Le omelie del cardinale Carlo Caffarra: spunti per l’anima e per la vita cristiana

Le omelie del cardinale Carlo Caffarra raccolgono una predicazione capace di unire profondità teologica, chiarezza pastorale e attenzione concreta alla vita delle persone. I temi trattati vanno dal senso dell’esistenza alla bellezza della vita coniugale, dalla coscienza e dall’agire buono alla felicità di chi ha incontrato Gesù Cristo.

Una selezione di brevi e efficaci brani tratti da discorsi, relazioni e omelie del cardinale Caffarra è stata pubblicata nel volume “Prediche corte e tagliatelle lunghe. Spunti per l’anima”, curato da Lorenzo Bertocchi e Giorgio Carbone OP, con prefazione di mons. Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna.

Il volume “Prediche corte e tagliatelle lunghe”

Rileggendo i discorsi e le omelie del suo periodo bolognese ci si accorge dell’abbondanza e della profondità del suo magistero: una grande tavola imbandita con ogni ben di Dio. In questo libro c’è un bel piatto di tagliatelle (corte) che da solo può già saziare, perché dice con chiarezza quello bisogna dire.

Semplici, generose e saporite, le tagliatelle sono un piatto popolare, buone per tutti i gusti. Sono spunti per l’anima offerti da uno chef d’eccezione, un grande emiliano cardinale.

ElementoInformazione
TitoloPrediche corte e tagliatelle lunghe. Spunti per l’anima
ISBN9788870949476
CollanaItinerari della fede
Pagine208
Dimensione125 x 195
SoggettiSpiritualità/Meditazioni
Anno2017
Rilegaturabrossura

La preghiera per i defunti e la speranza cristiana

Cari fratelli e sorelle, il mio saluto va a tutti voi che siete qui convenuti per partecipare alla preghiera di Cristo al Padre in occasione del primo anniversario della salita al Cielo di colui che è stato il vostro arcivescovo, il cardinale Carlo Caffarra. Tra tutti voi, desidero innanzitutto salutare e ringraziare monsignor Matteo Zuppi per avermi invitato a tenere l’omelia durante questa celebrazione eucaristica, riconoscendo in questo modo il legame particolare che ha unito per quarant’anni la mia persona e quella del cardinale, in un rapporto vissuto da me sempre in modo diseguale (lui era il maestro, io il discepolo) e nello stesso tempo come una profondissima amicizia che ci rendeva fratelli e collaboratori nell’opera di Dio.

La prima ragione per cui si prega per un defunto sta nel riconoscimento della nostra comune fragilità. Ogni persona, quando si presenta al cospetto di Dio, ha bisogno di avvocati, di difensori, delle preghiere del popolo cristiano, affinché la luce del Padre bruci tutte le sue impurità e la renda degna di vivere pienamente trasparente e luminosa al cospetto di Dio.

Il primo dovere che nasce da un’amicizia, da una figliolanza, è quello della preghiera. Chi vi parla desidererebbe che, alla sua morte, il suo popolo sentisse la gioia di offrire delle Sante Messe per lui.

La seconda ragione della nostra preghiera nasce dal profondo convincimento che chi è morto in realtà è vivo. Anche se il suo corpo si va disfacendo, come ha scritto san Paolo (2Cor 4,16), la sua vita continua in attesa del nuovo corpo glorioso che presto gli verrà concesso dal Padre, a partecipazione del corpo risorto di Cristo.

Il nostro dialogo con coloro che sono invisibili, ma non assenti, è una delle esperienze più belle e confortanti della nostra vita. Ne siamo sicuri: i nostri cari defunti che sono in Cielo, intervengono presso il trono di Dio, a loro volta pregano per noi, ci sostengono e ci aiutano nei momenti difficili.

È questa una delle avventure più consolanti della mia vita di settantenne: un dialogo che tesse un filo di conversazione tra coloro che vivono con me e coloro che a lungo hanno vissuto in mia compagnia, ma ora sono già nella dimensione dell’eterno.

