San Pietro in Vincoli: storia, arte e informazioni sulla basilica romana

La basilica di San Pietro in Vincoli, situata sul colle Oppio, nel rione Monti, è anche detta basilica Eudossiana, dal nome della fondatrice, Licinia Eudossia, figlia dell’imperatore d’Oriente Teodosio II e moglie dell’imperatore d’Occidente Valentiniano III. La chiesa è celebre soprattutto per le catene attribuite alla prigionia di san Pietro e per il monumento funebre di Giulio II con il Mosè di Michelangelo, uno dei massimi capolavori della scultura rinascimentale.

A metà via Cavour, venendo da via dei Fori Imperiali, sulla destra incontrate la scalinata di via San Francesco di Paola. Giunti alla sommità trovate piazza di San Pietro in Vincoli, dominata dalla facciata cinquecentesca dell’omonima basilica, nota anche come basilica eudossiana. La visita permette di osservare, oltre alle reliquie e al Mosè, colonne antiche, affreschi, mosaici, monumenti sepolcrali e le stratificazioni archeologiche che precedettero l’edificio cristiano.

Facciata basilica San Pietro in Vincoli

Dove si trova e come riconoscere la basilica

Monti è una delle zone più apprezzate e belle di Roma. Ad attraversarla è Via Cavour che parte da Via dei Fori Imperiali e arriva fino al colle Esquilino. Verso la metà di Via Cavour, sulla destra, si incontra la ripida scalinata di via San Francesco di Paola. Saliti gli stretti scalini si giunge nella piazza di San Pietro in Vincoli, dominata dalla facciata cinquecentesca della omonima chiesa.

Arrivati in cima al colle Oppio, la facciata della chiesa, non spettacolare, anzi severa, percorsa da archi a tutto sesto aperti su una bassa scalinata, non lascia presagire la grandezza di quello che ci aspetta, né da un punto di vista storico artistico, né devozionale. Archi a tutto sesto che si aprono su una scalinata comunque bassa, conducono in una full immersion di secoli di storia, da lasciare senza parole e dove sono custodite importanti reliquie.

Davanti la chiesa si erge un portico a cinque arcate sorrette da pilastri ottagonali che riportano nei capitelli lo stemma di papa Giulio II. L’architettura attuale della chiesa però risale al restauro di Giulio II con la creazione del portico di ingresso e la ristrutturazione del convento annesso.

La fondazione e il nome “in Vincoli”

Questa fu, infatti, fatta costruire, nel V secolo, da Licinia Eudossia, moglie di Valentiniano III e figlia di Teodosio II, imperatore d’Oriente. A lei infatti si deve la ricostruzione tra il 442 e il 470 della basilica dopo la distruzione, per cause ignote, della chiesa preesistente, ma soprattutto fu grazie al suo intervento che, secondo la tradizione, le catene che avrebbero avvinto San Pietro durante la sua prigionia, giunsero a Roma.

Nel IV secolo sorgeva un titulus dedicato agli apostoli, che venne distrutto per ragioni non chiare. Licinia Eudossia, figlia dell’imperatore Teodosio II e moglie di Valentiniano III, la fece ricostruire come basilica tra il 422 e il 470.

La Basilica di S.Pietro in Vincoli deve il suo nome alle catene (dal latino vincula, catene) qui conservate e che, secondo la tradizione, furono utilizzate per legare S.Pietro durante la sua prigionia a Gerusalemme e nel Carcere Mamertino.

La basilica, inoltre, deve il suo nome proprio alle catene che in latino si traducono con il temine vincula, e che oggi sono conservate sotto l’altare maggiore, e sono visibili ai fedeli il primo agosto di ogni anno.

La tradizione delle catene di san Pietro

La madre, Elia Eudocia, ebbe in dono da Giovenale, Patriarca di Gerusalemme, le catene che avevano tenuto legato San Pietro durante la prigionia a Gerusalemme. Le inviò alla figlia che volle donarle personalmente a papa Leone Magno, già in possesso di quelle usate nel Carcere Mamertino.

