Scoprire la bellezza del Dio crocifisso

La bellezza di Dio si manifesta soprattutto nel Cristo, perché ha donato tutto se stesso per amore dell’umanità, come il pastore buono che dà la vita per le pecore (cf Gv 10,11.14), e si è fatto servo di tutti. La bellezza di Dio si manifesta soprattutto nell’uomo dei dolori, nel Crocifisso che è lo stesso Unigenito del Padre Celeste.

Il Cristo, Crocifisso-Risorto, è la Bellezza che salverà il mondo, l’orizzonte ultimo della nostra visione, il possesso finale dei redenti. La bellezza cristiana non è semplicemente ciò che piace, ciò che appare armonioso o ciò che seduce lo sguardo: è ciò che riconcilia, trasfigura il dolore, apre alla verità e rende visibile l’amore.

La bellezza come via verso Dio

La ricerca del ‘Bello’, nel suo valore più elevato, è sempre stata un itinerario di avvicinamento al divino, come ha scritto Simone Weil: “[…] in tutto ciò che suscita in noi il sentimento puro e autentico del bello c’è come una specie di incarnazione di Dio […]; quindi tutta l’arte di prim’ordine è per essenza religiosa [in quanto] testimonianza in favore dell’Incarnazione. Una melodia gregoriana testimonia quanto la morte di un martire”. Come leggiamo infatti nell’Idiota di Fedor M. Dostoevskij, “La Bellezza salverà il mondo”.

La Bibbia testimonia ampiamente lo stupore dell’uomo dinanzi al fascino della Bellezza di Dio, che supera ogni bellezza umana, poiché sempre fragile, sottoposta alla caducità. Nella Bibbia si parla anzitutto della bellezza degli elementi del creato, che rimanda a quella del Creatore.

Per la Bibbia il bello (tov / buono), riferito alle cose o alle persone, significa ciò che è ordinato, senza difetti, proporzionato e armonioso in tutte le sue parti. La bellezza è anche la tenerezza dei sentimenti, la verità, ma è soprattutto espressione della santità divina (cf Sal 25,8), perché è Dio la bellezza-bontà sperimentabile quasi in modo sensoriale: “Assaporate e gustate quanto è buono (bello) Jhwh” (Sal 27,13).

La bellezza del Creatore nella creazione

Il mondo biblico, volendo esprimere la felicità delle origini della creazione, ricorre all’immagine della bellezza dell’Eden: “Il Signore Dio piantò un giardino in Eden e vi collocò l’uomo che aveva modellato; fece spuntare dal terreno ogni sorta di alberi, attraenti per la vista e buoni da mangiare” (Gn 2,8-9). Anche dell’albero proibito si dice che il frutto ”era buono da mangiare, seducente per gli occhi e attraente” (Gn 3,6).

Tutte le opere della creazione di Dio sono buone (belle): ”Dio vide tutto quello che aveva fatto ed ecco era molto buono” (Gn 1,31). La bellezza del Creatore emerge soprattutto nell’uomo, creato a sua immagine e somiglianza (cf Gn 1,26-27); ne riflette meglio il suo splendore, la sua gloria e la sua grandezza (cf Sal 8).

La bellezza di Dio nella Bibbia viene espressa anche con il tema della Sapienza divina che è vitale, feconda, benefica. Essa è come le piante più belle della flora palestinese (come il cedro e l’umile rosa di Gerico), con il loro lussureggiante fogliame, con i fiori, i frutti, che rimandano al godimento spirituale che viene donato dalla Sapienza (cf Sir 24,12-17).

Giardino dell’Eden e bellezza della creazione

Dalla bellezza umana alla bellezza della croce

La bellezza del Creatore emerge soprattutto nell’uomo, creato a sua immagine e somiglianza (cf Gn 1,26-27); ne riflette meglio il suo splendore, la sua gloria e la sua grandezza (cf Sal 8). Tale bellezza si manifesta soprattutto attraverso i personaggi che hanno avuto un ruolo particolare nel piano salvifico di Dio, sono più vicini al suo cuore.

I personaggi biblici che hanno grandi qualità morali e spirituali, sono sempre presentati con la caratteristica della bellezza fisica. Nel Nuovo Testamento il binomio bellezza-bontà è del tutto assente. Coloro che vengono chiamati da Dio per realizzare il suo disegno salvifico (Maria, Giovanni Battista, Giuseppe), sono persone comuni, di cui si evidenziano anche i difetti, la vita di peccato (Matteo, la Maddalena) e non c’è nessun riferimento all’aspetto fisico.

Sul monte Tabor la gloria di Dio si manifesta attraverso la luce e il candore delle vesti. Ciò dipende dal fatto che nel Nuovo Testamento emerge la sapienza della croce, per cui è grande e bello dinanzi a Dio tutto ciò che è stoltezza e realtà sgradevole dinanzi agli uomini.

Ciò che conta non è il vigore fisico, ma la debolezza accettata per testimoniare la fede, non la potenza e la forza, ma la mitezza, l’umiltà, la povertà e la semplicità, non la ricchezza e lo splendore agli occhi degli uomini.

Gesù, icona del Padre

Il Nuovo Testamento evidenzia quindi che Gesù è l’icona del Padre (cf Col 1,15), è l’irradiazione della gloria divina (cf Eb 1,3), perchè è passato per l’annientamento, rinunciando allo splendore divino: “Gesù Cristo, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo” (Fil 2,6).

La bellezza di Dio si manifesta nel Cristo, per il fatto che ha donato tutto se stesso per amore dell’umanità, come il pastore buono che dà la vita per le pecore (cf Gv 10,11.14), e si è fatto servo di tutti. Gesù ci manifesta che la bellezza di Dio è quella dell’amore.

La bellezza di Dio nasce dal dramma della sua donazione, è splendore a lode della sua gloria. La bellezza dell’amore di Dio che in Cristo crocifisso si fa pienamente visibile, diventa «spettacolo» (Lc 23,48).