Come è consolante per tutti noi entrare in quella giusta dimensione della vita che la fede ci assicura e che purtroppo oggi sembra essere sconosciuta ai più: non vogliamo fratelli lasciarvi nell’ignoranza a proposito di quelli che sono morti, perché non siate tristi come gli altri che non hanno speranza (1Ts 4,13).

Uno dei compiti fondamentali e illuminanti di un vescovo, di un prete, di un’intera comunità cristiana è propriamente quello di portare la speranza a coloro che altrimenti sarebbero nella disperazione. Di fronte alle tragedie di tutti i giorni, non abbiamo quasi mai la facoltà di cambiare il corso degli eventi, ma abbiamo sempre la possibilità gigantesca di portare la speranza, di illuminare le persone sulla fecondità misteriosa del dolore, sulla vicinanza di Dio, sull’importanza di ogni vita, qualunque sia stato il suo tragitto, su ciò che ci attende nelle braccia della Trinità.

Il banchetto di Dio e il compito della Chiesa

Nella prima lettura che abbiamo ascoltato, il profeta Isaia ci ha parlato dell’opera di Dio: egli prepara per tutti un banchetto di grasse vivande (cf. Is 25,6). È un’immagine che narra la positività, la gioiosità di ciò che Dio ha in mente per ciascuno di noi.

Egli strapperà il velo che copriva la faccia di tutti i popoli. Eliminerà la morte per sempre, asciugherà le lacrime su ogni volto (Is 25,7a.8a).

I cristiani hanno nel mondo il compito di svelare il volto dei popoli, cioè di togliere quel velo che impedisce loro di vedere e di comprendere, aiutando tutti a leggere la storia di Dio che cammina dentro la storia degli uomini.

Caffarra teologo e vescovo

Di tutte queste cose don Carlo, come famigliarmente voleva essere chiamato dagli amici, è stato un grande maestro. Il suo compito innanzitutto come teologo, poi come vescovo, è stato quello di abbeverarsi continuamente alla verità di Dio per trasmetterla al popolo che gli era affidato, agli studenti di Milano e di Roma, ai ferraresi e ai bolognesi.

Abbeverarsi a Dio ha voluto dire per lui fondamentalmente: silenzio, preghiera, studio e insegnamento. La Sacra Scrittura, i Padri della Chiesa, i grandi maestri della Scolastica, i filosofi di ogni tempo sono stati i quattro pilastri della sua scuola.

Questo è stato il fondamento su cui si è costruito tutto l’edificio del suo sapere. Dio aveva donato a don Carlo una ragione pensante di straordinaria attività e profondità.

Certamente, la ragione non sarebbe bastata e si sarebbe potuta anche piegare contro se stessa. Caffarra, nel lungo esercizio del suo magistero di professore e di vescovo, ha saputo coniugare continuamente la ragione con le ragioni della fede, ci ha mostrato i sentieri che la ragione può percorrere e quelli che solo la fede sa illuminare.

Spero che presto possa essere a disposizione di tutti l’enorme tesoro del suo insegnamento, anticipato quasi come un aperitivo dai padri domenicani che hanno curato il volume intitolato: “Prediche corte e tagliatelle lunghe. Spunti per l’anima”.

Cardinale Carlo Caffarra durante una celebrazione

L’amicizia, la bellezza e il carattere emiliano

Non posso né voglio dimenticare in questo mio ricordo il dono dell’amicizia. Don Carlo è stato veramente un’anima emiliana.

Egli sapeva godere soprattutto della bellezza di un testo, di un quadro, di uno spettacolo della natura, di una poesia, di un cibo, di un romanzo e in modo particolare della musica. La sua risata, che scoppiava quasi imprevista sul suo volto pacificato e pacificante, diventava il segno del suo profondo approccio positivo all’esistenza.

Non mancavano certo in lui parole e momenti di preoccupazione. Anzi, talvolta questi sembravano prendere il sopravvento e generavano in lui un ultimo abbandono a Dio, come gradino supremo della sapienza umana.

Sono contento di aver conosciuto don Carlo, di aver potuto vivere con lui tanti momenti della mia maturità e della mia incipiente vecchiaia, di essere stato testimone del suo infinito amore per la Chiesa e per il papa.