Nel V secolo d.C. l’imperatrice Elia Eudocia, moglie dell’imperatore d’Oriente Teodosio II, ebbe in dono dal Patriarca di Gerusalemme, Giovenale, le catene con le quali, secondo il racconto degli Atti degli Apostoli, S.Pietro era stato imprigionato a Gerusalemme. L’imperatrice inviò le catene alla figlia, Licinia Eudossia, moglie dell’imperatore d’Occidente Valentiniano III, la quale volle donarle personalmente a Papa Leone I, detto anche Leone Magno.

Si racconta che mostrò le catene di Pietro a papa Leone I, che le avvicinò a quelle che furono di Pietro nel Carcere Mamertino e avvenne il miracolo: le catene si fusero insieme in maniera irreversibile. La Chiesa era già in possesso delle catene utilizzate per la prigionia di S.Pietro nel Carcere Mamertino, cosicché, quando il pontefice accostò le due catene, queste si fusero miracolosamente per divenirne una soltanto.

La basilica sorse proprio per celebrare e ricordare il miracolo, e per custodire degnamente la preziosa reliquia. A ricordo e celebrazione perpetua del miracolo, nel 442 d.C. fu edificata la Basilica di S.Pietro in Vincoli, anche grazie all’aiuto dell’imperatrice Licinia Eudossia e qui furono custodite le catene, tuttora visibili sotto l’altare.

Nella basilica, sotto l’altare, sono esposte le catene di san Pietro, composte da due serie diverse di maglie che si sarebbero saldate miracolosamente insieme quando papa Leone I le avvicinò tra loro. Un segmento di catena sarebbe per tradizione quello che avrebbe tenuto legato san Pietro nel carcere Mamertino in Roma, l’altro sarebbe stato portato a Roma dalla Palestina dalla stessa Eudossia, dopo averle ricevute nel 442 da sua madre Elia Eudocia, e sarebbero invece quelle che avrebbero avvinto Pietro durante la prigionia a Gerusalemme sotto Erode Agrippa.

Reliquiario delle catene di san Pietro

Il significato simbolico del miracolo

Tale miracolo si rivela di profondo significato simbolico e politico nel segno di una concordia auspicata non solo tra le Chiese orientale e occidentale ma anche tra le parti dell’Impero. Si tratta di un grande significato simbolico, perché queste catene, (una proveniente dalla Chiesa d’oriente, l’altra da quella d’occidente) erano il simbolo della volontà di riunificare le due Chiese, con la benedizione di Dio.

La reliquia è custodita sotto l’altare maggiore, all’interno di un altare-reliquiario. Le catene sono visibili ai fedeli il primo agosto di ogni anno.

Le trasformazioni architettoniche e i restauri

La chiesa fu ricostruita al posto di una preesistente denominata Ecclesia Apostolorum (ovvero “Chiesa degli Apostoli”) che andò distrutta per cause ignote. La basilica eudossiana del V secolo venne più volte restaurata, da Papa Adriano nel 790 circa, da Sisto IV e da Giulio II.

L’aspetto attuale della chiesa è quello dei restauri, voluti da Giulio II a inizio Cinquecento, che interessarono la facciata e il portico. Ulteriori interventi alla facciata e al portico sono stati fatti nel 1500, mentre l’interno è stato modificato nel ‘700.

Di Sisto IV e Giulio II, rispettivamente zio e nipote, possiamo notare il simbolo araldico della famiglia della Rovere sui capitelli che ornano le quattrocentesche colonne del portico, opera di Meo del Caprino, che costituisce l’ingresso della basilica.

Gli scavi archeologici sotto la navata

La chiesa insiste su strutture preesistenti, risalenti fin dal III secolo a.C. e via via mutate come nuove strutture e destinazione d’uso, come di consueto nelle stratigrafie romane. Tra il 1956 e il 1960, sotto al pavimento della navata centrale furono scoperti alcuni edifici sovrapposti, appartenenti a domus aristocratiche di età repubblicana e imperiale.

