dopo la Sacra Scrittura, non c'è pascolo più salutare delle vite dei santi', ripeterà più volte.

Da San Benedetto comprese che a Dio si va con i piccoli ma costanti passi del quotidiano vissuto davanti a Dio con la preghiera e davanti agli uomini con il lavoro.

Da San Filippo Neri trasse la convinzione che una città potesse essere cambiata dedicandosi alla gioventù, con uno stile allegro ed esigente, che rendesse simpatica la virtù.

Da San Vincenzo de Paoli imparò a servire i poveri, vedendo Cristo in loro.

Da Santa Teresa apprese l'importanza delle preghiera prolungata che sfocia in opere, opere, opere.

Da San Francesco di Sales comprese l'arte della mitezza per toccare i cuori.

Da Sant'Ignazio di Loyola ammirò e praticò il dovere di trafficare tutti i propri talenti per la missione affidata, oltre che trarre le norme essenziali per reggere la sua Congregazione.

Da questi insegnamenti derivò una spiritualità atta a sorreggere e motivare la missione tra i giovani.

Da discepolo divenne maestro per la sua sintesi pratica e limpida, da trasmettere ai collaboratori, sacerdoti e laici.

La fiducia nella Provvidenza

Le due fonti della sua azione sono lo Spirito Santo e la diffidenza nei confronti di sé.

Egli sa che lo Spirito Santo crea futuro, trasforma le crisi in nuove opportunità, non fa guardare con nostalgia al passato, ma proietta con fiducia nel futuro, rendendo possibile anche quello che sembra impossibile.

E, in certe manifestazioni, può essere chiamato col nome familiare di Provvidenza.

Quando intonava il Veni Creator, lo faceva con una voce tanto possente che sembrava 'tirar giù' dal cielo lo Spirito Santo.

Ma l'umiltà gli impedisce di voler possedere il monopolio dello Spirito Santo e il senso del proprio limite lo induce a tenere un basso profilo, a confrontarsi con altri; si circonda di collaboratori, condivide le responsabilità, non fa il tuttologo.

Manifesta la sua umiltà soprattutto nell'obbedienza e nella gratitudine.

Compie gesti di eroica obbedienza, all'inizio dell'opera, quando il Vescovo gli chiedeva scelte che sembravano compromettere quanto stava per realizzare.

Obbedì, lasciando fare a Dio, sapendo che Dio in questo modo fa abbandonare i nostri sentieri per immetterci sulle sue vie.

Considera la gratitudine, cioè il riconoscere l'apporto degli altri a quanto ha potuto realizzare, come 'la massima virtù', nella consapevolezza che tutto è dono e tutto va preso in rendimento di grazie

E mentre pratica e insegna la gratitudine verso benefattori e collaboratori, a partire dal Datore di tutti i beni, avverte che è necessario praticarla, ma non pretenderla.

La nobiltà del lavoro

Constatando che la povertà più pericolosa è quella interiore, che blocca sul presente, che smorza la fiducia e non proietta verso il futuro, ha inculcato ai suoi giovani l'orgoglio di entrare nella nobiltà del lavoro, una nobiltà aperta a tutti quelli che vogliono costruirsi un domani con le loro capacità e con l'impegno dei loro talenti, accessibile a chi ha coraggio, a chi sa lottare, a chi ha nobiltà di sentimenti e un cuore magnanimo.

Nobiltà è fare bene il proprio lavoro, unendo competenza, onestà e cortesia. Nobiltà è non deprimersi nell'insuccesso, né esaltarsi nel successo.

Nobiltà è essere fedeli alla parola data, pronti a chiedere perdono quando si sbaglia, pronti a concederlo quando è richiesto.

Nobiltà è saper guardare a Nazareth deve il Figlio di Dio ha reso santa la fatica dell'uomo con il suo sudore e la sua pazienza.

Insegna queste cose ai suoi ragazzi con le parole e con l'esempio, sempre in moto, ma senza affanno, sempre conteso, ma il più possibile allegro e sereno.

Preghiera, lavoro e servizio

Il suo tempo è inizialmente conteso tra pietas et labor, tra immersione nel divino e immersione nell'umano, tra salire le scale dell'intimità divina per avere poi la forza di discendere a servire l'uomo.

Col passare del tempo le due dimensioni si arricchiscono e si avvicinano fino a fondersi: una vita animata dalla preghiera e una preghiera che si concretizza nei campi dell'educazione, della formazione al lavoro e alla famiglia, nel seminare il Vangelo nel cuore di chi lo avvicina.