Tutti da spettatori (Schauspieler) possono diventare attori (Mitspieler); per operare questo passaggio viene riversato nei cuori lo Spirito di verità che fa comprendere la rivelazione del Padre mediante il Figlio.

La kenosi: il più bello diventa sfigurato

Il Verbo si è sottoposto alla kenosis; Colui che “è il più bello tra i figli degli uomini” (Sal 45,3) è diventato Colui che “non aveva più né bellezza, né decoro” (Is 53,2). L’amore infinito di Colui che ha il volto sfigurato, lo rende il più bello tra i figli degli uomini.

Egli ha rinunciato alla sua bellezza divina per rendere noi belli, non secondo l’aspetto fisico, bensì nell’amore, nel servizio, nella testimonianza. S. Agostino ha sottolineato il motivo di questo mistero paradossale: “Egli non aveva bellezza né decoro per dare a te bellezza e decoro. Quale bellezza? Quale decoro? L’amore della carità, affinchè tu possa correre amando e amare correndo […]. Guarda a Colui dal quale sei stato fatto bello”.

La Bellezza del Crocifisso è una Bellezza che trapassa (passare da parte a parte), trasformando, cambiando la vita nel profondo. L’esperienza dell’amore che penetrandoci ci fa belli sia nel cuore che nell’anima).

Il cuore e l’anima dell’uomo sono come baciati dall’amore: «è il bacio mortale dell’Agàpe» direbbe Bruno Forte, che si può formulare così: la misura dell’amore è amare senza misura, senza limiti, senza fine, senza perché.

Il dramma del Figlio sulla croce

Nel cuore della Bellezza Trinitaria si compie un dramma: il Figlio di Dio, nella seconda Persona della Trinità, ha il volto sfigurato, il capo coperto di spine, il costato squarciato, il corpo flagellato inchiodato alla Croce.

Dio appare vinto, sconfitto dalla morte; tutte le speranze degli uomini si mostrano vane. C’è un momento drammatico nella storia di Cristo: quello in cui il chicco di grano è nella terra, già affidato alle tenebre del sepolcro (Gv 12,24).

La relazione tra il Padre e il Figlio appare interrotta, l’azione dello Spirito muta, le lacrime della Madre e dei discepoli bagnano la terra. mentre il centurione dice: «Davvero costui era Figlio di Dio» (Mt 27,54).

La Bellezza ha sofferto il prezzo dell’amore, un amore così grande che «egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori» (Is 53,4).

Scrive Agostino riferendosi a Cristo che Egli è sempre bello: «bello mentre subisce i flagelli, bello quando invita alla vita, bello quando disprezza la morte, bello quando depone l’anima, bello quando la riprende, bello nella croce, Pulcher in ligno».

Agostino d’Ippona vede nel Cristo Crocifisso lo splendore della pura bellezza e ci invita a non soffermarci a guardare la carne spossata del morente, ma solo lo splendore della sua bellezza, perché, anche nella «forma di servo» (Serm 194,33) «egli non perde mai quella bellezza che gli è propria della natura di Dio» (En. in Ps. 103,D.1,6).

Crocifisso di Cristo nella penombra

La croce, scandalo e rivelazione dell’amore

La croce è per molti «scandalo» e «follia», ma proprio la ragione del suo scandalo - l'amore gratuito, misericordioso e onnipotente di Dio per gli uomini - è per i credenti la ragione della sua potenza e della sua verità.

La croce ha due facce, l'apparente sconfitta e la vittoria, il Crocifisso e il Risorto. Mostra tutta la malvagità e la miseria dell'uomo che non esita a condannare il Figlio di Dio innocente; ma anche tutta la profondità e l'efficacia del perdono di Dio.

L'ultima parola non è il peccato, ma l'amore! Qui, e non altrove, va cercata la vera ragione della speranza cristiana, la lieta notizia che dà senso e spessore alla vita e alla storia, nonostante i fallimenti.

Ma è una lieta notizia che esige conversione. Le folle - dice l'evangelista Luca narrando la passione - accorrono, guardano e ritornano «battendosi il petto» (23,48).

Lo «spettacolo» della croce capovolge la vita. Fa contemplare la profondità inaudita dell'amore di Dio, e fa comprendere che la nostra vita deve assomigliare alla vita di quel Crocifisso che si dona senza riserve, che, rifiutato, ama e perdona, e non rompe la solidarietà con chi lo rifiuta.

Il significato storico della croce

Già nell'antichità precristiana, la croce, contraddistinta dal numero quattro, è simbolo dell'unione dei contrari (sopra-sotto, destra-sinistra). Era un simbolo molto diffuso per indicare la vita e quindi la divinità nelle varie forme che si svilupparono poi anche nella cristianità (ansata o egiziana , commissa o greca T; immissa o capitata o aperta o latina , a forma di X [Chi], gammata o uncinata G e la croce svastica o le 4 gamma simbolo del movimento rotatorio e quindi della vita).

Come segno cosmico - relativo al sole e al suo corso o ai quattro punti cardinali - si incontra nella forma della croce a ruota o della croce uncinata: cosi presso i sumeri, nell'India antica e nella zona danubiana del neolitico.

Come segno di salvezza o di protezione esso si presenta su numerosi sigilli e amuleti antichi. Su una stele vediamo il re assiro Shamshi-Adad (824-810) portare una croce appesa al collo con una funicella, nella forma della crux quadrata.

La parola “croce” deriva probabilmente dal sanscrito krugga che significa “bastone”; i Greci la chiamarono stauròs, “palo”; gli Ebrei 'es “albero”.

Tutti questi nomi indicano l'origine primitiva della croce come supplizio: un albero o un palo al quale i condannati venivano confitti con chiodi, o legati con funi, oppure impalati

La croce nelle Scritture e nella tradizione cristiana

Nell'Antico Testamento la croce era quasi sconosciuta; però i cadaveri dei giustiziati venivano appesi, ad accrescimento della loro ignominia. Dopo la lapidazione di un malfattore condannato a morte, lo si appendeva ad un albero.

