Madre Teresa e Gesù nascosto nei malati, nei moribondi e nelle persone non amate

Madre Teresa di Calcutta ha riconosciuto Gesù nei più poveri dei poveri, nei malati, nei moribondi, nei bambini abbandonati, nelle persone disabili e in tutti coloro che il mondo non amava o considerava uno scarto. Per lei ogni paziente era “Gesù sotto il Volto sfigurato” e ogni gesto di cura diventava un modo concreto per saziare la sete di Cristo sulla croce.

La sua intuizione fondamentale nasce dalle parole del Vangelo di Matteo, “l’avete fatto a me”: la presenza di Gesù si manifesta nelle “sofferenti sembianze dei più poveri tra i poveri”. Madre Teresa non si limitava ad assistere persone bisognose, ma vedeva in ciascuna di esse il volto stesso di Cristo e chiedeva alle sue consorelle di portare Gesù a chi era povero.

Il volto di Cristo nei più poveri

Madre Teresa è generalmente riconosciuta come un’icona di amore e compassione per i più poveri, i più deboli, coloro che vivono nelle ‘periferie’ dell’umana esistenza. Lei è amata e ammirata come una icona universale della misericordia, una persona realmente straordinaria.

Questo libro rivela chiaramente la sua preferenza per i più poveri e bisognosi. Penso che molte persone abbiano ancora quindi tanto da imparare su Madre Teresa. Lei è stata un profeta del nostro tempo e il suo messaggio è ancora essenziale e attuale per il mondo di oggi.

Perché lei ci ha reso consapevoli della presenza dei poveri, della dignità di ogni persona, del valore della vita umana dal concepimento fino alla morte naturale, della chiamata di tutti alla vera missione sulla terra, cioè amare ed essere amati, amare fino a soffrire, per essere santi.

La fonte dell’energia e dello zelo di Madre Teresa non erano un’idea, né un concetto: erano una persona - Gesù - che lei voleva amare, come Lui non era mai stato amato prima. Lei ha reso testimonianza al mondo che l’insegnamento di Gesù era vero; lei lo ha vissuto e lo ha tradotto in pratica.

La sua ferma fede nelle parole di Gesù del Vangelo di Matteo, “l’avete fatto a me”, rende gli altri consapevoli della presenza di Gesù nei più poveri dei poveri, o come lei diceva, nelle “sofferenti sembianze dei più poveri tra i poveri”. Era una realtà che lei ha portato nella casa di molti.

Madre Teresa accanto ai malati di Calcutta

La “chiamata nella chiamata”

Agnese Gonxha Bojaxhiu, la futura Madre Teresa di Calcutta, nacque a Skopje il 26 agosto 1910 e venne battezzata il giorno seguente. Era la più piccola di cinque figli, due dei quali morirono in tenera età.

All’età di dodici anni, Gonxha si sentì chiamata alla vita religiosa. Sotto la guida del padre spirituale, P. Franjo Jambreković, S.J., decise di entrare nell’Istituto della Beata Vergine Maria (Rathfarnham) con l’intenzione di “divenire missionaria e spendermi per Gesù che è morto per tutti”.

Nel settembre del 1928, appena diciottenne, dopo aver ultimato la quinta classe della scuola superiore, Gonxha lasciò la sua casa per l’Irlanda. Nonostante il grande dolore per la partenza della figlia, il messaggio d’addio di sua madre fu questo: “Poni la tua mano nella Sua, cammina sola con Lui e non volgerti mai indietro. Va’ dritta avanti, perché se guarderai indietro tornerai a casa”.

Gonxha giunse all’Abbazia di Rathfarnham agli inizi dell’ot­tobre 1928 e divenne postulante, ricevendo il nome religioso di Suor Teresa; scelse per patrona S. Teresa di Lisieux. Partì per l’India con altre due compagne il 1° dicembre 1928 e arrivò a Calcutta - la città che sarebbe stata, poi, legata al suo nome - il 6 gennaio 1929.

Dopo due anni di formazione nel Noviziato di Darjeeling, Suor Teresa emise la professione temporanea nel maggio 1931. Fu inviata nella comunità di Loreto Entally a Calcutta e insegnò nella scuola superiore bengalese per ragazze, St. Mary’s.

Questi spostamenti giornalieri attraverso Calcutta le diedero la possibilità di osservare da vicino la povertà e le sofferenze della città. Nel maggio 1937 Suor Teresa emise la professione perpetua come suora dell’Ordine di Loreto e riprese le usuali mansioni a St. Mary’s.

Da giovane suora, si distinse in carità, generosità, coraggio, resistenza al lavoro più duro, per l’attitudine naturale all’or­ga­nizzazione e per il carattere gioioso. Le suore della comunità come gli alunni e i convittori di St. Mary’s l’amavano e l’ammi­ravano.

