Il digiuno biblico è l’astensione volontaria dal cibo e dalle bevande per un tempo determinato, accompagnata dalla preghiera, dal pentimento, dall’ascolto di Dio e dalla cura concreta del prossimo. Non è una semplice rinuncia alimentare, né una pratica destinata a impressionare gli altri: il suo significato più profondo consiste nel riconoscere che la vita viene da Dio, nel ristabilire le giuste priorità e nel diventare disponibili alla sua volontà.
Nella Bibbia Dio approva il digiuno quando nasce da motivi sinceri e produce umiltà, giustizia, condivisione e amore. Se invece è praticato come formalità religiosa, per ottenere prestigio o per compensare peccati non abbandonati, perde il suo significato. Il digiuno deve quindi essere unito alla preghiera e tradursi in misericordia verso chi soffre.
Che cosa significa digiunare secondo la Bibbia
Digiunare significa astenersi dal cibo e dall’acqua. Il digiuno nella Bibbia è in rapporto al nutrimento al quale chi digiuna rinuncia volontariamente. Questa scelta evidenzia che il nutrirsi è necessità vitale e ricorda che la persona non è la fonte della vita.
Vive se assume la vita dall'esterno, mangiando e bevendo. Il digiuno volontario ci ricorda, allora, che la nostra vita è precaria, che essa viene da altrove ed è destinata all’altrove eterno e che il privarsi del nutrimento per un breve tempo, in vista di uno scopo significativo, è tutt’altro che un atto di autolesionismo, ma si offre come un aiuto a stabilire un giusto ordine di priorità.
Nella vita c’è qualcosa di più importante della vita stessa: ed è il senso che la rende significativa e piena, è l’amore che ci lega agli altri e che illumina il cammino dei giorni, da una parte orientandolo al fine ultimo, dall’altra motivando il sacrificio di un momento con la prospettiva del bene comune di cui tutti siamo responsabili.
Attraverso il digiuno scelto per amore, con saggezza e motivazione profonda, il credente si riconcilia con Dio, fonte della vita, e con gli altri, con cui condivide il cammino del tempo.
Il digiuno consiste nel privarsi di qualsiasi cibo e bevanda. È una pratica che può avere motivi di ascetismo, purificazione, lutto, supplica.
Nell'insegnamento di Gesù è collegato alla preghiera e all'elemosina, ed esprime dinanzi a Dio l'umiltà, la speranza e l'amore dell'uomo.
Il digiuno non è soltanto una rinuncia
Quando si parla di digiuno è opportuno procedere a una manovra fondamentale per affrontare questo e molti altri pilastri della vita cristiana: sdoganarli da uno stato di falsificazione.
La fede è molto più di una attività umana, è una virtù teologale. Avendo però l’ansia di capire le cose, mettiamo tutto dentro la scatola limitata del nostro cranio, e facciamo del cristianesimo qualcosa di orizzontale, a misura della nostra apertura alare, che copre distanze a portata del nostro passo.
Allora la fede diventa una convinzione, la speranza una questione di carattere positivo e la carità una filantropia volontarista. Così la vita cristiana diventa coerenza e la salvezza diviene impegno. Di conseguenza il digiuno diviene rinuncia.
Anzitutto il digiuno cristiano non è rinuncia, come non lo è l’elemosina e men che meno lo è la preghiera. Nel momento in cui Gesù pratica il digiuno fa discorsi strani del tipo: «Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio» (Mt 4,4).
Oppure: «Io ho da mangiare un cibo che voi non conoscete… il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera» (Gv 4,32ss). Quindi Gesù non parla propriamente di digiuno nel senso di astensione dal cibo ma di un’altra forma di nutrimento, che non è “solo pane” ma “cibo che voi non conoscete”.
Non si tratta di non mangiare, ma di mangiare meglio. È bello appagarsi? Molto più bello amare. È bello togliersi una soddisfazione? Molto più bello dare consolazione. È bello abbuffarsi? Molto più bello sfamare.
Il digiuno non è una mera pratica ascetica volta a rafforzare la volontà, pur essendo questo aspetto presente, o una forma di mortificazione del corpo. Rientra piuttosto tra quegli strumenti spirituali volti ad assicurare l’unione tra l’uomo e Dio e ad aprirsi all’attenta cura degli altri.
Il digiuno è associato tradizionalmente al cibo, ma in un senso più ampio serve ad astenersi da tante altre realtà che, pur belle e utili, possono diventare nostre nemiche se si resta travolti dalla loro abbondanza: immagini, notizie, beni di consumo, potere.
La pratica del digiuno è un utile rimedio contro lo stordimento causato da un eccesso di “nutrimento”. Digiunare, invece, permette di accogliere positivamente la dimensione di non-autosufficienza costitutiva dell’uomo, di superare l’individualismo e aprirsi alla relazione di aiuto reciproco, alla comunione come rimedio all’ingiustizia e alla condivisione di quanto di buono c’è, senza lasciarsi prendere da una sazietà solo illusoria perché mai soddisfacente.
Significa interporre un tempo fra stimolo e risposta, bisogno e soddisfacimento, per valutare le conseguenze delle proprie scelte e ponderare le proprie decisioni. Digiunare è creare quell’apparente vuoto che in realtà permette di ritrovare il senso, così come il silenzio tra le parole o le pause fra le note musicali permettono di distinguerle, comprenderle e assaporarle.
