Il peccato dell’ingratitudine: sermone cristiano sulla gratitudine verso Dio

L’ingratitudine non è soltanto una mancanza di buone maniere, ma una vera e propria ferita inferta alla radice dell’amore donato. Nella prospettiva cristiana, essa diventa soprattutto un fallimento spirituale: non riconoscere il bene ricevuto significa non riconoscere il Donatore, perché ogni cosa buona e ogni dono perfetto vengono dall’alto e discendono dal Padre.

Il peccato dell’ingratitudine nasce quando l’uomo dimentica che la vita, la salute, la famiglia, il cibo, il lavoro, le capacità personali, la salvezza e ogni bene sono doni ricevuti. L’ingratitudine alimenta la mormorazione, l’orgoglio, l’avidità e l’illusione dell’autosufficienza; la gratitudine, invece, riapre il cuore alla grazia, alla fede, all’umiltà e alla lode.

L’ingratitudine ferisce perché rifiuta l’amore ricevuto

L’ingratitudine è un’amara e universale esperienza che tocca le corde più sensibili dell’animo umano, rivelando la fragilità della nostra natura e la profondità del nostro bisogno di riconoscimento. Essa non è solo una mancanza di buone maniere, ma una vera e propria ferita inferta alla radice dell’amore donato.

Quale padre o quale madre non prova un dolore lancinante di fronte all’indifferenza o, peggio, al maltrattamento di un figlio che dovrebbe invece esprimere gratitudine? Quale cuore non si affligge dopo essersi prodigato con amore e dedizione per un dono o un banchetto, solo per incontrare il silenzio o la pretesa negli occhi degli invitati?

Quale consacrato o quale laico non soffre quando la risposta alla sua tanta abnegazione e tanto servizio e impegno è l’indifferenza o peggio ancora l’allontanamento? Chi di noi non soffre quando vede il suo lavoro rubato da altri che vengono premiati mentre lui castigato e allontanato? Quale insegnante non piange dinanzi all’ingratitudine dei suoi allievi?

Quale datore di lavoro non pretende riconoscenza dai suoi collaboratori? Quale lavoratore non desidera ricevere il giusto riconoscimento del suo impegno e della sua fatica? Il grado di sofferenza è direttamente proporzionale alla misura dell’amore e dell’impegno profusi.

L’ingratitudine che giunge dalle persone più amate o più vicine - quelle da cui, naturalmente, si attende un minimo di riconoscenza e reciprocità emotiva - è la più dolorosa, trasformandosi in profonda delusione e frustrazione. Mentre dagli estranei non si pretende molto, dalla cerchia della nostra esistenza si spera in quel “grazie” che, pur se spesso negato a parole, resta un bisogno connaturato all’essere umano, plasmato a immagine e somiglianza di Dio (Genesi 1,26).

Il dolore di chi fa il bene senza ricevere riconoscenza

Chi di noi non prova dolore quando viene schiaffeggiato da persone a cui non ha offerto altro che amore, generosità, rispetto e riverenza? Chi di noi non ha pianto in silenzio di fronte all’ingratitudine e all’irriconoscenza degli altri?

Chi di noi non si è sentito frustrato quando un amico, fidanzato o compagno lo tradisce? Chi di noi non si è sentito tradito dal silenzio di chi avrebbe dovuto parlare e dalla vigliacca ritirata di chi avrebbe dovuto intervenire?

Chi di noi non si è sentito arrabbiato per le azioni immorali, ingiustificate e incomprensibili di persone che avrebbero dovuto essere modelli di paternità, decoro, dignità e altezza morale? Chi di noi non ha trascorso la notte insonne, interrogandosi sulle ragioni di tutta questa ingratitudine e rifiuto?

Proprio a motivo ciò si è creato il detto: “Non fare il bene se non sai sopportare l’ingratitudine”. Perché se ci aspettassimo necessariamente la gratitudine nessuno più farebbe il bene.

L’ingratitudine degli altri e la nostra ingratitudine

Prima di rispondere vorrei raccontare una storia che ha lasciato nella mia vita un grande segno, ed è la storia di un anziano che è venuto da me piangendo e mi ha detto: “Sono cresciuto in una famiglia meravigliosa e non mi è mai mancato nulla.

I miei genitori hanno lavorato giorno e notte per provvedere a tutte le mie richieste e bisogni, siano stati importanti o banali, e senza motivo io invece, li trattavo sempre molto male, lamentandomi sempre e rifiutando tutto ciò che dicevano o facevano, rispondevo sempre al loro amore con parole offensive, arrivando fino alla violenza e agli insulti.

Ero ingrato, arrogante, lamentoso, scontroso e scontento con loro, ma ero sempre affettuoso, sorridente, compassionevole ed educato con gli altri. Ero il figlio peggiore della migliore famiglia”.

“Oggi - ha continuato il sacerdote egiziano nella sua omelia - guardo al passato e alla mia mente tornano quelle immagini, i momenti e i confronti che hanno fatto piangere mia madre e demolire mio padre. Ricordo questi momenti e li vivo come un film che si ripete continuamente e non riesco a fermarlo, ricordo tutto e non riesco più a smettere di rivivere quei momenti e rimpiangere ciò che ho fatto.

I miei genitori, che sono morti, non hanno sentito una sola parola di gratitudine da parte mia. Oggi piango di dolore e di inquietudine, ma invano. Oggi desidero inginocchiarmi davanti a loro, baciargli piedi e chiedere il loro perdono.

Oggi capisco quanto sono stato un figlio orribile per i miei genitori. Oggi provo rimorso perché ho ricambiato la generosità con l’ingratitudine e l’amore con l’ira, l’abbraccio con l’aggressività, e la cura con il lamento”.

Di fronte alle parole di dolore di quest’anziano, espresse quando era ormai troppo tardi, ho provato vergogna e rimorso. Anch’io - ha confidato il prelato - mi sono spesso lamentato dell’ingratitudine che ho ricevuto da persone dalle quali aspettavo riconoscenza, e spesso mi sono lamentato delle azioni di queste persone ingrate e irriconoscenti, ma non ho mai chiesto perdono alle persone a cui io ho causato dolore, sia intenzionalmente che involontariamente.