Il 10 settembre 1946, mentre si recava a Darjeeling per il ritiro annuale, Madre Teresa ricevette ciò che lei stessa chiamò “la chiamata nella chiamata”. Per i successivi dieci mesi, attraverso locuzioni interiori e diverse visioni interiori, Gesù le chiese di fondare una comunità religiosa dedita al servizio dei più poveri tra i poveri, per saziare la Sua sete di amore e di anime.

Presentò la sua ispirazione al giudizio del padre spirituale ed al discernimento di Mons. Périer, all’epoca Arcivescovo di Calcutta. Entrambi la guidarono con grande prudenza e le permisero, dopo molta preghiera e riflessione, di intraprendere il passo successivo.

Servire i poveri come si serve Cristo

Madre Teresa lasciò Loreto Entally il 16 agosto 1948 dopo aver ottenuto dalla Sacra Congregazione per i Religiosi l’indulto di esclaustrazione. Dapprima seguì per breve tempo lezioni di pronto soccorso presso le Suore Mediche Missionarie a Patna; quindi tornò, nel dicembre 1948, a Calcutta, dove le Piccole Sorelle dei Poveri le offrirono ospitalità.

Pochi giorni prima di Natale iniziò la sua attività nei sobborghi della città, visitando i malati, riunendo ed istruendo i bambini della strada; aprì le prime scuole e dispensari. Il diario personale ci dimostra che le difficoltà e le sofferenze di quei primi giorni furono grandi, ma lei perseverò nel compiere la volontà di Dio.

L’inizio del diario, datato 16 febbraio 1949, riporta: “Oggi ho imparato una bella lezione: la povertà dei poveri deve essere veramente dura per loro. Sono andata in giro, cercando un alloggio. Ho camminato fino a che le gambe e le braccia mi hanno fatto male. Ho pensato che anche i poveri devono provare dolore nel corpo e nell’anima, mentre cercano una casa, cibo, aiuto.

Per mia libera scelta, mio Dio, e per amor Tuo, desidero rimanere e compiere qualunque sia la Tua volontà su di me. Non ho consentito nemmeno ad una lacrima di scendere. Se pure arrivassi a soffrire ancor più d’ora, voglio sempre compiere la Tua santa volontà.

Questa è la notte oscura della nascita della Congregazione. Mio Dio, donami coraggio ora - in questo momento - per perseverare nel seguire la Tua chiamata.”

Il 7 ottobre 1950 la nuova Congregazione delle Missionarie della Carità fu eretta ufficialmente come Istituto Religioso dell’Arcidiocesi di Calcutta. Il 22 agosto 1952, festa del Cuore Immacolato di Maria, patrona delle Missionarie della Carità, Madre Teresa aprì la sua prima casa per moribondi, chiamandola Nirmal Hriday “Cuore Puro”.

Nirmal Hriday è normalmente conosciuta come il “primo amore” di Madre Teresa. Per lei ogni paziente ammalato e moribondo era “Gesù sotto il Volto sfigurato”, verso cui poteva trasformare in azione il suo amore per Lui.

Nel­l’anno 1955 Madre Teresa aprì la Shishu Bhavan, la prima casa per bambini abbandonati e denutriti. Nel 1957 aprì un rifugio per i malati di lebbra.

AnnoOpera o sviluppo
1950La Congregazione delle Missionarie della Carità fu eretta ufficialmente
1952Apertura di Nirmal Hriday, la prima casa per moribondi
1955Apertura della Shishu Bhavan per bambini abbandonati e denutriti
1957Apertura di un rifugio per i malati di lebbra
1985Apertura della prima casa per i malati di AIDS a New York

Nel corso degli anni ’50 e nei primi del ’60, Madre Teresa ampliò la sua opera sia a Calcutta, sia in tutta l’India. Nel luglio del 1965 venne fondata una casa di missione a Cocorote, in Venezuela, e subito dopo furono aperte - nel 1968 - case in Europa (a Tor Fiscale, nella periferia di Roma) ed in Africa (a Tabora, in Tanzania).

Crescendo il numero delle Missionarie della Carità, Madre Teresa poté diffondere la sua missione in tutto il mondo. Aprì case in Australia, nel Medio Oriente, nel Nord America, istituendo il primo noviziato fuori Calcutta, a Londra.

Per sopperire alle crescenti necessità dell’apostolato, Madre Teresa fondò i fratelli Missionari della Carità, (nel 1963) e, negli anni successivi, i rami contemplativi (Sorelle nel 1976 e Fratelli nel 1979) e quello sacerdotale (nel 1984).

La vigilia di Natale del 1985, Madre Teresa aprì la prima casa per i malati di AIDS a New York. Ne seguiranno altre, negli Stati Uniti ed altrove.

Nel 1997 le suore avevano raggiunto quasi il numero di 4000 membri ed erano state fondate circa 600 case in 120 paesi del mondo.

