La santità coniugale nella Bibbia: il matrimonio come via di santificazione

La santità coniugale nella Bibbia nasce dal progetto di Dio sull’uomo e sulla donna, si fonda sulla loro unione nell’amore e si sviluppa nella fedeltà, nella donazione reciproca, nella fecondità, nell’educazione dei figli e nella vita quotidiana vissuta davanti a Dio. Il matrimonio non è soltanto una realtà da santificare, ma una vera vocazione e una via attraverso cui gli sposi possono santificarsi insieme.

La santità degli sposi è certamente la santità di due persone distinte, la santità personale di un uomo e di una donna; allo stesso tempo, però, è la santità comunitaria della coppia. Si tratta di due aspetti inseparabili della santità che debbono essere attentamente considerati allorquando si tratti di beatificazione degli sposi.

Il matrimonio nel progetto biblico della creazione

Nella Bibbia, il matrimonio lo troviamo quasi subito. Costituisce, infatti, lo step appena successivo alla creazione. Già dalla Genesi apprendiamo che Dio crea l’uomo e poco dopo istituisce e celebra il primo matrimonio: “Dio il Signore, con la costola che aveva tolta all’uomo, formò una donna e la condusse all’uomo. L’uomo disse: «Questa, finalmente, è ossa delle mie ossa e carne della mia carne. Ella sarà chiamata donna perché è stata tratta dall’uomo». Perciò l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e saranno una stessa carne” (Genesi 2:22-24).

Il matrimonio è stato voluto da Dio. Sebbene la Bibbia in alcuni versi contenga delle espressioni metaforiche relative ad avvenimenti reali, in questo caso non c’è nulla di metaforico, perché, se è scritto che l’uomo si unirà a “sua moglie”, è chiaro che si parla di matrimonio.

E non solo. Nel capitolo 3 della Genesi, nell’episodio del frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male, la donna “prese del frutto, ne mangiò e ne diede anche a suo marito, che era con lei, ed egli ne mangiò” (Genesi 3:6). Se si parla di marito e di moglie, quindi, il matrimonio è stato istituito. E non dagli uomini, ma da Dio stesso.

“Non è bene che l’uomo sia solo: voglio fargli un aiuto che gli corrisponda” (Gn 2,18). L’uomo non è stato creato per stare da solo, per cui il Signore ci fornisce l’aiuto necessario per avere quella completezza che ci permette di condurre appieno la nostra esistenza.

“Due valgono più di uno solo, perché sono ben ricompensati della loro fatica” (Ecclesiaste 4:9). Dal testo di Ecclesiaste 4:10-12 si evince che avere un coniuge dona sostegno, conforto e complicità.

  • Sostegno: “Infatti, se l’uno cade, l’altro rialza il suo compagno; ma guai a chi è solo e cade senz’avere un altro che lo rialzi!”.
  • Conforto: “Così pure, se due dormono assieme, si riscaldano; ma chi è solo, come farà a riscaldarsi?”.
  • Complicità: “Se uno tenta di sopraffare chi è solo, due gli terranno testa; una corda a tre capi non si rompe così presto.”

Inoltre, avere accanto una persona su cui riversare il proprio amore, rende meno egoisti e dona un prezioso aiuto nel prendere le giuste decisioni. Il confronto costruttivo è sempre istruttivo.

«Una sola carne»: l’intimità e l’unità degli sposi

Il racconto del secondo capitolo del Genesi mette l’accento sull’idea d’intimità della coppia: si tratta di una coppia unita dall’amore.

“Questa volta è osso dalle mie ossa, carne dalla mia carne. La si chiamerà donna, perché dall’uomo è stata tolta” (Gn 2,23). Tra l’uomo e la donna c’è una parentela suprema, un’idoneità perfetta.

Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno un’unica carne (v. 24). “Una sola carne” significa un solo essere.

La coppia monogamica delle origini è offerta come prototipo, al v. 24, per essere imitata da Israele. L’istinto dispotico dell’uomo nei confronti della donna, e la bramosia di quest’ultima riguardo all’uomo sono disarmonie e frutti del peccato.

L’uomo e la donna, che per il patto di amore coniugale «non sono più due, ma una sola carne» (Mt 19, 6), prestandosi un mutuo aiuto e servizio con l’intima unione delle persone e delle attività, esperimentano il senso della propria unità e sempre più pienamente la raggiungono.

Questa intima unione, in quanto mutua donazione di due persone, come pure il bene dei figli, esigono la piena fedeltà dei coniugi e ne reclamano l’indissolubile unità.

La famiglia come benedizione e ambiente educativo

Il primo capitolo della Genesi insiste sull’idea della fecondità. “E Dio creò l’uomo a sua immagine; … maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e Dio disse loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela»” (Gn 1,27-28).

L’idea che presiede dunque all’istituzione della coppia è quella di fecondità. Nell’Antico Testamento la fecondità, la discendenza numerosa, rappresenta “una benedizione di Yahvé”.

La benedizione di Dio è la famiglia, una famiglia numerosa, felice. È Dio che così dà la sua benedizione, è Dio che così è mescolato alla vita umana, che accorda alla donna di partorire.