La memoria ecclesiale di Bologna

La Chiesa di Bologna ha avuto grandi padri nell’epoca a noi più vicina, oltre a don Carlo. Desidero qui ricordare, almeno per nome, coloro che ho potuto conoscere di persona: il cardinal Lercaro, il cardinal Poma, monsignor Manfredini, il cardinal Biffi.

Come ci ricorda la Lettera agli Ebrei, quando si poggia su un numero così grande di testimoni, si può coraggiosamente camminare nella storia (cf. Eb 12,1), vivendo la fecondità dell’appartenenza ecclesiale come dono di gioia e di luce a tutti gli uomini nostri fratelli. Amen.

Il bene del matrimonio e della famiglia

Il bene del matrimonio e della famiglia”. Questo il titolo della conferenza tenuta dal card. Carlo Caffarra, arcivescovo di Bologna, in occasione del 25° anniversario della salita al cielo di don Pietro Margini.

La Cattedrale di Reggio Emilia ha ospitato l’evento e la Santa Messa successiva.

‘La salvezza della Chiesa nei nostri tempi deve venire dalle famiglie’, così […]

Omelia del cardinale Carlo Caffarra tenuta il 10 gennaio 2015 presso la Cattedrale Santa Maria Assunta di Reggio Emilia, in occasione della messa del 25° anniversario della morte di don Pietro Margini (trascrizione nel pdf allegato).

Il perdono che rigenera l’uomo

Cari fratelli e sorelle, che cosa è che mette in movimento tutto l’io della peccatrice da spingerla ad un effusione quasi priva di controllo? Che cosa è che impedisce alla presenza di Cristo di rompere il nocciolo duro della mentalità del fariseo che invita Gesù a pranzo?

La narrazione evangelica in realtà si regge tutta su questa differenza: l’io della peccatrice mosso, commosso, visceralmente direi, dalla Presenza; l’io del fariseo chiuso dentro ad una mentalità che non si lascia trafiggere dalla Presenza.

La risposta è Gesù stesso a darcela, inventando una breve parabola: «un creditore aveva due debitori …».

È il perdono come atto divino che mette in movimento, che commuove tutto l’io, perché è l’atto che rigenera l’io alla radice. E l’epifania, la trasparenza di un’io rigenerato è l’amore, la recuperata capacità di amare: «le sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato. Invece, quello a cui si perdona poco, ama poco».

Perché l’atto divino del perdono cambia l’io alla radice? Perché cambia in primo luogo l’identificazione del proprio io con i propri atti: «saprebbe chi è e che specie di donna è colei che lo tocca: è una peccatrice».

Il fariseo non comprende che proprio per il fatto che Cristo è “un profeta”, guarda quella donna non definendola, costringendola e identificandola con ciò che fa e ha fatto, ma come persona che ha alla fine un solo bisogno: amare ed essere amata.

È questo sguardo di Gesù che rigenera l’io perché lo colloca nella sua verità. È stato lo sguardo di Gesù a schiodare Pietro dal suo tradimento: «allora il Signore, voltatosi, guardò Pietro … e [Pietro], uscito, pianse amaramente» [Lc 22,61-62].

La peccatrice «stando dietro, presso i suoi piedi, piangendo cominciò a bagnarli di lacrime».

Perché l’atto divino del perdono cambia l’io alla radice? Perché vedendosi amato, diventa capace di corrispondere all’amore, diventa capace di amare.

Scrive Agostino: «non vi è … invito più efficace ad amare che essere primi nell’amore; e troppo duro è il cuore che , non avendo voluto spendersi nell’amare,non voglia neppure contraccambiare l’amore» [Prima catechesi cristiana 4,7,2; NBA VII/2, pag. 193].

L’incontro con Cristo e il cambiamento dell’io

Nell’esperienza di Zaccheo tutto questo è ancor più evidente. Come avrete notato ascoltando la pagina evangelica, accade nella peccatrice perdonata un fatto davvero straordinario.

Possiamo narrarlo colle parole di Paolo: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio che mi ha amato e ha dato se stesso per me» [Gal 2,20].