Il sari e l’abbraccio della povertà

Quello scelto dalla Madre era il sari delle donne che spazzavano la strada, quel sari, quindi, significa l’abbraccio della povertà. Lei, e le sue compagne hanno abbracciato per sé stesse la povertà di cui poi si sono fatte carico per le strade del mondo.

C’è una foto che descrive in una sola immagine la vocazione delle Missionarie della Carità. È esposta nella mostra su Madre Teresa curata dall’ordine. In primo piano c’è una novizia, vestita di bianco, che seduta a terra, tiene tra le braccia un povero, magrissimo, malato.

Guardando bene, alle sue spalle, in lontananza, un po’ sfocata, c’è l’immagine della Pietà, cioè la Madonna che regge il corpo di Cristo. Ecco loro amano i poveri e tutti noi così.

Ci amano perché riconoscono in ognuno di noi il volto di Cristo. O meglio ancora, perché concepiscono i nostri volti nel loro cuore.

Dice Sant’Agostino che Maria concepì prima nel cuore e poi nel grembo. Le Suore di Madre Teresa fanno la stessa cosa: concepiscono i nostri volti nel loro cuore e ti portano, ti tengono, come la Madonna nella Pietà, tiene Gesù Cristo, il corpo di Gesù Cristo tra le braccia.

Se tutti noi imparassimo a concepirci l’un l’altro nella gratuità del cuore si aprirebbero prospettive inimmaginabili di pace e speranza nella vita.

Gesù nascosto nei malati e nei moribondi

Madre Teresa non considerava la cura dei malati un semplice servizio sociale. Ogni persona sofferente diventava il luogo concreto nel quale incontrare Cristo e nel quale il suo amore poteva trasformarsi in gesti.

Una volta che ci si focalizza su Gesù e sulla sua misericordia, nulla è impossibile per chi Lo ama. Madre Teresa ci insegna che la misericordia guarisce anche chi la dona, il quale è più benedetto di colui che la riceve.

L’intera vita di Madre Teresa ci insegna che la misericordia - concreta, efficiente, tenera, mite, gentile, gioiosa - per i nostri fratelli e sorelle è una fonte di vita che trae origine dalla misericordia di Dio e dalla profonda convinzione del bisogno di misericordia da parte di ognuno di noi.

La misericordia in azione, come vediamo nella vita di Madre Teresa, ci mostra che, se una persona è misericordiosa, Gesù entra nelle sue azioni e moltiplica le grazie date e ricevute.

Madre Teresa, come è dimostrato in questo libro, ha toccato milioni di vite e ha realizzato molto più di quello che può fare una persona normale, facendo leva esclusivamente sulle risorse umane.

Madre Teresa ci insegna che, nel momento in cui ci arrendiamo completamente a Dio, Lui ci usa per diffondere la misericordia, per toccare i cuori. E poi Gesù ha il sopravvento e compire “miracoli”, come ha fatto per mezzo della vita di Madre Teresa, toccando letteralmente milioni di vite, conferendo loro significato, aiutando tante persone a rendersi conto di essere amate e capaci di amore.

Madre Teresa nella casa per moribondi

La misericordia come comandamento

Il messaggio di Madre Teresa sulla misericordia non consiste in una sofisticata dissertazione teologica e nemmeno lo è questo libro. È piuttosto un’espressione pratica e molto concreta di come la “misericordia” raggiunga la “sofferenza”.

Mostra un metodo in cui tutti ci possiamo identificare: quando siamo al minimo delle nostre possibilità, è allora che abbiamo più bisogno della misericordia di Dio ed è allora che lo sperimentiamo nel modo più tangibile, sia in modo diretto o tramite intermediari, come lo era effettivamente Madre Teresa.

Una chiamata alla misericordia dimostra come Madre Teresa abbia riconosciuto se stessa bisognosa della misericordia di Dio, di come si sia aperta a Lui e anche di come l’abbia estesa agli altri.

Perciò, attraverso il suo esempio, lei si rivela una vera “maestra” nella pratica della misericordia, nell’essere misericordiosi. Madre Teresa ci insegna che essere misericordiosi, avere cura dei nostri fratelli e sorelle poveri, aiutarli nei loro bisogni - materiali o spirituali - non è un’opzione; è un comandamento, un obbligo per ognuno di noi.

Avere cura gli uni degli altri significa mettere in azione la misericordia. Non si tratta soltanto di una scelta quanto di un dovere, poiché la futura santa Teresa di Calcutta ci insegna: “I poveri sono la speranza dell’umanità, i poveri sono, per me e per te, la speranza di andare in paradiso, per il giudizio finale che tutti riceveremo. ‘Ero affamato e mi avete dato da mangiare, nudo e mi avete vestito’”.

I papi hanno sempre parlato della misericordia, ma la misericordia non si traduce nell’essere buoni, non è qualcosa di generico. La misericordia ha un nome: Gesù Cristo!