Negli anni 1956-1960, sotto la direzione di Antonio Maria Colini, il pavimento della navata centrale fu smantellato al fine di effettuare scavi archeologici che riportarono alla luce tutte le fasi precedenti al V secolo.

Fu così che vennero rinvenuti una serie di edifici sovrapposti, appartenenti a domus aristocratiche di età repubblicana ed imperiale. Gli strati più profondi restituirono resti di abitazioni medio-repubblicane (IV-III secolo a.C.), sopra le quali furono rinvenute due case della fine del II secolo a.C. con splendidi mosaici policromi figurati.

Le strutture più superficiali furono in gran parte tagliate ed utilizzate come fondazioni per la realizzazione della chiesa. Il livello più superficiale, fortemente danneggiato dalle sepolture e dai rifacimenti del pavimento della chiesa, restituì invece una grande domus databile inizialmente al periodo neroniano.

Di questa domus sono visibili tre bracci di un criptoportico che chiudeva un cortile rettangolare con una vasca centrale e giardini, probabilmente appartenente alla Domus Transitoria o alla Domus Aurea. Nel III secolo il cortile con giardino fu chiuso per ampliare la sala maggiore dell’edificio che acquistò così un ambiente quadrato con trifore sui tre lati liberi.

Successivamente a questo ambiente fu innestata un’abside, realizzando in tal modo una grande aula absidata di metri 34×10, per la quale non si può escludere una funzione cultuale, probabilmente una domus ecclesiae: il primo edificio ecclesiastico fu realizzato sfruttando proprio tali strutture.

Scavi archeologici sotto San Pietro in Vincoli

L’interno della basilica

L’interno di S.Pietro in Vincoli è a tre navate absidate, divise da colonne a capitello dorico. L'interno della chiesa a pianta basilicale, è diviso in tre navate, separate da 20 colonne doriche di marmo greco.

La basilica è impreziosita da colonne di marmo greco probabilmente provenienti dal Portico di Livia; nell’area dell’altare sono presenti rivestimenti di marmi antichi e nell’abside affreschi cinquecenteschi eseguiti da Jacopo Coppi.

La navata centrale presenta il soffitto a cassettoni ornato dall’affresco con il miracolo delle catene. L’interno è una commistione di stili: tra gli altri, preziose colonne di marmo greco forse provenienti dal Portico di Livia, rivestimenti di marmi antichi nell’area dell'altare e affreschi cinquecenteschi nell’abside eseguiti da Jacopo Coppi.

Nell’abside si trova anche una particolare iconografia della Ricrocifissione di Beirut, tema proposto dallo stesso artista anche nella chiesa del San Salvatore a Bologna. Gli affreschi dell’abside comprendono scene relative alle Storie di San Pietro, Eudossia e la rara iconografia della Ricrocifissione di Beirut.

Il monumento funebre di Giulio II

In fondo alla navata destra biancheggia il mausoleo dedicato a Giulio II, che doveva servire da sepolcro del papa che la commissionò a Michelangelo nel 1505, quando l’artista era diventato ormai celebre per aver scolpito il David a Firenze.

Il progetto iniziale era grandioso, concepito come una grande camera mortuaria, con un portone chiuso circondato da una selva di statue. Progettata con più di quaranta statue, la monumentale opera rimase incompleta e venne in parte terminata dai collaboratori di Michelangelo.

Il papa venne assorbito dalla fabbrica di San Pietro in Vaticano, inoltre i costi onerosissimi del monumento, la morte dello stesso Giulio II, che fu invece sepolto nella nuova basilica, portarono a una serie di rallentamenti, divergenze e soprattutto a continui ridimensionamenti, per un totale di ben sei progetti diversi, fino al risultato che vediamo oggi.