Il serpente fissato a un'asta per ordine del Signore divenne in epoca neotestamentaria il “tipo”, cioè la prefigurazione di Gesù crocifisso: “Chiunque, dopo essere stato morso, lo guarderà resterà in vita” (Nm 21,8; cf Gv 3,14-15; 19,37).

Presso i cristiani ebbe molto sviluppo la croce monogrammatica (nella Ep. Barnaba 9,8 si ha l'abbreviazione di Iesus in IH) nelle composizioni di X (Chi Jota), XP (Chi Rho) [4] e il monogramma a forma di croce _.

La letteratura patristica e le testimonianze archeologiche hanno un loro punto di riferimento sulla croce nella festa della inventio crucis nata dalla dedicazione delle basiliche costantiniane del Santo Sepolcro e del Calvario (325).

Da allora si sviluppò il culto della croce dando luogo a tutta una serie omiletica ed iconografica ben individuabile. Prima di tale data, la croce era nell'ambiente ellenistico-romano solo un servile supplicium e come tale la si ha nel NT.

Quanto alle testimonianze cristiane, se si eccettuano alcuni elementi in Ignazio di Antiochia, essa è assente nei Padri Apostolici e ha un posto secondario negli Apologisti.

In Giustino, i suoi riferimenti sono in relazione alla croce anima mundi, di estrazione platonico-stoica, rappresentata graficamente da un X (Chi) [6] ; e ai testimonia ligni dell'AT in polemica col giudaismo.

Particolare attenzione alla croce viene riservata negli ambienti cristiani dell'Asia Minore, giudeo-cristiani di tradizione pasquale quartodecimana.

In tale contesto la croce non è l'umile legno di supplizio ma la croce in senso di vita, è il Signore medesimo indicato come la Vita appesa.

Le comunità quartodecimane, celebrando la Pasqua non nella tradizione sinottica dell'ultima cena ma in quella giovannea della morte del Signore, compresero la passione come il compimento della Pasqua degli ebrei e quindi dell'affermarsi della vita sulla morte.

Nelle loro omelie pasquali, si ha perciò l'encomio della croce come encomio della Pasqua vita-luce (da qui nacque il monogramma della croce fvs zvh (phos-zoé), diffusasi nell'universo intero per cui il venerdì di passione (14 nisan) non era un giorno di lutto ma “si doveva assolutamente porre termine al digiuno”.

Scomparsa la tradizione della celebrazione pasquale quartodecimana (gli asiatici si adeguarono al costume romano di celebrarla la domenica), la comprensione della croce luce-vita cedette il suo significato ad altre considerazioni teologiche (come soteriologia e riconciliazione), ascetiche (come accettazione del dolore e perseveranza), liturgiche (il filone dei carmi de veneranda cruce e del sermo de adoratione pretiosae crucis).

L'inventio Crucis (325) diede poi sviluppo alla croce come signum victoriae, alla crux invicta, tanto presente nell'iconografia antica, rapportata non più al crocifisso ma alla venuta gloriosa del Signore (croce gemmata).

Un particolare sviluppo ebbe la terminologia della croce, di contesto quartodecimano, nell'applicazione alla ecclesiologia. Fu rilevante anche, nell'antichità, il signum crucis, usato prima di ogni azione, ed assurto a valore rituale di efficacia sacramentale e di appartenenza al cristianesimo (si diventava cristiani da quando si veniva segnati sulla fronte).

La realtà della crocifissione

La pena della crocifissione, di origine orientale - in particolare persiana - venne adottata da cartaginesi e romani. Nella letteratura romana è descritta come punizione crudele e temuta; non era inflitta ai cittadini romani, ma riservata agli schiavi e ai non romani che avessero commesso atroci delitti, come assassini, gravi furti, tradimenti e ribellioni.

Giuseppe narra che Antioco Epifane crocifisse gli ebrei che si erano rifiutati di obbedire ai suoi decreti sulla ellenizzazione, e che Alessandro Ianneo aveva crocifisso i suoi avversari farisei.

La forma a X - croce di S. Andrea - non si usava nell'antichità. La croce sulla quale fu crocifisso Gesù era o la crux commissa, a forma di T, o la crux immissa o capitata, a forma di daga o pugnale.

Il fatto che il titolo della condanna fosse posto al di sopra della testa (Mt 27,37) fa pensare alla seconda forma di croce. Dato che l'esecuzione di Gesù era stata affidata ai soldati romani, è probabile che si seguisse la maniera di esecuzione romana.

Il procedimento romano della crocifissione doveva essere pressappoco così: avvenuta la condanna legale, il condannato stesso portava la trave trasversale (il patibulum) sul luogo fissato, per lo più fuori le mura cittadine.

Da qui il detto “portare la croce”, tipica espressione per indicare la punizione di uno schiavo. Giunti sul luogo dell'esecuzione il condannato veniva spogliato e flagellato.

Il condannato veniva legato a braccia tese alla trave che poggiava sulle sue spalle (in casi più rari si parla anche di inchiodatura) e quindi innalzato sul palo verticale già preparato.

La morte subentrava lentamente e tra sofferenze indicibili a causa dei crampi tetanici e per soffocamento, poiché il sangue del crocifisso non poteva circolare nelle membra violentemente tese; per lo stesso motivo i polmoni e il cuore si sentivano soffocare pur mantenendo il condannato la piena conoscenza.

Talvolta la morte veniva accelerata per mezzo della rottura delle gambe o con un colpo di lancia al cuore. Quando i familiari lo richiedevano, veniva concesso il cadavere.

La croce portata da Gesù fino al luogo dell'esecuzione non doveva essere, secondo la procedura comune, l'intera croce ma soltanto il palo trasversale.

Di regola, il palo verticale veniva lasciato sul luogo dell'esecuzione, mentre quello trasversale veniva attaccato di volta in volta.

Le braccia del condannato venivano prima attaccate al palo trasversale mentre egli era disteso al suolo; poi il condannato veniva innalzato, insieme con il palo trasversale, su quello verticale, al quale venivano legati i suoi piedi.