La misericordia ci aiuta a vivere la nostra oscurità che è anticamera della nostra resurrezione. La premessa di tutto questo è riconoscersi poveri e bisognosi di tutto.

La notte oscura dell’anima

Cristo, ripeteva, è ovunque: «Nei nostri cuori, nei poveri che incontriamo, nel sorriso che offriamo e in quello che riceviamo». Colui che non abbandona, che riempie ogni vuoto.

Ma per lei, Madre Teresa di Calcutta, Cristo era egli stesso il vuoto, «Gesù, l’Assente», colui che sempre tace. Per oltre metà della sua vita, un solo grido: «Mi hai respinto, mi hai gettato via, non voluta e non amata. Io chiamo, io mi aggrappo, io voglio, ma non c’è Alcuno che risponda. Nessuno, nessuno.

Sola. Dov’è la mia Fede. Perfino quaggiù nel profondo, null’altro che vuoto e oscurità -Mio Dio-come fa male questa pena sconosciuta. Per che cosa mi tormento? Se non c’è alcun Dio non c’è neppure l’anima, e allora anche tu, Gesù, non sei vero.

Io non ho alcuna Fede. Nessuna Fede, nessun amore, nessuno zelo. La salvezza delle anime non mi attrae, il Paradiso non significa nulla. Io non ho niente, neppure la realtà della presenza di Dio».

E si riferiva alla presenza divina più misteriosa, quella nell’ostia consacrata dell’Eucaristia, il perno della fede cattolica: ne parlava così, lei che era conosciuta come la piccola donna con la fede più grande del mondo.

Spiegava agli altri, Madre Teresa: «La mia anima è in uno stato di perfetta gioia e di pace». Ma quella stessa anima, nei suoi pensieri più intimi, e anche nei giorni in cui meritava con la sua fede il premio Nobel per la Pace, la descriveva poi come «un blocco di ghiaccio», abbandonata in una «terribile oscurità», «nell’aridità spirituale», fra «le torture della solitudine»: che però mai la piegarono fino a farle abbandonare la sua missione.

Per oltre 50 anni, è stato così: non la fugace crisi spirituale, durata pochimesi, di cui già avevano parlato i biografi, rievocando anche l’esorcismo cui Madre Teresa era stata sottoposta da un sacerdote.

Ma molto di più e di più profondo, un cammino di decenni sull’orlo del precipizio, simile alla «Notte oscura» di San Giovanni della Croce, o alla ricerca indomabile del «Deus absconditus», il Dio nascosto di Blaise Pascal.

Tutto questo rivelano 60 lettere a vari confessori di Madre Teresa, come Michael van Peet o Joseph Neuner, ora raccolte in un libro che verrà pubblicato a settembre, con il titolo «Come be my light».

Testi che qualcuno già paragona alle Confessioni di Sant’Agostino o ai tormenti di santa Teresa di Lisieux, che sul letto di morte mormorava: «Non credo alla vita eterna. ».

«Per favore, distruggete quelle lettere», aveva chiesto un giorno la missionaria di Calcutta, che oggi è beata e presto sarà santa.

Primo, perché si è ritenuto che ai lettori credenti, o anche no, sarà comunicato-più che la tentazione scorante del dubbio - il conforto di un esempio condiviso: del sapere cioè che anche una santa ha dovuto lottare tanto, e non si è arresa.

Secondo, perché la stessa Madre Teresa, nelle sue lettere, indica la luce nel buio: se il Cristo senza peccato, sulla Croce, grida «Dio mio, perché mi hai abbandonato? », anche lei può e deve condividere la stessa pena.

Lei che scrive «Voglio amare Gesù come non è mai stato amato da nessuno finora», o «Se mai diventerò una santa, sarò di sicuro una santa dell’oscurità. Continuerò ad essere assente dal Paradiso, per dar luce a coloro che sono nell’oscurità sulla terra. Voglio soffrire per tutta l’eternità, se è possibile».

Tuttavia, la prova si dimostra durissima: «Il sorriso è una maschera, un mantello che copre il resto. Ho parlato come se il mio cuore fosse stato innamorato di Gesù, un amore tenero, personale; ma se lei (padre, ndr) fosse stato qui, avrebbe detto: che ipocrisia! ».

«C’è un’oscurità terribile in me, come se ogni cosa fosse morta. Ed è stato più o meno così da quando ho cominciato il mio lavoro»; «sono nel tunnel. »;

«Mormoro le preghiere della Comunità e mi sforzo per trarre da ogni parola la dolcezza che essa deve regalare, ma la mia preghiera di unione non esiste più, io non prego più».

«Mi dica, padre, perché c’è tanta pena e tanto buio nel mio cuore?»; «quando cerco di elevare il mio pensiero al cielo, è così schiacciante il vuoto, che quegli stessi pensieri ritornano come pugnali acuminati e feriscono la mia anima.