Mi sono guardato intorno e ho scoperto che tutti noi tendiamo sempre a sentirci vittime dell’ingratitudine e raramente ammettiamo di essere anche noi ingrati. Ingrati verso le persone generose che ci hanno aiutato nella nostra vita, pensando che aiutarci fosse un loro dovere e un nostro diritto.

Ingrati dinanzi agli insegnanti e agli educatori che ci hanno insegnato a camminare, scrivere, leggere, pensare e analizzare. Ingrati nei confronti dei nostri familiari, come se le nostre vite rimanessero le stesse, con o senza di loro.

Ingrati nei confronti dei nostri amici, come se la loro lealtà, onestà e tolleranza nei nostri confronti fosse un loro dovere. Ingrati nei confronti dei nostri responsabili che ci hanno dato una possibilità dopo l’altra.

Ingrati di fronte a coloro che ci hanno incoraggiato, ci hanno rincuorato e ci hanno portato dove siamo. Ingrati verso i nostri compagni di cammino, senza i quali non avremmo sopportato le difficoltà del cammino.

Ingrati di fronte ai nostri figli che hanno dato senso ai nostri sforzi, al nostro lavoro, alla nostra fatica e alla nostra vita. Ingrati davanti a Dio come se la nostra vita fosse nostra, la nostra salute fosse scontata e il nostro respiro fosse innato.

Siamo tutti ingrati, ma la maggior parte di noi non si guarda allo specchio e tende a puntare il dito e a sostenere di essere vittima dell’ingratitudine degli altri.

Il cuore ingrato: mormorazione, negatività e pessimismo

L’ingratitudine è una brutta cosa. Le persone ingrate non riconoscono o non apprezzano ciò che gli altri fanno per loro. Tendono ad essere negative e critiche, trovando costantemente difetti negli altri.

Tendono ad essere pessimiste che vedono il peggio in ogni cosa. Soprattutto, le persone ingrate tendono a mormorare e lamentarsi di tutto ciò che è sbagliato della loro vita invece di celebrare ed essere grate per tutto ciò che è buono e giusto.

La protesta di Israele nel deserto mostra con chiarezza questa dinamica. Loro dissero: «Fossimo pur morti per mano del Signore nel paese d’Egitto, quando sedevamo intorno a pentole piene di carne e mangiavamo pane a sazietà! Voi ci avete condotti in questo deserto perché tutta questa assemblea morisse di fame!»

Non è questo ciò che fa sempre il mormorio? Mormorare distorce la visione e la memoria. Spesso, quando mormoriamo, immaginiamo il passato come un periodo tranquillo, come se non ci fossero quasi problemi.

Come gli Israeliti, spesso i nostri cuori sono ingrati e ciechi alla misericordia e alla grazia di Dio nel presente. Ci lamentiamo del nostro lavoro, delle nostre case, dei nostri coniugi, dei nostri figli e della nostra chiesa.

In realtà, i mormorii e i brontolamenti sono una manifestazione di ingratitudine e di frustrazione verso Dio. Ognuno di noi sa cosa vuol dire essere irritato dalle circostanze quando le cose non vanno come abbiamo programmato.

La vita in un mondo caduto nel peccato è piena di delusioni e di insoddisfazioni. Dio vuole che portiamo a lui le nostre lagnanze e frustrazioni, come fa il salmista. Vuole che gli rivolgiamo le nostre suppliche e richieste con ringraziamento.

Spesso, però, facciamo il contrario. Ci ritroviamo a lamentarci più che a pregare Dio. La fede prega e porta a Dio i nostri lamenti.

Il peccato, tuttavia, mormora agli altri, crea divisione e rafforza il malcontento. Quando tutto il nostro atteggiamento diventa un mormorio, una lamentela e una disputa, in effetti siamo delusi e insoddisfatti di Dio, non delle nostre circostanze.

Pensiamo: “Se fossi Dio, avrei pianificato questa cosa in modo diverso!” Dimentichiamo il fatto che Dio ci ha trattato molto meglio di quanto meritiamo.

Israele nel deserto: un esempio di ingratitudine

Nella seconda lettura di questa terza domenica di Quaresima, tratta dalla I Lettera di San Paolo Apostolo ai Corinzi, capitolo 10, San Paolo ci ammonisce, ci avvisa, ci mostra un esempio, ci chiama a riflettere meditando la scrittura e meditando sugli uomini, le donne e i ragazzi, che ci hanno preceduto nella fede in Dio.

San Paolo dice: “Non ignorate (cioè non passate oltre, non fate finta di niente circa questo fatto) che i nostri Padri furono tutti sotto la nube…”

“…tutti attraversarono il Mar Rosso…” “...tutti furono battezzati in rapporto a Mosè nella nube e nel mare, tutti mangiarono lo stesso cibo spirituale, tutti bevvero la stessa bevanda spirituale…”

Non dimentichiamo la manna nel deserto! Per quarant’anni mangiarono la manna, mica per tre giorni! E l’acqua dalla roccia…questi vedono uscire l’acqua dalla roccia!

Tutte queste persone hanno vissuto tutta questa incredibile abbondanza di doni, di grazie, di miracoli incredibili, ma “…la maggior parte di loro (non qualcuno)”, dice San Paolo, “non fu gradita a Dio, perciò furono sterminati nel deserto.

Ciò avvenne come esempio per noi, perché non desiderassimo cose cattive, come essi le desiderarono”. Non mormorate, come mormorarono alcuni di loro, e caddero vittime dello sterminatore.

La loro storia fu una continua lamentazione. Non fanno in tempo ad uscire dall’Egitto dopo le Dieci Piaghe, a fare qualche passo nel deserto, e in una frase, per cinque volte riescono a nominare l’Egitto, in una frase!

Prima, in Egitto: «Ecco, perché Dio non ci visita? Gli Egiziani ci fanno del male…» Dio manda le dieci piaghe, li libera dall’Egitto: «Ecco, perché non siamo rimasti in Egitto, dove c’era pane a sazietà e dove là potevamo vivere…?»

