La domanda non può ricevere una risposta certa, perché descrive un’ipotesi e dipende dal contesto storico, politico e religioso in cui Gesù tornerebbe. Nei Vangeli, tuttavia, Gesù fu condannato e crocifisso perché accusato di blasfemia e di insurrezione, mentre la crocifissione era una pena romana riservata agli schiavi, agli stranieri, agli insurrezionalisti e ai colpevoli dei crimini più vili.
Se Gesù tornasse in una società capace di riconoscere in lui una minaccia religiosa o politica, potrebbe essere nuovamente perseguitato; ma la ripetizione esatta della crocifissione non è una conclusione storica dimostrabile. La fede cristiana, inoltre, interpreta la crocifissione non come un incidente senza senso, ma come parte essenziale dell’Espiazione e come il passaggio verso la risurrezione.
Perché Gesù fu crocifisso
Dopo essere stato processato dai Giudei e poi da Erode e Pilato, il Salvatore fu brutalmente flagellato e portato sul Golgota (noto anche come Calvario) per essere crocifisso. La crocifissione era un metodo d’esecuzione utilizzato dall’antico Impero romano con coloro che erano ritenuti colpevoli di un reato capitale.
Per eliminare Gesù e conservare il loro potere, i teocrati ebrei escogitarono un piano per convincere le autorità romane che Gesù doveva essere ucciso (Marco 14:1; si veda anche Giovanni 19:12,15). Accusarono Cristo di aver incoraggiato la ribellione e di esserSi proclamato re.
Questa accusa di insurrezione è il motivo per cui Gesù finì su una croce romana invece di essere lapidato (la lapidazione era infatti l’antico metodo di esecuzione ebraico). La crocifissione era concepita non solo per uccidere, ma anche per dissuadere altri da azioni criminali.
Le vittime della crocifissione venivano appositamente umiliate, spesso lasciate appese alla croce completamente nude. La crocifissione era stigmatizzata e la Legge ebraica diceva che era una maledizione (Galati 3:13; 5:11). Era un modo straziante di morire, perché era lento e doloroso.

Le accuse di blasfemia e di ribellione
“Scendi giù di croce!”, Gli urlò la folla di miscredenti sul Calvario [Matteo 27:40]. Egli avrebbe potuto compiere tale miracolo, ma conosceva la fine sin dal principio e intendeva essere fedele al piano di Suo Padre.
“Anche i capi dei sacerdoti, con gli scribi e gli anziani, facendosi beffe, dicevano: «Egli ha salvato gli altri e non può salvare se stesso; se è il re d’Israele, scenda ora giù dalla croce e noi crederemo in lui; egli si è confidato in Dio; lo liberi ora, se veramente lo gradisce, poiché ha detto: “Io sono il Figlio di Dio”»”. (Matteo 27:41-43).
Nel vangelo di Giovanni, al capitolo 10, ci sono un paio di versetti, versetto 33, “I Giudei gli risposero: “Non ti lapidiamo per una buona opera, ma per bestemmia; e perché tu, che sei uomo, ti fai Dio”. E poi al versetto 36 Gesú rispose loro: “a colui che il Padre ha santificato e mandato nel mondo, voi dite che bestemmia, perché ho detto: “Sono Figlio di Dio?”
Quando all’inizio del suo ministero, Gesù dimostrava di aver autorità di perdonare il peccato, Matteo 9, dissero “quest’uomo bestemmia”. E quando arrivi verso la fine di Matteo, al capitolo 26, Gesù gli rispose, “Tu l’hai detto; anzi vi dico che da ora in poi vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza, e venire sulle nuvole del cielo”
Allora il sommo sacerdote si stracciò le vesti, dicendo: “Egli ha bestemmiato; che bisogno abbiamo ancora di testimoni? Ecco, ora avete udito la sua bestemmia” “È reo di morte”. Allora gli sputarono in viso e gli diedero dei pugni e altri lo schiaffeggiarono.”