Si opera un de-centramento dal proprio io al Tu di Cristo. La propria vita, il proprio sentire e pensare, le proprie scelte, tutto ciò che costruisce la propria persona non è più edificato sul proprio io ma in ordine ad in relazione a Cristo.

«Nell’esperienza di un grande amore tutto si raccoglie, nell’esperienza io-tu, tutto ciò che accade diventa un avvenimento dentro quell’ambito» [R. Guardini]. L’asse dell’esistenza è il rapporto con Cristo vivente nella sua Chiesa.

Il pellegrinaggio come immagine della sequela

Cari fratelli e sorelle, il grande pellegrinaggio che fra poco inizierà è una grande metafora dell’evento accaduto alla donna di cui parla il Vangelo, e che può accadere in ciascuno di noi mediante la celebrazione eucaristica.

È ancora S. Paolo che ci aiuta a cogliere il legame profondo fra la Parola ascoltata, il Mistero celebrato, il pellegrinaggio a Loreto.

Scrivendo ai cristiani di Filippi, egli dopo aver narrato il suo incontro con Cristo come evento che cambia radicalmente il suo io, dice: «non che io … sia ormai arrivato alla perfezione; solo mi sforzo di correre per conquistarlo, perché anch’io sono stato conquistato da Gesù Cristo … dimentico del passato e proteso verso il futuro, corro verso la meta» [cfr. Fil 3,12-13].

Cari amici, l’incontro con Cristo “mette in movimento l’io” verso non qualcosa d’altro all’infuori di Cristo stesso. «Cerchiamo col desiderio di trovare, e troviamo col desiderio di cercare ancora», dice S. Agostino.

Ma arriverà il momento questa notte in cui vi sentirete stanchi, vi faranno male i piedi. Così prima o poi accade anche nella sequela di Gesù.

E allora sei tentato di fermarti. Non ci riesco: mi fanno male i piedi, e quindi non riesco a camminare dietro di Lui.

E pensi che non ce la fai più a portare la croce di una malattia o di una grave sofferenza; che non sopporti più i tuoi genitori; che stai consumando i tuoi giorni perché non ti impegni nel lavoro o nello studio; che non riesci a non avere rapporti sessuali colla tua ragazza/o prima del matrimonio.

Ascolta quanto scrisse uno che per anni avvertì queste stesse difficoltà, anche quando aveva già capito che solo seguendo Gesù avrebbe trovato la vera gioia.

Si tratta di S. Agostino, che dice: «forse tenti di camminare, e ti dolgono i piedi e ti dolgono perché … hai percorso duri sentieri. Ma il Verbo di Dio è venuto a guarire anche gli storpi. Ecco, dici, io ho i piedi sani, ma non riesco a vedere la via. Ebbene, egli ha illuminato anche i ciechi» [Comm. al vangelo di Giov. 34,9; NBA XXIV, pag. 725].

Cari fratelli e sorelle: Cristo è tutto. È la via; è la meta; è la forza che ci fa camminare. Amen.

La potenza della Parola e la testimonianza di Stefano

Bologna, 26 dicembre 2014 - “Non rassegnatevi alla monotonia del male”. E' questo il messaggio forte del cardinale Carlo Caffarra, che stamattina ha celebrato la Santa Messa per la festa di Santo Stefano.

Nella cripta della Cattedrale di San Pietro Caffarra ha invitato i diaconi permanenti a mantenere la fede nella potenza della parola di Dio.

Carissimi diaconi permanenti, la prima caratteristica che la Scrittura attribuisce al protomartire Stefano è la seguente: «pieno di grazia e di potenza».

La grazia: il dono del favore di Dio; il divino compiacimento di cui la sua persona è oggetto. La potenza: la forza stessa con cui Gesù “caccia fuori il principe di questo mondo”, comunicata anche a Stefano.

E’ una potenza, questa, come abbiamo ascoltato, che si esprime in «grandi prodigi e miracoli tra il popolo», e «nella sapienza ispirata con cui egli parlava».

