Perché non si riesce a parlare durante la Quaresima

Durante la Quaresima non è vietato parlare: il silenzio quaresimale è un invito a rinunciare alle parole inutili, alle chiacchiere, alle dicerie, ai pettegolezzi, alle parole offensive e a ogni discorso che ferisce il prossimo, per fare spazio all’ascolto di Dio e della realtà.

La Quaresima è il tempo in cui la Chiesa invita a rimettere il mistero di Dio al centro della vita, attraverso la preghiera, il digiuno e l’elemosina. In questo cammino il silenzio diventa uno strumento di conversione: aiuta a distinguere la voce del Signore, la voce della coscienza e la voce del bene tra le molte parole che attraversano la vita quotidiana.

Il significato del silenzio durante la Quaresima

Un simbolo da valorizzare in Quaresima è quello del silenzio. È da un lato meditativo ma dall’altro è segno di attesa di una gioia più grande. Strumento importante per ascoltare più profondamente la voce di Dio e per entrare in comunione con Lui in modo più intimo.

La Quaresima è un cammino di quaranta giorni verso la Pasqua, verso il cuore dell’anno liturgico e della fede. È un cammino che segue quello di Gesù, che agli inizi del suo ministero si ritirò per quaranta giorni a pregare e digiunare, tentato dal diavolo, nel deserto.

Il deserto è il luogo del distacco dal frastuono che ci circonda. È assenza di parole per fare spazio a un’altra Parola, la Parola di Dio, che come brezza leggera ci accarezza il cuore.

Nel deserto si ascolta la Parola di Dio, che è come un suono leggero. Il Libro dei Re dice che la Parola di Dio è come un filo di silenzio sonoro. Nel deserto si ritrova l’intimità con Dio, l’amore del Signore.

Gesù amava ritirarsi ogni giorno in luoghi deserti a pregare. Ci ha insegnato come cercare il Padre, che ci parla nel silenzio. E non è facile fare silenzio nel cuore, perché noi cerchiamo sempre di parlare un po’, di stare con gli altri.

La Quaresima è il tempo propizio per fare spazio alla Parola di Dio. È il tempo per spegnere la televisione e aprire la Bibbia. È il tempo per staccarci dal cellulare e connetterci al Vangelo.

La Quaresima è deserto, è il tempo per rinunciare a parole inutili, chiacchiere, dicerie, pettegolezzi, e parlare e dare del “tu” al Signore. È il tempo per dedicarsi a una sana ecologia del cuore, fare pulizia lì.

Perché parlare può diventare un ostacolo spirituale

Viviamo in un ambiente inquinato da troppa violenza verbale, da tante parole offensive e nocive, che la rete amplifica. Oggi si insulta come se si dicesse “Buona Giornata”. Siamo sommersi di parole vuote, di pubblicità, di messaggi subdoli.

Ci siamo abituati a sentire di tutto su tutti e rischiamo di scivolare in una mondanità che ci atrofizza il cuore e non c’è bypass per guarire questo, ma soltanto il silenzio. Fatichiamo a distinguere la voce del Signore che ci parla, la voce della coscienza, la voce del bene.

Gesù, chiamandoci nel deserto, ci invita a prestare ascolto a quel che conta, all’importante, all’essenziale. Al diavolo che lo tentava rispose: «Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio» (Mt 4,4).

Come il pane, più del pane ci occorre la Parola di Dio, ci serve parlare con Dio: ci serve pregare. Perché solo davanti a Dio vengono alla luce le inclinazioni del cuore e cadono le doppiezze dell’anima.

Ecco il deserto, luogo di vita, non di morte, perché dialogare nel silenzio col Signore ci ridona vita. Il deserto, infine, è il luogo della solitudine.

Il silenzio come forma di digiuno

La Quaresima non è solo “rinunciare a qualcosa” e digiunare dalla carne il venerdì. I tre pilastri della Quaresima sono la preghiera, il digiuno e l’elemosina: ciò significa che siamo chiamati a fare di più che astenerci da un particolare cibo o attività.

Il digiuno significa l’astinenza dal cibo, ma comprende altre forme di privazione per una vita più sobria. Il digiuno è legato poi all’elemosina.

Se la Quaresima è tempo di ascolto, il digiuno costituisce una pratica concreta che dispone all’accoglienza della Parola di Dio. L’astensione dal cibo, infatti, è un esercizio ascetico antichissimo e insostituibile nel cammino di conversione.

Il digiuno, compreso in questo senso, ci consente non soltanto di disciplinare il desiderio, di purificarlo e renderlo più libero, ma anche di espanderlo, in modo tale che si rivolga a Dio e si orienti ad agire nel bene.