La fame, la gola e il dominio degli appetiti
Di cosa parliamo? Del tema della voracità, comunemente definita per la sua parte anatomica: la gola. Secondo i padri del deserto il vizio corrispondente ha un suo posto preciso nel disordine umano, e, per esempio, Evagrio Pontico, monaco del quarto secolo, dice: «Principio delle passioni è la gola».
Significa che tutto il sistema del male umano ha inizio con la voracità. Infatti il primo peccato, quello di Adamo ed Eva, è, concretamente, un peccato di gola.
I progenitori biblici sgarrano la dieta, la quale prevedeva molti altri alberi - che, peraltro, erano parimenti belli da vedere e buoni da mangiare (cfr Gen 2,9) - e mangiano l’unico frutto vietato.
Allo stesso modo la gola si presenta come la prima tentazione patita da Cristo e consiste nell’istigazione a mangiare in modo disordinato, ossia nel pretendere che le pietre debbano diventare pane.
È l’assolutizzazione dell’appetito: se sei figlio di Dio, quando hai fame devi essere soddisfatto, le cose devono appagarti, quindi un sasso deve diventare un panino, perché ‘tu…hai…fame!!!’.
La voracità è infantilismo e drammatizzazione degli appetiti che fa scivolare la persona in una condizione che è l’assolutizzazione delle pulsioni. Quest’ultima è tale da imprimersi globalmente, per cui in tutti gli altri peccati c’è sempre una latenza di questa passione.
La lussuria, per esempio, è un peccato derivato: è niente altro che la voracità della dimensione sessuale-affettiva. Bisogna prendere atto che tutte le dipendenze sono la degenerazione di un piacere qualunque in schiavitù, e obbediscono alle logiche della voracità.
La gola è legata a un bisogno naturale che come tale non può essere negato; infatti non si tratta di negare ma di compiere, realizzare. Nascosta dentro gli appetiti naturali c’è la fame di quel che soddisfa veramente.
Mentre noi intendiamo la lotta contro la voracità come auto-castrazione, Cristo parla di questo combattimento come auto-compimento. Il digiuno educa quindi il desiderio e aiuta a riconoscere ciò che nutre veramente la persona.
Il rapporto tra digiuno e preghiera
La preghiera è una parte necessaria del digiuno. In tutte le Scritture si parla congiuntamente della preghiera e del digiuno.
Il nostro digiuno deve essere accompagnato da una preghiera sincera e dobbiamo anche cominciarlo e finirlo con una preghiera.
Il digiuno è associato alla preghiera supplice e all’umiltà davanti a Dio. Digiunare equivale ad “umiliare la propria anima”.
Il digiuno non è quindi una prodezza ascetica, e non mira a procurare qualche stato di esaltazione psicologica o religiosa. Nel contesto biblico, dove il cibo è un dono di Dio, questa privazione è un atto religioso e una maniera di rivolgersi al Signore.
La preghiera è lasciarsi amare da Dio e imparare da Lui ad amare il prossimo, accettando di essere “trasfigurati” secondo la volontà del Signore e il disegno che ha per ciascuno e per tutti.
È qui che si comprende perché il digiuno deve unirsi alla preghiera: dialogo di Dio con Dio nel cuore dell’uomo, partecipazione alla vita trinitaria nella quale il Padre, eterna fonte dell’amore, genera il Figlio, eterno Amato che ricambia il dono nello Spirito Santo, eterno amore.
Perché si digiunava nei tempi biblici
La Bibbia indica vari motivi e significati del digiuno: può essere un segno di cordoglio per la morte di una persona cara o importante; o un modo per fare penitenza e chiedere a Dio il perdono dei peccati; o un mezzo per conoscere la volontà di Dio; o, più in generale, per ottenere qualche grazia; o, infine, una forma di devozione personale, la cui bontà dipende dalle intenzioni di chi la vive.
| Motivo del digiuno | Significato biblico |
|---|---|
| Cercare l’aiuto e la guida di Dio | Il digiuno manifesta sincerità e dipendenza dal Signore. |
| Concentrarsi sulla volontà di Dio | Prepara a una missione o a una decisione importante. |
| Manifestare pentimento | Esprime dolore per il peccato e desiderio di conversione. |
| Chiedere protezione o una grazia | Accompagna la supplica nei momenti di pericolo o difficoltà. |
| Vivere il lutto | Esprime dolore per una morte, una sventura o una calamità. |
| Aiutare gli altri | Collega la rinuncia alla condivisione e alla giustizia. |
Digiuno per chiedere aiuto e guida
Quelli che tornarono a Gerusalemme fecero digiuno per dimostrare che erano sinceri quando chiesero aiuto a Dio (Esdra 8:21-23).
A volte Paolo e Barnaba decidevano di digiunare quando dovevano nominare anziani nelle congregazioni (Atti 14:23).
Atti 13,1-3 presenta una comunità riunita nel culto, nella preghiera e nel digiuno prima di affidare a Barnaba e Saulo una missione speciale.
La comunità non solo è riunita in preghiera, ma sta anche digiunando, cioè come abbiamo visto in precedenza si mette in una condizione di maggiore disponibilità per lasciare spazio - attraverso il vuoto creato dalla privazione del cibo - al risuonare della parola di Dio.
