Perché l’apostolo Filippo ha la croce in mano: significato e iconografia

L’apostolo Filippo tiene la croce in mano perché questo è il principale attributo iconografico che ricorda il suo martirio. Secondo la tradizione cristiana, Filippo morì a Ierapoli, in Frigia, crocifisso a testa in giù; per questo nelle opere d’arte viene spesso raffigurato con una grande croce di legno, talvolta rovesciata.

La croce non indica soltanto il modo in cui Filippo avrebbe subito la morte, ma rappresenta anche la sua fedeltà a Cristo, la predicazione del Vangelo e il dono totale della propria vita. In alcune raffigurazioni la croce è legata con funi, perché una tradizione riferisce che l’apostolo non sarebbe stato inchiodato, ma legato al legno prima di essere lapidato.

Il significato della croce nelle immagini di san Filippo

Filippo è rappresentato con una grande croce in legno, a simboleggiare il suo martirio, a volte rovesciata poiché, secondo alcune fonti, sarebbe stato crocifisso a testa in giù come l’apostolo Pietro.

La croce è dunque un segno di identificazione: permette di riconoscere Filippo negli affreschi, nei dipinti, nelle sculture e nelle pale d’altare. Il suo significato principale è il ricordo della morte subita per la fede e della perseveranza con cui l’apostolo avrebbe portato avanti la missione evangelica fino alla fine.

Il santo è riconoscibile per la croce di legno legata da un nastro annodato che allude al suo martirio: egli, infatti, fu crocifisso a testa in giù, senza l’ausilio dei chiodi, bensì legato alla croce per mezzo di funi.

L’immagine pone l’accento sull’umiltà del personaggio, che accoglie la Grazia - simboleggiata dalla luce proveniente dall’alto - in un atteggiamento di raccolta sottomissione. Stringendo una croce palesemente povera - due semplici bastoni tenuti insieme da un legaccio - sembra voler dire: «Sia fatta la volontà di Dio».

San Filippo apostolo con croce di legno

Perché la croce può essere raffigurata rovesciata

La croce rovesciata allude alla tradizione secondo cui Filippo sarebbe stato crocifisso con la testa in giù. La stessa posizione viene riferita anche al martirio di san Pietro, ma nel caso di Filippo le fonti non sono uniformi e descrivono la sua morte in modi differenti.

Filippo avrebbe evangelizzato la Frigia e sarebbe morto martire sotto Domiziano a Gerapoli, crocifisso a testa in giù.

Secondo alcuni racconti posteriori (Atti di Filippo e altri), il nostro Apostolo avrebbe evangelizzato prima la Grecia e poi la Frigia e là avrebbe affrontato la morte, a Gerapoli, con un supplizio variamente descritto come crocifissione o lapidazione.

Il suo martirio viene raccontato in diversi modi. Secondo alcuni resoconti, fu crocifisso a testa in giù, una posizione di estrema umiltà e sofferenza. Altre versioni raccontano che venne legato a un albero e lapidato, oppure che venne gettato in un burrone dopo essere stato torturato.

Per questo motivo l’iconografia non è completamente uniforme: Filippo può avere una croce verticale, una croce rovesciata oppure una croce alla quale è legato con funi. Il simbolo rimane comunque lo stesso: il ricordo del martirio dell’apostolo.

Le diverse tradizioni sul martirio di Filippo

La tradizione vuole che muoia da martire durante la persecuzione di Domiziano, crocifisso con la testa all’ingiù, in Frigia, a Ierapoli.

Quando il proconsole della città si accorge che Filippo invita molti ad aderire al Vangelo, convincendo anche la propria moglie con il suo “vieni e vedi”, decide di mettere fine all’esistenza dell’apostolo: lo arresta, lo condanna, lo fa inchiodare a un albero a testa in giù e, una volta morto, lascia che sia sepolto nella città.

La tradizione cristiana attribuisce a Filippo un’attività missionaria in Asia Minore, soprattutto in Frigia, dove avrebbe annunciato il Vangelo nella città di Ierapoli. Il suo impegno avrebbe provocato la reazione delle autorità locali e dei sostenitori dei culti pagani.

Tra le storie a lui attribuite, si dice che guarì i malati, scacciò i demoni e, soprattutto, convertì la moglie di un alto dignitario pagano. Questo atto suscitò l’ira delle autorità locali, che lo consideravano una minaccia crescente per le religioni tradizionali.