Nel Vangelo [Mc 9, 14 ss] si mostra chiaramente che la potenza concessa ai discepoli è la potenza stessa di Dio e presuppone la fede, ossia un rapporto personale con Gesù: «questa specie di demoni non si può scacciare in alcun modo, se non con la preghiera» [29].

Questa origine ultima della potenza di cui è pieno Stefano, ci introduce nella sua interiorità, nella sua vita più profonda.

«Stefano, pieno di Spirito Santo, fissando gli occhi al cielo, vide la gloria di Dio e Gesù che stava alla sua destra, e disse: ecco, io contemplo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo che sta alla destra di Dio».

E’ qui narrata l’esperienza centrale del santo Protomartire. «Vide la gloria di Dio».

Che cosa è la visione della gloria di Dio? E’ la rivelazione che Dio fa a Stefano dello splendore della sua Luce increata.

Da questa Luce il Protomartire è illuminato, poiché vi entra. E’ in questa luce che Stefano vede «il Figlio dell’uomo che sta alla destra di Dio», quel “Figlio dell’uomo” di cui parla la profezia di Daniele.

E’ la gloria di Colui che è stato crocifisso: di Colui “il cui scettro, il cui potere stende il Signore da Sion»; dell’Agnello immolato a cui il Padre dice: «domina in mezzo ai tuoi nemici».

Il martire, il testimone di questo dominio raggiunge l’apice della sua potenza proprio nel momento della sua debolezza. La morte di Stefano genera Paolo.

Dunque, carissimi diaconi permanenti, immerso nella visione della Gloria di Dio e del Crocifisso seduto alla destra, Stefano diventa pieno di potenza.

E’ la potenza propria di chi annuncia il Regno di Dio che si realizza nella vita e nell’opera di Gesù.

La predicazione del Vangelo di fronte al male

Quale grande luce viene alla vostra vita da questo schizzo della figura di Stefano! Vorrei ora sottolineare alcuni profili.

Cari diaconi permanenti, una delle tentazioni più gravi - forse la più grave - che oggi può insidiare la predicazione del Vangelo è la mancanza di fede nella potenza della Parola che noi annunciamo.

Una potenza che non le viene dalle qualità di chi l’annuncia, ma che essa possiede in se stessa e per se stessa.

E’ una mancanza di fede che genera pessimismo, fatalismo, sfiducia, tristezza del cuore. Mancanza di fede che ci può portare a pensare persino che tanto non cambierà nulla; che la monotonia del male è più forte della sorpresa del bene.

Come potete immunizzarvi da questa malattia? Non riducendo mai l’evento cristiano ad un fatto accaduto semplicemente nel passato, e di cui si può solo avere una conoscenza storica, raggiunta attraverso l’esegesi biblica.

L’evento cristiano, la risurrezione di Gesù ed il suo Regno, accade ora nel mondo, e noi siamo i testimoni, anche colla parola, di questa Presenza.

Stefano la vedeva incombere dentro allo scontro che stava accadendo fra lui ed il Sinedrio.

La venuta del Regno non è rimandata dopo il tempo. Essa si realizza oggi in coloro i quali accolgono nella fede l’annuncio del Vangelo, e sono invasi dalla grazia di Cristo.

Ma esiste anche il mondo che negli uomini disobbedienti alla Parola, si chiude alla Presenza del Risorto.

Chi annuncia il Vangelo si pone nel “punto della decisione”. “Vede la gloria di Dio e il Figlio dell’uomo che sta alla sua destra”: è questa visione di fede la sorgente della nostra potenza e speranza.

La responsabilità per la città e il bene comune

Una citta' "sempre piu' disgregata" e pericolosamente in bilico, a un passo dal perdere la sua pace sociale se non si ridanno lavoro e casa a chi non li ha piu'; e se non rida' valore alla famiglia (tradizionale).

Nell'omelia per il Te deum di fine anno in S.Petronio, il Cardinal Carlo Caffarra lancia piu' di un allarme rosso: chiede a Bologna di guardarsi allo specchio e riconoscere che "esiste ormai una grave mancanza di riconoscimento delle pubbliche istituzioni, un grave deficit di identificazione del proprio vivere associato con esse. Un fatto pubblico recente lo ha inequivocabilmente testificato".