E in effetti un appello inatteso si fa strada: riservare alcuni per una missione speciale. La centralità della preghiera e del digiuno è ancor più sottolineata dalla seconda menzione: prima di congedare Barnaba e Saulo, i due prescelti, la comunità prega e digiuna ancora una volta per prepararsi a vivere questa missione.
Digiuno per il pentimento
Tramite il profeta Gioele, Dio disse agli israeliti infedeli: “Ritornate da me con tutto il vostro cuore, con digiuno, pianto e lamento!” (Gioele 2:12-15).
Il digiuno può essere un modo per fare penitenza e chiedere a Dio il perdono dei peccati. Gli abitanti di Ninive digiunarono per scongiurare il castigo di Dio a causa delle loro colpe (Giona 3).
Davide, che con il digiuno riconosce il peccato commesso, testimonia il desiderio di riparare al male compiuto.
Il digiuno è quindi legato alla conversione del cuore, non soltanto alla sofferenza fisica. La privazione acquista valore quando conduce all’abbandono del male e alla riparazione delle relazioni danneggiate.
Digiuno nel lutto e nella sofferenza
Il digiuno può essere un segno di cordoglio per la morte di una persona cara o importante, come nel caso dei sette giorni di lutto per la morte del re Saul (1 Samuele 31,13).
L’Antico Testamento presenta il digiuno in una visuale ampia, accompagnandolo con la preghiera e collegandolo al dolore e al lutto.
Il digiuno può aiutare a trovare conforto nei momenti di dolore e tristezza (vedere Alma 28:4-6). Può accompagnare la sofferenza personale, la vedovanza, una sventura nazionale o una calamità.
Digiuno per ottenere protezione e una grazia
Il digiuno può essere un mezzo per ottenere qualche grazia, ad esempio la protezione dai nemici (Ester 4,16).
La regina Ester, prima di affrontare il re Assuero e il perfido Aman, digiuna tre giorni e chiede a tutto il popolo di digiunare in segno di penitenza, testimoniando che la forza viene da Dio, cui spetta ogni potere.
Spesso si digiuna prima di affrontare un compito difficile. In generale la motivazione del digiuno è quella di porsi con fede in un atteggiamento di umiltà per accogliere l’azione di Dio e mettersi alla sua presenza.
Il digiuno nell’Antico Testamento
Il digiuno nell’Antico Testamento è vissuto in clima cultuale, accompagnato dalla preghiera e manifestato con i segni del lutto e del dolore.
Nei momenti più solenni della storia della salvezza i protagonisti scelgono di digiunare: lo fa Mosè prima di ricevere le tavole della Legge, e per ben quaranta giorni; lo fa Davide, che con il digiuno riconosce il peccato commesso.
La pratica del digiuno proviene dalla coscienza del peccato che causa guerra, morte, lutto, ingiustizie, violenza. Con il digiuno il credente si riconcilia con Dio, fonte della vita e con gli altri che in qualche modo aveva danneggiato.
Il digiuno può essere praticato per implorare il perdono di una colpa, sollecitare una guarigione, lamentarsi in occasione di una sepoltura, ottenere la cessazione di una calamità, aprirsi alla luce divina e prepararsi all’incontro con Dio.
La liturgia giudaica conosceva un grande digiuno nel Giorno dell’Espiazione. La sua pratica era una condizione di appartenenza al popolo di Dio.
C’erano anche altri digiuni collettivi nei giorni anniversari delle sventure nazionali. I giudei digiunavano poi per devozione personale.
Nel tardo giudaismo l’accresciuta consapevolezza delle colpe dei padri e proprie sviluppa una particolare sensibilità a penitenze e digiuni, intesi come opere buone, come volontaria espiazione per i peccati della comunità, come pie pratiche di fede e devozione.
Il digiuno e il profeta Isaia
Il testo biblico più importante per comprendere il significato del digiuno è Isaia 58. Il profeta critica una religiosità ridotta a pura formalità e privata del suo potere trasformante.
Israele si chiede: «Perché digiunare, se tu non lo vedi, mortificarci, se tu non lo sai?» Il Signore risponde: «È forse come questo il digiuno che bramo, il giorno in cui l’uomo si mortifica?».
Un simile modo di digiunare è inefficace, dice il Signore, perché è slegato dal resto della vita, che continua a scorrere fra soprusi e ingiustizie.
«Ecco, nel giorno del vostro digiuno curate i vostri affari, angariate tutti i vostri operai. Ecco, voi digiunate fra litigi e alterchi e colpendo con pugni iniqui».
Il profeta dice che ben altro è il digiuno gradito da Dio: «Non è piuttosto questo il digiuno che voglio: sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo?».
«Non consiste forse nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo, senza trascurare quello della tua stessa carne?».
Le parole del Signore mettono in luce il vero significato e scopo del digiuno: un esercizio che apre l’uomo alla comunione con Dio e con gli altri.
Il Signore non giudica affatto il digiuno quale bene principale, perché piace a Dio se non per se stesso, ma per le altre opere buone che reca con sé. La misericordia, la pazienza e la carità non devono essere osservate per il digiuno, ma piuttosto il digiuno per quelle.
Per esse è utile la sofferenza del corpo; perciò si deve usare lo strumento della fame per farci giungere alla carità, in cui consiste il bene eterno, immutabile e libero da ogni limitazione nel tempo.