Le persecuzioni non tardarono ad arrivare. Philippe viene arrestato, picchiato e condannato a morte.

La croce tenuta nelle mani del santo riassume quindi una vicenda tramandata da fonti diverse, alcune agiografiche e altre leggendarie. A Filippo è stato anche attribuito un vangelo apocrifo, ma molte delle notizie che si hanno sulla sua vita sono legate alla leggenda.

La croce come segno del discepolo di Cristo

Nel cristianesimo la croce non è soltanto uno strumento di esecuzione, ma è il segno della morte e della risurrezione di Gesù. Quando Filippo viene raffigurato mentre la porta, l’immagine collega direttamente la sua vicenda a quella di Cristo.

Il martirio di san Filippo non segna la fine della sua influenza. Al contrario, la sua morte non fa che consolidare ulteriormente la sua presenza nella storia del cristianesimo. Da semplice discepolo di Cristo, divenne figura di riferimento per le generazioni successive, testimone della fede perseguitata e modello di zelo missionario.

La croce esprime così tre significati collegati tra loro:

  • ricorda la forma tradizionale del martirio di Filippo;
  • indica la sua appartenenza al gruppo degli apostoli di Gesù;
  • rappresenta la fedeltà al Vangelo fino al dono della vita.

Secondo la tradizione cristiana, lasciò Gerusalemme e andò a evangelizzare terre ostili. Viaggiò in Scizia, Grecia, Siria e soprattutto in Asia Minore, in particolare in Frigia, dove ebbe un profondo impatto sulla città di Hierapolis.

Qualunque siano state le circostanze esatte della sua morte, una cosa è certa: accettò il suo destino con la stessa fede ardente che lo aveva guidato fin dal giorno in cui Gesù lo aveva chiamato.

Chi era l’apostolo Filippo

Filippo fu discepolo di Giovanni Battista e uno dei primi a seguire Gesù. Pare che ardesse da lungo tempo in lui il desiderio di incontrarlo: per questo, appena iniziata la predicazione, Gesù lo premiò chiamandolo tra i suoi primissimi discepoli.

Filippo era un pescatore originario di Betsaida e già discepolo di Giovanni il Battista.

San Filippo apostolo è uno degli apostoli di Cristo, tra le figure fondamentali dell’annuncio evangelico e delle origini della Chiesa.

Nato a Betsaida come Pietro e Andrea e citato in più passi dei Vangeli. Dopo la morte di Gesù predicò in Asia Minore cristianizzando la Frigia e la Scizia.

Benché Filippo fosse di origine ebraica, il suo nome è greco, come quello di Andrea, e questo è un piccolo segno di apertura culturale da non sottovalutare.

Nelle liste dei Dodici, egli è sempre collocato al quinto posto, quindi sostanzialmente tra i primi.

Non va confuso con il diacono Filippo, uno dei sette diaconi ordinati dagli apostoli.

Filippo nei Vangeli: «Vieni e vedi»

Il Vangelo di Giovanni racconta che, dopo essere stato chiamato da Gesù, Filippo incontra Natanaele e gli dice: “Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè nella Legge e i Profeti, Gesù, figlio di Giuseppe, di Nazaret”.

Alla risposta piuttosto scettica di Natanaele, “Da Nazaret può forse venire qualcosa di buono?”, Filippo non si arrende e controbatte con decisione: “Vieni e vedi!”.

Filippo non si limita ad accettare la chiamata di Cristo; cerca subito di convincere un altro potenziale discepolo.

Il suo primo istinto è quello di andare da Natanaele, spesso identificato con l’apostolo Bartolomeo, e dichiarargli con entusiasmo: “Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè nella Legge e i Profeti: Gesù, figlio di Giuseppe, di Nazaret”.

In questa risposta, asciutta ma chiara, Filippo manifesta le caratteristiche del vero testimone: non si accontenta di proporre l’annuncio, come una teoria, ma interpella direttamente l’interlocutore suggerendogli di fare lui stesso un’esperienza personale di quanto annunciato.

Filippo usa le stesse parole - che per lui sono state efficaci - per condividere la medesima esperienza con Natanaele e invitarlo dal Maestro: “Vieni e vedi!”.

Filippo invece ci insegna a lasciarci conquistare da Gesù, a stare con lui, e a invitare anche altri a condividere questa indispensabile compagnia.