Non si spinge oltre, tuttavia e' evidente che l'eco del flop dell'affluenza alle elezioni regionali si sente ancora.

Ma soprattutto, ammonisce l'arcivescovo, a Bologna "esiste il rischio che venga messa in questione la pace sociale, frutto prezioso dell'amicizia civile, primo tessuto connettivo della societa'.

Vi assicuro: sta prendendo dimora nella nostra citta' un diffuso malessere, sempre piu' pervasivo.

La Chiesa ha buoni 'organi sensoriali' al riguardo.

E per rimarcare il concetto il Cardinale parla di "un malessere che sta -e non poteva essere diversamente- fruttando violenze, prepotenze inammissibili".

Per Caffarra "il segno piu' evidente di questa citta' sempre piu' inquieta e disgregata e' ancora, nonostante il lodevole impegno di molti, quel degrado che ne ha deturpato l'incomparabile bellezza, al di sotto dei limiti della decenza".

Rinascere attraverso la responsabilità

Eppure non tutto e' perduto: "In questa sera in cui tutto ci parla di fine, la parola di Dio ci ricorda che ogni nascita, ogni persona e' capace di garantire un nuovo inizio".

E il ricordo dell'"inizio gioioso e liberante del bambino nato da Maria", che "ha in se' la forza di rinnovare ogni cosa", dice che "anche noi abbiamo la capacita' di 'rinascere'; anche la nostra citta'".

Tuttavia, avverte Caffarra, "il modo sbagliato per 'rinascere' sarebbe l'accusa reciproca o lo scarico di responsabilita'. Queste terapie peggiorano il male, perche' fanno crescere la divisione".

La rinascita della citta' "puo' aversi solo da una presa di coscienza profonda delle proprie responsabilita'. Un vero e proprio esame di coscienza".

E questo, "lo deve fare la Chiesa che e' in Bologna, e in primo luogo io stesso, il vescovo".

Ma "lo deve fare ognuno che abbia responsabilita' pubbliche. E chiedersi semplicemente: 'ma io, nel mio operato, metto veramente al primo posto il bene comune o qualcosa d'altro?'

E' vero che il modo di perseguire il bene comune e' diverso a seconda delle responsabilita' pubbliche di ciascuno. Tuttavia alcune esigenze sono affidate a tutti".

Caffarra ne evidenzia due.

  • "La prima: perseguire il bene comune significa mettere i poveri al primo posto. Per i poveri intendo coloro che sono privi dei due beni umani fondamentali: il lavoro e la casa".
  • La seconda: "perseguire il bene comune significa tutelare e promuovere il luogo dove si impara l'alfabeto della comunita' interpersonale, cioe' la famiglia. Essa e' la pietra angolare dell'edificio sociale. Non e' con registri e leggi che si puo' sostituire questa funzione".

Caffarra insiste sul punto: "La societa' e' a immagine della famiglia. Se la societa' in cui viviamo e' disgregata, incapace come e' di creare legami che non siano precari, e' perche' la famiglia si va sempre piu' indebolendo nelle sue relazioni costitutive".

E' dunque "grave", sottolinea, la "responsabilita' di chi difende, sostiene e promuove stili di vita o forme di convivenza che precisamente oscurano, nella coscienza sociale, l'identita' forte della famiglia".

La gratitudine per chi costruisce il bene

Bologna pero', "questa sera, ha tuttavia anche il dovere di ringraziare il Signore, e lodarlo".

Deve farlo, secondo Caffarra "per l'eroismo quotidiano di chi nonostante tutto non si stanca di agire bene", per "il coraggio degli sposi che donano la vita, facendo un grande atto di speranza nel futuro", per "la pazienza dei poveri, che vincono la tentazione di ricorrere alla violenza", per "coloro che si mettono al loro servizio, diffondendo nella nostra citta' fraternita' e solidarieta'".

E infine, conclude Caffarra, "per chi lungo i secoli ha reso grande nella giustizia, nella liberta', nella scienza la nostra citta'. E per tutti coloro che partendo da questa Basilica, questa sera avranno nel cuore il desiderio di farla risorgere".