Digiuno, giustizia e condivisione
Digiunare significa privarsi di qualcosa di necessario ed essenziale per la vita. Così facendo, l’uomo sceglie volontariamente di non essere sazio e si mette nella condizione di sperimentare un vuoto.
Proprio questa condizione di mancanza permette di avere uno sguardo più consapevole su se stessi, su ciò che solitamente si ha e molte volte si dà per scontato e dovuto, su ciò di cui si ha veramente bisogno e sul modo di procurarselo.
Rinunciando alla soddisfazione immediata e ad ogni costo di una necessità così basilare come mangiare, l’uomo si mette in condizione di poter riconoscere che la sua autosufficienza è illusoria e spesso fondata sull’ingiustizia, sullo sfruttamento dell’altro.
A questa situazione può porre rimedio condividendo le risorse liberate dal digiuno. L’astensione dal cibo come genuina pratica religiosa, quindi, genera una fame che va oltre la dimensione fisica e individuale.
Il digiuno cristiano deve perciò aprire alla condivisione del pane, all’accoglienza dei poveri, al sostegno dei bisognosi e alla liberazione degli oppressi.
Il digiuno nel Nuovo Testamento
Gesù digiuna nel deserto
Dopo il suo battesimo, Gesù digiunò 40 giorni per prepararsi a fare la volontà di Dio nel corso del suo ministero (Luca 4:1, 2).
Nel Nuovo Testamento Gesù si prepara all’inizio della vita pubblica ritirandosi nel deserto per quaranta giorni, dove rimane in digiuno.
Come nuovo Mosè, a differenza del popolo che si ribella a Dio nel deserto, Gesù vince così le tentazioni che vorrebbero indurlo a fuggire dal compimento della sua missione.
I quaranta giorni di Gesù nel deserto, modellati sul duplice esempio di Mosè ed Elia, hanno per scopo di inaugurare la sua missione messianica con un atto di abbandono fiducioso nel Padre suo.
Le tentazioni vanno proprio contro questa logica di svuotamento, prospettando, invece, un modo diverso di vivere. Luca presenta un crescendo che va dalla trasformazione delle pietre in pane alla prospettiva dell’esercizio di un potere immenso, per finire col mettere alla prova la fiducia in Dio.
Un filo rosso percorre le tre tentazioni: interrompere la relazione che intercorre tra Gesù e il Padre spostando l’attenzione su altri beni, come il cibo o il potere.
Il digiuno previene questo rischio, perché fa sperimentare una condizione fisica di bisogno che espone all’ansia di procurarsi da sé quanto occorre a soddisfarlo, ma proprio per questo smaschera la logica dell’esercizio autoreferenziale del potere, il cui risultato è sempre il dominio e la riduzione in schiavitù dell’altro.
Gesù rifiuta il digiuno ostentato
Il Signore ha consigliato: «E quando digiunate, non siate mesti d’aspetto come gl’ipocriti; poiché essi si sfigurano la faccia per far vedere agli uomini che digiunano. Io vi dico in verità che cotesto è il premio che ne hanno.
Ma tu, quando digiuni, ungiti il capo e lavati la faccia, affinché non apparisca agli uomini che tu digiuni» (Matteo 6:16-18).
Quando digiuniamo, dobbiamo avere sul volto un’espressione allegra e non renderlo noto a tutti.
Il digiuno per motivi religiosi dovrebbe essere una questione privata tra la persona e Dio. Il digiuno non rende una persona superiore dal punto di vista morale o spirituale.
Gesù insegna che il digiuno non è solo segno di penitenza, dolore e di lutto per l’assenza dello sposo, ma con il digiuno il cristiano confessa che solo Gesù, lo Sposo messianico, dona l’acqua che disseta e il pane che nutre per la vita eterna.
Gli ipocriti hanno una ricompensa che consiste nella vana immagine che danno di sé, mentre i discepoli sperimentano ben altra ricompensa: il Padre e le sue sorprese.
Il digiuno dei discepoli
Gesù non prescrive nessuna pratica di digiuno ai suoi discepoli: essi non sono tenuti a digiunare, perché ormai lo sposo si trova tra loro; essi riprenderanno a digiunare quando lo sposo sarà loro tolto.
Gesù quindi non lo disprezza né lo vuole abolire; egli è venuto a portare a compimento la giustizia antica, e perciò vieta di ostentare il digiuno, tanto più che esso può essere fatto “per essere visti dagli uomini”.
È vero che Gesù disse che i suoi discepoli dopo la sua morte avrebbero digiunato, ma con queste parole stava semplicemente indicando cosa sarebbe successo, non stava esprimendo un comando.
Nel corso della vita pubblica, si oppone alla pratica formale del digiuno, anzi moltiplica i pani perché le persone non svengano a causa del digiuno. Corregge la pratica di queste opere pie compiute per guadagnare il prestigio di fronte agli uomini.
Il digiuno nella vita cristiana
Il digiuno è un requisito per i cristiani? No. Dio richiedeva che gli israeliti facessero digiuno il Giorno dell’Espiazione, ma quest’obbligo fu eliminato quando Gesù espiò definitivamente i peccati delle persone pentite.
I cristiani non sono sotto la Legge mosaica, che prevedeva l’osservanza del Giorno dell’Espiazione. Un cristiano può quindi decidere personalmente se digiunare o meno.
