Nella dottrina cattolica, l’indulgenza è la remissione davanti a Dio della pena temporale dovuta per peccati la cui colpa è già stata rimessa, cioè per peccati già perdonati mediante l’assoluzione sacramentale. Essa viene concessa dalla Chiesa, che, come ministra della redenzione, dispensa e applica il tesoro delle soddisfazioni di Cristo e dei santi.
L’indulgenza non cancella la colpa del peccato e non sostituisce la confessione, la conversione o la penitenza: riguarda la pena temporale, cioè quella purificazione e quel rinnovamento che rimangono necessari anche dopo il perdono. Può essere parziale o plenaria, secondo che liberi in parte o in tutto dalla pena temporale dovuta per i peccati.
Il significato di satisfactio, poena e indulgenza
Per comprendere la dottrina cattolica delle indulgenze è necessario distinguere tre concetti collegati tra loro: la colpa, la pena e la soddisfazione. La colpa è l’offesa arrecata a Dio dal peccato; la pena temporale è il disordine che il peccato lascia nella persona e nelle sue relazioni; la soddisfazione è la risposta concreta con cui il peccatore, aiutato dalla grazia, percorre il cammino di purificazione e di riparazione.
Secondo la dottrina cattolica, l’indulgenza è la «remissione innanzi a Dio della pena temporale per peccati già cancellati per quanto riguarda la colpa, che il fedele debitamente disposto e a determinate condizioni acquista per intervento della Chiesa la quale, come ministro della redenzione, dispensa e applica autoritativamente il tesoro delle soddisfazioni di Gesù Cristo e dei santi».
L’indulgenza è dunque un atto di giurisdizione esercitato dalla Chiesa sui fedeli viventi come modo di assoluzione ed è applicata ai defunti, sui quali la Chiesa non ha più giurisdizione, dai viventi che offrono al Signore i meriti soddisfattori di Gesù Cristo, della Vergine e dei santi, pregandolo di accettarli in remissione delle pene che le anime devono ancora scontare in purgatorio.
La duplice conseguenza del peccato
Per comprendere questa dottrina e questa pratica della Chiesa bisogna tener presente che il peccato ha una duplice conseguenza. Il peccato grave ci priva della comunione con Dio e perciò ci rende incapaci di conseguire la vita eterna, la cui privazione è chiamata la “pena eterna” del peccato.
D’altra parte, ogni peccato, anche veniale, provoca un attaccamento malsano alle creature, che ha bisogno di purificazione, sia quaggiù, sia dopo la morte, nello stato chiamato Purgatorio. Tale purificazione libera dalla cosiddetta “pena temporale” del peccato.
Queste due pene non devono essere concepite come una specie di vendetta, che Dio infligge dall’esterno, bensì come derivanti dalla natura stessa del peccato. Una conversione, che procede da una fervente carità, può arrivare alla totale purificazione del peccatore, così che non sussista più alcuna pena.
Il perdono del peccato e la restaurazione della comunione con Dio comportano la remissione delle pene eterne del peccato. Rimangono, tuttavia, le pene temporali del peccato.
La pena eterna e la pena temporale
Esistono due conseguenze al peccato, la prima consiste nel distacco da Dio ed è la pena eterna, vale a dire l’inferno. Questa è cancellata durante la confessione, quando il peccatore è rimesso allo stato di grazia e alla comunione con Dio.
Tuttavia ogni peccato necessita una purificazione che si ottiene con una pena temporale, alla quale il peccatore può essere obbligato nonostante il perdono successivo alla confessione. La seconda conseguenza del peccato, che consiste nella pena temporale, può essere scontata sulla terra con preghiere e penitenze, con opere di carità e con l’accettazione delle sofferenze della vita.
Viceversa può essere scontata nell’aldilà, nel Purgatorio. Per estinguere il debito della pena temporale la Chiesa permette al fedele battezzato di accedere alle indulgenze.