Passano questo, vanno oltre, con la nube e il fuoco che avevano davanti, che li dirigeva di giorno e di notte, vanno verso il Mar Rosso e prima del Mar Rosso: «Ecco Dio adesso ci ha fatto uscire per farci morire tutti nel deserto sotto gli Egiziani…»

Dio apre il Mar Rosso e passano il Mar Rosso, e uno dice: «Vabbè, dopo che ti vedi il mare che si apre davanti agli occhi, avrai un briciolo di fede e di riconoscenza!» Macché, non fanno in tempo ad arrivare all’altra sponda, che già stanno mormorando contro Dio.

Tutto così! È un continuo: «Ecco, non abbiamo da mangiare…», e allora arriva la manna. «Ecco, sempre sta manna, vogliamo la carne…», allora Dio manda le quaglie. «Ecco, però dopo le quaglie abbiamo sete…», allora Dio manda l’acqua.

Arrivano nella Terra Promessa e uno dice: «Basta, è finita! Sto tormento è finito». Macché, quando devono entrare nella Terra Promessa dicono: «No, noi abbiamo paura».

Il Signore allora dice: «Adesso basta! Adesso vi girate e andate tutti a morire nel deserto, tutti. Di voi non entrerà nessuno, tranne i due che hanno avuto fede, tutti gli altri moriranno tutti, perché adesso basta».

Che non capiti a noi questa disgrazia! Una lamentazione unica! Una ingratitudine unica! Una mancanza di fede unica!

Israele attraversa il Mar Rosso

Dio ascolta i mormorii e risponde con la misericordia

Vediamo che il Signore è sempre pieno di bontà e ricco in misericordia. Anche se gli israeliti mormoravano contro Mosè ed erano ingrati, Dio soddisfaceva comunque il loro bisogno.

Quattro volte in Esodo 16, il brano menziona che il Signore ha udito i loro mormorii: v.7, v.8, v.9 e v.12. Dopo tutto quelle lamentele, forse possiamo aspettarci che il Signore scenda dal cielo come un fuoco consumante e distrugga Israele in giudizio.

Invece, la gloria del Signore apparve nella nuvola e il Signore disse: «Al tramonto mangerete carne e domattina sarete saziati di pane; e conoscerete che io sono il Signore, il vostro Dio».

Dio avrebbe potuto giudicarli, ma invece ha mostrato loro misericordia. Sarebbe stato giustificato se li avesse distrutti, perché il loro mormorio era solo una manifestazione della loro incredulità e ingratitudine.

Ma, il Signore non li ha liberati dal Faraone e condotti attraverso il Mar Rosso solo perché morissero di fame. Invece, il Signore ha provveduto ai loro bisogni.

Ha dato loro quaglie la sera e manna la mattina. La manna era una sostanza piccola e rotonda. Era bianca come pane, ma simile al seme del coriandolo. Era buona, «aveva il gusto di schiacciata fatta col miele».

La Provvidenza di Dio nella nostra vita

Il Signore si è rivelato anche a noi in questo modo. Non abbiamo visto il miracolo della manna, ma vediamo come il Signore provvede a noi ogni giorno.

La bontà di Dio è evidente nel fatto che lui ha fatto del bene a tutti i popoli, «mandandovi dal cielo pioggia e stagioni fruttifere e saziando i vostri cuori di cibo e di letizia», come Paolo dice.

Vediamo la fedeltà di Dio quando preghiamo «Dacci oggi il nostro pane quotidiano» e riceviamo cibo, lavoro, sole, pioggia, famiglia, ecc. «Ogni cosa buona e ogni dono perfetto vengono dall’alto e discendono dal Padre», anche se siamo immeritevoli come gli israeliti.

Anche se ti sei lamentato tante volte contro il Signore, perché non soddisfa la tua lista dei desideri, Egli ha comunque provveduto per te, vero? Anche se non gli sei sempre stato grato, ha comunque sostenuto la tua vita, giusto?

Egli provvede a te giorno dopo giorno, proprio come fece con gli Israeliti nel deserto.

“Tutto è grazia”: liberarsi dall’autosufficienza

Possiamo vincere la tentazione del “Tutto è Dovuto” solo con la santità della gratuità. Nonostante la nostra profonda, espressa o nascosta, necessità di ricevere gratitudine, noi stessi cadiamo spessissimo nella tentazione dell’ingratitudine.

Viviamo in una pericolosa illusione di autosufficienza dove la sincerità, l’impegno, la considerazione, la gentilezza e il riconoscimento ci appaiono dovuti di diritto. Dimentichiamo che ogni atto di amore o di bene da parte del prossimo è un dono libero, non un’obbligazione.

Contro questa presunzione si erge la luminosa teologia della grazia. La celebre esclamazione di Santa Teresa di Lisieux, “Tutto è grazia”, riassume la prospettiva spirituale corretta.

Essa non è un vezzo devozionale, ma una verità teologica fondamentale. Imparare che “Tutto è grazia” per comprendere che ogni bene è un Dono.

Ogni respiro, la salute, la sicurezza, la famiglia, il cibo, l’abito - tutte le benedizioni della vita - non sono meritate, ma scaturiscono dall’amore libero e gratuito di Dio.

Sono “grazia” e, in quanto tali, possono essere ritirate in un istante. “Tutto è grazia” per liberarci dall’autosufficienza.

Il concetto di “grazia” si oppone radicalmente alla superbia dell’autosufficienza (pelagianesimo), ovvero all’idea che l’uomo possa raggiungere la salvezza o la santità con le sole proprie forze.

Sant’Agostino e San Tommaso d’Aquino, Padri e Dottori della Chiesa, hanno insegnato con forza che ogni passo verso il bene è preceduto e sostenuto dalla grazia preveniente di Dio. Senza il Donatore, il dono non esiste.

Da dove provengono le nostre benedizioni?

Quanto ricco sei? Solitamente, quando consideriamo la nostra ricchezza, usiamo un metro che considera tutte le cose che non abbiamo ma che vorremmo avere.

Fissiamo il nostro sguardo su coloro che hanno più di noi, e non su coloro che ne hanno meno. Però in realtà, se consideriamo bene tutte le situazioni che ci sono nel mondo, qui in Italia abbiamo tante benedizioni.