I cristiani riconoscono che la loro adorazione non si basa sul digiuno. La Bibbia non associa mai il digiuno alla felicità.
L’adorazione dei veri cristiani è invece caratterizzata dalla gioia, qualità che riflette la personalità di Geova, il “felice Dio”.
La Bibbia attesta comunque la pratica del digiuno tra i primi cristiani. Gli Atti degli Apostoli menzionano celebrazioni cultuali implicanti digiuno e preghiera.
Paolo e Barnaba digiunavano quando dovevano nominare anziani nelle congregazioni. La comunità di Antiochia digiunò e pregò prima di inviare Barnaba e Saulo in missione.
Durante il suo massacrante lavoro apostolico, Paolo non si accontentò di soffrire la fame e la sete quando lo esigevano le circostanze, ma vi aggiunse ripetuti digiuni.
Il digiuno come disponibilità alla missione
La prima comunità cristiana di Antiochia innanzitutto prega e digiuna: paradossalmente, prende distanza proprio da quei beni materiali necessari a sostenere la missione.
La priorità, infatti, è data al “capitale umano”: è più importante scegliere le persone adeguate per quel dato compito che disporre degli strumenti.
Una comunità già ben organizzata - ci sono profeti e maestri - è chiamata a non tenere per sé i suoi uomini migliori, ma a inviarli in altri luoghi dove c’è più bisogno.
In questo senso il digiuno significa per i singoli saper rinunciare al proprio interesse in vista del bene comune; per l’istituzione gestire al meglio le risorse, in particolare quelle umane, affidando gli incarichi più delicati agli uomini migliori.
Per le comunità locali significa sostenerne l’azione con i mezzi materiali, spirituali e culturali liberati astenendosi dall’usarli solo per sé, in modo autoreferenziale.
Del resto, non è stato proprio questo il modo di procedere di Gesù nella sua missione? Infatti, narrando questo episodio negli Atti degli Apostoli, Luca istituisce un parallelo fra l’azione comunitaria dei primi cristiani di Antiochia e i 40 giorni trascorsi da Gesù nel deserto, vissuti nella preghiera e nel digiuno.
È questa la via attraverso cui Gesù si svuota per poter accogliere appieno la missione affidatagli dal Padre.
Come digiunare correttamente
1. Stabilire un motivo spirituale
Dobbiamo digiunare per un motivo. Il digiuno può avere molti obiettivi.
Possiamo ottenere la forza per vincere le nostre debolezze e risolvere i nostri problemi grazie al digiuno e alla preghiera.
A volte possiamo voler digiunare e pregare perché altri ricevano aiuto e guida, come un familiare malato e che ha bisogno di una benedizione.
Possiamo digiunare per conoscere la verità delle cose, per chiedere conforto nei momenti di dolore e tristezza, per diventare più umili, per aiutare altri ad abbracciare la verità o per ricevere guida nelle decisioni.
2. Unire sempre il digiuno alla preghiera
Il nostro digiuno deve essere accompagnato da una preghiera sincera e dobbiamo anche cominciarlo e finirlo con una preghiera.
La preghiera aiuta a orientare la fame verso Dio, a esprimere la propria intenzione e a chiedere la forza necessaria per vivere il digiuno con umiltà.
Digiunando saggiamente e con spirito di preghiera, sviluppiamo la nostra fede. Con quella fede avremo maggiore potere spirituale.
3. Vivere il digiuno nel segreto
Il nostro digiuno non deve essere motivato dal desiderio di fare buona impressione sugli altri.
Quando digiuniamo, dobbiamo avere sul volto un’espressione allegra e non renderlo noto a tutti.
Non si deve cercare la lode umana mostrando un vano pallore o assumendo un’aria disfatta. Ciò che si fa per ostentazione non reca frutto per la vita futura, ma si esaurisce tutto nella lode degli uomini.
4. Collegare la rinuncia alla carità
Quando ogni mese digiuniamo, il Signore ci chiede di aiutare coloro che si trovano nel bisogno.
Un modo per farlo è consegnare alla debita autorità del sacerdozio il denaro che avremmo speso per quei due pasti.
Dobbiamo fare un’offerta di digiuno generosamente adeguata alle nostre possibilità. Mediante le nostre offerte di digiuno, diventiamo alleati del Signore nel provvedere alle necessità dei nostri fratelli e sorelle meno fortunati.
Il vero digiuno implica la condivisione del pane con chi ha fame, l’accoglienza dei poveri e la liberazione di chi è oppresso.
5. Digiunare con equilibrio e intelligenza
Il digiuno deve essere praticato con criterio, rispettando le due finalità dell’azione del mangiare: il conservare la vita e l’avere le forze necessarie per compiere il proprio dovere.
Se per la debolezza non puoi osservare il digiuno per tutto il giorno, nessuno che sia intelligente potrà fartene un rimprovero.
Il nostro Signore è mansueto e amorevole e non ci chiede nulla al di sopra delle nostre forze. Non ci chiede l’astinenza dal cibo e il digiuno per sé stessi, o semplicemente perché noi restiamo privi di mangiare, ma perché rinunciamo alle faccende della vita e dedichiamo tutto il nostro impegno alle realtà spirituali.
Se vi è qualcuno che per debolezza fisica non può digiunare, non può privarsi del pasto, deve curare questa sua debolezza organica, ma per questo non deve privarsi della dottrina spirituale, bensì dedicarvisi con maggior impegno.