“Ho acquistato un uomo grazie al Signore”, esclama la nostra madre Eva dopo avere dato alla luce Caino. Ed il nome Iefte significa “Dio apre (il seno materno)”.

Il desiderio indirizzato alla giovane Rebecca che è stata appena data in matrimonio dimostra questo tema della fecondità-benedizione: «Tu, sorella nostra, diventa migliaia di miriadi e la tua stirpe conquisti le città dei suoi nemici!» (Gn 24,60).

Ma la famiglia nell’Antico Testamento non si definisce soltanto dall’aspetto quantitativo, dal grande numero di figli. Il popolo di Israele, infatti, se deve essere numeroso, deve essere soprattutto qualitativo.

Occorre avere figli di qualità. Ciò suppone che la famiglia sia anche un centro educativo - il solo centro educativo.

Il libro dei Proverbi ripubblica indefinitamente questo tema dell’educazione da parte del padre e da parte della madre - e succede che la madre passa in prima posizione.

La famiglia è realmente il mezzo che trasmette ai figli le tradizioni religiose. Là troviamo questo ambiente educativo molto solido che ci appare nel secondo libro dei Maccabei, dove una madre induce i suoi sette figli a non temere la morte (2 Mac 7).

Quanto agli sposi, insigniti della dignità e responsabilità di padre e madre, adempiranno diligentemente il dovere dell’educazione, soprattutto religiosa, che spetta prima di ogni altro a loro.

I figli, come membra vive della famiglia, contribuiscono pure a loro modo alla santificazione dei genitori. Risponderanno, infatti, ai benefici ricevuti dai genitori con affetto riconoscente, con devozione e fiducia; e saranno loro vicini, come si conviene a figli, nelle avversità e nella solitudine della vecchiaia.

La fecondità nella storia della salvezza

Alcune mogli di patriarchi, la madre di Sansone, la madre di Samuele, la madre di Giovanni Battista hanno conosciuto la prova della sterilità.

Tutto ciò per farci capire che è Dio il padrone delle nascite, che si riserva questa benedizione.

La legge del levirato è istituita perché si tiene ad avere una posterità: quando un uomo è morto senza figli si tratta di procurargli una discendenza, e perciò la sua vedova deve diventare la moglie del più vicino parente del defunto (Cf. Dt 25,5 ss).

Nell’Antico Testamento si incontra anche un modello di famiglia più ampio del nostro. La poligamia è di solito praticata nell’Antico Testamento.

Per queste stesse ragioni, il culto della castità perfetta non ha potuto stabilirsi nell’Antico Testamento. Geremia è il solo nubile che ci faccia conoscere l’Antico Testamento; è stato celibe, a titolo di uomo-segno, per fare comprendere agli indifferenti l’instabilità della sua epoca.

Ma nell’Antico Testamento la consegna è: “siate fecondi”. Ciò che allora importa è di garantire la sopravvivenza e lo sviluppo del Popolo di Dio per il compimento dei suoi disegni, e la benedizione di Dio consiste in questa fecondità carnale, che appare come il risultato del suo proprio intervento.

La mistica della coppia nell’Antico Testamento

Il testo fondamentale della mistica della coppia è Genesi 2,18-24. “Non è bene che l’uomo sia solo: voglio fargli un aiuto che gli corrisponda” (v. 18).

La donna è un essere che sia per l’uomo un aiuto. Dare un nome ad un essere, nella Bibbia, significa avere una supremazia su di lui, ammaestrarlo, prenderlo al proprio servizio, in proprio possesso.

Così l’uomo impose nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli animali selvatici, ma per l’uomo non trovò un aiuto che gli corrispondesse.

Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e richiuse la carne al suo posto. Il Signore Dio formò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo.

Tra l’uomo e la donna c’è una parentela suprema, un’idoneità perfetta. Ma affinché gli sia data questa donna, Adamo deve soccombere ad un sonno profondo che è l’immagine della morte: gli occorre rinunciare a sé in un certo qual modo ed accettare una specie di morte.

Più tardi, il profeta Malachia rilegge questo testo sull’ideale della coppia e non può evocarlo senza amarezza osservando il modo in cui, alla sua epoca, si rompono i matrimoni contratti in gioventù:

Perché il Signore è testimone fra te e la donna della tua giovinezza, che hai tradito, mentre era la tua compagna, la donna legata a te da un patto. Non fece egli un essere solo dotato di carne e soffio vitale? Che cosa cerca quest’unico essere, se non prole da parte di Dio? Custodite dunque il vostro soffio vitale e nessuno tradisca la donna della sua giovinezza. Perché io detesto il ripudio, dice il Signore, Dio d’Israele (Ml 2,14-16).

Così l’antico testo di Gn 2,18-24 è ripreso per approfondire questa mistica della coppia. Il tema ritorna anche in Tb 8,6, Mt 19,5 ed Ef 5,31.

Il Cantico dei Cantici e l’amore degli sposi

Il Cantico dei Cantici ci introduce nel mondo dell’amore, nella genesi stessa del fidanzamento e nel clima degli inizi del matrimonio.