Mi vien detto che Dio mi ama. E tuttavia la realtà dell’oscurità, e del freddo e del vuoto, è così grande, che nulla tocca la mia anima. Che abbia fatto un errore, nell’arrendermi così ciecamente alla Chiamata del Sacro Cuore?».

Troverà da sola la risposta, o una delle possibili risposte: «Sono giunta ad amare il buio-poiché credo adesso che sia parte, una piccolissimaparte, del buio e della sofferenza di Gesù sulla terra.

Oggi sento davvero una gioia profonda - che Gesù non possa soffrire più oltre la sua agonia -ma che voglia soffrirla attraverso di me».

Madre Teresa di Calcutta la notte oscura

La santa del buio

«Madre Teresa è la santa del buio: ha attraversato la notte oscura dell’anima abbracciando la croce di Cristo. E proprio per questo non è una santa del secolo scorso, ma una santa per questo nostro tempo».

Madre Teresa mi ha fatto capire che il buio, la notte oscura dell’anima, non è solo una prerogativa dei santi. C’è una sua frase che lo spiega bene.

Lei diceva che c’è la Calcutta dell’India, poi ci sono tante Calcutta nel mondo e infine c’è anche la Calcutta del nostro cuore.

Il buio è la nostra vita quando non c’è una speranza a cui aggrapparsi, quando il nostro bisogno, la nostra domanda di essere amati non incontra risposta, quando Dio non c’è e noi siamo come gettati, buttati nella vita, come i corpi dei poveri riversi nelle strade di Calcutta così come nelle strade delle nostre città.

La disperazione di Calcutta può abitare anche il cuore di chi è ricco. Ricordo un’omelia di Giovanni Paolo II, in Spagna, nel 1982, in cui parlava di San Giovanni della Croce e spiegava che la notte oscura dell’anima è di tutti, addirittura di alcune epoche.

Madre Teresa allora è la santa della nostra epoca. Padre Brian una volta mi spiegò che Dio, nella sua sapienza, invia i santi di cui, in quel momento, il mondo ha bisogno.

Per questo Madre Teresa, mai come oggi, ci aiuta ad attraversare il buio che ognuno di noi prima o poi vive e anche il buio del cuore della nostra epoca.

Che nell’oscurità della nostra vita, nei momenti difficili, nel dolore, quando si perde ogni speranza e si pensa che Dio non esiste, si può invece attraversare l’oscurità abbracciando, come ha fatto lei, la Croce di Gesù Cristo.

Il buio si può affrontare rinnegando Dio e bestemmiando, oppure abbracciando la Croce di Cristo. Non è facile, non è stato facile per lei.

Ci sono voluti anni affinché, con l’aiuto del confessore, arrivasse a capire il senso della sua sofferenza. E quando lo ha capito ha scritto: Gesù, se questa mia sofferenza, allevia anche solo di una goccia la Tua, fa di me ciò che vuoi.

Un dono totale di sé stessa. Madre Teresa ha abbracciato la Croce di Cristo, non solo nella povertà materiale dei poveri di Calcutta o nella povertà materiale di ogni uomo nei luoghi dove le sue figlie sono arrivate, ma innanzitutto nella povertà della sua anima e delle nostre anime.

“Vai, portami”

Entrare nel buio della sofferenza, abbracciarla e credere, sperare contro ogni speranza, che Dio ti condurrà per mano verso la luce, ti aiuterà a sop-portare il peso.

Lei aveva vissuto l’incredibile esperienza di sentire la voce di Gesù che le chiedeva: «Vai, portami». Non le ha detto: «Vai e aiuta i poveri», ma: «Vai e porta Me a chi è povero».

È una cosa ben diversa. Non poteva negare poi la bellezza di ciò che stava nascendo, dell’Ordine che stava crescendo. Era uscita sola e senza nulla dal convento delle Suore di Loreto.

Eppure, dopo un po’, sono arrivate due studentesse a cui lei aveva insegnato e in seguito tante altre ragazze. Viveva il dubbio, soffriva l’assenza di Dio, ma non poteva negare i segni che quello stesso Signore cospargeva nella sua vita.

Anche la nostra vita è costellata di occasioni e di segni. Persone che si incontrano, fatti che accadono, parole che si ascoltano o si leggono. Sta a noi coglierli.

Quello che ho imparato da Madre Teresa è che Dio non si presenta mai sul palcoscenico in prima vista, devi cercarlo di lato, in ciò che accade, nelle piccole luci che impediscono al buio di prevalere, come sono le suore di Madre Teresa.

Gesù nascosto nelle persone non amate

Le persone accolte all’Arca sono, al contrario, ferite nel cuore e nell’intelligenza; non sono mai state ammirate, hanno rappresentato una delusione per i loro genitori. Molte di loro non sono mai state neanche amate o accolte.