Per Michelangelo fu una delusione, un dolore che lo portò a definire la vicenda “la tragedia della sepoltura”. L’idea del mausoleo sembrava accantonata. A causa dei dissapori tra il Papa e Michelangelo, l’opera destinata alla Basilica di San Pietro, fu collocata a San Pietro in Vincoli.

Quando la tomba gli fu commissionata, nel 1505, Michelangelo trascorse otto mesi a Carrara alla ricerca di blocchi di marmo perfetti, ma, al suo ritorno, il papa aveva spostato il suo interesse alla volta della Cappella Sistina, a cui Michelangelo lavorò tra il 1508 ed il 1512, e quindi il progetto venne accantonato.

Dopo la morte di Giulio II, nel 1513, e l’elezione di Leone X, il progetto fu ridimensionato e trasferito per la sua esecuzione nella chiesa di S.Pietro in Vincoli. Quando Michelangelo riprese il lavoro alla tomba, completò solo il Mosè ed i Prigioni prima che Clemente VII e Paolo III lo convinsero a lavorare al Giudizio Universale nella Cappella Sistina in Vaticano.

La scultura, abbandonata ogni idea di grandiosità architettonica, fu terminata dopo la morte di Giulio II che poi è stato sepolto nella basilica di San Pietro in Vaticano. La tomba di San Pietro in Vincoli, quindi, è vuota.

Il Mausoleo di Giulio II fu così terminato dagli allievi del Maestro e consiste in una semplice facciata con sei nicchie per le statue, ben poca cosa rispetto all’originario progetto dell’artista che avrebbe voluto realizzare una tomba con 40 statue.

ElementoInformazione
CommittenteGiulio II
Anno della commissione1505
Completamento del monumento1545
Progetto originario40 statue
Struttura attualeFacciata con sei nicchie per le statue
Sepoltura di Giulio IIBasilica di San Pietro in Vaticano

Le figure del monumento

Mosè non era più associato a san Paolo, ma divenne figura centrale, affiancato da due figure femminili, Rachele e Lia, la vita contemplativa e la vita attiva, opera di Raffaello da Montelupo.

Ai lati del Mosè vi sono le statue ritenute di Lia e Rachele, simboli della vita attiva e contemplativa, che Michelangelo fece completare da Raffaello di Montelupo. Nell’ordine superiore vi è la figura recumbente di Giulio II sul sarcofago, riconosciuta come opera di Michelangelo, affiancato dalla Sibilla e dal Profeta, opere invece di Raffaello.

La cima del mausoleo è coronata dalla figura della Vergine Maria con il Bambino, su disegno di Michelangelo, scolpita da Scherano da Settignano e completata nel 1545 da Raffaello da Montelupo, anno in cui anche il monumento funebre fu finalmente ultimato.

I Prigioni, un gruppo di sei statue di figure incatenate in varie pose come prigionieri, oggi sono nella Galleria dell’Accademia a Firenze (i quattro non-finiti) ed al Museo del Louvre a Parigi (i due quasi-finiti). Sopra il Mosè vi è la statua giacente di Giulio II, a lungo attribuita a Maso del Bosco, anche se ultimamente, dopo i restauri del 2000, si ritiene possa essere opera dello stesso Michelangelo.

Il Mosè di Michelangelo

La Basilica, tuttavia, è soprattutto celebre perché, dal 1545, ospita uno dei capolavori dell’arte rinascimentale: il Mosè di Michelangelo Buonarroti, la colossale statua, scolpita nel 1513, per ornare il monumento funebre di Giulio II.

Dal 1545, nel transetto di destra, della chiesa si può ammirare uno dei capolavori dell’arte cinquecentesca, il Mosè di Michelangelo. A catalizzare ogni attenzione è la statua di Mosè, alta 232 m, datata tra il 1513 e il 1515.

La colossale statua, scolpita nel 1513 per ornare il monumento funebre che Giulio II aveva commissionato al Buonarroti, fu completata solo alla morte del Papa che di fatto è sepolto nella basilica di San Pietro in Vaticano.