Vi si canta il paradiso perso di un amore così come era alle origini e questo libro si ricollega alla riflessione sapienziale sulla mistica della coppia presentata in Gn 2.

Il Cantico dei Cantici mostra che l’amore umano, quando è vissuto nella sua verità, non è estraneo alla rivelazione biblica. La relazione tra l’uomo e la donna viene descritta attraverso il desiderio, la ricerca, la gioia della presenza e la fedeltà.

Fedeltà, monogamia e amore della donna della giovinezza

In questo ambito sapienziale occorre notare gli ammonimenti formulati dai Sapienti, in particolare in Pr 5,15 ss.

“Bevi l’acqua della tua cisterna e quella che zampilla dal tuo pozzo, perché non si effondano al di fuori le tue sorgenti e nelle piazze i tuoi ruscelli, ed essi siano per te solo e non per degli estranei che sono con te.

Sia benedetta la tua sorgente, e tu trova gioia nella donna della tua giovinezza: cerva amabile, gazzella graziosa, i suoi seni ti inebrino sempre, sii sempre invaghito del suo amore!

Perché, figlio mio, perderti per la straniera e stringerti al petto di una sconosciuta?” (Pr 5,15-20).

Questo fa parte di tutta una propaganda a favore della monogamia più rigorosa.

Il matrimonio sia tenuto in onore da tutti e il letto coniugale non sia macchiato da infedeltà (Ebrei 13:4).

Il settimo comandamento vieta l’adulterio. E’ scritto nella Bibbia, in Esodo 20:14: “Non commettere adulterio.”

Il peccato sessuale è distruttivo, anche quando gli effetti non sono immediatamente evidenti. E’ scritto nella Bibbia, in 1 Corinzi 6:18: “Fuggite la fornicazione. Ogni altro peccato che l’uomo commetta, è fuori del corpo; ma il fornicatore pecca contro il proprio corpo.”

Gesù porta la fedeltà fino all’intenzione del cuore: “Ma io vi dico che chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore” (Matteo 5:28).

La sessualità coniugale come dono di Dio

Il sesso è un dono che Dio ha dato alle persone sposate per il loro mutuo piacere. E’ scritto nella Bibbia, in Proverbi 5:18,19: “Sia benedetta la tua fonte, e vivi lieto con la sposa della tua gioventù….le sue carezze t’inebrino in ogni tempo, e sii sempre rapito nell’affetto suo.”

L’amore ed il dono di Dio della sessualità sono caldamente raccomandati all’interno dell’impegno del matrimonio. Il matrimonio sia tenuto in onore da tutti e il letto coniugale non sia macchiato da infedeltà.

Contrariamente a quanti alcuni pensano, Dio si compiace del fatto che i coniugi abbiano un’unione completa e traboccante, dal punto di vista spirituale ma anche fisico: “Sia benedetta la tua fonte, e trova gioia nella sposa della tua gioventù. Cerva d’amore, capriola di grazia, le sue carezze t’inebrino in ogni tempo, e sii sempre rapito nell’affetto suo” (Proverbi 5:18,19).

La sessualità è un dono di Dio. La privazione non è un concetto che Dio ha stabilito per gli sposi, anzi: “Il marito renda alla moglie ciò che le è dovuto; lo stesso faccia la moglie verso il marito.

La moglie non ha potere sul proprio corpo, ma il marito; e nello stesso modo il marito non ha potere sul proprio corpo, ma la moglie. Non privatevi l’uno dell’altro, se non di comune accordo, per un tempo, per dedicarvi alla preghiera; e poi ritornate insieme, perché Satana non vi tenti a motivo della vostra incontinenza” (1 Corinzi 7:3-5).

Dio ha ideato il sesso come parte dell’unica relazione del matrimonio. E’ scritto nella Bibbia, in 1 Corinzi 7:5: “Non privatevi l’uno dell’altro, se non di comune accordo, per un tempo, per dedicarvi alla preghiera; e poi ritornate insieme, perché Satana non vi tenti a motivo della vostra incontinenza.”

La piena libertà è consentita solo nel matrimonio, essendo marito e moglie “una sola carne” davanti a Dio e formando quindi un’unione indissolubile.

Un legame così profondo tra due corpi e anime va protetto e onorato fino in fondo: “Il matrimonio sia tenuto in onore da tutti e il letto coniugale non sia macchiato da infedeltà; poiché Dio giudicherà i fornicatori e gli adùlteri” (Ebrei 13:4).

La castità e il dominio dei desideri

Per impedirci di fare del male a noi stessi, i desideri e le attività sessuali devono essere sottoposti al controllo del Cristo.

E’ scritto nella Bibbia, in 1 Tessalonicesi 4:3-5: “Perché questa è la volontà di Dio: che vi santifichiate, che vi asteniate dalla fornicazione, che ciascuno di voi sappia possedere il proprio corpo in santità e onore, senza abbandonarsi a passioni disordinate come fanno gli stranieri che non conoscono Dio.”