Finché visse, il Piamarta continuò ad interessarsi premurosamente di tutti i problemi dei suoi Istituti, condividendone le gioie e le preoccupazioni quotidiane.

Al tempo stesso, quando la salute glielo permetteva, attendeva specialmente alle confessioni, essendo assai ricercato da sacerdoti religiosi e laici.

Pregava intensamente davanti al SS.mo e si preparava al grande incontro con Cristo, che sentiva vicino.

Tema preferito delle sue lunghe meditazioni era la Passione e Morte del Signore: lo riteneva uno dei mezzi più efficaci anche per l’adorazione eucaristica.

Preghiera di Papa Giovanni XXIII

Il testamento spirituale e l’amministrazione delle opere

Il testamento di Piamarta mostra il legame tra fiducia nella Provvidenza, responsabilità amministrativa e attenzione concreta ai giovani poveri.

Ma mi sarebbe tormento intollerabile anche dopo morte se vedessi che queste provvidenziali sostanze ch’io dispongo ad incremento perfetto di questa santa opera, venissero leggermente e malamente amministrate.

Per questo supplico i miei eredi ad usare tutto l’impegno perché l’amministrazione venga accuratissimamente proseguita e sempre, onde si possa fare il bene ai poveri ragazzi specie di vedove madri, nella maggior possibile estensione.

Potendo io spendere a mio piacimento, mi sono ben guardato dall’abusare anche un sol quattrino che non fosse ad incremento dell’opera che si ha tra le mani; con tale avvedimento e cura si potrà contare sicuramente sull’indeficiente soccorso e concorso della Divina Provvidenza, che mi si è sempre mostrata sì profondamente munifica in tutti i bisogni dell’Istituto.

Raccomando di non far troppo assegnamento sull’industria umana; guai se fino adesso si fosse collocata la fiducia nei calcoli umani: l’Istituto sarebbe ormai morto.

Ora le Istituzioni, come gli individui, crescono e si mantengono con quei principii onde furono nati.

Essendo quindi la nostra Istituzione sorta mediante una specialissima, per non dire totale opera della Provvidenza Divina, essa va rigorosamente mantenuta e conservata sempre col pieno intervento suo.

Si tenga sempre presente la massima di sant’Ignazio: «noi dobbiamo governarci in ogni cosa e contingenza, con accorto e prudente discernimento come se tutto dipendesse dalla esclusiva nostra industria ed accorgimento, e poi dopo dobbiamo in tutto e per tutto confidare in Dio, come se nulla noi avessimo fatto».

La gratitudine deve essere la massima virtù dell’Istituto.

La morte e la memoria ecclesiale

Gli ultimi anni della sua esistenza furono un vero calvario: alla sciatica, dolorosissima, si aggiunsero disturbi cardiaci, di circolazione e di stomaco, insonnia ed emiplegie seguite ad attacchi di paralisi.

Ottenne la permuta dell’Ufficio divino e il permesso di poter celebrare la S. Messa della Beata Vergine Maria e dei Defunti.

Il 9 aprile 1913, mentre era in visita alla Colonia di Remedello, ebbe un ultimo attacco. Intuì che l’ora suprema si avvicinava rapidamente e l’attese con serenità di spirito.

Il 23 seguente chiese ed ottenne il S. Viatico che ricevette con grande fervore.

Poi si addormentò placidamente nel Signore: erano le ore 8 del 25 aprile 1913.

Aveva 71 anni e 5 mesi, spesi tutti per raggiungere il cielo!

A distanza di 13 anni, la salma fu traslata nella chiesa dell’Istituto degli Artigianelli, in segno di riconoscenza verso il benemerito Fondatore, a perenne memoria della sua eroica carità.

Il Vescovo di Brescia scriverà ai confratelli: 'Voi avete perso un padre, io un amico, la diocesi un santo prete'.

La stampa laica lo considera un insigne benefattore che ha dato alla città le maestranze più qualificate, i suoi ragazzi lo ricordano come un condottiero dal cuore di mamma, i suoi figli spirituali un Padre affettuoso e illuminato.

L’iter della causa di beatificazione

La causa di canonizzazione fu preceduta da un lungo iter dedicato al riconoscimento delle virtù eroiche e alla beatificazione.