Dubito che qualcuno che vive qui abbia mai conosciuto la vera fame. Non conosciamo neppure che cosa significhi dormire letteralmente per strada, come vivono tanti nel mondo.

Diversamente da tantissime persone, noi abbiamo la possibilità di poter usufruire di medicinali in qualsiasi momento ci servano, e di avere una cura sanitaria migliore della grande maggioranza delle persone nel mondo.

Abbiamo la possibilità di godere di tante altre cose: dalla natura stupenda al cibo buonissimo. Che abbiamo tantissimo è chiaro!

Quello che vorrei considerare insieme a te è: da dove provengono tutte le nostre benedizioni? Per quale motivo le abbiamo ricevute e come dovremmo vivere alla luce di queste cose?

Ci può essere chi risponde che abbiamo tanto perché siamo delle brave persone che lavorano tanto. Certamente, è molto importante impegnarci nel nostro lavoro.

Però, ci sono tante persone nel mondo che si impegnano tanto, dalla mattina alla sera, probabilmente molto più di noi, ma che spesso vanno a letto con la fame, perché dove vivono, non hanno possibilità di lavorare.

Nessuno di noi ha potuto fare qualcosa prima della nascita per nascere con un cervello sano, anziché nascere ritardato, come non abbiamo fatto nulla per nascere con un corpo sano.

Quindi, in questo campo non abbiamo nessun merito. Non abbiamo nessun merito se consideriamo il fatto che siamo nati in un paese benestante, anziché essere nati in un paese di grande povertà.

Quindi, in realtà, non abbiamo nulla di cui possiamo giustamente vantarci. In verità, tutto quello che abbiamo e che siamo di buono e di bello viene da Dio, il nostro Creatore.

Egli è la fonte di tutto quello che abbiamo, anche delle nostre capacità. Se vogliamo capire il vero significato della vita, dobbiamo rivolgerci a Dio.

La testimonianza della Sacra Scrittura

Gli uomini hanno mille opinioni, e credono oggi una cosa e domani un’altra. Ma Dio è Dio, Egli non cambia mai!

Per aiutarci a capire la vita, e per rivelarsi a noi, Dio ci ha lasciato la Sua Parola, le Sacre Scritture.

Prima di tutto, in un passo nell’Epistola ai Corinzi, l’Apostolo Paolo dichiarò che i Corinzi non avrebbero dovuto gonfiarsi d’orgoglio, l’uno a danno dell’altro.

Leggiamo: “Infatti, chi ti distingue dagli altri? E che cosa possiedi che tu non abbia ricevuto? E se l’hai ricevuto, perché ti vanti come se tu non l’avessi ricevuto?” (1Corinzi 4:7 NRV)

Tutto ciò che possediamo di qualche valore, compreso tutto ciò che siamo capaci di fare, lo abbiamo ricevuto da Dio. Perciò, è assurdo vantarci, come se avessimo qualche merito nostro.

Un altro passo che ci aiuta a capire la nostra situazione è in Giacomo. “ogni cosa buona e ogni dono perfetto vengono dall’alto e discendono dal Padre degli astri luminosi presso il quale non c’è variazione né ombra di mutamento.” (Giac 1:17 NRV)

Ogni cosa buona viene da Dio. Anche l’intelligenza e la sapienza provengono da Dio, come leggiamo in un passo nei Proverbi.

“Il SIGNORE infatti dà la saggezza; dalla sua bocca provengono la scienza e l’intelligenza.” (Prov 2:6 NRV)

Al SIGNORE appartiene la terra e tutto quel che è in essa, il mondo e i suoi abitanti. (Salmi 24:1)

Tu, tu solo sei il SIGNORE! Tu hai fatto i cieli, i cieli dei cieli e tutto il loro esercito, la terra e tutto ciò che è sopra di essa, i mari e tutto ciò che è in essi, e tu fai vivere tutte queste cose, e l’esercito dei cieli ti adora. (Neemia 9:6)

Ascoltiamo quello che dichiarò il re Davide, quando il popolo ebreo stava per presentare a Dio delle offerte per costruire il Tempio: “Poiché chi sono io, e chi è il mio popolo, che siamo in grado di offrirti volenterosamente così tanto? Poiché tutto viene da te; e noi ti abbiamo dato quello che dalla tua mano abbiamo ricevuto.” (1Cronache 29:14)

Tutto quello che abbiamo proviene da Dio. Eppure, siamo più portati a ringraziare altre persone di quanto siamo portati a ringraziare Dio di cuore.

Tutto quello che abbiamo deriva da Dio. Dovremmo avere cuori che abbondano in ringraziamento a Lui, giorno per giorno.

Il peccato dell’ingratitudine verso Dio

L’ingratitudine non è solo un peccato sociale, ma un vero e proprio fallimento spirituale, poiché non riconoscere il bene è mancare di riconoscere Dio stesso.

La Bibbia parla molto della gratitudine e della sua assenza. Dio conosce la nostra natura e ci ha creati in modo tale da prosperare quando siamo umili, virtuosi e riconoscenti.

Quando siamo arroganti, immorali e ingrati, non possiamo avere comunione con Lui, né possiamo sperimentare appieno cosa significhi essere creati a immagine di Dio (Genesi 1:27; Giacomo 4:6; 1 Pietro 5:5).

Per questo Dio ha incluso nella Sua Parola ripetuti comandi sull’essere riconoscenti, ricordandoci che un cuore grato è un cuore felice (1 Tessalonicesi 5:18; Colossesi 3:15; Salmo 105:1).

L'ingratitudine è un peccato con gravi ripercussioni. Romani 1:18-32 offre una descrizione dettagliata della rovina di una persona o di una società.

Accanto all'idolatria, all'omosessualità e a ogni tipo di ribellione è elencata l'ingratitudine. Il versetto 21 dice: “Pur avendo conosciuto Dio, non lo hanno glorificato come Dio né gli hanno reso grazie”.

Questo ci dice che Dio prende sul serio la gratitudine - e l'ingratitudine. Finché una persona o una cultura rimane grata a Dio, conserva una sensibilità alla Sua presenza.