Come comincia il peccato sessuale? E’ scritto nella Bibbia, in Matteo 5:28: “Ma io vi dico che chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore.”

La Bibbia vieta i rapporti sessuali con le prostitute. E’ scritto nella Bibbia, in 1 Corinzi 6:15-17: “Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo? Prenderò dunque le membra di Cristo per farne membra di una prostituta? No di certo! Non sapete che chi si unisce alla prostituta è un corpo solo con lei? ‘Poiché’, Dio dice, ‘i due diventeranno una sola carne’.”

La Bibbia vieta l’incesto. E’ scritto nella Bibbia, in Levitico 18:6: “Nessuno si avvicinerà a una sua parente carnale per avere rapporti sessuali con lei.”

La Bibbia vieta la bestialità. E’ scritto nella Bibbia, in Levitico 18:23: “Non ti accoppierai con nessuna bestia per contaminarti con essa.”

Il matrimonio come sacramento e via di santità

Cristo Signore ha effuso l’abbondanza delle sue benedizioni su questo amore multiforme, sgorgato dalla fonte della divina carità e strutturato sul modello della sua unione con la Chiesa.

Infatti, come un tempo Dio venne incontro al suo popolo con un patto di amore e fedeltà, così ora il salvatore degli uomini e sposo della Chiesa viene incontro ai coniugi cristiani attraverso il sacramento del matrimonio.

Inoltre rimane con loro perché, come egli stesso ha amato la Chiesa e si è dato per essa, così anche i coniugi possano amarsi l’un l’altro fedelmente, per sempre, con mutua dedizione.

L’autentico amore coniugale è assunto nell’amore divino ed è sostenuto e arricchito dalla forza redentiva del Cristo e dall’azione salvifica della Chiesa, perché i coniugi, in maniera efficace, siano condotti a Dio e siano aiutati e rafforzati nella sublime missione di padre e madre.

Per questo motivo i coniugi cristiani sono corroborati e come consacrati da uno speciale sacramento per i doveri e la dignità del loro stato.

Ed essi, compiendo in forza di tale sacramento il loro dovere coniugale e familiare, penetrati dallo spirito di Cristo, per mezzo del quale tutta la loro vita è pervasa di fede, speranza e carità, tendono a raggiungere sempre più la propria perfezione e la mutua santificazione, e perciò insieme partecipano alla glorificazione di Dio.

La comunione familiare vissuta bene è un vero cammino di santificazione nella vita ordinaria e di crescita mistica, un mezzo per l’unione intima con Dio (Amoris Laetitia 316).

La vocazione matrimoniale nella Chiesa

Il magistero del Concilio Vaticano II sulla vocazione universale alla santità e in particolare sulla vocazione dei laici permette oggi di considerare in una nuova luce la santità vissuta nel matrimonio.

Papa Francesco afferma che «ci sono molte coppie di sposi sante, in cui ognuno dei coniugi è stato strumento per la santificazione dell’altro» (Gaudete et exsultate, n. 141).

Poco più avanti il Papa indica nella Santa Famiglia l’esempio più alto: la «comunità santa che formarono Gesù, Maria e Giuseppe, dove si è rispecchiata in modo paradigmatico la bellezza della comunione trinitaria» (Gaudete et exsultate, n. 143).

Ancora il 15 maggio 2022, nell’omelia per la canonizzazione di dieci Beati, Francesco ha detto: «Sei sposato o sposata? Sii santo e santa amando e prendendoti cura di tuo marito o di tua moglie, come Cristo ha fatto con la Chiesa».

Si tratta di considerare anzitutto che il matrimonio è risposta a una vocazione e come tale è via di santità.

Quella alla vita matrimoniale è una vocazione di certo non meno esigente delle altre nella Chiesa. Nel 1939 san Josemaría scriveva: «Ridi perché ti dico che hai “vocazione matrimoniale”? Ebbene, l’hai: proprio così, vocazione».

La vocazione al matrimonio è una chiamata a condurre una barca instabile - ma sicura per la realtà del sacramento - in un mare talvolta agitato.

Non dimentichiamo che, mediante il Sacramento del matrimonio, Gesù è presente su questa barca. Egli si preoccupa per voi, rimane con voi in ogni momento, nel dondolio della barca agitata dalle acque.

La santità personale e la santità della coppia

La santità degli sposi è certamente la santità di due persone distinte, la santità personale di un uomo e di una donna; allo stesso tempo, però, è la santità comunitaria della coppia.

Può, difatti, accadere che uno degli sposi sia santo e non lo sia, invece, l’altro: per questo si potrà pensare a santa Monica e al suo marito Patrizio, pagano e peccatore, che però alla fine si convertirà.

Pare, tuttavia, giunto il tempo di elaborare una teologia della santità di coppia come moltiplicazione e non semplice addizione della santità personale di ciascuno dei coniugi.

La famiglia umanizza le persone attraverso la relazione del “noi” e allo stesso tempo promuove le legittime differenze di ciascuno. Questo è proprio importante per capire cosa è una famiglia, che non è soltanto un’aggregazione di persone.