Molte sono le vie che ci possono aprire le porte nella fiducia nel Signore: molte più che il semplice digiuno.
Chi si ciba e non può digiunare, dia prova di sé con elemosine più abbondanti, con preghiere ferventi, con l’alacrità nell’ascolto della parola divina; a tutto ciò la debolezza del corpo non è di impedimento.
Si riconcili con i nemici ed elimini dall’animo ogni sentimento di vendetta. Se farà così, osserverà il vero digiuno, quello che il Signore soprattutto ci richiede.
Il giorno di digiuno
Una domenica ogni mese i Santi degli Ultimi Giorni osservano un giorno di digiuno: in questo giorno essi rinunciano al cibo e alle bevande per due pasti consecutivi.
Se consumiamo il pasto della sera del sabato, allora non dobbiamo né mangiare né bere sino al pasto della domenica sera. Tutti i membri che ne hanno la capacità fisica devono digiunare.
Dobbiamo incoraggiare i nostri figli a digiunare dopo il loro battesimo, tuttavia senza mai obbligarli a farlo.
Questo è un giorno speciale, in cui umiliarci davanti al Signore nel digiuno e nella preghiera; è un giorno in cui pregare per ottenere il perdono dei nostri peccati, per avere il potere di vincere i nostri difetti e avere la forza di perdonare gli altri.
La domenica di digiuno i membri della Chiesa si riuniscono per ricevere il sacramento: si fortificano reciprocamente portando testimonianza durante una riunione di digiuno e testimonianza.
Le offerte di digiuno
Le offerte di digiuno traducono in un gesto concreto la responsabilità verso chi si trova nel bisogno.
Quando ogni mese digiuniamo, il Signore ci chiede di aiutare coloro che si trovano nel bisogno. Un modo per farlo è consegnare alla debita autorità del sacerdozio il denaro che avremmo speso per quei due pasti.
Dobbiamo fare un’offerta di digiuno generosamente adeguata alle nostre possibilità.
Mediante le nostre offerte di digiuno, diventiamo alleati del Signore nel provvedere alle necessità dei nostri fratelli e sorelle meno fortunati.
Il digiuno non deve quindi aumentare l’autocompiacimento di chi lo pratica, ma diminuire la sofferenza di chi ha meno risorse.
Il digiuno insegna l’autocontrollo
Il digiuno ci aiuta a rafforzare il nostro carattere: quando digiuniamo debitamente, impariamo a controllare i nostri appetiti e le nostre passioni.
Diventiamo un pochino più forti, per aver dimostrato a noi stessi che abbiamo il controllo dei nostri desideri.
Se insegneremo ai nostri figli a digiunare, essi acquisiranno la forza spirituale per poter vincere tentazioni più grandi nella loro vita.
Il digiuno è ascesi del bisogno ed educazione del desiderio. Con il digiuno noi impariamo a conoscere e a moderare i nostri molteplici appetiti attraverso la moderazione di quello primordiale e vitale: la fame.
Impariamo a disciplinare le nostre relazioni con gli altri, con la realtà esterna e con Dio, relazioni sempre tentate di voracità.
Il digiuno dà potere spirituale
Quando digiuniamo saggiamente e con spirito di preghiera, sviluppiamo la nostra fede. Con quella fede avremo maggiore potere spirituale.
Alma narra la storia del suo incontro con i figli di Mosia molti anni dopo la loro miracolosa conversione. Alma provò una gioia immensa quando apprese che questi avevano rafforzato la loro fede e avevano sviluppato un grande potere spirituale.
Essi avevano acquisito questo potere poiché «si erano dedicati a lungo alla preghiera e al digiuno; avevano dunque lo spirito di profezia e lo spirito di rivelazione» (Alma 17:3).
I figli di Mosia avevano predicato per quattordici anni presso i Lamaniti. Poiché avevano digiunato e pregato, lo Spirito del Signore aveva accresciuto il potere delle loro parole.
Questo aveva reso possibile il raggiungimento di grandi successi nella loro opera missionaria.
Il digiuno può accrescere il potere spirituale di resistere alle tentazioni, ricevere rivelazione e compiere azioni rette.
Le benedizioni promesse a chi digiuna correttamente
Isaia, un profeta dell’Antico Testamento, scrisse delle ricche promesse che il Signore ha fatto a coloro che digiunano e aiutano i bisognosi.
Ci vengono promesse pace, accresciuta salute e guida spirituale.
Isaia ci parla delle benedizioni che riceviamo quando digiuniamo: «Allora la tua luce spunterà come l’aurora, e la tua guarigione germoglierà prontamente; la tua giustizia ti precederà, e la gloria dell’Eterno sarà la tua retroguardia.
Allora chiamerai, e l’Eterno ti risponderà; griderai, ed egli dirà: “Eccomi!”» (Isaia 58:8-9).
Digiunare migliora la nostra vita, ci dà più forza e ci aiuta a rispettare gli altri principi del Vangelo, poiché ci porta più vicini al Signore.
Il Salvatore ha detto a chi digiuna in modo appropriato: «Il Padre tuo, che vede nel segreto, te ne darà la ricompensa» (Matteo 6:18).