La gratitudine verso Dio richiede come minimo la fede in Lui, e l’ingratitudine non adempie alla nostra responsabilità di riconoscerLo (Proverbi 3:5-6; Salmo 100:4).

Quando rifiutiamo di essere grati o di esprimere gratitudine, diventiamo duri di cuore e orgogliosi. Diamo per scontato tutto ciò che Dio ci ha dato e diventiamo dei per noi stessi.

La parabola dei vignaioli omicidi

Nella parabola dei vignaioli omicidi Papa Francesco ha voluto evidenziare, durante l’Angelus, il grave peccato dell’ingratitudine.

«Il padrone di un terreno vi ha piantato una vigna e l’ha ben curata; poi, dovendo partire, la affida a dei contadini. Al momento della vendemmia, manda i suoi servi a ritirare il raccolto.

Ma i contadini li maltrattano e li uccidono; allora il padrone manda suo figlio, e quelli uccidono perfino lui. Come mai? Che cosa è andato storto? C’è un messaggio di Gesù in questa parabola.

… nella mente dei contadini si sono insinuati pensieri ingrati e avidi. Guardate che alla radice dei conflitti c’è sempre qualche ingratitudine e i pensieri avidi, possedere presto le cose.

“Non abbiamo bisogno di dare nulla al padrone. Il prodotto del nostro lavoro è solo nostro. Non dobbiamo rendere conto a nessuno!”. Così è il discorso di questi operai.

E questo non è vero: dovrebbero essere riconoscenti per quanto hanno ricevuto e per come sono stati trattati.

Invece l’ingratitudine alimenta l’avidità e cresce in loro un progressivo senso di ribellione, che li porta a vedere la realtà in modo distorto, a sentirsi in credito anziché in debito con il padrone che aveva dato loro da lavorare.

Quando vedono il figlio, arrivano addirittura a dire: «Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!». E da agricoltori diventano assassini.

È tutto un processo. E questo processo tante volte succede nel cuore della gente, persino nel nostro cuore.

Con questa parabola, Gesù ci ricorda cosa succede quando l’uomo si illude di farsi da sé e dimentica la gratitudine, dimentica la realtà fondamentale della vita: che il bene viene dalla grazia di Dio, che il bene viene dal suo dono gratuito».

Parabola dei vignaioli omicidi

Il banchetto del Regno e il rifiuto dell’invito

Il Re è Dio, il banchetto è il paradiso e gli invitati sono gli uomini.

Diciamo che l’invito qui diventa decisivo e l’ingratitudine purtroppo assume proporzioni infinite e drammatiche.

Il non presentarsi alla festa è praticamente un suicidio eterno. Di questo soffre Dio.

Dio ha pensato la storia in vista di quel giorno, di quell’ultimo giorno, del giorno senza tramonto. Dio ha dispiegato l’universo sui binari dello spazio e del tempo per portare l’umanità definitivamente con se.

La storia è un lungo tappeto disteso verso la stanza del Re, verso quel banchetto a cui tutti noi siamo invitati. Quanta stoltezza quindi nella nostra ingratitudine.

Una vera volontà di autodistruzione che sgomenta il nostro stesso Creatore. I ricchi dal cuore ingrato allora vengono sostituiti dai poveri ricchi di gratitudine.

I dieci lebbrosi: il dono ricevuto e il Donatore dimenticato

Cristo stesso esprime amarezza dinanzi all’ingratitudine. Il Vangelo documenta l’amara verità sull’ingratitudine nell’episodio dei dieci lebbrosi (Lc 17,11-19).

Dopo aver compiuto una guarigione prodigiosa, Gesù non poté fare a meno di osservare con tristezza: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?»

Questo lamento non è un capriccio per un complimento mancato, ma l’espressione di un dispiacere divino di fronte al cuore indurito che accetta il dono senza riconoscere il Donatore.

Gesù ci mostra che anche il bene più grande, la vita stessa, rischia di essere dato per scontato.

La guarigione dei dieci lebbrosi da parte di Gesù offre un esempio di quanto Dio apprezzi la gratitudine (Luca 17:12-19).

Gesù guarì tutti e dieci gli uomini, ma solo uno tornò per ringraziarlo (versetto 15). La Bibbia riporta specificamente che il lebbroso riconoscente non era nemmeno un ebreo.

Era un samaritano, un fatto che ribadiva l’idea che gli ebrei non fossero l’unico popolo in grado di raggiungere il cuore di Dio.

Il Signore nota coloro che Lo ringraziano, indipendentemente dallo status socio-politico o dal livello di spiritualità.

Le Sue domande “Non sono stati purificati tutti e dieci? Dove sono gli altri nove?” (versetto 17) mostrano la Sua delusione per l’ingratitudine della maggioranza.

Il pane dal cielo e il bisogno più profondo dell’uomo

Vogliamo ascoltare le parole di Gesù. Notate il modo in cui nostro Signore interpreta Esodo 16 e la manna dal cielo.

In altre parole, Gesù stava parlando di qualcosa di più importante di un pasto. Stava parlando di cibo spirituale. Stava parlando del nostro più grande bisogno.

Vedete: il punto di Gesù è che l’umanità ha un bisogno più grande del cibo. Come esseri umani, abbiamo molti bisogni legittimi: abbiamo bisogno di cibo, acqua, vestiti, riparo, famiglia, amici, lavoro.

Abbiamo bisogno di tutte queste cose per vivere. E Dio ce le fornisce. Ma c’è un bisogno che è molto più grande di questi. Abbiamo bisogno di Dio!

Siamo creati da Dio per Dio, per dare gloria a Lui e godere per sempre della sua presenza.

La brutta notizia è che, a causa del nostro peccato, cerchiamo di trovare soddisfazione in cose che solo la comunione con Dio può soddisfare.

Ecco perché il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Lui. Nessun altro buon “pane” di cui godiamo in questa vita - cioè cibo, famiglia, amici, lavoro, salute, ecc. - è «il pane vivente che è disceso dal cielo».

Tutte queste benedizioni vanno e vengono in questa vita. Salute, ricchezza, felicità, anche famiglia, è tutto temporaneo.