FaseDataAvvenimento
Processo Ordinario Informativo1943-1948Si svolse nella diocesi di Brescia.
Supplemento di istruttoria1958Fu acquisito un ulteriore supplemento di istruttoria.
Introduzione della Causa1963La causa fu formalmente introdotta.
Processi Apostolici1967-1969Furono celebrati e riconosciuti validi giuridicamente l’11 aprile 1970.
Positio super Virtutibus1982Fu preparata la documentazione sulle virtù.
Congresso Peculiare dei Consultori Teologi14 gennaio 1986Si svolse l’esame teologico.
Sessione Ordinaria dei Cardinali e Vescovi4 marzo 1986La documentazione fu esaminata dalla Congregazione.
Decretum super Virtutibus22 marzo 1986Fu promulgato il decreto sulle virtù eroiche.
Inchiesta diocesana sul miracolo1990Fu istruita presso la Curia ecclesiastica di Brescia.
Consulta Medica27 giugno 1996Il caso fu sottoposto all’esame dei periti medici.
Consultori Teologi8 dicembre 1996Fu esaminata l’intercessione del Venerabile Servo di Dio.
Riconoscimento dei Cardinali e Vescovi4 marzo 1997Fu riconosciuta l’inspiegabilità dell’evento e l’intercessione di Piamarta.
Decretum super Miraculo8 aprile 1997Fu promulgato il decreto sul miracolo.
Beatificazione12 ottobre 1997Il rito fu celebrato da papa Giovanni Paolo II in Piazza San Pietro.

Dal 1943 al 1948 si svolse il Processo Ordinario Informativo nella diocesi di Brescia. Nel 1958 vi fu un supplemento di istruttoria.

Dopo la Introduzione della Causa (1963), furono celebrati i processi Apostolici (1967-1969), che furono riconosciuti validi giuridicamente l’11 aprile 1970.

Preparata la Positio super Virtutibus (1982), il 14 gennaio 1986 si svolse il Congresso Peculiare dei Consultori Teologi ed il 4 marzo seguente la Sessione Ordinaria dei Cardinali e Vescovi.

Il Decretum super Virtutibus è stato promulgato il 22 marzo del 1986.

L’Inchiesta diocesana sul presunto miracolo è stata istruita presso la Curia ecclesiastica di Brescia nel 1990.

Il caso fu sottoposto all’esame dei Periti della Consulta Medica il 27 giugno 1996 e a quello dei Consultori Teologi l’8 dicembre 1996.

I Cardinali e Vescovi Membri della Congregazione hanno riconosciuto l’inspiegabilità dell’evento e l’intercessione del Venerabile Servo di Dio il 4 marzo 1997.

Il Decretum super Miraculo fu promulgato l’8 aprile 1997.

Il Beato Giovanni Paolo II celebrò il rito della beatificazione il 12 ottobre 1997, in Piazza San Pietro, in Vaticano.

Il ruolo del postulatore nella causa di canonizzazione

In vista della canonizzazione, la Postulazione ha presentato alla Congregazione delle Cause dei Santi un’Inchiesta diocesana sulla guarigione ritenuta miracolosa del Sig. Estevam Figueiredo de Paula Pessoa da “mediastinite purulenta da perforazione esofagea complicata da pleurite e pericardite. Nel successivo decorso il malato ha avuto una emorragia massiva da lesione ulcerativa del colon trattata con colectomia e ileostomia. Decorso successivo con ascessi multipli addominali drenati chirurgicamente. Anuria trattata con emodialisi” (Relaz. Consulta Medica), avvenuta a Fortaleza (Brasile) nel 2003.

Il materiale probatorio, è stato affidato allo studio di due Periti medico-legali della Congregazione delle Cause dei Santi, i quali hanno dato responso favorevole, permettendo così che si potesse procedere, con esito positivo, all’esame del caso da parte della Consulta Medica il giorno 20 dicembre 2007.

Il Congresso dei Consultori Teologi, il 2 luglio 2011, ha ravvisato all’unanimità l’intervento miracoloso di Dio per intercessione del Beato.

La Sessione Ordinaria dei Cardinali e Vescovi del 18 ottobre 2011 ha giudicato la guarigione come un vero miracolo.

Sua Santità Benedetto XVI ha autorizzato la Congregazione delle Cause dei Santi a promulgare il Decretum super Miraculo.

Nel corso della presentazione dedicata a Piamarta, padre Igor Manzillo è indicato come Vicario Generale della Congregazione Sacra Famiglia di Nazareth e Postulatore della Causa.

La canonizzazione del 21 ottobre 2012

Giovanni Piamarta nacque a Brescia il 26 novembre 1841. Morì all’Istituto Bonsignori il 25 aprile 1913.

Il 12 ottobre 1997 è stato proclamato beato da papa Giovanni Paolo II. Il 21 ottobre 2012 è stato canonizzato da papa Benedetto XVI.