In quanto segno visibile del nostro impegno interiore di sottrarci, con il sostegno della grazia, al peccato e al male, il digiuno deve includere anche altre forme di privazione volte a farci acquisire uno stile di vita più sobrio, poiché «solo l’austerità rende forte e autentica la vita cristiana».

Una di queste forme di privazione è l’astensione dalle parole che percuotono e feriscono il prossimo. Cominciamo a disarmare il linguaggio, rinunciando alle parole taglienti, al giudizio immediato, al parlar male di chi è assente e non può difendersi, alle calunnie.

Sforziamoci invece di imparare a misurare le parole e a coltivare la gentilezza: in famiglia, tra gli amici, nei luoghi di lavoro, nei social media, nei dibattiti politici, nei mezzi di comunicazione, nelle comunità cristiane.

Allora tante parole di odio lasceranno il posto a parole di speranza e di pace. Chiediamo la forza di un digiuno che attraversi anche la lingua, perché diminuiscano le parole che feriscono e cresca lo spazio per la voce dell’altro.

Le tre “mura” che custodiscono la vita interiore

La Sacra Scrittura si apre con un bellissimo esempio di silenzio, che è quello di Abele il giusto, del quale non conosciamo parola, ma il cui sangue viene versato dal fratello. E questo sangue versato grida continuamente a Dio un'ingiustizia subita innocentemente dal fratello.

Un grande esempio è San Giuseppe, lo sposo della Beata Vergine Maria, la cui festa normalmente si celebra al centro della Quaresima. I Vangeli non ci riportano alcuna parola del falegname di Nazareth: uomo giusto, uomo del silenzio, uomo della fiducia nella Parola, uomo dell’obbedienza.

Giuseppe ci insegna il silenzio in due, una di Giuseppe e di Maria. Di loro non abbiamo alcuna conversazione, alcuna discussione sulle scelte che si debbono fare. E un altro è il silenzio importante di Giuseppe. Finito il suo servizio, esce di scena.

I Padri della Chiesa dicono che la nostra vita è protetta da tre cinta di mura: le mura dei pensieri, della parola e dell'amore. Se io conservo, se io nel pensiero penso al bene, penso cose buone, allora riesco a far silenzio.

Ma se io nel mio pensiero accolgo pensieri di male, mi sfogo. Entro nel mondo della chiacchiera, tanto denunciato da Papa Francesco.

Devo stringere le labbra e non parlare. Non dire il male, perché quando noi ci sfoghiamo, diciamo il male, in realtà lo acclamiamo nel nostro cuore e il cuore ci spinge a operare il male.

All'inizio della Messa, confessiamo sempre questo: “Ho peccato in pensieri, in parole e in opere”. Il silenzio ci protegge da tutto questo.

Non si tratta di non parlare, ma di parlare diversamente

Il silenzio quaresimale non coincide con l’incapacità di comunicare, con l’isolamento o con l’indifferenza verso gli altri. Il suo scopo è purificare il modo di parlare e rendere la parola più vera, più necessaria e più caritatevole.

La disponibilità ad ascoltare è il primo segno con cui si manifesta il desiderio di entrare in relazione con l’altro. Per questo, l’ascolto della Parola nella liturgia ci educa a un ascolto più vero della realtà.

Tra le molte voci che attraversano la nostra vita personale e sociale, le Sacre Scritture ci rendono capaci di riconoscere quella che sale dalla sofferenza e dall’ingiustizia, perché non resti senza risposta.

Entrare in questa disposizione interiore di recettività significa lasciarsi istruire oggi da Dio ad ascoltare come Lui, fino a riconoscere che «la condizione dei poveri rappresenta un grido che, nella storia dell’umanità, interpella costantemente la nostra vita, le nostre società, i sistemi politici ed economici e, non da ultimo, anche la Chiesa».

Il silenzio non esclude l’ascolto del prossimo

La Quaresima mette in evidenza la dimensione comunitaria dell’ascolto della Parola e della pratica del digiuno. Allo stesso modo, le nostre parrocchie, le famiglie, i gruppi ecclesiali e le comunità religiose sono chiamati a compiere in Quaresima un cammino condiviso.

In questo cammino l’ascolto della Parola di Dio, come pure del grido dei poveri e della terra, diventa forma della vita comune e il digiuno sostiene un pentimento reale.

La conversione riguarda, oltre alla coscienza del singolo, anche lo stile delle relazioni, la qualità del dialogo, la capacità di lasciarsi interrogare dalla realtà e di riconoscere ciò che orienta davvero il desiderio.