Abbiamo dei casi esemplari già riconosciuti dalla Chiesa, ossia di sposi che hanno vissuto tutta la loro vita matrimoniale nella più perfetta unione e unità di Amore, nella grazia del sacramento del Matrimonio vissuta in continua crescita sino alla più alta santità.

È un amore umano totalmente trasformato, trasfigurato e sempre rinnovato dall’Amore di Cristo, lo Sposo della Chiesa.

Analogamente all’acqua cambiata in vino alle nozze di Cana, così la santità personale di ciascuno si mescola e si moltiplica con la santità dell’altro nella comune grazia del sacramento del Matrimonio.

Il «castello interiore» e il «castello esteriore»

La santità cui tutti siamo chiamati è la perfezione della carità e «il dono primo e più necessario è la carità, con la quale amiamo Dio sopra ogni cosa e il prossimo per amore di lui» (Lumen Gentium, nn. 40. 42).

Queste sono le due dimensioni della carità, nelle quali è rispettivamente sperimentata una duplice presenza di Gesù: «dentro» l’anima, ossia la singola persona, e «in mezzo» ad una comunità di persone.

«Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui» (Gv 14,23) è lo stesso Gesù che ci dice: «dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro» (Mt 18,20).

La prima forma della presenza di Gesù, col Padre e lo Spirito Santo, caratterizza la vita interiore della singola persona sicché, per ricorrere all’espressione simbolica di santa Teresa d’Avila, è come un Castello Interiore.

La seconda modalità della presenza di Gesù «in mezzo», caratterizza a sua volta la vita comune della coppia, della famiglia, della comunità cristiana e di tutta la Chiesa.

Secondo la Serva di Dio Chiara Lubich, è il Castello Esteriore della comunità, inseparabile dal Castello Interiore. Sono due Castelli comunicanti e non si può costruire l’uno senza costruire l’altro.

Secondo Teresa d’Avila, la porta del Castello Interiore è l’orazione come relazione personale di amore con Cristo Sposo. Per Chiara Lubich, la porta del Castello Esteriore è il patto di unità come impegno forte nell’amore del prossimo, amore reciproco.

Una delle modalità più alte di questo patto è evidentemente il sacramento del matrimonio.

Così, negli sposi santi, vediamo un bellissimo riflesso del Mistero Trinitario, della distinzione delle Persone, della loro uguaglianza e della loro Unità nell’Amore.

È anche riflesso dell’unità di Cristo e della Chiesa nello Spirito Santo, e della Santa Famiglia di Nazareth dove Gesù è contemplato «in mezzo», tra Maria e Giuseppe, nel loro verginale e vero matrimonio.

Essere due in Cristo, due in uno. Un’unica vita, un “noi” nella comunione d’amore con Gesù, vivo e presente in ogni momento della vostra esistenza. Dio vi accompagna, vi ama incondizionatamente. Non siete soli!

La spiritualità coniugale nella vita quotidiana

La cosa bellissima è che questa ricerca del piano di Dio e questo discernimento è sempre passato dalla vita ordinaria di tutti i giorni, fatta di dialogo, di preghiera, di intimità, di educazione dei figli, di lavoro.

È quella ordinarietà che è stata impregnata di Spirito Santo dal giorno del vostro matrimonio e di questo dovete esserne estremamente consapevoli.

L’ordinario vissuto con Gesù ha una fecondità straordinaria.

Il cammino di santità compiuto insieme, come coppia, è possibile, è bello, è straordinariamente fecondo ed è fondamentale per il bene della famiglia, della Chiesa e della società.

Dire santità di coppia di sicuro ti porta a scoraggiarti quando hai davanti certi modelli impressionanti per virtù e stile di vita.

Ma tutte queste testimonianze la Chiesa ce le regala solo per stimolarci e motivarci ma non per essere copiate.

Gesù ha un progetto meraviglioso per la vostra coppia e poi è importante discernere dove passa la vostra strada e dare frutti in base ai vostri talenti.

Ognuna di queste coppie, a un certo punto della propria vita, anche dopo anni molto difficili dal punto di vista della serenità coniugale, ha deciso di vivere insieme il vangelo giorno per giorno, lasciando nel proprio ambiente un solco profondo di carità e fedeltà: testimoniando con la vita il proprio amore a Cristo.

Amore, dono reciproco e servizio

L’amarsi è già, se in Dio, santità. Vivere la tenerezza dell’umano redento è santità. Vivere le relazioni interfamiliari in fraternità è santità. Umanizzare le relazioni extra-familiari è santità.

Nel matrimonio e nella coniugalità vissuti «nel Signore» avviene questa continua trasformazione dell’amore umano in amore «per il Regno».

Sotto le apparenze dell’amore di uomo e donna e figli c’è l’amore di Dio.

Il cibo dell’amore nutre veramente se fatto di parola e carne. Naturalmente quando si parla di amore come cibo non si intende soltanto l’eros, né soltanto la filìa, ma si intende soprattutto agàpe, generata dall’interno della persona e della coppia come dono di una gratuità assoluta per il Regno.

Niente però di evanescente e spiritualistico, bensì tutto con «spiritualità incarnata».