Lo si attaccava con corde o con chiodi, che eventualmente erano quattro. Il criminale veniva sempre legato con corde intorno alle braccia, alle gambe, alla vita: i soli chiodi non avrebbero potuto reggere tutto il peso del corpo e le corde impedivano al condannato di scivolare giù.

La maggior parte del peso del corpo era sorretta da una specie di sostegno (sedile) sporgente sul palo verticale e sul quale si poneva la vittima a cavalcioni: tale sedile non è menzionato nel NT ma ne parlano moltissimi antichi scrittori romani.

Il sostegno per i piedi (suppedaneum), spesso rappresentato nell'arte cristiana, è invece sconosciuto all'antichità. La vittima non era innalzata dal terreno più di mezzo metro: i presenti potevano facilmente raggiungere la bocca mettendo una spugna in cima a una canna (Mt 27,48; Mc 15,36).

I romani crocifiggevano criminali interamente nudi e non vi è motivo di pensare che si facesse un'eccezione per Gesù.

Questo tipo di esecuzione, tanto ignominioso e crudele, era conosciuto (anche se non praticato) in Israele: “Se un uomo avrà commesso un delitto degno di morte e tu lo avrai messo a morte e appeso a un palo, il suo cadavere non potrà rimanere tutta la notte al palo, ma lo seppellirai lo stesso giorno, perché l'appeso è maledetto da Dio” (Dt 21, 22-23; cf Gs 8,29; 10,26-27).

Sappiamo che il principe giudeo Alessandro Ianneo (103-176 a. C.) fece appendere degli uomini ancora vivi ad un palo durante una esecuzione capitale di massa.

Resta tuttavia confermato che la crocifissione era un procedimento straordinario di condanna, abominevole e inusitato per il giudaismo; non invece per i romani ed altri popoli del vicino Oriente (cf 1 Sam 31,10).

Le vesti dell'ucciso andavano in dono ai soldati (Mt 27,35). Un titolo con il nome del criminale e con il suo delitto veniva scritto su una tavoletta che si portava legata al collo fino al luogo dell'esecuzione; questa tavoletta con il titolo fu poi affissa al di sopra del capo di Gesù sulla croce.

Per l'ironia di Pilato, il titolo di Gesù non esprimeva un delitto ma l'espressione “re dei giudei” (Mt 27,37; Mc 15,26; Lc 23,38; Gv 19,19-22).

Il titolo era scritto in tre lingue: aramaico, il dialetto del paese; greco, la lingua del mondo romano; e latino, la lingua ufficiale dell'amministrazione romana.

Nella crocifissione la vittima si lasciava morire di fame e di sete. Se necessario, la morte veniva affrettata spezzando le gambe della vittima con delle clavi, come si fece coi criminali crocifissi insieme a Gesù (Gv 19,32ss).

I soldati furono sorpresi del fatto che Gesù morisse così presto, dato che la morte per crocifissione in genere avveniva solo dopo qualche giorno.

Era un'abitudine giudaica, non romana, quella di somministrare al condannato una bevanda narcotica prima dell'esecuzione per attutirne la sensibilità (Mt 27,34; Mc 15,23). Anche a Gesù venne offerta questa bevanda, ma egli la rifiutò.

Secondo la prassi romana, gli insulti precedevano spesso la crocifissione, come accadde per Gesù. Per la legge romana, l'accusa per cui la pena della crocifissione fu inflitta a Gesù era quella di tradimento e di ribellione, delitti dei quali i Giudei lo avevano accusato (Lc 23,2-5; Gv 19,12).

La crocifissione come pena giudiziaria fu soppressa dal primo Imperatore cristiano, Costantino (306-337). Fu così possibile passare ad una raffigurazione della croce nell'arte dal momento che non suscitava più associazioni negative.

La croce come forma della verità cristiana

La forma della Croce esprime come vivere la Verità di Cristo. La croce ha due assi, uno verticale e l’altro orizzontale.

L’asse verticale simboleggia il rapporto tra l’uomo e Dio: l’uomo che è chiamato ad elevarsi per incontrare il suo Signore e per farsi giudicare dal suo Signore.

L’asse orizzontale, invece, simboleggia il rapporto tra uomo e uomo. L’uomo non può vivere da solo, egli incontra la verità in una dimensione comunitaria, che è la Chiesa.

Nello stesso tempo, però, l’asse orizzontale è inchiodato su quello verticale a conferma che non può esistere autentico rapporto comunionale se non nell’individuale riconoscimento di Dio.

D’altronde lo dice stesso la parola “fratello”, si può riconoscere l’altro come fratello se prima si riconosce un padre comune.

Il Crocifisso come archetipo della bellezza

Molti ritengono che certi crocifissi adornati e con forme non proprio da croci siano del tutto inappropriati. E’ davvero così?

E’ ben conosciuto il Crocifisso di Cimabue (1240-1302), del 1288, una tavola di centimetri 448 x 390 che si trova a Santa Croce a Firenze. Gesù sembra adagiato sulla Croce.

Le stigmate sono ben visibili, ma non colpiscono immediatamente lo sguardo. Colpisce il volto di Gesù, che, dopo aver vissuto gli spasmi della sofferenza, si mostra sereno.

Colpiscono anche le immagini che sono agli estremi del patibulum (asse trasversale della Croce), che raffigurano la Vergine e san Giovanni, i due personaggi più importanti che accompagnarono Gesù fino alla morte.

Oltre tutto questo, colpisce anche un’altra cosa…e molto di più: la forma della Croce. Ovviamente non ci riferiamo alla forma della Croce come croce, quanto all’eleganza di questa forma: una croce che ha una schematicità e simmetria evidenti.

Si tratta di un modo di rappresentare la Croce di Gesù molto diffuso nel medioevo; lo stesso Cimabue lo utilizzò più volte.

Questo modo di rappresentare la Croce vuol significare che in Essa, cioè nella Croce, c’è una bellezza dinanzi alla quale nessuno sguardo può rimanere indifferente.

Non si tratta di una bellezza che avrebbe la croce in quanto tale, ma la Croce per eccellenza: appunto la Croce del Redentore.