La pena temporale è «l’impronta negativa che i peccati hanno lasciato nei nostri comportamenti e nei nostri pensieri». «L’impronta negativa», cioè il disordine, le contraddizioni, il dissesto che i comportamenti peccaminosi lasciano in noi: abitudini cattive, disordine degli affetti, debolezza della volontà, inclinazione a ricadere nel peccato.
«Impronta negativa» in noi e attorno a noi: pensiamo ai disastri che certi comportamenti sbagliati, come prepotenza, violenza, chiusure egoistiche e dipendenze, provocano là dove vive chi di tali comportamenti si rende responsabile. «Impronte negative» che spesso si aggrovigliano, creando situazioni negative intricate e pesanti.
Evidentemente, anche dopo che il peccatore pentito ha ricevuto il perdono di Dio, l’«impronta negativa» rimane e, per quanto possibile, va «riparata» grazie a un cammino di conversione. La necessità di un percorso penitenziale anche dopo aver ricevuto l’assoluzione non implica la svalutazione del perdono di Dio, che è gratuito, totale e senza riserve nel momento in cui il peccatore è riconciliato con Dio e con la Chiesa.
La soddisfazione come risposta al perdono
Se io offendo uno e poi voglio riconciliarmi con lui, gli devo dare una soddisfazione. Ciò comporta un mio abbassamento e una qualche mia pena. Succede così tra noi uomini, succede così anche con Dio e noi cattolici temiamo che, rimesso il peccato, Dio non rimetta tutta la pena dovuta, nel caso il pentimento del peccatore sia stato imperfetto.
Il perdono di Dio, però, incontra la situazione concreta del peccatore, con «l’impronta negativa» che il peccato ha lasciato in lui e attorno a lui; e, a fronte di questa situazione, il perdono innesca e rende possibile il necessario cammino di conversione grazie al quale il peccatore può ricostruirsi come uno che vive nell’amore.
Il cristiano deve sforzarsi, sopportando pazientemente le sofferenze e le prove di ogni genere e, venuto il giorno, affrontando serenamente la morte, di accettare come una grazia queste pene temporali del peccato; deve impegnarsi, attraverso le opere di misericordia e di carità, come pure mediante la preghiera e le varie pratiche di penitenza, a spogliarsi completamente dell’“uomo vecchio” e a rivestire “l’uomo nuovo”.
Oltre che in gesti di preghiera, elemosina e digiuno, il percorso penitenziale può esprimersi nella paziente sopportazione delle prove della vita. Rimanere nelle prove senza lasciarsi schiacciare dalla disperazione; rimanere nelle prove, restando aggrappati a quel Dio che non ci manda i mali, ma che dal male vuole liberarci; rimanere nelle prove, affidandoci al mistero di Dio per trovare in questa «resa» le risorse per «resistere»: tutto questo configura un autentico cammino di conversione all’amore.
La penitenza e l’evoluzione della prassi sacramentale
Abbiamo visto che il primo nucleo embrionale delle indulgenze era lo sconto dato in maniera generalizzata, relaxationes, cioè redenzioni delle penitenze ecclesiastiche. Fu l’ulteriore evoluzione nella prassi penitenziale a portare al formarsi dell’indulgenza nel suo senso proprio, spirituale.
L’uso sempre più diffuso nel X secolo di ottenere la commutazione delle opere di penitenza aveva fatto sì che l’espiazione venisse perdendo il suo ruolo di elemento più importante del sacramento della penitenza. L’importanza venne quindi progressivamente portata sull’altro elemento del sacramento: l’accusa dei peccati al confessore, e questo elemento finì per essere considerato l’opera essenziale da parte del penitente.
Fu così che, a cominciare dal XII secolo, la sequenza confessione-penitenza-assoluzione venne rapidamente soppiantata da questa sequenza, quella che si pratica ancora oggi: confessione-assoluzione-penitenza.
Questo mutare della prassi comportò una riflessione teologica, provocata da un interrogativo: ma se il perdono si riceve appena confessato il peccato, allora perché la penitenza dopo il perdono?