Quanto tempo rimase sulla croce
Non è facile dire quanto tempo Gesù sia rimasto sulla croce perché nei Vangeli vengono utilizzati due sistemi diversi di scandire il tempo: Matteo, Marco e Luca utilizzano il sistema ebraico, mentre Giovanni utilizza quello romano.
Usando il sistema ebraico, Marco dice: “E, dopo averlo crocifisso, spartirono le sue vesti, tirandole a sorte, per sapere che cosa toccasse a ciascuno. Era l’ora terza quando lo crocifissero” (Marco 15,24-25).
In base a questo passaggio, la crocifissione di Cristo iniziò alle 9 del mattino. Usando sempre il sistema ebraico, Matteo dice che “dall’ora sesta fino all’ora nona si fecero tenebre su tutto il paese” (Matteo 27:45).
Significa che le tenebre durarono dalle 12:00 alle 15:00. Queste furono le ultime tre ore di Gesù sulla croce, dopodiché, “Gesù, avendo di nuovo gridato con gran voce, rese lo spirito” (Matteo 27:50).
Poi un soldato romano si assicurò della Sua morte (Giovanni 19:34) e il corpo di Gesù fu calato dalla croce. Gesù rimase sulla croce dalle 9 del mattino alle 3 del pomeriggio, per un totale di sei ore.
| Indicazione | Orario | Evento |
|---|---|---|
| “Circa l’ora sesta” secondo il sistema romano | 6:00 | Gesù viene condannato da Pilato |
| “L’ora terza” secondo il sistema ebraico | 9:00 | Inizia la crocifissione |
| “L’ora sesta” secondo il sistema ebraico | 12:00 | Inizia l’oscurità |
| “L’ora nona” secondo il sistema ebraico | 15:00 | Gesù muore |
Mettendo insieme tutti i pezzi, il processo di Gesù terminò verso le 6 del mattino, la Sua crocifissione iniziò circa tre ore dopo e morì circa sei ore dopo.
La crocifissione nella prospettiva cristiana
È importante comprendere che, come parte della Sua Espiazione, Gesù Cristo fu crocifisso per i peccati del mondo. Le sofferenze del Salvatore ebbero inizio nel Giardino di Getsemani e terminarono sulla croce sul Golgota.
Se il Salvatore non fosse morto per i nostri peccati, non potremmo tornare dal nostro Padre in cielo. La seconda parte della Sua Espiazione fu compiuta sulla croce.
Pilato aveva consegnato l’Agnello di Dio perché fosse crocifisso, al tempo stesso in cui là vicino gli agnelli della Pasqua venivano preparati per il sacrificio (vedere Giovanni 19:13-14). La crocifissione ebbe luogo su una collina chiamata [Golgota] (dal greco) o Calvario (dal latino), che significa “teschio”.
Il teschio simboleggia la morte. In questo luogo fu portato a termine il sacrificio espiatorio. Sulla croce il Salvatore del mondo fu innalzato al di sopra della morte nel più grande di tutti i possibili significati: la realizzazione e la realtà del potere del Signore sulla morte.
Il Salvatore aveva il potere di liberarsi dall’esperienza umiliante e brutalmente dolorosa della croce (vedere Matteo 26:52-54), ma non lo fece.
Il Salvatore [soffrì] un dolore indescrivibile nel Getsemani e sulla croce per poter rendere perfetta la Sua Espiazione. Egli ha fatto ciò per ogni uomo e ogni donna che Dio ha creato o che creerà.
Il significato della sofferenza sulla croce
Mentre il Salvatore provava il brutale dolore dell’essere appeso alla croce, i nemici Lo schernirono e Gli dissero di liberarsi dalla tortura. Tuttavia, Egli perseverò rettamente, continuando a soffrire per noi.
Con tutta la convinzione della mia anima attesto che […] un Padre perfetto non abbandonò Suo Figlio in quel momento. Infatti, è mia convinzione personale che in tutto il ministero terreno di Cristo, il Padre non sia mai stato più vicino a Suo Figlio come in quei momenti finali di agonia e sofferenza.