In questo caso la bellezza è data dal fatto che la Croce rappresentata è sì una croce, ma non è semplicemente questa.

E’ una croce, perché comunque è evidente la forma tipica e inoltre la presenza di Cristo dissolve qualsiasi dubbio, ma non è semplicemente una croce perché ci sono delle forme che ne smussano la durezza e ne abbelliscono la struttura.

Insomma, coloro i quali rappresentavano la Croce di Gesù in tal modo (in questo caso Cimabue) volevano dire che la Croce di Cristo è archetipo di bellezza.

“Archetipo” significa “principio”, “modello esemplare”. Dunque la Croce di Cristo è modello esemplare di bellezza.

Crocifisso di Cimabue a Santa Croce

Le tre verità del Crocifisso di Cimabue

La bellezza si realizza quando il segno (nel caso delle arti figurative) o la parola (nel caso della letteratura) riescono ad esprimere qualcosa che sia soddisfacente per il vivere, quando riescono ad esprimere una domanda, e preferibilmente anche una risposta, capaci di centrare e risolvere la questione del vivere.

Torniamo al Crocifisso di Cimabue del 1288. Ci sono ben tre verità evidenti che esso esprime bene.

  • La prima è Cristo stesso inchiodato sulla Croce.
  • La seconda è la Croce in quanto tale con la sua specifica forma.
  • La terza è l’eleganza della Croce.

Cristo inchiodato alla Croce è l’unicità della risposta cristiana alla questione della morte.

Secondo il Cristianesimo la morte non è stata creata da Dio ma è entrata nel mondo in conseguenza del peccato originale.

Il Cristianesimo, invece, da una parte non invita ad amare la morte in sé, perché essa è una conseguenza del peccato e non qualcosa che Dio avrebbe introdotto nella vita umana, dall’altra dà una risposta consolante: l’uomo non è solo dinanzi a questo grande mistero; Dio, incarnandosi, ha fatto esperienza della morte e l’ha sconfitta con la Resurrezione.

La Croce è elegante perché esprime una dimensione armonica. L’unione delle due verità precedenti danno come esito la bellezza, perché sono due verità che si completano a vicenda e che dicono all’uomo che tutto può essere risolto a condizione che quell’Evento (la Crocifissione) non vada disperso con l’empietà e con il rifiuto della Grazia santificante.

L’eleganza è il segno di una bellezza che attira lo sguardo, ma senza un’eccessiva ricercatezza di elementi decorativi. L’eleganza è la sintesi di tre componenti: la sobrietà, l’austerità e il decoro.

Non è né solo sobrietà né solo austerità né solo decoro, ma il giusto “dosaggio” di tutti e tre. La Croce di Cimabue esprime, con eleganza, l’unicità della risposta cristiana.

La croce come risposta alla morte

San Bernardo di Chiaravalle (1090-1153) nel De diligendo Deo afferma a proposito del Sacrificio di Cristo sulla Croce: “La prima volta che ha operato, ha dato me stesso a me stesso, ma la seconda volta mi ha donato sé, e dandomi sé mi ha restituito a me stesso.”

Dio, creando l’uomo, ha dato l’uomo all’uomo; offrendosi sulla Croce ha dato all’uomo Se stesso e, dando Se stesso, ha fatto sì che l’uomo fosse restituito all’uomo.

La Croce di Cristo è la possibilità di far sì che l’uomo scopra finalmente l’armonia tra la sua vita e il reale.

La sofferenza, il dolore e la morte non sono più uno scandalo. O meglio: continuano ad esserlo sul piano dell’esito, nel senso che rimangono conseguenze del peccato originale e quindi non previste e non volute nel progetto originario di Dio, ma non lo sono più sul piano del vivere, nel senso che ad esse c’è una risposta.

La Croce di Cristo è il faro che s’intravede tra le nebbie più fitte del vivere. E’ la luce che si può scorgere anche nella notte più buia.

Gesù non è venuto a togliere la croce dalla vita dell’uomo, ma a renderla vivibile e capace di produrre frutti inimmaginabili: “Chi vuol seguirmi, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua” (Matteo 16)

La croce come sapienza e potenza di Dio

Il simbolismo teologico della croce appare nel NT in una parola di Gesù stesso riferita dai Sinottici e negli scritti di Paolo e di Giovanni.

Gesù disse che coloro che lo seguono devono prendere la propria croce (Mt 10,38; 16,24; Mc 8,34; Lc 9,23; 14,27); così perderanno la loro vita, per acquistarla (Mt 10,39; 16,25; Mc 8,34; Lc 9,24).

Non si tratta soltanto di un'allusione alla propria morte, ma anche dell'affermazione che la sequela di lui esige il rinnegamento di sé (Mc 8,34), il totale disprezzo della propria vita, del benessere, dei beni personali, ai quali si deve rinunciare se si vuole seguire Gesù.

La croce di Cristo è pensata da Paolo come evento salvifico che trasforma radicalmente il mondo e ne determina in maniera del tutto nuova il volere e l'agire.

Il vangelo, per Paolo, è nel suo centro e nella sua totalità logos tou stauroú, cioè annuncio salvifico che ha per contenuto la croce di Cristo (l Cor 1, 17s; cf. 2, 1s; Gal 3, 1).

Con queste parole Paolo vuol dire che la croce non dev'essere intesa come un puro fatto immanente alla storia, bensì come intervento di Dio; tale intervento si realizza in questo, che la croce di Cristo si presenta agli uomini come «parola» di Dio, come il suo messaggio liberatore e nello stesso tempo vincolante.

Il messaggio della croce porta la sotería, la salvezza (l Cor 1, 18b; 1, 21b).

La porta però ai credenti, cioè a coloro che nell'ubbidienza si sottomettono al giudizio che Dio pronuncia nella croce di Cristo (1, 19ss) contro la sapienza del mondo autosufficiente, la quale ricerca esclusivamente se stessa e mira ad accrescersi anche attraverso esperienze religiose; la porta a coloro che lasciano mortificare il proprio io dalla parola della croce (Gal 6, 14; cf. 2, 19).