Amore come «santità coniugale» è relazionarsi con il coniuge, è vivere il legame, la relazione come modo consueto di vivere, tenerci come fosse «lo spirito santo» della coppia (1 + 1 = 3).

Coniugalità santa è sposare la relazione, quasi prima ancora che sposare la persona. Coniugalità santa è vivere la relazione come dono reciproco: accetto e do.

Tale dono diventa poi servizio. La santità coniugale passa attraverso il dono reciproco che simultaneamente diventa servizio reciproco, ma per il Regno.

Il Regno di Dio è la realtà più grande cui riferirsi sempre. È vivere lo spirito del Regno a far diventare santi.

In Dio “essere” ed “essere dono” coincidono, ma l’essere di Dio è santità, quindi santità è essere dono.

Il vivere con l’altro come dono diventa, più o meno marcatamente, un vivere “per”. Questo passaggio include la dimensione del sacrificio non nel senso vittimistico, ma nel senso pregnante del termine.

Quando si dice vivere “per” includendo la dimensione “sacrificale”, non si allude tanto agli immancabili sacrifici reciproci dei gusti, delle pretese dell’io da tenere a bada per risorgere quotidianamente nel “noi”, ma ci si riferisce al vivere la coniugalità “per” il Regno.

Vivere con l’altro per il Regno è anche garanzia di santità mentale. È bello “sposati” “sposare” la causa del Regno.

Santità è vivere per il Regno, essere a servizio delle esigenze del Padre che vuole creare umanità attraverso il nostro essere amanti.

Il ruolo del marito secondo la Bibbia

Marito e moglie, essendo diversi, rivestono ruoli differenti: “il capo di ogni uomo è Cristo, […] il capo della donna è l’uomo e […] il capo di Cristo è Dio” (1 Corinzi 11:3).

Il marito è il capo della moglie. Questa diversità di ruoli va vista sotto l’ottica della responsabilità e del dono di sé.

“Mariti, amate le vostre mogli, come anche Cristo ha amato la chiesa e ha dato se stesso per lei, per santificarla dopo averla purificata lavandola con l’acqua della parola, per farla comparire davanti a sé, gloriosa, senza macchia, senza ruga o altri simili difetti, ma santa e irreprensibile.

Allo stesso modo anche i mariti devono amare le loro mogli, come la loro propria persona. Chi ama sua moglie ama se stesso” (Efesini 5:25-28).

I mariti sono tenuti ad amare le mogli come Cristo ama la Chiesa, perché a Lui rendono conto, visto che Cristo è il capo di ogni uomo.

Perciò il termine “capo” non va visto come riferimento a un atto di prepotenza o di prevaricazione.

“Mariti, vivete insieme alle vostre mogli con il riguardo dovuto alla donna, come a un vaso più delicato. Onoratele, perché anch’esse sono eredi con voi della grazia della vita, affinché le vostre preghiere non siano impedite” (1 Pietro 3:7).

Non si può allo stesso tempo essere arroganti e delicati, per cui Dio ha posto il marito a capo della moglie per esserle di guida, consiglio e protezione.

Il ruolo della moglie secondo la Bibbia

“Mogli, siate sottomesse ai vostri mariti, come al Signore; il marito infatti è capo della moglie, come anche Cristo è capo della chiesa, lui, che è il Salvatore del corpo. Ora come la chiesa è sottomessa a Cristo, così anche le mogli devono essere sottomesse ai loro mariti in ogni cosa” (Efesini 5:22-24).

Il concetto di sottomissione va visto sotto la lente di Dio. La moglie deve essere sottomessa al marito con un atteggiamento di timore, nel senso di profondo rispetto, massima considerazione.

Come il marito ama la moglie come sé stesso e come Cristo, la moglie deve essere sottomessa per sé stessa e per Cristo.

Se la sottomissione della donna e l’amore dell’uomo sono spontanei, i ruoli saranno svolti con amore e la famiglia ne avrà un beneficio perché entrambi staranno agendo in maniera gradita al Signore.

La famiglia come fraternità e testimonianza

La fraternità è un segno di riconoscimento di Dio; la santità è il vertice di tale segno di riconoscimento; la coniugalità e la familiarità sono i modi più legati al secolo in grado di offrire tale segno di riconoscimento; quindi la coniugalità e la familiarità sono via secolare alla santità in quanto creativi di fraternità.

Non tanto quindi la persona singola “fratello” di tutti, ma “coniugi fratelli d’amore” testimoniano l’Amore.

La coniugalità e la famiglia divengono luoghi di santità a partire dall’accettazione del disegno di Dio sulla coppia e sulla famiglia, a patto di rispettare la caratteristica principale della coniugalità che è quella della laicità.

L’indole secolare è propria e peculiare dei laici.

Essendo il matrimonio la realtà creaturale più legata al secolo, è l’ambito privilegiato di testimonianza dei laici.

Non è tempo rubato alla liturgia o alla santità quello dedicato allo «habitare fratres in unum».

Occorre interiorizzare veramente da parte di tutti che il mistero coniugale e familiare è ambito naturale dove esercitare la testimonianza e la santità.