Queste persone sono state portate, lontano dalle loro famiglie, in un istituto o in un ospedale psichiatrico. Spesso si esprimono con difficoltà e raramente trovano la parola giusta.

Tuttavia se si esamina più da vicino la vita di Teresa, si scopre una ragazza fragile e sensibile, molto vicina all’angoscia. Ha vissuto una forma di abbandono quando è stata mandata in un collegio ed affidata ad una nutrice.

Teresa si è sentita in un’insicurezza spaventosa. Molte persone con le quali vivo hanno conosciuto delle situazioni simili.

Teresa, come il mio popolo, aveva un bisogno estremo di amare e di essere amata. Era qualcosa che scaturiva dalla sua intimità più profonda.

E lei sapeva che non c’era che Gesù solo che potesse donarle tutto l’amore di cui aveva bisogno.

La seconda somiglianza, è costituita dalla sua grande semplicità. C’è una grandissima semplicità nella vita di Teresa. C’è una grande libertà in lei.

Le persone con un handicap mentale sono meravigliosamente semplici e libere. Nessuna sovrastruttura.

La libertà di Teresa è una libertà dell’amore. La sua folle passione d’amore per Gesù le dà una audacia al limite della follia riguardo a Gesù.

Teresa ha capito che bisogna diventare piccoli. Diventare piccoli. Non sono solo parole per Teresa.

Questo significava per lei entrare nella sua grande fragilità, una grande povertà nella quale talvolta non si sa cosa fare.

Voi conoscete la prima beatitudine, quella della povertà in spirito: "Felice, beato sei tu se vivi l’insicurezza". Teresa è penetrata in una povertà crescente.

Questa fanciulla, così fragile per tanti aspetti, Gesù la incorona. Teresa è allora la gloria di Dio.

E Teresa dice a ciascuno di noi: "Se entri nella tua povertà, scoprirai la gloria di Dio perché la gloria di Dio è la misericordia".

Teresa ha detto: "Ho capito che per entrare in questa fornace ardente dell’amore, era necessario che io diventassi molto piccola e molto povera".

Non è facile per noi accogliere le nostre debolezze, le nostre povertà ed accettare di essere piccoli e talvolta di non sapere cosa fare.

Ma il genio di Teresa è proprio qui. Non ha paura della sua povertà. Lei ha fiducia in Gesù.

Il povero come luogo della presenza di Gesù

Permettetemi di parlarvi di Antonio che è morto solo da qualche mese. Aveva ventisei anni. L’abbiamo accolto all’Arca all’età di vent’anni. Aveva trascorso gli anni precedenti in un ospedale.

Antonio era piccolo in tutti i sensi del termine. Non parlava, non camminava, non poteva utilizzare le mani. Il suo corpo era piccolo.

Viveva la sua giornata in una sorta di sedia a sdraio. Antonio era totalmente dipendente dagli altri.

Durante gli ultimi anni della sua vita aveva la maschera dell’ossigeno e doveva essere nutrito attraverso un tubo nello stomaco.

Ma Antonio aveva degli occhi espressivi e vivaci. Quando lo si chiamava con il suo nome, gli brillavano gli occhi e il viso gli si illuminava con un sorriso che faceva sciogliere il cuore più duro.

Non c’era nessuna depressione in lui. Si era accettato perfettamente.

Se aveste parlato con degli assistenti che hanno avuto il privilegio di vivere nel suo stesso foyer, sareste rimasti meravigliati di sentirgli dire: "Antonio ha trasformato la mia vita.

Io vengo da un mondo competitivo nel quale è necessario primeggiare a tutti i costi sia negli studi che nello sport; bisogna riuscire, salire di grado, avere sempre più potere ed influenza; guadagnare più denaro e salire nella scala sociale.

Antonio mi ha guidato in un altro mondo, il mondo della tenerezza, dell’ascolto reciproco, della comunione dei cuori. Ha davvero cambiato la mia vita!".

Questi assistenti, come molti altri all’Arca, scoprono queste parole di Gesù, forse le più sorprendenti del Vangelo.

Gesù prende un bambino in braccio e dice: "Colui che accoglie uno di questi piccoli nel mio nome, accoglie me" (Mt 18, 3) e "Colui che accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato" (Mt 10, 40).

E’ stupefacente! Chi accoglie Antonio accoglie Gesù! Se questo è vero, è rivoluzionario! Questo cambia tutto.

Se accogliere il povero, cioè qualcuno che non può trarsi d’impaccio da solo, è accogliere Gesù, è stupefacente!

La trasformazione di cui parlano gli assistenti non deriva forse dal fatto che Gesù è nascosto in Antonio?

Ecco il mistero del cuore del Vangelo. Se tutti noi entrassimo in questo mistero, il mondo e la Chiesa sarebbero trasformati!