La concretezza di Filippo e la moltiplicazione dei pani

Filippo è insieme a Gesù nel deserto poco prima del miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, così come è seduto con Lui durante l’Ultima Cena.

Quando Gesù lo chiama per la prima volta, la scena colpisce nella sua semplicità: “Il giorno dopo Gesù decise di partire per la Galilea. Incontrò Filippo e gli disse: Seguimi”.

La concretezza di Filippo emerge con chiarezza nell’episodio della moltiplicazione dei pani e dei pesci.

Quando Gesù lo mette alla prova chiedendogli dove possano comprare il pane per sfamare la folla, Filippo risponde calcolando realisticamente le risorse materiali necessarie, evidenziando che duecento denari non sarebbero bastati nemmeno per dare un pezzetto di pane a ciascuno.

Allora Filippo rispose con molto realismo: “Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno di loro possa riceverne anche solo un pezzo”.

Si vedono qui la concretezza e il realismo dell’Apostolo, che sa giudicare gli effettivi risvolti di una situazione.

Invece di prendere in considerazione una soluzione miracolosa, Philippe valuta la situazione utilizzando criteri puramente materiali. Pensa in termini di costi, quantità e risorse disponibili.

L’evangelista commenta la scena sottolineando che Gesù “diceva così per metterlo alla prova”.

Come poi siano andate le cose, lo sappiamo. Sappiamo che Gesù prese i pani e, dopo aver pregato, li distribuì. Così si realizzò la moltiplicazione dei pani.

Questo episodio mostra il rapporto tra il carattere concreto di Filippo e la fede nel potere di Cristo. La croce che egli porta nelle immagini non celebra soltanto una morte dolorosa, ma anche il passaggio dalla valutazione delle risorse umane all’affidamento alla provvidenza divina.

«Signore, mostraci il Padre»

Nel Vangelo di Giovanni, è descritta la scena in cui dice a Gesù: «Mostraci il Padre e ci basta». Il Messia gli risponde: «Chi vede me vede il Padre. Io sono nel Padre, il Padre è in me».

Durante l’Ultima Cena, avendo Gesù affermato che conoscere Lui significava anche conoscere il Padre, Filippo quasi ingenuamente gli chiese: “Signore, mostraci il Padre, e ci basta”.

E la risposta del Maestro rappresenta uno dei vertici della rivelazione cristologica: “Chi ha visto me, ha visto il Padre”.

Questa frase costituisce uno dei fondamenti teologici più solidi del cristianesimo: Gesù è immagine del Padre.

Per Filippo, si tratta di una chiamata a trascendere il suo bisogno di prove visibili e ad entrare pienamente nella fede.

Le parole di Gesù spiegano anche il senso più profondo della croce nelle mani dell’apostolo: la croce rimanda a Cristo e alla sua rivelazione, non a un semplice oggetto di riconoscimento. Filippo è raffigurato con il segno della passione perché la sua vita viene letta alla luce della passione di Gesù.

Gli altri attributi iconografici di san Filippo

Nell’iconografia Filippo ha capelli paricollo quasi femminili, senza barba e vestito con tunica azzurra e mantello arancione.

San Filippo apostolo: attributi e iconografia drago, colonna, croce, pani e pesci.

Il libro o rotolo è simbolo del suo ruolo di evangelizzatore, che segna il suo impegno nella diffusione del cristianesimo.

Il pesce è un riferimento alla sua origine galilea, ma anche all’episodio della moltiplicazione dei pani, dove la sua mente logica fu messa alla prova da Cristo.

Talvolta viene raffigurato con pani e pesci, in ricordo del miracolo della moltiplicazione, o con il drago, figura tratta da una leggenda.

Alcune raffigurazioni lo mostrano anche mentre tiene in mano un bastone o un pastorale, a simboleggiare la sua autorità spirituale e il suo ruolo di predicatore.

AttributoSignificato
CroceRicordo del martirio di Filippo
Croce rovesciataRiferimento alla tradizione della crocifissione a testa in giù
Libro o rotoloAnnuncio del Vangelo e impegno apostolico
Pani e pesciRicordo della moltiplicazione dei pani e dei pesci
DragoRiferimento a una leggenda agiografica
PesceRichiamo alla Galilea e alla tradizione dei pescatori

Il drago e le leggende agiografiche

Il dragon nell'iconografia si riferisce alla leggenda in cui Filippo scaccio un drago dal tempio di Marte, ma il drago uscendo uccise molti fedeli. Per questo motivo Filippo fu crocifisso.