Ma «il pane vivente che è disceso dal cielo», cioè Cristo, è il pane eterno e permanente. Gesù è il pane che dà la vita eterna.

Ci ha amato e ha dato se stesso per noi. Per noi, «ci ha riscattati dalla maledizione della legge, essendo divenuto maledizione».

Cristo, che non ha conosciuto peccato, è diventato peccato per noi, affinché noi diventassimo giustizia di Dio in Lui.

Nessun altro “pane” di cui godiamo in questa vita, nessun altro dono che abbiamo ricevuto può fare per noi ciò che Cristo ha fatto!

Ecco perché Gesù ci dice: «In verità, in verità vi dico che se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete vita in voi.

Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue è vera bevanda» (Giovanni 6:53-55).

Cristo, con il suo corpo crocifisso e il suo sangue sparso, come confessiamo nel Catechismo di Heidelberg, «ciba e nutre in vita eterna la nostra anima, proprio come riceviamo dalla mano del ministro e assaggiamo con la bocca il pane e il calice del Signore, che ci sono dati come emblemi del corpo e del sangue di Cristo».

Per opera dello Spirito Santo, siamo davvero partecipi del suo vero corpo e del suo vero sangue in cielo.

«Tutte le sue sofferenze e la sua ubbidienza sono nostre, proprio come se avessimo sofferto e adempiuto noi stessi ogni cosa nella nostra stessa persona».

Conosci questo Salvatore? Hai ricevuto il pane vivente che è disceso dal cielo? Solo Lui può pagare per i tuoi peccati e darti la vita eterna.

Solo Lui può soddisfare il desiderio della tua anima e l’inquieto del tuo cuore. Solo Lui può mutare il nostro malcontento in gratitudine, e il nostro lamento in lode.

Veramente, in Cristo abbiamo una vita abbondante, e la gratitudine è appropriata.

L’ingratitudine e il senso del peccato

Una lamentazione unica! Una ingratitudine unica! Una mancanza di fede unica!

Mai che noi ci avviciniamo al Signore con questo atto di gratitudine, di culto, di amore, di delicatezza, di dolcezza, a dire: «Signore, oggi sono venuto in Chiesa e non ti chiedo niente, niente, nulla. Sono venuto solo per una cosa, per dirti: “Grazie e basta!” Signore, non voglio più mormorare contro di Te!»

«Ma Dio dov’è? Perché Dio non interviene? Dio si è dimenticato di me! Oh…che croce mi ha messo sulla schiena! Ma Dio ce l’ha con me… Ma perché il Signore non mi aiuta? Perché il Signore non ascolta le mie preghiere? Ma perché il Signore è così spietato? Ma perché il Signore non fa qualcosa? Ma perché…»

Perché tu non fai l’uomo e lasci a Dio fare Dio? Impicciati degli affari tuoi! Perché dobbiamo sempre mettere il naso nelle cose di Dio?

“Perché Dio fa e perché Dio non fa?”, ma saranno fatti Suoi, no? Di Dio ce n’è uno solo, basta e avanza! Lascia a Lui fare Dio, noi facciamo gli uomini!

Viste tutte le grazie che il Signore ci ha sempre fatto, non ultimo il fatto che siamo qui e che stiamo respirando, io sto parlando e voi state ascoltando, e siamo vivi per grazia di Dio, basta, basta!

Impariamo a fidarci! Possibile che Dio ha bisogno del nostro suggerimento per rendersi conto che noi esistiamo, Lui, che ci ha messi al mondo, che ci ha creati, che conosce ciascuno di noi, nome per nome, capello per capello, cellula per cellula?

Invece la nostra vita è piena di queste cose!

La confessione, il pentimento e il ritorno a Dio

Voi, questa sera, avete risposto “Amen”, che tradotto vuol dire: “Sì, sì, credo”, alla preghiera della Colletta, la prima preghiera che io ho letto, che dice: “Guarda noi, che riconosciamo la nostra miseria e, poiché ci opprime il peso delle nostre colpe, ci sollevi la Tua Misericordia”.

Domanda: «Ma voi vedete in giro tanti oppressi sotto il peso delle proprie colpe? Tutti sti oppressi dove sono? Oppressi dalle colpe? Ma quali colpe?»

Se ci confessiamo due volte all’anno, che oppressi siamo? Oppressi noi? Ma neanche per sogno! E quali colpe?

Non esiste più il peccato! Le colpe? Ma no! Sì, esistono gli errori, voi sentite ancora parlare di peccato?

Il peccato non c’è più, tanto il diavolo non esiste, e quindi non c’è più neanche il peccato.

Perché i peccati sono una cosa seria, sono un “No” a Dio, sono la disobbedienza alla Legge di Dio, sono la trasgressione a Dio, sono le offese a Dio!

Come si fa a dire “il solito”? Non c’è “il solito” nei peccati!

Come posso dire: «Non ho fatto peccati», quando la Bibbia dice che il giusto pecca sette volte al giorno?

Tu non hai fatto peccati? In sei mesi non hai fatto peccati? In un anno non hai fatto peccati?

Capite che poi non possiamo dire: «Non sento Dio» Certo. Tu te ne sei andato da Dio, l’hai lasciato diversi anni fa dietro di te, tu vivi come se Dio non esistesse!

Infatti, vi è stata la riforma del Sacramento della Penitenza, dopo il Concilio Vaticano II, questa bellissima riforma della Penitenza, voluta da Papa Paolo VI, ma noi non sappiamo neanche cosa c’è scritto, non l’abbiamo mai letta una volta probabilmente la riforma del Sacramento della Penitenza.

Se noi la leggessimo ci tremerebbero le gambe…è quella tuttora in vigore…

Perché cominceremmo a dire: «Ma io sono veramente pentito quando vado a confessarmi? Io avverto dentro che…?»

Dove si trova il nostro cuore?

Tenendo nell’orecchio il Beato Duns Scoto, lui dice: «Qual è stato il primo pensiero che hai avuto questa mattina, appena ti sei svegliato?»

Pensateci…il primo pensiero di stamattina quando mi sono svegliato quale è stato? Bene.