Colpa, pena temporale e guarigione spirituale
Si attinse a sant’Agostino che nel peccato aveva distinto con nitida chiarezza due elementi: la colpa, cioè l’offesa arrecata a Dio, e la pena temporale, cioè il disordine interiore provocato dal peccato e l’inclinazione al male.
Dal momento che l’assoluzione avviene subito dopo l’accusa, allora essa cancella l’offesa a Dio, ma resta nella nostra coscienza la pena temporale, cioè la debolezza interiore causata dal peccato. La penitenza allora, mi si passi il paragone, è una ginnastica riabilitativa, una fisioterapia spirituale dell’anima, rimasta danneggiata dal male compiuto.
I teologi dell’epoca partirono dal principio, sempre condiviso, che ogni pena temporale contratta con il peccato, per essere espiata, esige una soddisfazione proporzionata ed effettiva in opere di penitenza.
Dal momento che l’autorità ecclesiastica con le “redenzioni” sconta le penitenze ai fedeli senza chiedere una sostituzione proporzionata, ciò significa che in esse, oltre ad una remissione di penitenze ecclesiastiche, avviene anche una remissione della pena temporale che si contrae verso Dio.
La Chiesa, comportandosi da madre, con condiscendenza, con indulgenza, non pretende che un peccatore compia tutta l’espiazione che deve e si accontenta di opere satisfattorie modeste, ma questo può avvenire in quanto vi è una supplenza che al peccatore viene da altri.
La comunione dei santi
Qui entra in gioco un altro concetto: la “comunione dei santi”. Quanti sono battezzati sono misticamente e realmente uniti, siamo i tralci della stessa vite, per usare le parole di Gesù.
L’indulgenza è espressione di questa unione reale, vitale, che intercorre tra battezzati, tra santi e peccatori; l’indulgenza è un effetto della solidarietà che li unisce: i peccatori possono beneficiare del bene spirituale sovrabbondante di Cristo, della Madonna e dei santi.
In forza di questa solidarietà le sovrabbondanti soddisfazioni di Cristo e dei santi hanno un valore di compensazione che rimpiazza la penitenza, cioè la ginnastica riabilitativa spirituale, che un peccatore dovrebbe altrimenti compiere per liberarsi dalle conseguenze spirituali del peccato.
Il cristiano che si sforza di purificarsi del suo peccato e di santificarsi con l’aiuto della grazia di Dio non si trova solo. La vita dei singoli figli di Dio in Cristo e per mezzo di Cristo viene congiunta con legame meraviglioso alla vita di tutti gli altri fratelli cristiani nella soprannaturale unità del Corpo mistico di Cristo, fin quasi a formare una sola mistica persona.
Nella comunione dei santi, tra i fedeli che già hanno raggiunto la Patria Celeste o che stanno espiando le loro colpe in Purgatorio, o che ancora sono pellegrini sulla terra, esiste certamente un vincolo perenne di carità e un abbondante scambio di tutti i beni.
In questo ammirabile scambio, la santità dell’uno giova agli altri, ben al di là del danno che il peccato dell’uno ha potuto causare agli altri. In tal modo, il ricorso alla comunione dei santi permette al peccatore contrito di essere in più breve tempo e più efficacemente purificato dalle pene del peccato.
Il tesoro della Chiesa
I meriti straordinari di Gesù Cristo, della Vergine e dei santi costituiscono dunque un tesoro proprio della Chiesa che questa, data l’unità del corpo mistico, può distribuire.
Questi beni spirituali della comunione dei santi sono anche chiamati il tesoro della Chiesa, che non “si deve considerare come la somma di beni materiali, accumulati nel corso dei secoli, ma come l’infinito ed inesauribile valore che le espiazioni e i meriti di Cristo hanno presso il Padre ed offerti perché tutta l’umanità fosse liberata dal peccato e pervenisse alla comunione con il Padre; è lo stesso Cristo redentore, in cui sono e vivono le soddisfazioni ed i meriti della sua redenzione”.