Il libro X delle Memorie Apostoliche di Abdia, VI-VII secolo, riferisce che Filippo, in Scizia, fu condotto davanti alla statua di Marte e gli fu chiesto di compiere un sacrificio, ma dalla statua uscì un drago che uccise alcuni dei presenti e poi, col suo alito, fece ammalare gli astanti.

Filippo allora allontanò il dragone, resuscitò i morti e guarì coloro che erano stati contaminati dalle esalazioni della diabolica creatura.

Il drago non è quindi un attributo legato direttamente alla crocifissione, ma un elemento tratto dalla tradizione leggendaria. La croce rimane il segno principale per identificare il martirio; il drago, invece, richiama episodi miracolosi e il confronto dell’apostolo con il mondo pagano.

La croce nelle opere d’arte

Nell’arte cristiana occidentale, le immagini di Filippo si trovano principalmente nei manoscritti miniati, nei dipinti rinascimentali e nelle sculture delle cattedrali gotiche.

In Oriente, nella tradizione bizantina e ortodossa, egli è spesso rappresentato sotto forma di icone, vestito con una tunica e un mantello, mentre porta la parola divina.

Philippe de Champaigne, L’apostolo Filippo, 1649, olio su tela, Parigi, Museo del Louvre.

L’opera, di poco successiva rispetto alla precedente, e sempre di ambito francese, ne riprende gli stilemi iconografici presentando tuttavia un’immagine molto diversa dell’apostolo.

Qui egli regge una grande croce perfettamente levigata e, pur se sobriamente vestito, rifugge tuttavia da un ostentato pauperismo: si noti, per esempio, l’ampio panneggio del candido manto, di sapore classicistico.

La luce della Grazia, proveniente dall’alto, illumina in pieno l’apostolo e il simbolo del suo martirio.

Georges de La Tour, san Filippo, 1615-1620, olio su tela, Norfolk, Virginia, Chrysler Museum of Art.

Filippino Lippi, Crocifissione di san Filippo, 1487-1502, affresco, Firenze, Basilica di santa Maria Novella, cappella Strozzi.

L’opera accoglie la versione secondo cui Filippo fu crocifisso legato con delle funi e con la testa in alto, ma sappiamo da altre fonti che sarebbe stato crocifisso a testa in giù - come san Pietro - e lapidato mentre era disteso sulla croce.

Il gran numero di rovine classiche presenti nel dipinto - capitelli rovesciati, colonne spezzate, rovine su cui già spunta l’erba - alludono al crollo del paganesimo.

José de Ribera, Martirio di san Filippo, 1639 ca., olio su tela, Madrid, Museo del Prado.

In epoca barocca, il tema del martirio assume toni decisamente più crudi e drammatici.

L’apostolo - privo della barba, il che contribuisce a conferirgli un aspetto decisamente inerme, ponendone in risalto il volto emaciato e patito - è issato con sforzo palese sulla croce per mezzo di un sistema di funi.

L’accurata descrizione anatomica, il torace con il costato in evidenza, la carnagione livida, accrescono il pathos della scena.

Charles François Ladatte e Sébastien Slodtz, Martirio di san Filippo, disteso sulla croce e lapidato, 1746, bronzo, Versailles, Cappella reale, altare di san Filippo.

L’iconografia, piuttosto rara, accoglie la versione secondo cui Filippo fu legato a una croce con delle funi, poi, mentre era ancora disteso, venne lapidato.

Michelangelo raffigura un san Filippo insolitamente giovane e imberbe che sorregge una piccola croce, il simbolo del martirio più diffuso nell’iconografia del santo.

Dipinti di San Filippo con croce

La croce legata con funi

In alcune opere Filippo non tiene una croce semplicemente appoggiata al corpo, ma una croce costruita con due assi grezze e legata mediante corde o nastri.

Questo particolare visivo richiama la tradizione secondo cui sarebbe stato legato al legno invece di essere inchiodato. La croce povera e non lavorata sottolinea inoltre l’umiltà dell’apostolo e la durezza della sua condizione di prigioniero.

La raffigurazione di Georges de La Tour pone l’accento proprio su questo aspetto: la croce appare semplice, povera e tenuta insieme da un legaccio, mentre la luce dall’alto suggerisce la presenza della Grazia.