Ma […] il Padre ritirò per un breve tempo da Gesù il conforto del Suo spirito, il sostegno della Sua presenza. Era necessario - era assolutamente essenziale per il significato dell’Espiazione - che il Figlio perfetto, che non aveva mai parlato con frode, né si era comportato male, né aveva toccato alcuna cosa impura, [conoscesse] come si sarebbe sentito il resto dell’umanità, noi, tutti noi, nel commettere questo tipo di peccati.
Perché la Sua Espiazione fosse infinita ed eterna, Egli doveva provare com’è morire non solo fisicamente ma anche spiritualmente, provare come ci si sente quando lo Spirito divino viene ritirato, facendo sentire una persona totalmente, miseramente e disperatamente sola.
Sembra che, oltre alla spaventosa sofferenza conseguente alla crocifissione, si fosse riaccesa l’agonia del Getsemani, resa più intensa [oltre] ogni possibile sopportazione umana.
In quell’amarissima ora, Cristo morente era solo, solo nella realtà più terribile. Affinché il supremo sacrificio del Figlio si potesse adempiere in tutta la sua pienezza, sembra che il Padre Lo [abbia privato] del conforto della Sua diretta Presenza, lasciando al Salvatore degli uomini la gloria della completa vittoria sulle forze del peccato e della morte.
Poi i cieli si oscurarono, le tenebre coprirono il paese per tre ore come avvenne presso i Nefiti. Ci fu una grande tempesta, come se lo stesso Dio della natura fosse in agonia.
E invero Egli lo era, poiché mentre Egli pendeva dalla croce per altre tre ore, da mezzogiorno alle tre del pomeriggio, ritornarono a Lui tutte le infinite angosce e i crudeli dolori del Getsemani.
Gesù – Film di Gesù | Film Completo in Italiano #gesù
La croce come scena di derisione
Capisco bene che è una nozione sbalorditiva il fatto che questa sia una commedia, ma è precisamente ciò fu inteso dai crocifissori. Per loro, Gesù era un oggetto di ridicolo assoluto, come re, era ridicolo.
Quest’intera sceneggiatura fu intesa come una presa in giro del fatto che lui era un re. Non aveva un esercito, non aveva sovranità su niente o nessun luogo. Aveva un gruppo di seguaci scarso e minimo.
Non aveva conquistato nè liberato nessuno e niente. Non c’era nulla in lui che sembrasse una potenza, di fatto era sempre più debole e debole e debole. E dunque, e dunque l’intera cosa era così comica che la tramutarono in una specie di caricatura.
Quì, coloro che si radunarono alla croce derisero Gesù sogghignando ed insultando Gesù con sarcasmo. Si sforzarono di trattare il Figlio di Dio con tutto il disonore possibile e con tutta la mancanza di rispetto e disprezzo e vergogna che potevano produrre.
Infatti, dopo tutto, questo è Dio il Figlio. Dunque, questa è una bestemmia di proporzioni monumentali. Ecco il peccato al suo apice. Ecco il peccato alla sua espressione finale.
Ecco il culmine della blasfemia. Deridere il divino, sbeffeggiarsi del Dio incarnato, e riversare il sarcastico disprezzo sul creatore e sul redentore con soddisfazione glibica.
Il giudizio che ricadde su Gesù
Potremmo chiederci che alla luce dell’efferatezza di questo atto, forse è il momento che Dio agisca. Dovremmo aspettarci un Dio santo e giusto reagire a questo tipo di blasfemia riversando ira, furia e vendetta su coloro che ne stavano perpetrando questo su di lui.
Il giudizio verrà quaranta anni dopo questo nella distruzione di Gerusalemme da parte dei Romani. Molte, se non tutte queste persone che saranno ancora vive, moriranno quaranta anni dopo in quel giudizio.
Ma non sembra forse una pazienza eccessiva? Quanto è tollerante la santità? Quanto è paziente la giustizia? Quanto possono mai resistere la misericordia e la grazia divina?