Questa «forza» che trasforma la vita e che è un potenziale di santità, è l’adesione alla volontà di Dio.

La regola generale di santità diventa accettazione semplice e quotidiana del disegno di Dio nella propria vita.

In una parola l’itinerario di santità è creare spazio al Regno di Dio vivendo la naturalezza della relazione coniugale e delle relazioni umane in fraternità.

La Santa Famiglia: Giuseppe, Maria e Gesù

Il primo esempio che viene in mente parlando di santi sposi è certamente quello di San Giuseppe e Maria Vergine, che con Gesù Bambino compongono la Sacra Famiglia, da sempre il punto di riferimento a cui ogni famiglia cristiana dovrebbe guardare.

Nel Vangelo di Matteo (Matteo 1:18-25) leggiamo che Maria era promessa sposa a Giuseppe, quando gli rivelò di essere incinta.

Per gli ebrei il matrimonio si articolava in due fasi: il fidanzamento ufficiale, che era già un matrimonio a tutti gli effetti, e un anno dopo l’ingresso della sposa nella casa dello sposo. Quindi di fatto Maria e Giuseppe erano già sposi.

San Giuseppe dapprima decise di ripudiarla in segreto, per non esporla allo scandalo, ma poi, visitato in sogno dall’Arcangelo Gabriele, che lo informò della vera natura del bambino, scelse di restarle accanto e adempiere ai suoi doveri di marito e padre putativo del piccolo Gesù.

“Destatosi dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa, la quale partorì un Figlio che egli chiamò Gesù” (Mt 1,24-25).

Dunque Giuseppe e Maria erano sposati, e insieme hanno dato vita alla prima rappresentazione iconica di un nucleo famigliare: un marito e padre amorevole e protettivo, una madre giovane e dolcissima, a cui poi si unirà il piccolo Gesù.

È questo il modello di famiglia cristiana che noi tutti conosciamo, ed è interessante notare come essa sia iniziata col rischio di un abbandono da parte di San Giuseppe, sventato solo dall’intervento divino e dalla grande fede di quest’uomo mite e buono.

Dio scelse Giuseppe di Nazareth, come scelse Maria, destinandoli l’uno all’altro, discendenti della stirpe di Re Davide, destinati a vivere in castità e purezza.

Altri esempi biblici di coppie sante

Sant’Anna e San Gioacchino

Gioacchino e Anna erano con ogni probabilità entrambi membri della classe sacerdotale ebraica. Purtroppo, nonostante i ripetuti tentativi, non riuscivano ad avere un figlio.

Gioacchino, oppresso dal disonore di non riuscire ad essere padre, si ritirò nel deserto, tra i pastori, e proprio qui lo raggiunse un Angelo, annunciandogli che presto un figlio sarebbe nato.

Anna aveva avuto la stessa rivelazione, e i due si incontrarono sotto la Porta Aurea di Gerusalemme, dove si baciarono, rinsaldando la loro unione.

Santi Elisabetta e Zaccaria

Anche Santa Elisabetta, cugina di Maria, e San Zaccaria non potevano avere figli.

Ormai entrambi anziani, mentre Zaccaria svolgeva le sue funzioni presso il Tempio ebbe una visione: l’Arcangelo Gabriele gli annunciò la nascita di un figlio.

Solo dopo la nascita del bambino, che venne chiamato Giovanni, come l’Angelo aveva ordinato, Zaccaria riprese a parlare.

Il bambino sarebbe divenuto un giorno Giovanni Battista.

Famosa è la storia della visita di Maria alla cugina Elisabetta, quando quest’ultima era al sesto mese di gravidanza. Al saluto di Maria il bambino nel suo grembo sussultò, riconoscendo la futura madre di Gesù.

Aquila e Priscilla

Santa Priscilla e il suo sposo San Aquila erano due ebrei convertiti al Cristianesimo da San Paolo, che fu loro ospite durante la sua visita a Corinto.

Per seguire il Santo si misero in viaggio per Efeso e poi per Roma, dove si fecero apostoli del Vangelo e probabilmente conobbero il martirio per decapitazione.

Coppie sante nella storia della Chiesa

La Chiesa cattolica tiene da sempre in grande conto il Sacramento del matrimonio, un vincolo sacro che lega un uomo e una donna davanti a Cristo, inizio di un percorso comune di vita, ma anche di Fede.

È dunque inevitabile che ci siano coppie di santi sposati, uomini e donne che hanno trasceso la semplice esperienza di unione cristiana, per unire le loro anime a un livello ancora più alto, solenne, santo, appunto.

Tra le numerose cause di beatificazione di sposi, la Chiesa ha già riconosciuto la santità di alcuni.

Nel XIX secolo ci sono gli esempi dei santi Luigi e Zelia Martin, genitori di santa Teresa di Lisieux, e dei venerabili Tancredi e Giulia, marchesi di Barolo.

Nel XX secolo ci sono i beati Luigi e Maria Beltrame Quattrocchi e i venerabili Sergio e Domenica Bernardini.