Il Beato Duns Scoto risponde: «Lì è il tuo cuore!», punto. Gesù nel Vangelo dice: «Dove sarà il tuo tesoro, lì sarà il tuo cuore».

Ecco, il primo pensiero che hai avuto, quello è il tuo cuore! Il tuo cuore è lì!

È stato Dio il nostro primo pensiero? Se è stato Dio, il nostro cuore è lì e lì deve stare.

Davanti a Lui io devo guardarmi dentro e dire: «Ma io cosa voglio fare? Ma io dove sono rispetto al Signore? Lui è morto per me e io per Lui cosa faccio?»

Dio non è una lista da spuntare, sapete come la lista della spesa, che io spunto, “fatto”, l’olio comprato, questo comprato, ma Dio non chiede questo.

Siccome Dio non è una cosa da spuntare, allora il Signore ci chiede: «Dentro nella tua vita, che tra l’altro Io ti do, Io che posto occupo? C’è un posto? Non c’è? Sono nello sgabuzzino? Mi hai messo in cantina? Io dove sono?»

Quando facciamo fatica ad andare a Messa la domenica… Andiamo a Messa una volta alla settimana e abbiamo anche il coraggio di arrivare in ritardo…incredibile!

Un’ora su sette giorni, un’ora scarsa, e quell’ora arriviamo in ritardo e andiamo fuori in anticipo…almeno dovremmo avere la coscienza di dire: «Non è una cosa seria», almeno quello.

La legge di Dio e il dovere della gratitudine

Quando consideriamo la nostra situazione davanti a Dio, non solo dobbiamo tener conto del fatto che abbiamo ricevuto tutto da Dio, ma dobbiamo anche considerare quello che meritiamo da Lui.

Tutto quello che abbiamo, perfino la nostra stessa vita, provengono da Dio. Ma, meritiamo tutto questo? O meglio dire: che cosa meritiamo da Dio?

Possiamo capire quello che pensiamo di meritare da Dio dal modo in cui Lo critichiamo in certi momenti.

Dire che una situazione brutta non è giusta presume che meritiamo di meglio. Infatti, quando ci lamentiamo di una situazione, significa che alla base, anche se non ce ne rendiamo conto, c'è il pensiero che meritiamo di meglio.

Quindi, sotto sotto crediamo che Dio sia obbligato a farci del bene. Secondo questo modo di pensare, se Dio non ci fa del bene, non è giusto.

In altre parole, crediamo di meritare il bene da Dio. Ma è proprio così? È proprio vero che meritiamo di ricevere del bene da Dio?

Che cosa abbiamo fatto per Dio per meritare qualcosa di buono da Lui? Abbiamo già considerato il fatto che Dio è il nostro Creatore, e tutto quello che abbiamo, compreso la nostra stessa vita, viene da Lui.

Dipendiamo da Lui per tutto. Per capire quello che meritiamo da Dio, dobbiamo capire il motivo per cui Dio ci ha creato.

Come nostro Creatore, Egli ha ogni diritto su di noi. Allora, per quale motivo ci ha dato la vita?

Dio ci ha creato per uno scopo ben chiaro: affinché lo onoriamo e Lo ringraziamo per ogni cosa, e Gli ubbidiamo, come frutto del fatto che riconosciamo il nostro bisogno di Lui.

Dio ci ha creati affinché viviamo nella sua presenza, godendo LUI come il nostro tesoro più grande, glorificandoLo, ringraziandoLo per ogni cosa, e ubbidendoGli come frutto di una fede vera in Lui.

Questo è lo scopo per cui Dio ci ha creato.

La legge morale e l’amore obbediente

Per mostrarci come dobbiamo vivere, Dio ci ha dato la sua Legge, e siamo responsabili di ubbidirGli, vivendo secondo la sua legge.

Come nostro Creatore, Dio ha stabilito due tipi di leggi. La prima è la sua legge dell'universo, che noi chiamiamo la legge naturale, per esempio, la legge della gravità e tutto quello che rende stabile l’universo.

Chi disubbidisce alla legge naturale di Dio ne pagherà le conseguenze. Per esempio, se uno si getta da un palazzo alto, sicuramente cadrà a terra.

Oltre a questa legge naturale Dio, essendo un Dio santo, ha anche stabilito la sua Legge morale, per insegnare a noi, che siamo le sue creature, come dovremmo vivere.

Nello stesso modo che ci sono conseguenze per chi disubbidisce alla legge naturale di Dio, così ci sono conseguenze anche per chi disubbidisce alla legge morale di Dio.

La differenza sta nel fatto che, mentre le conseguenze per la nostra disubbidienza alla legge naturale le riceviamo in questa vita, la maggioranza delle conseguenze per la nostra disubbidienza spirituale sarà al giudizio del mondo.

Consideriamo molto brevemente la legge morale di Dio. Troviamo la legge morale di Dio nella Parola di Dio, le Sacre Scritture, la Bibbia.

Pur essendo l’Italia considerata un paese “cristiano”, siamo estremamente ignoranti della Parola di Dio, e infatti, di solito, nemmeno i più ferventi nella religione hanno mai letto interamente la Parola di Dio.

Perciò, trascuriamo, e posso dire molto, la Parola di Dio. Non seguiamo, e nemmeno conosciamo, tutti i comandamenti di Dio.

A Gesù fu chiesto quale fosse il più grande comandamento. Ascoltiamo la Sua risposta: “30 Ama dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta l’anima tua, con tutta la mente tua, e con tutta la forza tua” Marco 12.30.

Quello che Dio vuole da noi è il nostro cuore; la cosa più importante per Dio è che Lo amiamo con tutto il nostro cuore.

Dio non accetta le nostre briciole. Gesù Cristo ci dichiara: Se voi mi amate, osserverete i miei comandamenti; Giovanni 14:15.

Amare Dio vuol dire ubbidirGli, non come se si trattasse di un pesante dovere, ma perché Lo ami, ed Egli è il tuo tesoro.