Gesù è realmente nascosto nel povero. La debolezza di Antonio rivela la piccolezza di Dio che elemosina il nostro amore.

Gli assistenti scoprono che Antonio li libera da qualcosa e li fa entrare in un altro mondo, il mondo della tenerezza del Vangelo.

Persona disabile accolta con tenerezza

Amare attraverso lo sguardo e le mani

Ciò che colpiva in Antonio era che non poteva essere generoso; non poteva fare nulla per gli altri; non aveva niente da dare.

Ma viveva una forma particolare di amore: l’amore-fiducia.

Antonio guardava con fiducia quelli che lo lavavano e lo vestivano. Noi, invece, abbiamo spesso perduto questo amore-fiducia, perché siamo stati feriti nella nostra fiducia.

Siamo più generosi che fiduciosi. La fiducia è un dono del cuore e dell’intelligenza; la fiducia è un modo di donare se stessi; ci si abbandona nelle mani dell’altro.

Non sono proprio la fiducia e l’abbandono che caratterizzano Teresa? Lei si è donata totalmente a Gesù con una fiducia radicale.

Così scopriamo che l’amore non è principalmente fare qualcosa per qualcuno.

Amare è rivelare all’altro attraverso gli occhi, il tono della voce, il modo di toccare: "Tu sei bello, sei prezioso; tu sei unico, sei importante, tu sei un valore per me".

E’ questo ciò di cui Antonio ha bisogno; è questo ciò di cui ha più necessità chiunque abbia un handicap.

Quando io parlo di handicap, intendo tutti quelli che hanno degli handicap fisici visibili, come quelli che vivono nel mondo dell’Aids, della prostituzione o della malattia mentale.

Questi hanno bisogno di qualcuno che li guardi e dica loro: "Tu sei mio fratello, mia sorella e io ti amo".

Tutti quelli che sono stati considerati come il rifiuto del mondo, che sono stati messi in disparte, cosa possono aspettarsi?

Lo sguardo di Gesù. Lo sguardo di Gesù, ma attraverso il nostro sguardo.

Perché per rivelarsi ad Antonio, Gesù ha bisogno dei nostri occhi e delle nostre mani.

Amare non è dire delle belle parole ma è uno sguardo che conduce ad un impegno.

La povertà interiore condivisa da Madre Teresa

La sua esperienza di oscurità è stata vivere fino in fondo la sua povertà, il suo bisogno, la sua domanda di aiuto, il grido «salvami», lo stesso grido di Gesù Cristo sulla croce, quando ha condiviso fino in fondo la nostra povertà: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?».

Madre Teresa ha abbracciato la Croce di Cristo, non solo nella povertà materiale dei poveri di Calcutta o nella povertà materiale di ogni uomo nei luoghi dove le sue figlie sono arrivate, ma innanzitutto nella povertà della sua anima e delle nostre anime.

La sua esperienza rende visibile una forma di sofferenza che non coincide con la sola malattia fisica. Esiste anche la solitudine, l’abbandono, la perdita della speranza, il sentirsi esclusi e non amati.

Per questo il suo messaggio riguarda anche coloro che, pur vivendo in condizioni materiali migliori, portano dentro di sé una “Calcutta del cuore”.

La disperazione di Calcutta può abitare anche il cuore di chi è ricco.

Madre Teresa non è una santa del secolo scorso ma di questo nostro tempo. La santa delle tante Calcutta del mondo e della Calcutta che vive nel cuore di ognuno.

La sofferenza e la speranza

In questo tempo di pandemia in cui emerge la sofferenza, la paura, la difficoltà, siamo obbligati a confrontarci con l’esistenza del male.

Gesù stesso non è stato privato dall’esperienza della tentazione e soprattutto della Croce!

Per questo motivo nascono le domande: perché la sofferenza fisica? Perché la malattia? Perché le prove spirituali? Perché la morte? Dov’è Dio in questi frangenti?

S. Teresa ci è Maestra in questi momenti di difficoltà, perché la sua vita non è stata “tutta rose e sorrisi” anzi, ha modellato con fortezza la sua esistenza sul Vangelo, imprimendo di puro eroismo gli atti più ordinari comuni, credendo fermamente alla Parola del Maestro, rischiarando il suo quotidiano con una fiducia incondizionata all’amore misericordioso e paterno di Dio e continuando ostinatamente a sperare in Lui.

Il nostro cuore, un giorno mutilato dal dolore, la nostra vita sprofondata in certi momenti nel buio e nelle tenebre, possono essere e sono nella realtà attuale, in cui ci troviamo, come quei pozzi nei quali si riflette ed abita la stella del giorno, la più bella fra tutte, chiamata speranza.

Questa stella è invisibile agli sguardi comuni, è sprovvista di un’esistenza apparente, ma può diventare visibile nel cuore della nostra vita.