L’opera ritrae un maestoso Mosè seduto con le Tavole della Legge appena ricevute dal Signore. Il momento rappresentato da Michelangelo è quello successivo alla consegna dei Comandamenti sul monte Sinai.

Mosè di Michelangelo San Pietro Vincoli

La tensione del profeta

Al suo ritorno, Mosè trova gli Israeliti intenti a venerare un vitello d’oro, un idolo pagano. Mosè è talmente adirato che sembra sul punto di alzarsi per distruggere tutto.

Michelangelo rappresenta magistralmente la rabbia terribile che invade il profeta, scolpendo le realistiche vene che sembrano palpitare, i muscoli in tensione e il viso solenne e furente. Mosè non siede in posizione di riposo, anzi ogni muscolo è teso come se fosse in procinto di alzarsi con impeto, e il piede sinistro arretrato e di punta come se stesse per fare forza su di esso per sollevarsi.

A questo si legano le Tavole della Legge stranamente rovesciate come se gli stessero sfuggendo via dal braccio e lo sguardo intenso e terribile, concentrato. È il momento in cui Mosè, sceso dalla montagna, spezza le Tavole della Legge e brucia il vitello d’oro (Es 19-20).

Il momento rappresentato da Michelangelo è quello successivo alla consegna dei Comandamenti sul monte Sinai, quando Mosè trova gli israeliti intenti a venerare un vitello d’oro, segno di adorazione di altri dei. Mosè è irato e sembra sul punto di alzarsi e distruggere tutto.

Le corna e i raggi sulla fronte

Una curiosità: le corna sul capo di Mosè deriverebbero da una traduzione sbagliata dell'Esodo. In esso si narra che, mentre scendeva dal Sinai, Mosè avesse due raggi sulla fronte.

In ebraico, raggi si traduce con karan o karnaim, mentre corna con il termine keren. Bisogna ammettere che le due parole sono molto simili; è facile che il traduttore sia caduto in errore.

Le corna sul capo del Mosè deriverebbero da un’errata traduzione del Libro dell'Esodo in cui si narra che Mosè, mentre scendeva dal Sinai, aveva due raggi sulla fronte. L'ebraico "karan" o "karnaim" - "raggi" - potrebbe essere stato confuso con "keren" - "corna".

Le curiose corna che adornano la testa della statua dovrebbero essere i raggi della Divina Sapienza, ma in seguito ad un’errata traduzione dal testo ebraico del Vecchio Testamento si sono tramutati in corna.

La posizione della testa, la barba e il restauro

L’aspetto della statua di Mosè, come la possiamo ammirare oggi, è frutto di una rilavorazione del marmo, in un momento successivo e operata dallo stesso artista, rintracciata, sia sotto il profilo documentario sia attraverso le indagini utili al restauro del 2003, da Antonio Forcellino.

In origine la statua era in posizione pienamente frontale, ma in seguito l’artista gli girò la testa a guardare verso sinistra. La statua originariamente si presentava in posizione pienamente frontale, ma in seguito Michelangelo decise di girare la testa verso sinistra, forse per non guardare l’altare così ricco.

Secondo le fonti questo cambiamento sarebbe stata la risposta a chi gli aveva fatto l’osservazione che una diversa posizione della figura avrebbe sortito un effetto migliore, secondo altri avrebbe una ragione religiosa, per non guardare il ricco altare dove si avvicendavano fedeli in cerca delle sole indulgenze, quasi che le catene di san Pietro rappresentassero un nuovo vitello d’oro.

La barba è tirata verso destra perché nel girare la testa l’artista non disponeva di abbastanza marmo per farla cadere diritta. Una barba che sembra più “eseguita in punta di pennello che scolpita”, scrisse il Vasari nelle Vite.

Per poter rendere possibile la totale rilavorazione, lo scranno fu abbassato di circa sette centimetri e il ginocchio sinistro ristretto di cinque. Per la sua realizzazione sono noti i modelli di sculture antiche, come il celebre torso del Belvedere e il San Giovanni Evangelista di Donatello.