Appartiene inoltre a questo tesoro il valore veramente immenso, incommensurabile e sempre nuovo che presso Dio hanno le preghiere e le buone opere della beata Vergine Maria e di tutti i santi, i quali, seguendo le orme di Cristo Signore per grazia sua, hanno santificato la loro vita e condotto a compimento la missione affidata loro dal Padre.
In tal modo, realizzando la loro salvezza, hanno anche cooperato alla salvezza dei loro fratelli nell’unità del Corpo mistico. Il tesoro spirituale della Chiesa contiene quindi i meriti infiniti e la soddisfazione di Cristo, insieme alla soddisfazione sovrabbondante della Beata Vergine e dei santi.
Il potere delle chiavi
La Chiesa dispensa le indulgenze in forza del suo unico tesoro: i meriti di Gesù Cristo, della Madonna e dei Santi. Lo fa in merito al potere di legare e sciogliere, che Gesù dette a Pietro: «Ti darò le chiavi del Regno dei Cieli; tutto ciò che avrai legato sulla terra resterà legato nei cieli e tutto ciò che avrai sciolto sulla terra resterà sciolto nei cieli».
L’indulgenza si ottiene mediante la Chiesa che, in virtù del potere di legare e di sciogliere accordatole da Gesù Cristo, interviene a favore di un cristiano e gli dischiude il tesoro dei meriti di Cristo e dei santi perché ottenga dal Padre delle misericordie la remissione delle pene temporali dovute per i suoi peccati.
Così la Chiesa non vuole soltanto venire in aiuto a questo cristiano, ma anche spingerlo a compiere opere di pietà, di penitenza e di carità.
Il potere delle chiavi include non solo il potere di rimuovere la colpa del peccato grave e la punizione eterna che gli è dovuta nel sacramento della penitenza, ma anche, a parte questo sacramento, la giurisdizione di dispensare alle anime, attraverso le indulgenze, la sovrabbondante soddisfazione o espiazione di Cristo e dei santi, diminuendo o annullando così la pena della punizione temporale per il peccato.
Indulgenza plenaria e indulgenza parziale
| Tipo di indulgenza | Effetto | Caratteristiche |
|---|---|---|
| Indulgenza plenaria | Remissione di tutta la pena temporale dovuta ai peccati già perdonati | Richiede le condizioni stabilite dalla Chiesa e può essere ottenuta una sola volta al giorno |
| Indulgenza parziale | Remissione di una parte della pena temporale | Può essere ottenuta anche ripetutamente nel corso della stessa giornata |
L’indulgenza è parziale o plenaria a seconda che liberi in parte, o in tutto, dalla pena temporale dovuta ai peccati. La prima consente la remissione di tutta la pena temporale dei peccati già perdonati in confessione.
Può essere ottenuta più volte durante l’anno giubilare, ma non più di una volta al giorno, salvo il caso di pericolo di morte. Con l’indulgenza parziale, invece, si ottiene la remissione di una parte della pena temporale.
Nel Duecento per la prima volta i papi concederanno l’indulgenza plenaria: la garanzia che quanti si erano confessati, cioè liberati dalla colpa del peccato, venivano completamente risanati anche dalle ferite lasciate dal peccato, cioè dalla pena temporale.
Perché non si usano più giorni e anni
Questo genere d’indulgenza un tempo veniva quantificato: ce n’erano di cento, trecento giorni, uno o più anni. Molti fedeli, però, pensavano erroneamente che questi fossero giorni o anni di Purgatorio in meno da scontare.
Paolo VI decise quindi di non indicare più la determinazione del periodo dell’indulgenza parziale. Questa si misura non più in mesi o anni, ma con l’azione del fedele: un’azione buona tanto più vale quanto più costa sacrificio e quanto più è fervida di amore verso Dio.