La memoria del cardinale Caffarra

BOLOGNA - Il Cardinale Arcivescovo ha celebrato una messa in suffragio del predecessore, Card. Caffarra, nel terzo anniversario della morte. Nell’omelia ha ricordato il suo appassionato servizio per la Chiesa e il suo incondizionate amore alla Cattedra di Pietro.

Domenica pomeriggio, l’Arcivescovo ha presieduto la celebrazione eucaristica in occasione del terzo anniversario della morte del suo predecessore il Cardinale Carlo Caffarra.

Erano presenti alla celebrazione i famigliari del defunto Cardinale e mons. Livio Melina, che collaborò con lui nell’Istituto Giovanni Paolo II per gli studi su Matrimonio e Famiglia.

Il Cardinale ha espresso la gioia di questo incontro eucaristico dopo un lungo periodo di lontananza, comunità di fratelli e sorelle che fondano la loro concordia attorno al nome e alla presenza di Gesù.

Ricordiamo e ringraziamo il Cardinale Caffarra, ha detto ancora l’Arcivescovo, per la sua preoccupazione appassionata per la Chiesa e per gli uomini: certamente Caffarra avrebbe desiderato che venisse capito meglio nel suo coinvolgimento personale e in realtà fortemente affettivo, un coinvolgimento che mai si è trasformato in opportunismo.

Tutt’altro. Il Cardinale Zuppi ha fatto riferimento all’ultimo discorso preparato da Caffarra e non pronunciato a causa della morte improvvisa per la giornata della Nuova Bussola Quotidiana, una specie dunque di testamento spirituale che è prezioso anche in questo tempo di ripartenza dopo la crisi pandemica.

Il discorso era sulla ricostruzione dell’umano dopo la contraffazione della coscienza morale subita dalla cultura occidentale.

Ringraziamo il Signore, ha proseguito l’Arcivescovo, per l’amore che il Cardinale ha avuto sempre per la Chiesa e per il modo con cui, anche nelle forti difficoltà, ha sempre professato la sua “assoluta dedizione e il suo amore incondizionato”, come ebbe a dire, “per la Cattedra di Pietro, il dolce Cristo in terra”.

Il discorso, ha detto ancora il Cardinale, si è interrotto improvvisamente, ma continua nell’amore pieno alla Chiesa e al mondo.

Il Cardinale Zuppi ha voluto anche ricordare il prossimo beato Olinto Marella con le parole che ebbe a dire di lui il predecessore: “Marella richiama la coscienza di Bologna; è una salutare spina piantata nella carne”.

“Nello stesso sguardo, - diceva ancora Caffarra - padre Marella ha visto nel povero Cristo e in Cristo il povero. Ha visto la miseria umana; ha contemplato Cristo e con tutte le sue forze ha lavorato per avvicinarli. La sua testimonianza resti piantata nella coscienza della città”.

Terminata la celebrazione, l’Arcivescovo è sceso nella cripta, insieme ai famigliari del Card. Caffarra per una benedizione della tomba.

Salutando i presenti il Cardinale ha ricordato l’intenzione di preghiera che tra le tante stava tanto a cuore al predecessore, e per il quale invoca ancora la sua preghiera dal cielo, cioè le vocazioni sacerdotali.

La raccolta delle omelie e degli scritti

Questo sito, approvato dall’Autore fin dalla sua fondazione nel 1995, si propone di diffondere i documenti elaborati da Sua Eminenza il Cardinale Carlo Caffarra.

È la raccolta più completa e accurata di omelie, conferenze, incontri, catechesi, lettere pastorali e quant’altro sia stato scritto e detto dal Cardinale, già dall’inizio della sua attività di docente e di pastore, nel 1976, e fino alla sua morte nel 2017.

Si possono eseguire ricerche all'interno di questo sito.

Legenda: Colore verde, omelie Colore marrone, incontri e relazioni Colore rosso, catechesi Colore nero, documenti scritti.

Omelia del Card. Caffarra per San Petronio

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