La leggenda del “Perché non parli?”

Lo stesso Michelangelo si stupì del risultato tanto da percuotere il ginocchio della scultura con un martello, si dice, chiedendole, Perché non parli?

Su un ginocchio si potrà notare una lieve linea di frattura legata ad una famosissima leggenda secondo la quale Michelangelo avrebbe colpito la statua in quel punto con il mazzuolo gridandogli: Perché non parli?.

Cronache dell’epoca narrano che l’artista, terminata l’opera, la colpì e le ordinò di parlare. Si racconta che, nella barba del Mosè, proprio sotto il labbro inferiore, Michelangelo avrebbe scolpito il profilo di Papa Giulio II ed anche la testa di donna.

Interpretazioni della scultura

Anche Siegmund Freud ha tentato una lettura psicologica della scultura vedendo in lui il tentativo di dominare l’ira che lo stava invadendo. Mosè, dunque, non è seduto in posizione di riposo, tutt’altro, perché a guardarlo è come se fosse pronto ad alzarsi, tanto che persino Siegmund Freud nel provare a dare una interpretazione psicologica della scultura, vedeva in Mosè il tentativo di dominare l’ira che lo stava invadendo.

Secondo molti critici questa fu una delle opere predilette da Michelangelo che la riteneva estremamente realista. L’opera che ha preso a modello Raffaello e Donatello ritrae un maestoso Mosè seduto con le Tavole della Legge sotto il braccio, mentre con l’altra mano accarezza la sua lunga barba, che secondo il Vasari fu scolpita con una perfezione tale da sembrare più “opera di pennello che di scalpello”.

Le altre opere d’arte nella basilica

L’interno è ricco di capolavori e di storia: troviamo la tomba dei pittori fiorentini Antonio e Piero del Pollaiolo, l’affresco quattrocentesco di Antoniazzo Romano, la tomba dell’umanista Nicolò Cusano, opere del Pomarancio e del Domenichino, oltre al vero tesoro della basilica, la tomba di Papa Giulio II.

All’interno della basilica, potete ammirare, oltre al Mosè, anche opere di Guercino, del Domenichino e del Pomarancio. La navata destra conserva, al primo altare, la tela di S.Agostino del Guercino, mentre al secondo altare vi sono due ritratti attribuiti al Domenichino.

La navata sinistra conserva il Monumento funebre di Mariano Vecchiarelli, raffigurato, con il gusto macabro tipico del barocco, tra due scheletri. Segue l’altare con la Deposizione dalla Croce attribuita al Pomarancio e, alla fine della navata, il Monumento funebre del cardinale Nicola Cusano, opera di Andrea Bregno.

Il mosaico di san Sebastiano

Importante un’icona a mosaico del VII secolo dove S.Sebastiano, vestito da soldato, è raffigurato vecchio e barbato, secondo l’iconografia originale bizantina, diversa da quella successiva romana che lo trasformò invece in un bellissimo giovane.

Il mosaico di San Sebastiano, realizzato nel 680, è un resto della decorazione musiva della basilica. Un’iscrizione ricorda la realizzazione del mosaico ai tempi di papa Agatone, nell’anno del Concilio Costantinopolitano III.

Il monumento di Nicola Cusano

Il cardinale Nicola Cusano fu dal 1448 al 1464 cardinale titolare della chiesa di S.Pietro in Vincoli. Cusano deriva dalla sua città di origine Cusa (Kues, ora Bernkastel-Kues, in Germania), ma il suo vero nome era Nikolaus Krebbs (da krebs, che in tedesco significa aragosta, da cui lo stemma cardinalizio che vediamo nella parte inferiore del monumento).

Accanto alla Basilica di S.Pietro in Vincoli si trovava il convento iniziato verso la metà del Quattrocento proprio per volere di Nicola Cusano. I lavori proseguirono con il cardinale Francesco della Rovere, futuro Papa Sisto IV e nel 1489 fu affidato ai Canonici Regolari del Ss.Salvatore.