Un cambiamento notevole nel nuovo Decreto sulle Indulgenze è che ha eliminato il precedente modo di designare le indulgenze parziali con “giorni” e “anni”, ad esempio, un’indulgenza di 100 giorni.
La Chiesa ha cessato di concedere indulgenze in termini di “giorni” e “anni”, perché molti fedeli si sono concentrati di più nel cercare concessioni più ricche di indulgenze che nel fedele adempimento dei doveri del loro stato di vita, che merita un aumento di grazia.
L’aggiornamento delle indulgenze, cominciato con la costituzione apostolica Indulgentiarum doctrina, è completato dal nuovo Enchiridion indulgentiarum del 29 giugno 1968, il quale riduce moltissimo l’elenco delle indulgenze, proponendosi di educare «più che alla ripetizione di formule e pratiche, allo spirito di orazione e all’esercizio delle virtù teologali».
Le condizioni per ottenere un’indulgenza
Per ottenere le indulgenze, il fedele deve essere battezzato, non scomunicato e in stato di grazia almeno al termine delle opere prescritte. Deve inoltre avere almeno l’intenzione di acquistare l’indulgenza e adempiere le opere ingiunte nel tempo stabilito e nel modo dovuto, secondo la concessione.
In generale, l’acquisto delle indulgenze esige determinate condizioni e l’adempimento di determinate opere. Per ottenere le indulgenze, sia plenarie che parziali, occorre che, almeno prima di compiere gli ultimi adempimenti dell’opera indulgenziata, il fedele sia in stato di grazia.
- essere battezzato;
- non essere scomunicato;
- trovarsi in stato di grazia almeno al termine delle opere prescritte;
- avere almeno l’intenzione generale di ottenere l’indulgenza;
- compiere le opere stabilite nel tempo e nel modo richiesti.
Per ottenere l’indulgenza plenaria, oltre allo stato di grazia, è necessario che il fedele abbia la disposizione interiore del completo distacco dal peccato, anche solo veniale; si confessi sacramentalmente dei suoi peccati; riceva la Santissima Eucaristia; preghi secondo l’intenzione del Sommo Pontefice.
Come prima cosa deve effettuarsi il totale distacco dal peccato, anche quello veniale; se manca questa fondamentale condizione di distacco totale dal peccato e del sincero pentimento, l’indulgenza non sarà plenaria, bensì parziale.
In secondo luogo è necessario confessarsi, fare la comunione, pregare secondo le intenzioni del Papa e compiere l’atto a cui la Chiesa annette l’indulgenza, come per esempio la visita alle Basiliche durante il Giubileo.
Confessione, comunione e preghiera per il Papa
Per lucrare più indulgenze plenarie è sufficiente una sola confessione sacramentale; per lucrare ciascuna indulgenza plenaria è necessario ricevere la Comunione e recitare una preghiera secondo le intenzioni del Sommo Pontefice.
Per pregare secondo le intenzioni del Papa è sufficiente un “Padre Nostro” e un’“Ave Maria”. È meglio certamente ricevere la Comunione partecipando alla Santa Messa, ma per l’indulgenza è necessaria solo la Santa Comunione.
L’indulgenza plenaria si può ottenere solo una volta al giorno. Se la disposizione interiore è meno che completa, o se le altre condizioni prescritte non sono soddisfatte, si guadagna un’indulgenza parziale.
Le opere collegate alle indulgenze parziali
La Chiesa ha previsto tre concessioni generali per quanto riguarda l’acquisto delle indulgenze parziali, per aiutare i fedeli a concretizzare la propria fede nelle azioni che compongono la loro vita quotidiana.
Preghiera durante i doveri e le prove
Si concede l’indulgenza parziale al fedele che, nell’adempimento dei propri doveri e nel sopportare le prove della vita, eleva con umile confidenza l’animo a Dio, aggiungendo, anche solo mentalmente, qualche pia invocazione.