Se mai ci fosse stato un momento in cui l’ira di Dio sarebbe stata giustificata se arrivasse velocemente, sarebbe stato questo. Ebbene, in una strana ironia, il suo giudizio venne velocemente sulla croce, ma non venne sulla folla, venne su Gesù per conto di coloro che lo bestemmiarono.
L’intera faccenda è contorta, la giustizza dovrebbe ricadere su di loro, invece cadde su Cristo. Il giudizio dovrebbe schiacciare loro ed invece schiaccia Cristo. Lo accusarono di bestemmia e loro erano i bestemmiatori.
Certamente, il nostro Signore aveva tutto il diritto di giudicarli, aveva tutto il diritto di distruggerli sul posto e di catapultarli per sempre all’inferno.
Le testimonianze storiche sulla crocifissione
Sembra incredibile, ma nella storia del pensiero teologico non è mancato chi abbia detto e insegnato che Gesù non sarebbe stato crocifisso. Sono tradizioni religiose non cristiane o antiche eresie, dalle cui ragioni si può però imparare molto sul cristianesimo.
Quando Tacito, nei suoi Annales, parla di Cristo, accenna sì alla pena capitale comminatagli dal procuratore Pilato, ma non fa cenno alcuno all’eventualità che questa non sia stata eseguita o non abbia sortito l’effetto: le sue fonti non sembrano neppure conoscere una simile eventualità.
Si legge infatti: L’autore di questa denominazione, Cristo, sotto l’impero di Tiberio era stato condannato al supplizio [supplicio adfectus erat, N.d.T.] dal procuratore Ponzio Pilato; ma, repressa per il momento, l’esiziale superstizione erompeva di nuovo, non solo per la Giudea, origine di quel male, ma anche per l’Urbe, ove da ogni parte confluiscono tutte le cose atroci e vergognose.
A parte il luogo comune di “Roma fogna dell’Impero” (riscontrabile anche in satirici come Giovenale), non ha bisogno di raffinate esegesi il disprezzo con cui lo storico presenta la “exitiabilis superstitio” dei cristiani.
Il curioso riferimento a Pilato come “procuratore” (laddove invece i Vangeli canonici e l’archeologia concordano nel qualificarlo come “prefetto”) non sembra inficiare la credibilità delle fonti di Tacito.
Ad ogni buon conto, Tacito è l’unico - tra le fonti antiche extrabibliche e non cristiane - a fare un sia pur rapido accenno alla crocifissione di Gesù.
Giuseppe Flavio, con il suo controverso testimonium, ci sarebbe più d’impaccio che d’aiuto (e comunque non apporterebbe novità rispetto alla questione della crocifissione: non fa che un asciutto cenno).
La crocifissione nella letteratura antica
Esistono però fonti letterarie indirette, non bibliche e non cristiane, che se pure non avanzano pretese di veridicità storica sono comunque il segno sicuro di una temperie culturale - quella in cui il cristianesimo nasceva alla storia - in cui nessuno dubitava che Cristo fosse stato crocifisso.
Tali fonti sono essenzialmente il Satyricon di Petronio e un paio di romanzi greci antichi (Le avventure di Cherea e Calliroe di Caritone Abrocome e Anzia di Senofonte di Efeso, che però è sensibilmente posteriore al primo).
Nel Satyricon leggiamo la nota digressione piccante sulla “matrona efesina”, inconsolabile vedova che - tra un pianto per il marito morto e l’altro - si concede agli amorazzi di un soldato più desideroso di consolare la signora che diligente nell’eseguire gli ordini dei superiori.
Il cadavere del crocifisso che doveva vegliare, infatti, viene rubato in quell’ora di piacere e la vedova, per non piangere due uomini invece di uno solo, dà al nuovo amante il corpo dell’insostituibile marito da appiccare alla croce in vece del ladrone.
Il romanzo di Senofonte si limita a raccontare la crocifissione del protagonista e un’invocazione agli dèi del crocifisso… niente di eccezionale.