Luigi e Zelia Martin

Louis Martin e Marie-Azélie (Zélia) Guérin s’incontrarono presso il ponte Saint Leonard ad Alençon nell’aprile del 1858 e da allora unirono la loro esperienza umana e religiosa, sposandosi e restando insieme fino alla morte.

Profondamente devoti, dediti alla carità e una liturgia domestica quotidiana fatta di preghiera, carità e pie pratiche, furono genitori di nove figli.

Le cinque femmine sopravvissero e divennero religiose, e tra loro spicca Santa Teresa del Bambin Gesù, o Teresa del Bambin Gesù e del Volto Santo, ovvero Santa Teresa di Lisieux, canonizzata nel 1925 e proclamata Dottore della Chiesa dal 1997.

Zélia morì nel 1877, Louis nel 1894, e furono beatificati da papa Benedetto XVI nel 2008 a Lisieux, primi tra i santi sposati.

Sant’Isidoro e Santa Maria Toribia

San Isidoro di Madrid, detto anche Sant’Isidoro l’agricoltore, e sua moglie Maria Toribia erano entrambi contadini poverissimi.

Vissero intorno all’anno Mille, in Spagna, e condivisero una vita fatta di duro lavoro, ma anche di devozione, pietà e carità verso i più poveri.

Entrambi analfabeti, anteponevano spesso il dialogo con Dio al lavoro, guadagnandosi per questo invidia e gelosia da parte degli altri.

Modello di fede e misericordia l’uno per l’altra, condivisero ogni dolore e ogni gioia, uniti in una grazia di spirito che trascendeva la loro umile condizione.

Santa Silvia e San Gordiano

Santa Silvia fu la madre di papa Gregorio Magno, Santo e Dottore della Chiesa. Lei e il marito Gordiano vissero a Roma nel VI secolo d.C., nobildonna lei, senatore lui.

Uniti dall’amore per Dio, vissero in due famiglie famose per la loro devozione e spiritualità.

Quando Silvia rimase vedova abbracciò la regola benedettina e visse il resto della sua vita dividendosi a sua volta tra preghiera e opere di carità, ma prendendosi sempre cura del figlio, cagionevole di salute.

Luigi e Maria Beltrame Quattrocchi

Nel XX secolo ci sono i beati Luigi e Maria Beltrame Quattrocchi.

Questi sposi ci offrono la più alta teologia vissuta del Matrimonio e della famiglia.

I marchesi di Barolo

I Marchesi di Barolo, ricchi e colti, mentre, non potendo avere dei figli, sperimentavano quella che per una coppia è la più grande povertà, al tempo stesso vivevano pienamente la loro paternità e maternità, beneficando i poveri e curando i sofferenti.

È così che mentre ci sono alcuni «genitori» che non diventeranno mai padri e madri, vi sono, al contrario, molti «padri» e «madri» che non hanno fisicamente generato.

Gli sposi Bernardini

Diversamente dai Marchesi di Barolo, gli sposi Bernardini erano dei poveri e semplici contadini, ma ebbero una grande ricchezza di dieci figli, rimasti tutti fedeli al Signore.

Gli sposi Martin e la fecondità spirituale

Gli sposi Martin hanno dato alla Chiesa la loro figlia, santa Teresa di Lisieux.

Allo stesso modo, una figlia degli sposi Beltrame Quattrocchi, Enrichetta, è stata dichiarata venerabile.

Sposi e genitori martiri

C’è poi anche l’esempio di sposi e genitori martiri, uccisi insieme ai loro figli: i Servi di Dio Jozef e Wiktoria Ulma durante la seconda guerra mondiale e i Servi di Dio Cyprien e Daphrose Rugamba al momento del genocidio nel Rwanda.

In ambedue i casi, il processo per la beatificazione include i figli, inseparabili dai genitori nel martirio.

Il matrimonio e la Chiesa: un’unione aperta al Regno

Il Regno di Dio è la realtà più grande, più grande della coppia e della pur stupenda invenzione della famiglia, cui riferirsi sempre.

Vivere “per l’altro” sacrificando tutto a lui potrebbe nascondere un pericolo, in quanto l’altro non realizza ed esaurisce la dimensione dell’assoluto.

Vivere con l’altro per il Regno è anche garanzia di santità mentale. È bello “sposati” “sposare” la causa del Regno.

Santità è vivere per il Regno, essere a servizio delle esigenze del Padre che vuole creare umanità attraverso il nostro essere amanti.

In vista del matrimonio più importante, Dio ha donato all’uomo e alla donna la possibilità di vivere un’esistenza realmente appagata donando interamente sé stessi alla persona che Egli stesso ha scelto per noi.

Marito e moglie credenti, insieme costituiscono la sposa di Cristo, ossia la Chiesa, che Gesù, raffigurato anche come “l’Agnello di Dio”, rapirà per portarla in cielo con Sé e godere di un matrimonio eterno.

“Rallegriamoci ed esultiamo e diamo a lui la gloria, perché sono giunte le nozze dell’Agnello e la sua sposa si è preparata” (Apocalisse 19:7).

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