Questa concessione è intesa come un incentivo per i fedeli a intervallare i loro doveri quotidiani con brevi invocazioni interiori che li aiutino a compiere le loro fatiche e a sopportare le loro prove in unione con Cristo.
Il lavoro implicito nei nostri doveri quotidiani e le prove che soffriamo possono avvantaggiarci poco o molto, sia per quanto riguarda l’aumento della grazia sia per la remissione del debito di punizione, a seconda che li adempiamo o li sopportiamo con spirito di fede e di rassegnazione orante alla volontà di Dio e con il desiderio di aiutare le anime.
Servizio ai fratelli bisognosi
Si concede l’indulgenza parziale al fedele che, mosso da fede e misericordia, dona se stesso o i propri beni a servizio dei fratelli bisognosi.
Questa concessione vuole servire da incentivo ai fedeli a compiere più frequentemente atti di carità e di misericordia, ricordando le parole di Cristo: «Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me».
Il Decreto afferma che non tutte le opere di carità sono quindi indulgenze, ma solo quelle che servono i fratelli bisognosi. Questo può comprendere persone bisognose di cibo e bevande, di vestiario, di alloggio, di medicine, di lavoro o di istruzione, come pure persone afflitte da grave miseria o malattia, oppure sottoposte all’esilio o alla prigionia.
Rinuncia volontaria a ciò che è lecito
Si concede l’indulgenza parziale al fedele che, per animo di penitenza, si priva volontariamente di ciò che è per lui consentito e gradito.
Questa concessione è intesa a incoraggiare i fedeli a mortificare i loro appetiti e le loro soddisfazioni corporali, a sottomettere il corpo e a renderlo più conforme al Cristo povero e sofferente.
L’abnegazione sarà più gradita a Dio quando sarà unita alla carità; per esempio, quando ciò che si potrebbe spendere per divertimenti o autoindulgenza viene dato ai poveri.
Le indulgenze per i defunti
Ogni fedele può lucrare per se stesso o applicare ai defunti a modo di suffragio indulgenze sia parziali sia plenarie. Poiché i fedeli defunti in via di purificazione sono anch’essi membri della medesima comunione dei santi, noi possiamo aiutarli, tra l’altro, ottenendo per loro delle indulgenze.
La Chiesa non ha giurisdizione sui defunti e quindi può concedere un’indulgenza in loro favore solo per via di suffragio, cioè solo per via di petizione a Dio di accettare queste opere di soddisfazione per loro conto.
Non possiamo mai sapere quanta soddisfazione Dio accetta per loro conto. I defunti possono essere aiutati non solo mediante le indulgenze, ma anche in altri modi: preghiere, atti penitenziali, opere di misericordia, elemosine e soprattutto mediante il sacrificio della Messa.
Le indulgenze non possono essere guadagnate per un’altra persona vivente. Il fedele può invece ottenere l’indulgenza per se stesso oppure applicarla ai defunti come suffragio.
Alcune pratiche tradizionalmente associate alle indulgenze
Tra le varie opere e preghiere con le quali si può lucrare l’indulgenza plenaria, l’Enchiridion segnala l’adorazione del Santissimo Sacramento per almeno mezz’ora, la lettura devota della Sacra Scrittura per almeno mezz’ora, la Via Crucis e il Rosario.
Il Rosario può essere recitato in chiesa o in un oratorio pubblico, in famiglia, in una comunità religiosa o in una pia associazione.
Il Perdono di Assisi
Quello che ha reso nota in tutto il mondo la Porziuncola è soprattutto il singolarissimo privilegio dell’Indulgenza, che va sotto il nome di “Perdon d’Assisi”, e che da oltre sette secoli converge verso di essa orde di pellegrini.
L’aspetto religioso più importante del “Perdon d’Assisi” è la grande utilità spirituale per i fedeli, stimolati, per goderne i benefici, alla confessione e alla comunione eucaristica.