Quando il digiuno perde il suo significato
Digiunare per fare colpo sugli altri
Il digiuno per motivi religiosi dovrebbe essere una questione privata tra la persona e Dio. Gesù insegnò che il digiuno non deve trasformarsi in una rappresentazione pubblica.
Chi assume un’aria disfatta per far vedere agli altri che digiuna ha già ricevuto il proprio premio: la considerazione degli uomini.
Digiunare per apparire giusti
Il digiuno non rende una persona superiore dal punto di vista morale o spirituale.
Il fariseo che si vanta agli occhi di Dio perché digiuna due volte alla settimana mostra come una pratica corretta possa essere deformata dall’orgoglio.
Digiunare per compensare peccati volontari
Dio approvava il digiuno solo se era accompagnato dall’ubbidienza e dal pentimento sincero per i peccati commessi.
Il digiuno non sostituisce la conversione, la riparazione del male, la riconciliazione e l’obbedienza.
Digiunare come formalità religiosa
Dio è come un genitore che è dispiaciuto quando un figlio gli esprime amore perché si sente obbligato a farlo, e non perché lo ama veramente.
Un digiuno vissuto come formalità esteriore, senza misericordia e senza giustizia, non produce la trasformazione richiesta da Dio.
Idee errate sul punto di vista biblico riguardo al digiuno
Il digiuno in 1 Corinti 7:5
Secondo alcuni, l’apostolo Paolo esortò le coppie cristiane a fare digiuno (1 Corinti 7:5, La Nuova Diodati).
In realtà, i più antichi manoscritti della Bibbia non menzionano il digiuno in 1 Corinti 7:5.
Evidentemente alcuni copisti della Bibbia aggiunsero il riferimento al digiuno non solo in questo versetto, ma anche in Matteo 17:21, Marco 9:29 e Atti 10:30.
La maggioranza delle traduzioni moderne della Bibbia omette questi riferimenti spuri al digiuno.
Il digiuno per ricordare i quaranta giorni di Gesù
Secondo alcuni, i cristiani dovrebbero digiunare per ricordare i 40 giorni di digiuno che Gesù trascorse nel deserto dopo il suo battesimo.
In realtà, Gesù non diede il comando di fare questo tipo di digiuno, né le Scritture lasciano intendere che i primi cristiani lo osservassero.
Il digiuno durante la commemorazione della morte di Gesù
Secondo alcuni, i cristiani dovrebbero digiunare quando commemorano la morte di Gesù.
In realtà, Gesù non comandò ai suoi discepoli di fare digiuno quando avrebbero commemorato la sua morte.
È vero che Gesù disse che i suoi discepoli dopo la sua morte avrebbero digiunato, ma con queste parole stava semplicemente indicando cosa sarebbe successo, non stava esprimendo un comando.
Il digiuno e la salute della persona
Il digiuno terapeutico può essere praticato per motivi di salute o per altre motivazioni di tipo umano. Il digiuno ecclesiastico o religioso è invece dettato da motivazioni soprannaturali: la mortificazione o la penitenza, l’ascesi o la riparazione dei peccati commessi, la preghiera e in particolare la supplica, l’umiltà del cuore e l’ascolto di Dio.
Va praticato con criterio, rispettando le due finalità dell’azione del mangiare: il conservare la vita e l’avere le forze necessarie per compiere il proprio dovere.
Se l’esaurimento o la debolezza del corpo richiedesse il cibo necessario per rifare le forze, ma qualcuno non si decidesse a rilassare il rigore dell’astinenza, non lo si dovrebbe considerare uomo tutto dedito alla salvezza, ma crudele verso il proprio corpo.
La disciplina religiosa deve essere vissuta con discernimento e non deve danneggiare la salute. Una ragione giusta, come la salute, può dispensare dall’osservanza dell’obbligo del digiuno e dell’astinenza.
Il digiuno nella tradizione cristiana
La Chiesa è rimasta fedele alla tradizione apostolica, cercando con la pratica del digiuno di mettere i fedeli in un atteggiamento di apertura totale alla grazia del Signore, in attesa del suo ritorno.
A partire dal II secolo due giorni di digiuno erano osservati in preparazione della Pasqua. Nel IV secolo la pratica del digiuno venne legata in maniera crescente a una teologia tendente al legalismo e al concetto di opere meritorie.
Verso il X secolo, in Occidente, divenne obbligatorio il digiuno della Quaresima. Con la nascita del monachesimo, il digiuno divenne elemento comune della disciplina di quello stato di vita.
Durante il Medioevo, la Chiesa cattolica stabilì un certo numero di giorni obbligatori di digiuno. La Chiesa conservò i suoi giorni di digiuno obbligatori fino al XX secolo.
La Costituzione apostolica Paenitemini di Paolo VI, del 17 febbraio 1966, introdusse nuove norme che limitarono il digiuno ecclesiastico a due giorni dell’anno: il Mercoledì delle Ceneri e il Venerdì Santo.
L’approccio moderno associa la pratica del digiuno alla vocazione all’amore del prossimo, e lo vede in funzione della carità verso i bisognosi.
La prassi cattolica in Italia
La legge del digiuno obbliga a fare un unico pasto durante la giornata, ma non proibisce di prendere un po’ di cibo al mattino e alla sera, attenendosi, per la quantità e la qualità, alle consuetudini locali approvate.