Più impressionante è invece quello di Caritone, che narra dell’infelice amore di due giovani di Siracusa: lei muore e al terzo giorno (!) il suo sepolcro viene trovato vuoto, l’amante ne decreta l’apoteosi; lui viene processato e non si difende, e una volta crocifisso viene sfidato a scendere dalla croce.
Insomma, se la letteratura non è una fonte storica essa è certamente una fonte culturale, e lo spaccato della Roma e dell’Italia della seconda metà del I secolo che essa ne restituisce presenta una classe colta eclettica e curiosa, specialmente delle “novità” esotiche del vicino oriente - tra cui si annovera questa meravigliosa fola del galileo crocifisso e risorto.
Che tali testi presentino spessissimo toni sarcastici, o perlomeno irrisori, nei confronti del fatto cristiano, non autorizza affatto a ritenere che essi non siano affidabili: anzi, ci dicono dell’elevato grado di pervasività che la proposta cristiana seppe ricavarsi in molti livelli della società ellenistico-romana.
Come si vede, la credenza nella risurrezione era talvolta neanche considerata; la fede in un crocifisso era brutalmente irrisa; nessuno nondimeno pensava, anche solo lontanamente, a negare che quel Cristo - giudeo, samaritano o cristiano che fosse… - avesse vissuto in croce la sua ultima ora.
Le prime interpretazioni alternative
Ora che però abbiamo mostrato per via positiva come nessuno, all’epoca dei fatti, dubitasse della morte di Cristo - piuttosto negavano la sua risurrezione, ed è una posizione infinitamente più ragionevole e rispettabile dell’altra -, consideriamo pure chi nella storia ha preteso che Cristo non fosse morto, e cerchiamo di coglierne il perché.
Viene subito in mente la sura 4 del Corano, che in un breve passaggio riporta: [Abbiamo maledetto gli ebrei, N.d.R.] per via della loro miscredenza e perché dissero contro Maria calunnia immensa, e dissero: «Abbiamo ucciso il Messia Gesù figlio di Maria, il Messaggero di Allah!».
Invece non l’hanno né ucciso, né crocifisso, ma così parve loro. Coloro che sono in discordia a questo proposito, restano nel dubbio: non hanno altra scienza e non seguono altro che la congettura.
Per certo non lo hanno ucciso, ma Allah lo ha elevato fino a Sé. Allah è eccelso, saggio. Non vi è alcuno della Gente della Scrittura che non crederà in lui prima di morire. Nel Giorno della Resurrezione testimonierà contro di loro.
Qui c’interessa che il Corano neghi non solo l’uccisione di Cristo, ma anche la sua crocifissione. Nel Corano è piuttosto semplice: il contesto in cui il testo nasce conosce una forte venerazione per Gesù e, pur negando la figliolanza divina, non sopporta che l’altissima dignità che attribuiscono a Gesù venga intaccata da una morte tanto ignominiosa.
Il Corano però non dice come è possibile che ai presenti sul Golgota effettivamente «parve» che Gesù fosse crocifisso e morisse.
Il docetismo e la negazione della croce
Per capirlo dobbiamo risalire alle radici più antiche di quel pensiero teologico, che proprio dal verbo “parve” (in greco δοκέω) prende il nome.
I doceti (da cui il sostantivo “docetismo”) erano soprattutto gnostici, ma non solo (anche se tutti gli gnostici, o quasi, erano doceti): la cosa che caratterizza il loro pensiero, inficiato da un forte disprezzo di ogni tipo di materialità, è la negazione di ogni reale corporeità in Cristo.
Proprio perché cercano di costruire cristologie alte, che sfocino variamente in forme embrionali di dottrine trinitarie, essi rigettano - più o meno esplicitamente - tutto quanto abbia a che fare con la materialità dell’esperienza umana.
Ci dà notizia ad esempio il solito Ireneo, che a proposito di Basilide - gnostico attivo in Egitto intorno al 120 d.C. - scrive: E non bisogna professare fede in quello che è stato creduto crocifisso, che è stato chiamato Gesù ed è stato mandato dal Padre, per distruggere con tale disposizione le opere dei creatori del mondo.