Questo messaggio salvifico, che giudica e libera a un tempo, apparirà altrettanto «scandaloso» a greci e giudei quanto anche a una cristianità aberrante, sia essa innamorata delle proprie esperienze religiose (1Cor) oppure caduta in un legalismo rinnegatore della croce di Cristo (Gal).

Il vangelo si concentra dunque tutto sulla croce di Cristo, e ben lo dimostrano le parole di Fil 2, 8: l’inno che Paolo ha ripreso dalla tradizione (2, 6-11) e parla della rinuncia di colui che è uguale a Dio per umiliarsi nell’ubbidienza fino alla morte.

Ma Paolo non si contenta di parlare della morte, e completa: fino alla morte di croce (thanátou de stauroú).

Guardare Gesù per riconoscere la bellezza

La quinta domenica di Quaresima è una preparazione immediata alla Pasqua. Domenica prossima celebreremo la Domenica delle Palme e sarà proclamato il racconto della Passione e Morte di Gesù.

Il vangelo di oggi, preso da San Giovanni, ha lo scopo di introdurci nel mistero che si avvicina, affinché possiamo viverlo, non da spettatori, ma da discepoli.

È Gesù stesso che ci svela il senso di quanto sta per accadere. Vogliamo vedere Gesù!

Siamo all’ultima Pasqua del Signore e subito dopo il suo ingresso “trionfale” a Gerusalemme. La città era piena di pellegrini, venuti da tutte le parti.

Il brano del vangelo parla di un gruppo di proseliti di lingua greca che, sentendo parlare di Gesù, vorrebbero vederlo, anzi conoscerlo (è questo il senso del verbo greco).

“Vogliamo vedere Gesù” è la loro richiesta e la loro e nostra “preghiera”! Ogni uomo e donna porta nelle profondità recondite del proprio cuore questa preghiera: “Il tuo volto, Signore, io cerco” (Salmo 27,8).

La salvezza passa dallo sguardo! Il fedele israelita viveva con sofferenza l’impossibilità di dare un volto e un nome al suo Dio.

La grande tentazione era proprio il volere raffigurare Dio e il grande peccato sarà la fabbricazione del vitello d’oro: “Ecco il tuo Dio, o Israele!” (Esodo 32,4).

I sensi e la visione del Verbo incarnato

Il vangelo di Giovanni è ritenuto il più “spirituale”, eppure è il più “sensitivo”. Giovanni, infatti, dà un enorme rilievo ai sensi, dal più “carnale”, il tatto (20,17), ai più “sensuali” come il palato (2,9) e l’olfatto (12,3) e ai più “nobili”, l’ascolto e la visione.

I cinque “sensi” sono le cinque vie che ci collegano con il mondo visibile, ma anche con quello invisibile. Guai a chi volesse vivere una fede “disincarnata”!

Giovanni dà una particolare enfasi all’ascolto e alla parola, ma è la “visione” il senso da lui privilegiato.

Tutto il vangelo di Giovanni si snoda tra l’invito ad andare da Gesù per vedere: “Venite e vedete!” (1,39) e l’esperienza gioiosa dei discepoli: “Abbiamo visto il Signore!” (20,25), per concludersi con l’ultima beatitudine: “Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!” (20,29).

Se nella prima Alleanza il senso dell’ascolto era quello privilegiato nel rapporto con Dio, nella seconda Alleanza è quello della visione.

Tutto il vangelo di Giovanni è permeato dal senso della visione. Troviamo circa 150 vocaboli collegati a questo senso.

Impressionante! Dal “vedere” e dal “non vedere” passa sia la drammaticità tragica e tenebrosa della storia umana, come pure la scia di luce, di gioia e di vita che l’attraversa!

La salvezza passa dallo sguardo! La storia inizia con lo sguardo compiaciuto di Dio verso la sua creazione, ripetuto sette volte: “E Dio vide che era cosa buona” (Genesi 1) e si conclude con lo sguardo contemplativo ed estasiato dell’uomo davanti alla nuova creazione: “E vidi un cielo nuovo e una terra nuova… E vidi anche la città santa, la Gerusalemme nuova, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo” (Apocalisse 21,1-2).

La purificazione dei sensi e la conversione dello sguardo

Per vedere Dio ci vuole però la purificazione dei sensi che la trasgressione dei nostri progenitori Adamo ed Eva ha contaminato.

Questa purificazione avviene dall’interno verso l’esterno. Di questa ci parla Geremia nella prima lettura, quando annuncia la “alleanza nuova”: “Porrò la mia legge dentro di loro, la scriverò sul loro cuore… Tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande”.

A questa promessa di Dio risponde il salmista con la preghiera: “Crea in me, o Dio, un cuore puro” (Salmo 50).

La Legge messa nel cuore è quella dell’amore, è Gesù stesso. Il Cristo nel cuore diventa Cristo nei sensi.

“Abbiate in voi gli stessi sentimenti [lo stesso “sentire”] di Cristo Gesù”, dirà San Paolo ai Filippesi (2,5).

Ci prepariamo alla Passione del Signore e il nostro sguardo sarà messo alla prova davanti alla croce. Con quali occhi guarderemo il Crocifisso?

Tutti “volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto” (19,37). Alcuni però per deriderlo ed insultarlo.

Altri si copriranno la faccia per non vedere quel volto martoriato (Isaia 53). Pochi saranno capaci di cogliere la bellezza dell’amore e lo splendore della gloria di Dio nella croce.

Per la riflessione settimanale: Durante quest’ultima settimana di Quaresima chiediamo la grazia della purificazione dei sensi, specie quello della vista, ripetendo magari la preghiera, il grido di Bartimeo, il cieco di Gerico, con la sua stessa fiducia e determinazione: “Rabbunì, che io veda di nuovo!” (Marco 10,46-52).

Solo così potremo seguirlo anche noi lungo la strada verso Gerusalemme!