La canonizzazione ebbe luogo il 21 ottobre 2012 in Piazza San Pietro, durante la celebrazione presieduta da papa Benedetto XVI.

È un santo «sociale», esponente del cattolicesimo ottocentesco, Giovanni Battista Piamarta, italiano tra i 7 santi da 5 continenti canonizzati domenica mattina da Benedetto XVI con una solenne celebrazione in piazza San Pietro.

Nell’omelia Benedetto XVI ha voluto rimarcare la esigenza, avvertita dal nuovo santo, sacerdote bresciano nato nel 1841 e morto nel 1913, di «una presenza culturale e sociale del cattolicesimo nel mondo» e ha ricordato l’azione di questo «grande apostolo della carità e della gioventù» che, ha detto, «si dedicò alla elevazione morale e professionale delle nuove generazioni con la sua illuminata carica di umanità e di bontà».

«Animato da fiducia incrollabile nella Divina Provvidenza e da profondo spirito di sacrificio, - ha detto papa Ratzinger a proposito di questo nuovo santo italiano - affrontò difficoltà e fatiche per dare vita a diverse opere apostoliche, tra le quali: l’Istituto degli Artigianelli, l’Editrice Queriniana, la Congregazione maschile della Santa Famiglia di Nazareth e la Congregazione delle Umili Serve del Signore».

Per il Papa, il «segreto» del nuovo santo e della sua «intensa ed operosa vita sta nelle lunghe ore che egli dedicava alla preghiera.

Quando era oberato di lavoro, - ha raccontato Benedetto XVI - aumentava il tempo per l’incontro, cuore a cuore, con il Signore».

Le opere e il significato della canonizzazione

Piamarta è stato un sacerdote colto e brillante che rinunciò a una promettente carriera ecclesiastica sfidando i superiori per difendere i suoi «artigianelli», cioè gli ospiti delle opere da lui dedicate alla gioventù bisognosa della Lombardia di fine ’800.

Davanti ai gravi problemi economici delle sue case, il vescovo infatti ordinò a padre Giovanni Piamarta di rinunciare. Lui rispose che avrebbe preferito morire in mezzo ai suoi ragazzi piuttosto che abbandonarli al loro destino.

Ma fu l’amore per i poveri e il suo impegno in difesa dei ragazzi a farlo davvero grande.

Padre Piamarta, che l’Osservatore romano ha definito «la personalità più popolare di Brescia a cavallo tra il 1800 e il 1900», era nato suddito dell’Austria, nel 1841, cioè fra il terribile colera del 1836 e le drammatiche dieci giornate del 1849, dunque fu testimone del passaggio della Lombardia alla nuova Italia, ed entrò in quel periodo in contatto con le grandi personalità del movimento cattolico bresciano, quali Giuseppe Tovini e Giorgio Montini (padre del futuro Paolo VI), che vedono nelle nuove situazioni non solo delle crisi, ma anche delle opportunità per la presenza cristiana.

Si racconta che a chi gli chiedeva quale fosse l’ispirazione principale della propria famiglia religiosa, il sacerdote bresciano rispondesse: la carità.

E aggiungesse di aver fatto suo il programma di sant’Agostino: «In dubiis libertas, in necessariis unitas, in omnibus caritas».

Lo spirito di famiglia - cioè - deve caratterizzare non solo la convivenza dei religiosi, ma anche lo stile dell’educazione.

E come la sua presenza inciderà nella società bresciana del suo tempo, così i suoi continuatori porteranno il suo spirito, fonte di evangelica intraprendenza, in varie parti dell’America Latina e dell’Africa.

La Chiesa, a cento anni dalla morte, lo proclama santo, facendone uno dei maestri per il nostro tempo.

Memoria liturgica e venerazione

Giovanni Battista Piamarta (1841-1913) è ricordato come sacerdote, fondatore della Congregazione della Sacra Famiglia di Nazareth e della Congregazione delle Suore Umili Serve del Signore, allo scopo di fornire ai giovani una formazione religiosa insieme all’apprendimento di un mestiere.

La sua memoria liturgica ricorre il 25 aprile.

Il suo corpo è venerato nella chiesa dell’Istituto Artigianelli a Brescia.

O Dio, che hai concesso al santo presbitero Giovanni Battista [Piamarta] la luce della sapienza per educare i giovani a vivere cristianamente nel lavoro, nella famiglia e nella società, per sua intercessione, concedi a noi di operare ponendo sempre la nostra fiducia nel tuo paterno amore.

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