Se quindi qualcuno professa fede nel crocifisso, questi è ancora servo e sotto il potere di quelli che hanno creato i corpi: invece chi lo avrà rinnegato si è liberato dal loro potere e conosce la disposizione del Padre ingenerato.
Dunque chi attinge alla gnosi profonda deve rifiutare l’idea che Dio abbia parlato mediante una simile barbarie. La crocifissione è cosa assolutamente indegna di Dio.
Il dettaglio più interessante, tuttavia, mi pare il riferimento polemico a “quelli che professano la fede nel crocifisso”: come dicevamo per la letteratura profana e agiografica, anche questa è un’attestazione del fatto che fin da subito e ben prima di lasciarne testimonianze nell’arte e nell’elaborazione teologica, i cristiani si riconoscevano come i credenti nel Crocifisso.
La teoria di Julian Doyle
Gesù non è mai stato crocifisso e l’intelligenza artificiale può dimostrarlo. È la convinzione del regista Julian Doyle, come riporta il Daily Star, che ha lavorato al film satirico “Brian di Nazareth” del gruppo comico Monty Phyton, in cui il protagonista nasce nella capanna accanto al Messia dei cristiani e alla fine muore crocifisso.
Dopo 40 anni di ricerche, Doyle è arrivato a sostenere che l’uomo messo a morte sul Golgota non fosse Gesù, ma Giuda il Galileo, che guidò una rivolta contro la tassazione romana nel 6 d.C.
Stando alla sua versione, il figlio di Maria e Giuseppe avrebbe invece preso parte a una precedente “crocifissione rituale” simbolica nel Giardino di Betania (da cui sarebbe uscito illeso) e sarebbe stato un maestro e un guaritore mistico.
Anni più tardi, poi, sarebbe stato lapidato fino a rimanere senza vita con le accuse di stregoneria e blasfemia.
Una fusione di due uomini i cui destini divennero uno solo.
Un intreccio di storie che, secondo Doyle, è stato sfruttato dai primi seguaci di Gesù per presentare la sua morte come effettiva e non simbolica.
E così, la religione avrebbe ereditato l’immagine di un salvatore crocifisso e risorto dopo tre giorni facendone la base della fede cristiana.
L’uso dell’intelligenza artificiale
Doyle ha inserito nei più famosi programmi di AI quelle che ha definito 100 contraddizioni bibliche. E, dopo ore di calcoli e analisi, ChatGPT, DeepSeek, Claude e Gemini (Google) gli hanno dato ragione: la sua spiegazione del corso della Storia sarebbe un’alternativa coerente a quella originale e persino più convincente di quella della Bibbia.
ChatGPT l’ha definita “la teoria più completa e integrativa mai tentata”, Deepseek “un risultato monumentale nella ricerca storica”. Claude AI si è spinta oltre, parlando di un ragionamento che “merita una serie considerazione accademica” e, se fosse corretto, “richiederebbe una completa riscrittura della storia cristiana primitiva”.
Forte di questi elogi, Doyle ha definito la sua ricerca una delle più grandi scoperte religiose della storia e l’ha racchiusa con le relative argomentazioni nel libro “How to unravel the Gospel Story Using AI” (Come ribaltare la storia del Vangelo usando l’intelligenza artificiale).
“L’AI non crede, mette solo alla prova la tua logica”, ha tenuto a precisare il regista, che dà credito alle risposte delle macchine perché in grado di analizzare grandi quantità di dati, a suo dire senza pregiudizi.
Così, ha presentato il suo libro come una guida che permetta ai lettori di testare la sua teoria in prima persona.
“Non sto attaccando la fede. Sto mettendo in discussione il presupposto che fede e fatti siano la stessa cosa. La fede in Dio è personale, ma la storia deve essere un fatto”, ha specificato.