Il chicco di grano e la fecondità della morte

La risposta di Gesù alla richiesta dei greci è assai sconcertante: “È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato. In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto… E quando sarò innalzato da terra [sulla croce], attirerò tutti a me”.

Gesù nella domanda dei greci vede già le primizie della straordinaria fecondità del “Chicco di grano”.

Gesù è vissuto in vista di questa “ora”, ma sperimenta comunque, anche lui come noi, il turbamento e l’angoscia davanti alla prospettiva della sua morte imminente: “Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora!”.

I sinottici raccontano quest’ora del Getsemani con toni ben più drammatici. La legge del “chicco di grano” riguarda la vita di ogni essere vivente, ma ci risulta difficile accettarla.

Vorremmo rimanere un fiore sbocciato nella pienezza della sua bellezza in una eterna primavera. Giunti al frutto maturo d’estate ci attacchiamo all’albero della vita, in un disperato sforzo per resistere all’autunno e non cadere per terra…

Invece lo scopo della vita è diventare un frutto d’autunno!

La Bellezza del Crocifisso e la Pasqua

Lo splendore dell’alba di Pasqua, che supera le tenebre del venerdì santo, attesta il fulgore della vita che vince la morte, della riconciliazione che vince l’odio e la separazione.

Per il cristianesimo la “bellezza si è compiuta una volta per sempre nel giardino fuori di Gerusalemme: sulla roccia del Calvario sta la Croce della Bellezza […]” (B. Forte).

La Croce è il momento della verità suprema, i discepoli potevano sbagliarsi sulla figura del Messia quando moltiplicava i pani, quando guariva i malati, ma sulla Croce la figura del Figlio di Dio, perfetta Immagine del Padre, si è pienamente rivelata, perché la testimonianza della passione, più che i miracoli, ha permesso di «vedere» la gloria di Dio, il suo amore infinito e la comunione ininterrotta tra il Padre e il Figlio, per ricreare la comunione con e fra gli uomini.

Questo è possibile in quanto ci accostiamo al primato della Bellezza e dell’Amore di Dio: sulla Croce la forma del bello appare come folgorante illuminazione escatologica, «presagio veggente della gloria che traspare nella Forma del Servo».

La Bellezza del Crocifisso ferisce, perché causa nell’uomo una forte nostalgia di Dio, ma proprio per questo essa richiama l’uomo al suo destino ultimo.

Qui il bello assume un’altra dimensione: non è solo quello che pacifica, ma anche quello che trafigge l’animo.

La Bellezza della Risurrezione di Cristo è stata la nostra risurrezione. I figli di Dio riscattati dal sangue di Cristo riceveranno il dono della perenne Bellezza in un godimento instancabile che solo Dio può dare.

La Bellezza di Cristo Crocifisso morto e risorto insegna che più forte della morte è l’Amore.

La celebrazione della Pasqua è radicata nel quotidiano ed è determinata dallo stile di quell’Amore con cui Cristo ci ha amati.

Con la Risurrezione di Cristo anche il principio enunciato nel Cantico dei Cantici «forte come la morte è l’amore» (Ct 8,6) viene ad essere superato e inverato dalla Pasqua del Figlio di Dio, ove appare chiaro che più forte della morte è l’Amore.

La Risurrezione del Figlio incarnato morto e Risorto è per noi vita e speranza. Gesù è stato «il principio, primizia di coloro che risuscitano dai morti» (Col 1,18).

passione morte e resurrezione di Gesù

Maria, icona della bellezza redenta

La vittoria pasquale del Crocifisso dà senso anche alle fragili bellezze terrene, che sono un segno della bellezza divina, nonostante il loro limite, quando rispecchiano la Sapienza divina e il suo progetto salvifico.

Un’icona della trasfigurazione della bellezza terrena è Maria di Nazareth, la giovane e umile donna totalmente protesa all’accoglienza della bellezza divina.

Maria non è un mito, non è un’astrazione, ma una donna concreta che è vissuta nella società ebraica. E’ questa concreta femminilità che rivela la bellezza dell’Eterno; è l’incontro tra la bellezza terrena e quella divina.

La Vergine Madre figlia del suo Figlio, coperta dall’ombra dello Spirito (cf Lc 1.35), diventa la dimora santa del Verbo di Dio fra gli uomini.

Maria è l’icona della Bellezza trinitaria, è “il santuario e il riposo della Santissima Trinità” (San Luigi Maria Grignion de Monfort), il grembo della Bellezza divina (H.U. von Balthasar).

In Maria tota pulchra, la Donna Bella secondo il piano salvifico di Dio, si rende presente in modo eminente l’esistenza umana redenta, protesa alla contemplazione del Bello Assoluto.

Francesco d’Assisi e la contemplazione del Bellissimo

La bellezza del Crocifisso risplende particolarmente attraverso la testimonianza di coloro che si sono conformati a lui; non si può non far riferimento al cantore della bellezza di Dio: Francesco d’Assisi.

Egli è stato folgorato dalla bellezza divina, immergendosi in essa fino all’unione estatica.

Nella bellezza delle creature il Poverello di Assisi contempla il Bellissimo che le possiede e le riempie, per cui uno dei titoli che attribuisce a Dio è proprio quello della Bellezza.

Il Giullare di Dio contempla e loda la Bellezza del Padre celeste, come emerge dalle Lodi di Dio Altissimo, scritte per ringraziarLo del dono della bellezza delle stimmate. ‘Tu sei Bellezza” (FF 261,4).

Il Celano nella Vita Seconda attesta che il Santo assisiate “nelle cose belle riconosce la Bellezza somma” (FF 750).

La gioia estatica invade l’animo dell’Araldo del Gran Re nel contemplare la bellezza dei fiori e della natura in genere, recuperando il messaggio biblico della contemplazione del creato: “E quale estasi pensi gli procurasse la bellezza dei fiori quando ammirava le loro forme o ne aspirava la delicata fragranza? Subito rivolgeva l’occhio del pensiero alla bellezza di quell’altro Fiore il quale spuntando luminoso nel tempo della fioritura dalla radice di Jesse, con il suo profumo richiama alla vita migliaia e migliaia di morte” (FF 460).