La gravità della colpa e il bisogno di misericordia

Se siamo onesti, e consideriamo che riceviamo tutto da Dio, e se consideriamo che Dio merita adorazione e ringraziamento tutti i giorni da noi, e merita anche un’ubbidienza totale a tutti i suoi comandamenti, diventa perciò chiaro che non solo NON meritiamo il bene che riceviamo, ma in realtà, siamo gravemente colpevoli nei suoi confronti.

Abbiamo ubbidito fedelmente a tutti i comandamenti di Dio? Assolutamente no, anzi, solitamente, nemmeno conosciamo tutti i comandamenti di Dio, visto che diamo a Dio poca importanza.

Abbiamo un cuore che abbonda in ringraziamento a Dio per ogni cosa? Anche qua, la risposta vera è assolutamente no.

Troppo spesso, prendiamo tutto per scontato. Altre volte, crediamo che otteniamo certe cose perché le abbiamo meritate.

Adoriamo Dio come Egli si merita? Anche qua, grande è la nostra colpa. Ci vantiamo di tante cose, come se fossero successe per merito nostro.

Innalziamo altri uomini. Ma assolutamente non diamo la gloria a Dio che Lui si merita, perché Lui è glorioso, sopra tutta la sua creazione.

Nei confronti di Dio, siamo colpevoli, gravemente colpevoli, anche se non ce ne rendiamo conto.

Visto che non seguiamo la legge di Dio, e non ringraziamo Dio come dovremmo, e non Lo glorifichiamo, noi siamo grandemente colpevoli nei suoi riguardi.

Infatti, Dio dichiara nelle Scritture: “tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio-” (Romani 3:23 NRV).

Tutti sono peccatori, tutti sono colpevoli. Ognuno di noi è nato e cresciuto colpevole davanti al nostro Creatore.

Non solo abbiamo peccato, ma siamo peccatori. Qual è la condanna per i nostri peccati?

“Perché il salario del peccato è la morte,” (Romani 6:23 NRV).

Il salario, ovvero, quello che sarà la giusta retribuzione per il peccato, è la morte, che nella Parola di Dio, vuol dire la separazione eterna da Dio.

Comunemente, denominiamo questa separazione: inferno, e sarà un tormento eterno, lontani da Dio e da ogni sua benedizione.

La misericordia che trasforma l’ingratitudine

La giusta domanda da porsi non è: “Perché Dio a volte permette che succeda il male?” ma è “Perché Dio ci permette così tanto bene, considerando che siamo veramente colpevoli nei suoi confronti?”

Il Signore non ci tratta secondo la misura della nostra ingratitudine. Anche quando l’uomo mormora, Dio continua a provvedere; anche quando l’uomo dimentica, Dio continua a sostenere; anche quando l’uomo si allontana, Dio continua a chiamare.

L’offerta del perdono e della salvezza nasce dall’amore di Cristo, che ha dato se stesso per noi. Solo Lui può pagare per i nostri peccati e darti la vita eterna.

Solo Lui può soddisfare il desiderio della tua anima e l’inquieto del tuo cuore. Solo Lui può mutare il nostro malcontento in gratitudine, e il nostro lamento in lode.

L’Eucaristia: il rendimento di grazie più alto

Per i Padri della Chiesa, la gratitudine è vista come il fondamento di tutte le virtù. San Giovanni Crisostomo affermava che la gratitudine è il modo più efficace per resistere al male e per moltiplicare i doni di Dio.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica insegna che l’Eucaristia (il cui nome significa appunto “rendimento di grazie”) è l’espressione più alta della nostra gratitudine a Dio.

Il cristiano è chiamato a vivere un costante stato di riconoscenza attiva, superando la pigrizia e l’orgoglio.

Siamo chiamati a esprimere il “grazie” al prossimo per l’amore e l’impegno che ci mostrano, ma, prima di tutto, a innalzare costantemente un rendimento di grazie a Dio, donatore di ogni bene, non solo per le gioie, ma anche per le prove, confidando che «tutto concorre al bene di coloro che amano Dio» (Rm 8,28).

San Francesco e il ringraziamento per ogni creatura

San Francesco d’Assisi rendeva grazie a Dio per tutto, anche quando il male si accaniva contro di lui, per questo, prima della sua morte che sentiva ormai prossima, volle ringraziare il Signore componendo il “Cantico delle creature”.

Per questo disse: «Ogni giorno usiamo delle creature e senza di loro non possiamo vivere, e in esse il genere umano molto offende il Creatore.

E ogni giorno ci mostriamo ingrati per questo grande beneficio, e non ne diamo lode, come dovremmo, al nostro Creatore e datore di ogni bene» (FF 1592).

Dobbiamo, dunque, considerare con pio affetto la pietà di quest’uomo beato, che fu così meravigliosamente soave e potente da domare gli animali feroci, addomesticare quelli selvatici, ammaestrare quelli mansueti, indurre all’obbedienza i bruti, divenuti ribelli all’uomo dal tempo della prima caduta.

Questa è veramente la pietà che, stringendo in un solo patto d’amore tutte le creature, è utile a tutto, avendo la promessa della vita presente e della futura.

Come combattere concretamente il peccato dell’ingratitudine

Il cristiano è chiamato a riconoscere ogni giorno i doni ricevuti e a rifiutare la mentalità del “tutto è dovuto”.

  • Ricordare che ogni bene viene da Dio.
  • Ringraziare Dio per la vita, il respiro, la salute, il cibo, la famiglia e ogni dono.
  • Ringraziare le persone che ci hanno aiutato, educato, sostenuto e accompagnato.
  • Riconoscere la propria ingratitudine prima di giudicare quella degli altri.
  • Sostituire la mormorazione con la preghiera.
  • Portare a Dio le lagnanze e le frustrazioni con ringraziamento.
  • Chiedere perdono a coloro ai quali abbiamo causato dolore.
  • Ricorrere con sincerità al Sacramento della Penitenza.
  • Partecipare all’Eucaristia come rendimento di grazie.
  • Ricordare che Cristo è il pane vivente disceso dal cielo.

Che il Signore Gesù in questa Quaresima ci conceda la grazia, o meglio, che lo Spirito Santo ci conceda la grazia della luce, di non fare l’errore del popolo di Israele e di saper vedere le grazie immense che Dio ci fa, di esserne grati e di saperne fare memoria!

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