È nella profondità dello smarrimento, dell’insuccesso, dell’angoscia che brilla la stella di Teresa, è in questa nullificazione che emerge la sua santità.

Ella, chiamata a raggiungere e a condividerla beatitudine di Dio, ben presto vede la Croce ergersi sulla sua strada, poi scopre che essa non è soltanto un ostacolo: è anche una rivelazione della beatitudine, di un modo diverso di rendersi presente da parte di Dio.

Teresa è invitata a dimorare in questa croce, in questa passione, attraversarla, spesso da sola, ma con gioia e perseveranza.

Comprende che il suo malessere fisico e spirituale diventa un richiamo: ha percepito che in quella notte Dio si va rivelando nel nascondimento.

Oltre quel muro che si erge nel suo animo, oltre le fitte nebbie che oscurano i paesaggi teresiani, Dio c’è, si fa presente nascondendosi.

Ma questo Teresa lo comprende e diventa la sua unica forza: sperare contro ogni speranza.

Continua a sperare anche quando non è ragionevole, anche quando si deve lottare contro una malattia terminale, o si deve resistere alla tentazione persistente del demonio.

Questa è Teresa!

La canonizzazione e il riconoscimento della santità

La fame di santità di Madre Teresa era già parecchio diffusa ed acclamata durante la sua vita. Molti dicevano: “Se non è una santa lei, allora chi può esserlo?”.

Tutto ciò conferma la reputazione di santità di cui Madre Teresa godeva in tutto il mondo ed è quello che spinse papa Giovanni Paolo II a bypassare la convenzione dei cinque anni da attendere prima che una causa inizi.

Questa eccezione non ha però reso superfluo il processo. I requisiti del processo canonico sono stati pienamente adempiuti in modo scrupoloso, in ogni fase.

La fase diocesana è quindi iniziata nel luglio 1999 e si è conclusa nell’agosto 2001. Le circa 35mila pagine raccolte sono state mandate a Roma in un formato di 81 volumi di 400-450 pagine ciascuno.

Lo studio della sua vita, delle virtù e della fama di santità - ovvero laPositio, di 5000 pagine - è stato effettuato in modo meticoloso, seppure in un tempo relativamente rapido (entro la Pasqua 2002).

La condotta di vita cristiana da parte di Madre Teresa è stata confermata essere eroica da un decreto di papa Giovanni Paolo II, nel dicembre 2002.

Il miracolo attribuito all’intercessione di Madre Teresa, che è stato studiato dalla Congregazione per le Cause dei Santi, è stato accettato ufficialmente dal Santo Padre, lo stesso giorno della conferma delle virtù eroiche.

Madre Teresa di Calcutta fu beatificata il 19 ottobre 2003 da papa Giovanni Paolo II.

In vista della Canonizzazione, è stato presentato alla Congregazione delle Cause dei Santi il presunto caso miracoloso del recupero rapido, completo, duraturo e senza reliquati di un uomo adulto affetto da “ascessi multipli sopra e sotto-tentoriali con idrocefalo triventricolare.”

La sua guarigione è stata attribuita all’intercessione della Beata e sul caso è stata istruita una Inchiesta diocesana a Santos in Brasile, dal 19 al 26 giugno 2015.

L’evento fu esaminato dalla Consulta Medica del Dicastero che, il 10 settembre 2015, ha ritenuto la guarigione scientificamente inspiegabile.

Il Santo Padre Francesco ha autorizzato la Congregazione delle Cause dei Santi a promulgare il Decreto sul miracolo il 17 dicembre 2015.

Madre Teresa di Calcutta è stata canonizzata da papa Francesco il 4 settembre 2016 in Piazza San Pietro.

La vita come riconoscimento di Cristo nell’altro

Direi l’amore che continua ad avere per noi, testimoniato dalle tante grazie ottenute da chi le chiede aiuto.

Madre Teresa una volta ha detto: io non riuscirò a stare ferma in Cielo, tornerò sempre giù sulla terra per aiutare, per portare la luce a chi è nell’oscurità.

Lei è la santa del nostro buio.

La premessa di tutto questo è riconoscersi poveri e bisognosi di tutto. Madre Teresa, ha vissuto questo in maniera assolutamente radicale.

Se tutti noi entrassimo in questo mistero, il mondo e la Chiesa sarebbero trasformati!

Gesù è realmente nascosto nel povero. La debolezza di Antonio rivela la piccolezza di Dio che elemosina il nostro amore.

Amare è rivelare all’altro attraverso gli occhi, il tono della voce, il modo di toccare: "Tu sei bello, sei prezioso; tu sei unico, sei importante, tu sei un valore per me".

Lo sguardo di Gesù, ma attraverso il nostro sguardo. Perché per rivelarsi ad Antonio, Gesù ha bisogno dei nostri occhi e delle nostre mani.

Amare non è dire delle belle parole ma è uno sguardo che conduce ad un impegno.

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