Il silenzio non consiste quindi nel chiudersi davanti alle persone, ma nel creare uno spazio interiore capace di accogliere la voce dell’altro. Il cammino nel deserto quaresimale è un cammino di carità verso chi è più debole.

Anche oggi, vicino a noi, ci sono tanti deserti. Sono le persone sole e abbandonate. Quanti poveri e anziani ci stanno accanto e vivono nel silenzio, senza far clamore, marginalizzati e scartati!

Parlare di loro non fa audience. Ma il deserto ci conduce a loro, a quanti, messi a tacere, chiedono in silenzio il nostro aiuto. Tanti sguardi silenziosi chiedono il nostro aiuto.

La Quaresima come tempo di conversione

La Quaresima è il «tempo forte» che prepara alla Pasqua, culmine dell’Anno liturgico e della vita di ogni cristiano. È «il momento favorevole» per compiere «un cammino di vera conversione».

Questo itinerario di quaranta giorni conduce al Triduo pasquale, memoria della passione, morte e risurrezione del Signore, cuore del mistero di Salvezza.

È un tempo di cambiamento interiore e di pentimento in cui «il cristiano è chiamato a tornare a Dio “con tutto il cuore” per non accontentarsi di una vita mediocre».

La Quaresima richiama alla mente i quaranta giorni di digiuno vissuti dal Signore nel deserto prima di intraprendere la sua missione pubblica. Si legge nel Vangelo di Matteo: «Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame».

Quaranta è il numero simbolico con cui l’Antico e il Nuovo Testamento rappresentano i momenti salienti dell’esperienza della fede del popolo di Dio. È una cifra che esprime il tempo dell’attesa, della purificazione, del ritorno al Signore, della consapevolezza che Dio è fedele alle sue promesse.

Nell’Antico Testamento sono quaranta i giorni del diluvio universale, quaranta i giorni passati da Mosè sul monte Sinai, quaranta gli anni in cui il popolo di Israele peregrina nel deserto prima di giungere alla Terra Promessa, quaranta i giorni di cammino del profeta Elia per giungere al monte Oreb, quaranta i giorni che Dio concede a Ninive per convertirsi dopo la predicazione di Giona.

La Quaresima è un «accompagnare Gesù che sale a Gerusalemme, luogo del compimento del suo mistero di passione, morte e risurrezione e ricorda che la vita cristiana è una “via” da percorrere, consistente non tanto in una legge da osservare, ma nella persona stessa di Cristo, da incontrare, da accogliere, da seguire».

Preghiera, digiuno ed elemosina

Il digiuno, l’elemosina e la preghiera sono i segni, o meglio le pratiche, della Quaresima. Il digiuno comprende tutte le forme di penitenza, le scelte, le rinunce e i sacrifici necessari per corrispondere all’invito di Dio.

L'esercizio del digiuno dovrebbe essere un aiuto alla nostra conversione a Dio. Il digiuno è reso santo dalle virtù che l’accompagnano, soprattutto dalla carità, da ogni gesto di generosità che dona ai poveri e ai bisognosi il frutto di una privazione.

La Quaresima, inoltre, è un tempo privilegiato per la preghiera. Sant’Agostino dice che il digiuno e l’elemosina sono «le due ali della preghiera» che le permettono di prendere più facilmente il suo slancio e di giungere sino a Dio.

Preghiera, digiuno, opere di misericordia: ecco la strada nel deserto quaresimale. L'elemosina, o meglio la carità fraterna, deve aprire il cuore ai fratelli.

L'elemosina, la capacità di aiutare, visitare i malati, imparare ad ascoltare gli altri, riconciliarci con qualcuno da cui ci siamo allontanati: queste sono alcune delle cose che si possono fare in questo contesto.

È questa cura, questa carità verso i fratelli, specialmente i bisognosi, che dirà la verità o la menzogna della nostra ricerca di Dio e dell’autenticità della nostra penitenza.

Come vivere concretamente il silenzio quaresimale

La Quaresima è un tempo per ascoltare più da vicino la Parola: l'uomo non vive di solo pane, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio. Non si tratta solo di ciò a cui siamo disposti a rinunciare, ma anche di ciò che siamo disposti ad accettare.

Quando pensiamo a cosa rinunciare per la Quaresima, dovremmo anche pensare a quale tipo di impegno nella preghiera e di capacità di essere caritatevoli possiamo mantenere.