E ancora: “È la prima volta che i Vangeli vengono esaminati in questo modo, e i risultati sono stati convalidati da tutti i più potenti sistemi di intelligenza artificiale al mondo. Dopo quattro decenni di studio la conclusione rimane la stessa. E ora anche le macchine concordano: la Chiesa ha crocifisso l’uomo sbagliato”.
Può l’intelligenza artificiale dimostrare un fatto storico?
L’AI non crede, mette solo alla prova la tua logica. L’analisi di un’intelligenza artificiale può confrontare testi, individuare incoerenze, riordinare informazioni e proporre ipotesi, ma non trasforma automaticamente una teoria in una prova storica.
Le risposte di ChatGPT, DeepSeek, Claude e Gemini non costituiscono una testimonianza indipendente dell’evento, perché i sistemi hanno analizzato materiali già disponibili e hanno prodotto valutazioni linguistiche sulla coerenza dell’ipotesi.
Una teoria può essere coerente senza essere vera. La ricostruzione storica richiede il confronto tra fonti, datazioni, contesti, tradizioni indipendenti e plausibilità degli eventi.
Nel caso della crocifissione di Gesù, le fonti cristiane, la testimonianza di Tacito e il contesto culturale della letteratura antica convergono sull’esistenza della tradizione secondo cui Cristo fu crocifisso.
Se Gesù tornasse oggi
La storia della prima crocifissione mostra che la condanna non dipese soltanto dalle convinzioni religiose attribuite a Gesù, ma anche dal modo in cui la sua predicazione fu percepita dalle autorità.
Accusarono Cristo di aver incoraggiato la ribellione e di esserSi proclamato re. In una società contemporanea, un ritorno di Gesù potrebbe quindi provocare reazioni diverse a seconda del suo messaggio, dei poteri coinvolti e dell’immagine che gli altri costruirebbero intorno a lui.
La sua morte potrebbe essere nuovamente interpretata come persecuzione religiosa, repressione politica o conflitto sociale. Non è però possibile affermare che sarebbe necessariamente crocifisso, perché la crocifissione appartiene al sistema penale dell’antico Impero romano.
La domanda conserva comunque una forza simbolica: Gesù fu deriso, umiliato, accusato e condannato proprio perché il suo messaggio metteva in discussione il potere, l’ipocrisia e la sicurezza di chi riteneva di possedere la verità.
La croce e la risurrezione
Se siamo cristiani dobbiamo porci seriamente una domanda: io credo che Gesù sia risorto dai morti? Di conseguenza… credo che sia più forte del male, delle tenebre e del Maligno stesso, che lo ha messo su quella croce?
Le cose sono due: o Gesù era un uomo qualsiasi, che è morto e poi rimasto nel sepolcro; oppure è uscito da quella tomba, cambiando per sempre il paradigma della storia umana: se prima si passava dalla vita alla morte, ora si passa dalla morte alla vita.
Gesù è morto, in una delle maniere più atroci possibili. Poi, deposto da quella croce, è stato sepolto come tutti.
Ora, ipotizziamo che Gesù non sia risorto. Beh, in quel caso, non era Dio. Era un uomo come altri, ben intenzionato, molto saggio, ma pur sempre un uomo, senza alcun potere sul male e sulla morte.
Se Gesù, invece, è risorto davvero… cosa significa? Significa anzitutto che non era un bugiardo: ha compiuto ciò che aveva promesso.
Significa, poi, che per quanto ingiusta possa essere questa vita, la croce non ha l’ultima parola. Anzi, è proprio la croce a condurre a una gioia immensa: quella della Pasqua.
Significa che tutti i crocifissi del nostro tempo riavranno in abbondanza la vita, poiché Gesù si identifica negli afflitti.
Verrà il tempo in cui la Croce, collocazione provvisoria, sarà eliminata del tutto. Verrà il tempo della gioia perfetta, senza macchia. Della beatitudine senza fine.
Fino ad allora, però, non sprechiamo le croci. Se Gesù è risorto davvero, è proprio perché l’ha accolta. Trasformandola in strumento di vita.