La legge dell’astinenza proibisce l’uso delle carni, come pure dei cibi e delle bevande che, a un prudente giudizio, sono da considerarsi come particolarmente ricercati e costosi.
Il digiuno e l’astinenza devono essere osservati il Mercoledì delle Ceneri e il venerdì della passione e morte del Signore nostro Gesù Cristo; sono consigliati il Sabato Santo sino alla Veglia Pasquale.
L’astinenza deve essere osservata in tutti e singoli i venerdì di Quaresima, a meno che coincidano con un giorno annoverato tra le solennità.
In tutti gli altri venerdì dell’anno, a meno che coincidano con un giorno annoverato tra le solennità, si deve osservare l’astinenza nel senso detto oppure si deve compiere qualche altra opera di penitenza, di preghiera, di carità.
Alla legge del digiuno sono tenuti tutti i maggiorenni sino al 60º anno iniziato; alla legge dell’astinenza coloro che hanno compiuto il 14º anno di età.
Dall’osservanza dell’obbligo della legge del digiuno e dell’astinenza può scusare una ragione giusta, come ad esempio la salute.
La disciplina della Chiesa è quindi molto attenta alla persona, ed è morbida sia nei contenuti sia nel tipo di obbligo che impone.
Il digiuno nelle diverse confessioni cristiane
Chiese ortodosse
La Chiesa Ortodossa orientale considera l’uomo nella sua globalità, corpo e anima, invita pertanto all’ascesi sia il corpo che lo spirito.
L’anno liturgico che essa celebra prevede quattro grandi periodi di digiuno: la Grande Quaresima, il Digiuno degli Apostoli, il digiuno dell’Assunta e il digiuno di Natale.
In linea generale nella Chiesa ortodossa si pratica il digiuno anche ogni mercoledì e ogni venerdì.
Mondo protestante
Le confessioni religiose nate dal Protestantesimo del XVI secolo, con l’eccezione degli Anglicani, respinsero l’obbligatorietà dei giorni di digiuno, così come respinsero la gran parte dei riti e delle cerimonie della Chiesa cattolica.
Gli anabattisti relegarono il digiuno nella sfera privata, lasciando al singolo credente di determinare se è appropriato per promuovere l’autodisciplina e la preghiera.
I Pentecostali e i Carismatici del XX secolo hanno una vasta letteratura sui benefici del digiuno, collegandolo alla preghiera come mezzo per approfondire la vita spirituale e per ottenere favori da Dio.
Il digiuno come educazione del desiderio
Il mangiare appartiene al registro del desiderio, deborda la semplice funzione nutritiva per rivestire rilevanti connotazioni affettive e simboliche.
L'uomo, in quanto uomo, non si nutre di solo cibo, ma di parole e gesti scambiati, di relazioni, di amore, cioè di tutto ciò che dà senso alla vita nutrita e sostentata dal cibo.
Il digiuno svolge allora la fondamentale funzione di farci sapere qual è la nostra fame, di che cosa viviamo, di che cosa ci nutriamo e di ordinare i nostri appetiti intorno a ciò che è veramente centrale.
Con il digiuno noi impariamo a conoscere e a moderare i nostri molteplici appetiti attraverso la moderazione di quello primordiale e vitale: la fame, e impariamo a disciplinare le nostre relazioni con gli altri, con la realtà esterna e con Dio, relazioni sempre tentate di voracità.
Il digiuno è la forma con cui il credente confessa la fede nel Signore con il suo stesso corpo, è antidoto alla riduzione intellettualistica della vita spirituale o alla sua confusione con lo psicologico.
La tradizione cristiana ricorda che esso deve avvenire nel segreto, nell’umiltà, con uno scopo preciso: la giustizia, la condivisione, l’amore per Dio e per il prossimo.
Una prassi personale ed ecclesiale di digiuno fa parte della sequela di Gesù che ha digiunato, è obbedienza al Signore che ha chiesto ai suoi discepoli la preghiera e il digiuno, è confessione di fede fatta con il corpo, è pedagogia che porta la totalità della persona all’adorazione di Dio.
Il significato biblico del digiuno in una prospettiva sociale
Quest’ultima modalità, relativa alla sfera privata, individuale del digiuno, pur essendo contemplata dalla Bibbia, non è la più rilevante, anzi, è decisamente più marcata la dimensione pubblica e sociale.
Secondo la visione biblica, infatti, i riti e le pratiche religiose sono un servizio reso a Dio per affermarne la signoria sull’uomo e sul mondo e quindi hanno senso e si rivelano validi solo se contribuiscono a convertire i cuori e a instaurare il Regno sulla terra.
Il digiuno significa per i singoli saper rinunciare al proprio interesse in vista del bene comune; per l’istituzione gestire al meglio le risorse; per le comunità locali sostenere l’azione comune con i mezzi liberati astenendosi dall’usarli solo per sé.
Restano esemplari, da questo punto di vista, i digiuni per la pace, come quello chiesto per la Siria.
Il digiuno diventa così un invito a sentirsi coinvolti e responsabili per la causa della pace e a chiedere insieme a Dio di illuminare chiunque possa farsi operatore di una pace giusta e vera.
Il digiuno biblico non è quindi un esercizio isolato di autocontrollo. È una pratica che orienta il corpo, la preghiera, le risorse e le relazioni verso Dio, la giustizia, la pace e il bene degli altri.

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