  • Rinunciare a parole inutili, chiacchiere, dicerie, pettegolezzi.
  • Rinunciare alle parole taglienti, al giudizio immediato, al parlar male di chi è assente e non può difendersi, alle calunnie.
  • Imparare a misurare le parole e a coltivare la gentilezza.
  • Spegnere la televisione e aprire la Bibbia.
  • Staccarsi dal cellulare e connettersi al Vangelo.
  • Prestare qualche minuto ogni giorno alle Sacre Scritture.
  • Partecipare alla Messa quotidiana una volta alla settimana.
  • Partecipare o pregare la Via Crucis ogni venerdì.
  • Andare alla confessione.
  • Pregare il Rosario una volta al giorno.
  • Scegliere una persona ogni giorno e pregare per lei.
  • Imparare ad ascoltare gli altri.
  • Riconciliarsi con qualcuno da cui ci si è allontanati.

La Quaresima è un tempo di verità, un tempo per far cadere le maschere che indossiamo ogni giorno per apparire perfetti agli occhi del mondo.

All’inizio della Quaresima, dovremmo chiederci: cosa mi allontana dall’amare Dio, dall’amare gli altri e dall’amare bene me stesso? Come posso incorporare atti di sacrificio, atti di donazione e atti di preghiera che mi aiutino ad amare come ama Dio?

Il silenzio e la liturgia quaresimale

Questo tempo sacro è segnato da alcuni segni speciali nelle celebrazioni della Chiesa: il colore della liturgia è il viola, un segno di sobrietà, penitenza e conversione.

Durante le celebrazioni non troviamo più i fiori ad ornare l’altare, non recitiamo il “Gloria” e non cantiamo l'“Alleluia”.

Il Gloria non viene cantato o pregato nelle messe, eccetto che per le feste, se ce ne sono; non si canta l'alleluia che, in segno di gioia e di giubilo, verrà cantato di nuovo solo nella Pasqua di Risurrezione; non è consentito usare fiori sugli altari, in segno di sobrietà e penitenza.

L'importante è che tutte queste pratiche ci conducano a una preparazione seria e impegnata all'essenziale: la Pasqua. Le osservanze quaresimali non sono atti vuoti, ma strumenti per farci crescere nel cammino di conversione che ci conduce alla conoscenza spirituale e all'amore di Cristo.

Il silenzio, la confessione e la custodia del cuore

Nel ricevere le ceneri l’invito alla conversione è espresso con una duplice formula: «Convertitevi e credete al Vangelo» oppure «Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai».

Il primo richiamo è alla conversione che significa cambiare direzione nel cammino della vita e andare controcorrente, dove la “corrente” è lo stile di vita superficiale, incoerente ed illusorio.

La cenere imposta sul capo è un segno che ricorda la nostra condizione di creature ed esorta alla penitenza. La parola di Dio evoca la fragilità, anzi la morte, che ne è la forma estrema.

La tradizione della Chiesa chiama queste azioni “combattimento spirituale” e “lotta contro le nostre ombre”. Le nostre ombre sono i nostri eccessi, le nostre cattive tendenze, che devono essere superate.

In Quaresima è necessario identificare quelle che sono più forti in noi e combatterle. Il silenzio protegge da pensieri, parole e opere che allontanano da Cristo.

Il silenzio come preparazione alla Pasqua

Fin dai primi secoli di vita della Chiesa la Quaresima era il tempo in cui coloro che avevano udito e accolto l’annuncio di Cristo iniziavano, passo dopo passo, il loro cammino di fede per giungere a ricevere il Battesimo a Pasqua.

Successivamente anche i penitenti e poi tutti i fedeli furono invitati a vivere questo itinerario di rinnovamento spirituale, per conformare sempre più la propria esistenza a Cristo.

Nasce così la Quaresima: tempo in cui i cristiani, attraverso la penitenza e la preghiera, astenendosi dagli eccessi, cercano di rinnovare la loro conversione per celebrare con gioia spirituale la santa Veglia Pasquale, all'alba della Domenica della Risurrezione, rinnovando le loro promesse battesimali.

Il culmine del cammino quaresimale è il rinnovo delle promesse battesimali nella Veglia pasquale e nella celebrazione dell’Eucaristia pasquale in questa stessa Notte Santa, passando dal sabato alla domenica della Risurrezione.

Entriamo nel deserto con Gesù, ne usciremo assaporando la Pasqua, la potenza dell’amore di Dio che rinnova la vita. Accadrà a noi come a quei deserti che in primavera fioriscono, facendo germogliare d’improvviso, “dal nulla”, gemme e piante.

Coraggio, entriamo in questo deserto della Quaresima, seguiamo Gesù nel deserto: con Lui i nostri deserti fioriranno.

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