Confessione preceduta e accompagnata dalla contrizione per i peccati compiuti e dall’impegno a emendarsi dal proprio male per avvicinarsi sempre più allo stato di vita evangelica vissuta da Francesco e Chiara, stato di vita iniziato da entrambi alla Porziuncola.
L’evento del Perdono della Porziuncola resta una manifestazione della misericordia infinita di Dio e un segno della passione apostolica di Francesco d’Assisi.
La tradizione della richiesta di san Francesco
Una notte dell’anno del Signore 1216, Francesco era immerso nella preghiera e nella contemplazione nella chiesetta della Porziuncola, quando improvvisamente dilagò nella chiesina una vivissima luce e Francesco vide sopra l’altare il Cristo rivestito di luce e alla sua destra la sua Madre Santissima, circondati da una moltitudine di Angeli.
Francesco adorò in silenzio con la faccia a terra il suo Signore. Gli chiesero allora che cosa desiderasse per la salvezza delle anime. La risposta di Francesco fu immediata: «Santissimo Padre, benché io sia misero e peccatore, ti prego che a tutti quanti, pentiti e confessati, verranno a visitare questa chiesa, conceda ampio e generoso perdono, con una completa remissione di tutte le colpe».
Il Signore accolse la sua preghiera, ma a condizione che egli domandasse al suo vicario in terra questa indulgenza. Francesco si presentò quindi al Pontefice Onorio III, che in quei giorni si trovava a Perugia, e gli raccontò la visione avuta.
Il Papa lo ascoltò con attenzione e dopo qualche difficoltà dette la sua approvazione. Quando gli domandò per quanti anni volesse l’indulgenza, Francesco rispose: «Padre Santo, non domando anni, ma anime».
Sviluppo storico dell’istituto delle indulgenze
Verso la metà dell’XI secolo apparvero remissioni generali, cioè condoni di un periodo di pena temporale, espresso in giorni, settimane o anni, che altrimenti avrebbe dovuto essere soddisfatto con la purificazione attiva in questa vita o passiva nel purgatorio.
Ciò era applicabile a tutti i fedeli che compissero un pellegrinaggio, dessero particolari elemosine o svolgessero altre opere, senza che il ministro dovesse stabilire per ognuno, considerato come peccatore di determinate colpe, le condizioni del riscatto della pena.
L’indulgenza plenaria fu offerta per la prima volta in occasione della crociata del 1095 da Urbano II e fu estesa via via alle mogli dei crociati, ai finanziatori, agli informatori e ai predicatori.
In generale si può dire però che le concessioni di indulgenze solo dopo il 1300 si estesero come frequenza e misura del condono di pene. Anche se la dottrina teologica sull’indulgenza era stata ormai pienamente elaborata, si diffondevano in proporzione anche gli abusi.
Abusi, riforme e Concilio di Trento
Taluni esattori osavano addirittura promettere la liberazione di dannati dall’inferno, cioè la remissione dalla pena eterna, o tariffavano le indulgenze preoccupandosi solo di procurare abbondante denaro alla Chiesa.
Notissimi sono gli abusi sotto i papi del Rinascimento, contro i quali protestò Martin Lutero, e che costituirono quindi l’occasione di innesco di una crisi epocale della comunità cristiana occidentale che si concluse con una divisione che non si è più ricomposta.
Il Concilio di Trento mise ordine nella materia; soppresse gli esattori ed emanò il decreto De indulgentiis del 1563, che riassumeva la dottrina cattolica e imponeva di usare moderazione ed evitare «ogni turpe lucro».
La costituzione apostolica Indulgentiarum doctrina, emanata da Paolo VI il 1° gennaio 1967 in accoglimento di voti del Concilio Vaticano II, rivede e semplifica tutta la materia della classificazione delle indulgenze.
Il rapporto tra indulgenza e sacramento della penitenza
La dottrina e la pratica delle indulgenze nella Chiesa sono strettamente legate agli effetti del sacramento della Penitenza. La riconciliazione con Dio, pur essendo dono della misericordia di Dio, implica un processo in cui l’uomo è coinvolto nel suo impegno personale e la Chiesa nel suo compito sacramentale.