Il convento, il chiostro e il pozzo

All’altro pontefice della famiglia della Rovere, Giulio II, si devono gli ulteriori interventi che videro la definitiva sistemazione del convento e l’erezione del chiostro, attribuito tradizionalmente a Giuliano da Sangallo.

Dopo il 1870, con il pericolo incombente di vedersi confiscare il convento, secondo la nuova legislazione dello Stato Italiano, i Canonici Regolari escogitarono una finta vendita con la condiscendente famiglia milanese dei Vimercati.

Scoperto l’inganno, però, le autorità competenti espropriarono l’intero convento ed obbligarono i Vimercati a lasciare la città. Il complesso divenne quindi proprietà dello Stato, che destinò la parte destra a Regia Scuola di Ingegneria ed affittò l’altra ala agli stessi Canonici: oggi è sede della Facoltà di Ingegneria Civile e Industriale.

Il chiostro di S.Pietro in Vincoli è situato all’interno della Facoltà: sui suoi lati, liberati dalle vetrate che un tempo li chiudevano per ospitare alcune aule, sono tornate a correre le arcate. Queste (otto nei lati lunghi e sette nei corti) sono sorrette da colonne con capitelli ionici che mostrano lo stemma della Rovere.

Sotto i suoi portici non si aprono più i vari ambienti necessari alla vita monastica ma gli attrezzati istituti della facoltà. A testimoniare l’originaria funzione è rimasto il caratteristico pozzo, simbolo della Facoltà di Ingegneria, ancora al suo posto nel centro del cortile.

Chiostro di San Pietro in Vincoli

Il pozzo è inquadrato in un’edicola impostata su colonne binate ioniche che sostengono la trabeazione ed il timpano. Anche qui troviamo i riferimenti roveriani: il nome del cardinale Sisto, sotto il quale fu iniziato, e lo stemma sono posti sul timpano, mentre l’iscrizione sulla trabeazione ricorda il cardinale Leonardo con il quale fu terminato, probabilmente nel 1517.

Il progetto è attribuito ad Antonio da Sangallo, che lo realizzò con la collaborazione di Simone Mosca. Il cortile ospita anche una piccola fontana costruita nel 1642, costituita da una vasca ottagonale a fior di terra, al centro della quale si erge una colonnina che sostiene il catino di forma circolare nel cui centro si eleva, da un piccolo petalo, un piccolo zampillo d’acqua.

Le api presenti ai bordi della fontana non lasciano dubbi circa la famiglia che commissionò il lavoro, in quanto simbolo araldico dei Barberini. Una lunga iscrizione inserita sotto i portici del chiostro ricorda il dono del cardinale Antonio Barberini e la realizzazione dell’opera nell’Anno del Signore 1642.

Informazioni per la visita

La basilica si trova in piazza di San Pietro in Vincoli, nel rione Monti, sul colle Oppio, tra via Cavour, il Colosseo, la Domus Aurea e i Fori Romani.

  • Indirizzo: Basilica di San Pietro in Vincoli, Piazza di S. Pietro in Vincoli, 4.
  • Coordinate: 41° 53' 37.0572" N, 12° 29' 32.9892" E.
  • Accesso: dalla scalinata di via San Francesco di Paola, raggiungibile da via Cavour.
  • Orari: per gli orari delle messe e le modalità di visita rivolgersi ai contatti indicati.
  • Accessibilità: per conoscere tutti servizi sull'accessibilità visita la sezione Roma accessibile.

La posizione consente di inserire la basilica in un percorso dedicato alla Roma antica e rinascimentale. Dalla zona si raggiungono il Colosseo, la Domus Aurea di Nerone e, dall’altra parte, a circa duecento metri, i Fori Romani.

La visita guidata alla chiesa di San Pietro in Vincoli sarà un’esperienza indimenticabile perché ci calerà in una delle chiese più ricche di arte e di storia di Roma e ci regalerà l’emozione di vedere dal vivo una delle sculture immortali di Michelangelo.

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