Anche il fuoco suscita la sua ammirazione: “Frate mio focu, di bellezza invidiabile fra tutte le creature, l’Altissimo ti ha creato vigoroso, bello e utile” (FF 752).

Egli ammirava a tal punto la bellezza e l’utilità del fuoco che “non voleva mai impedire la sua azione” (FF 1816), come quella volta che, prendendo fuoco il suo abito, impedì che venisse spento.

La bellezza di tutte le creature viene espressa da Francesco particolarmente nel Cantico di Frate Sole (FF 263).

La bellezza di Dio si manifesta per lui soprattutto attraverso il sole, che è Luce radiosa, Vita, Bontà, Amore.

Sull’esempio di Cristo povero e umile egli ha ammirato la bellezza di ciò che umanamente è considerato spregevole, e per questo ha amato intensamente Madonna Povertà (cf FF 641).

Francesco contempla soprattutto nel Crocifisso di San Damiano la Bellezza di Dio, come pure nell’esperienza personale della Passione del Figlio di Dio.

Due anni prima della fine del suo pellegrinaggio terreno gli fu concesso di contemplare la Bellezza sconvolgente della gloria del Cristo Crocifisso: è l’esperienza della Verna, della visione del Serafino trafitto in croce (FF 1225), della Bellezza radiosa e sfigurata dalla Passione nello stesso tempo.

Come segno di tutto ciò, egli che in vita non aveva avuto alcuna bellezza, essendosi del tutto assimilato al Crocifisso, dopo l’incontro con sorella morte ottiene il dono della trasfigurazione del suo corpo, segno della bellezza futura (cf FF 1247).

Francesco d’Assisi davanti al Crocifisso

Dalla seduzione dell’effimero alla bellezza dell’amore

L’umanità spesso smarrisce il vero senso della bellezza; si lascia prendere dalla vertigine di ciò che è appariscente, e trasforma il bello in spettacolo, in bene di consumo, abbandonandosi all’immediatamente fruibile.

La bellezza che si è resa trasfigurata e crocifissa ci redime dalla seduzione dell’effimero.

Il grido di abbandono del più bello tra i figli degli uomini (“Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” Mc 14,34) ci libera dall’abbaglio delle bellezze caduche, per rivelarci il vero Bello, il volto del Padre misericordioso, che per amore ci dona il Figlio Crocifisso (cf Rm 8,32) e lo Spirito di Amore (cf Gv 19,30), Autore della rinascita nella vera bellezza.

È proprio in forza di questa equivalenza singolare fra il Cristo abbandonato e la bellezza, che Von Balthasar avverte l’epocale attualità del bello come «via per il recupero del vero e del bene».

La Bellezza del Crocifisso ferisce, perché causa nell’uomo una forte nostalgia di Dio, ma proprio per questo essa richiama l’uomo al suo destino ultimo.

La testimonianza cristiana della bellezza

Per questo i cristiani, essendo testimoni della Bellezza, dovranno mettere da parte le esitazioni e prendere la Croce come Gesù, con la consapevolezza di aver scelto l’Amore più grande: «Se qualcuno vuol venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mc 8, 34).

Giovanni Paolo II incoraggiandoci a seguire l’Amore di Cristo ripeteva: «non abbiate paura», perché più forte della morte è l’Amore.

Parlare della Risurrezione di Cristo ai giovani significa far loro scoprire il valore dell’eternità. Ognuno di loro è stato creato per la vita eterna.

Insegnare ai giovani che l’autentico Amore potenzia la qualità della vita, il senso del viaggio che l’uomo intraprende su questa terra trae la forza d’essere proprio dall’Amore di Dio per noi; «l’amore è tutto» è la conclusione del Dottore della spiritualità cristiana Santa Teresa di Lisieux e l’amore non può non essere il tutto.

Cristo che è Amore, l’amore ce l’ha donato in abbondanza, «l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo, che ci è stato donato» (Rm 5,5).

Gli uomini e le donne di oggi cercano Gesù, in svariati modi, anche nei loro smarrimenti seguendo la via dei sensi. E si rivolgono a noi per vederlo e conoscerlo.

Ma ci risulta difficile capire le loro domande perché non parliamo la loro “lingua”. Solo vivendo immersi in questa umanità, nella sua cultura e nella sua storia, nelle sue speranze e nelle sue paure, potremo interpretare la loro ricerca.

La lingua che loro percepiscono non è quella delle prediche, né del catechismo, ma quella dei sensi e della testimonianza.

Solo se noi stessi abbiamo udito, toccato e visto il Signore, saremo capaci di raccontarlo: “Quello che era da principio, quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita - la vita infatti si manifestò, noi l’abbiamo veduta e di ciò diamo testimonianza e vi annunciamo la vita eterna, che era presso il Padre e che si manifestò a noi -, quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi” (1 Giovanni 1,1-3).

La bellezza che riconcilia

In base alla testimonianza delle Scritture ebraiche, delle Scritture cristiane, della Chiesa, possiamo quindi concludere che “la bellezza che salverà il mondo non è ‘l’armonia’ delle parti, o una ‘forma’ qualsiasi che esprime il senso personale del piacere.

“La bellezza che salverà il mondo non è ‘l’armonia’ delle parti, o una ‘forma’ qualsiasi che esprime il senso personale del piacere. Né si riduce alle assenze asimmetriche nella vita sociale e politica di un popolo.

Non è bello ciò che piace, ma ciò che riconcilia. Il Cristo, Crocifisso-Risorto, è la Bellezza che salverà il mondo, l’orizzonte ultimo della nostra visione, il possesso finale dei redenti” (E. Scognamiglio).

E’ questo il premio eterno che viene donato a coloro che sanno rinunciare alle bellezze effimere per amore della Bellezza che viene da altrove, dalla Patria trinitaria, a cui anela fortemente chi si pone senza compromessi alla sequela del Cristo, l’Uomo dei dolori, irradiazione dello splendore celeste.

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