Il cammino di riconciliazione ha il suo centro nel sacramento della Penitenza, ma anche dopo il perdono del peccato, ottenuto mediante tale sacramento, l’essere umano rimane segnato da quei “residui” che non lo rendono totalmente aperto alla grazia e ha bisogno di purificazione e di quel rinnovamento totale dell’uomo in virtù della grazia di Cristo.
Alla radice dell’istituto delle indulgenze sta una comprensione del sacramento della penitenza che noi non capiamo più. Il sacramento implica una correlazione strutturale tra dono di grazia, attestato dall’assoluzione, e risposta di libertà, che consiste nel lavoro del cuore, della bocca e dell’azione, come atti del penitente.
La “pena temporale” è dunque la sporgenza della risposta del soggetto perdonato rispetto al perdono assicurato dalla misericordia di Dio. La pena è “temporale” non soltanto perché non è eterna, ma perché non è istantanea: ha bisogno di una lenta rieducazione del soggetto nel tempo.
Giubileo e indulgenza
Sin dalla sua prima indizione del primo giubileo nel 1300, con la bolla Antiquorum habet fida relatio di Bonifacio VIII, l’anno giubilare e le indulgenze hanno sempre avuto uno stretto legame.
Il Giubileo infrange festivamente questa logica feriale e lo fa a buon diritto: raramente e solo in alcuni luoghi è possibile che la “remissione dei peccati” diventi, istantaneamente, “remissione delle pene”.
Questo può avvenire solo a certe condizioni, che sono appunto contingenze temporali e spaziali in cui il soggetto intensifica una relazione ecclesiale, nel tempo, nello spazio e nella preghiera, per riconoscersi graziato anche sul piano del lavoro della risposta.
Già il medioevo aveva iniziato ad applicare questa logica festiva non solo ai vivi, ma anche ai defunti. Pur mantenendo ancora molto chiara la base storica ed esistenziale del concetto di pena temporale, aveva iniziato a pensarla come la condizione delle anime del purgatorio e quindi ad applicare ai defunti la remissione delle pene lucrata in contesto giubilare.
Indulgenza, misericordia e cooperazione
Le indulgenze non costituiscono un espediente facile per evitare la necessaria penitenza dei peccati, ma offrono piuttosto un conforto che i singoli fedeli, umilmente consci della loro debolezza, trovano nel corpo mistico di Cristo, il quale coopera alla loro conversione con la carità, con l’esempio e con la preghiera.
L’indulgenza non sostituisce il difficile lavorio dell’amore; essa è piuttosto l’aiuto della Chiesa volto a favorire l’opera sempre difficile dell’amore.
Il recupero di significato dell’indulgenza indica invece una decisiva cooperazione tra grazia e libertà. Il suo lato serio non si può comprendere solo come una invadenza da parte di un preteso ex opere operato, garantito però solo iuris causa da parte di una burocrazia che sorveglia in quale modo le indulgenze siano correttamente “lucrate”.
Resta l’impressione che oggi il Giubileo possa essere luogo di possibile riscoperta della dinamica cooperante tra grazia e libertà. Anziché sostituzione festiva di una dinamica feriale, piuttosto riscoperta festiva di una pena che il perdono indirizza al buon uso della libertà, che non è mai soltanto gratuito, ma sempre anche laborioso.

La Chiesa si fa carico di sostenere la debolezza dei fedeli affinché sia possibile una conversione profonda ed efficace, eliminando anche l’impronta negativa che i peccati, propri o altrui, hanno lasciato nel mondo.
In questa comunione i malati, coloro che li curano e quanti pregano per loro possono attingere la certezza di non essere soli nella lotta contro il male. E soli non sono neppure coloro che muoiono isolati da tutti, senza poter ricevere i sacramenti: la comunione dei santi in Cristo abbraccia anche loro.
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