La croce perfettamente levigata di Philippe de Champaigne produce invece un effetto diverso: il simbolo del martirio assume una forma solenne e monumentale, adatta a esprimere la dignità spirituale dell’apostolo.

Le due modalità non sono necessariamente in contraddizione. La croce grezza sottolinea la sofferenza e l’umiltà; quella lavorata sottolinea la dignità del martire e la centralità della sua testimonianza.

Filippo, apostolo e testimone

Giovanni Evangelista lo presenta come un uomo generoso e molto impegnato a far conoscere Gesù agli altri.

L’apostolo Filippo è un entusiasta, uno che si lascia coinvolgere dalla chiamata di Gesù e dall’esperienza di chi lo ha preceduto nella sequela.

Il suo entusiasmo è sano: non riporta concetti, non distribuisce informazioni, ma condivide una esperienza che lo ha segnato, plasmato, cambiato. Con gioia.

Filippo capisce al volo che la richiesta non sarà senza conseguenze: Gesù è considerato come un Maestro dalle posizioni troppo aperte, soprattutto nei confronti del tempio e della legge; accogliere e dialogare con questi “greci” significa non solo aprire gli orizzonti ma anche prestare il fianco a chi lo accusa.

Filippo si consulta con Andrea. Non se la sentono di decidere da soli e riportano il tutto a Gesù.

Questo ci insegna ad essere anche noi sempre pronti, sia ad accogliere domande e invocazioni da qualunque parte giungano, sia a orientarle verso il Signore, l'unico che le può soddisfare in pienezza.

Filippo non è raffigurato con la croce soltanto come vittima di una persecuzione, ma come testimone che ha trasformato l’esperienza con Gesù in annuncio. La croce diventa quindi il punto d’arrivo di un cammino iniziato con la chiamata, proseguito con la predicazione e compiuto nel martirio.

La memoria di Filippo e la festa liturgica

I due apostoli Filippo e Giacomo il Minore sono ricordati con un’unica festa liturgica perché le loro reliquie, traslate rispettivamente da Ierapoli e Gerusalemme, furono deposte insieme nella Basilica dei Santi XII Apostoli a Roma.

Il loro culto congiunto è stato stabilito con la riforma del calendario del 1969.

San Filippo apostolo: calendario liturgico 3 maggio.

Le reliquie di Filippo furono associate a quelle di san Giacomo il Minore, e la loro memoria comune contribuì a mantenere viva la conoscenza dei due apostoli nella liturgia e nell’arte.

A Roma sono deposte nella Basilica dei Santi Apostoli, insieme alle reliquie di san Giacomo il Minore, altro grande personaggio del Nuovo Testamento.

Questo gesto simbolico colloca Filippo nel pantheon degli apostoli venerati da tutto il mondo cristiano, oltre i confini dell’Oriente.

Il legame tra la croce e la missione apostolica

Filippo fu tra i primi ad essere chiamato da Gesù, al quale egli portò poi Natanaele, dicendo a quest’ultimo: «Abbiamo trovato Colui del quale scrissero Mosè e i profeti».

In un altro momento, molto importante per la storia futura, prima della Passione, alcuni Greci che si trovavano a Gerusalemme per la Pasqua si avvicinarono a Filippo e gli chiesero: «Signore, vogliamo vedere Gesù».

Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù.

Ancora una volta, abbiamo l’indizio di un suo particolare prestigio all’interno del collegio apostolico.

Soprattutto, in questo caso, egli fa da intermediario tra la richiesta di alcuni Greci - probabilmente parlava il greco e potè prestarsi come interprete - e Gesù; anche se egli si unisce ad Andrea, l’altro Apostolo con un nome greco, è comunque a lui che quegli estranei si rivolgono.

La croce nelle sue mani ricorda dunque un apostolo che ha fatto da tramite: tra Natanaele e Gesù, tra i cercatori e il Maestro, tra il mondo giudaico e quello ellenistico, tra la domanda dell’uomo e la rivelazione di Cristo.

Come leggere oggi il simbolo della croce

La sua storia è quella di un uomo che non si è limitato a seguire ciecamente. Si interrogò, dubitò, cercò di comprendere prima di lasciarsi trasformare completamente dalla fede.

Rappresenta quella lotta interiore tra ragione e fede, una lotta che molti sperimentano ancora oggi.

Filippe dimostra anche che non è mai troppo tardi per trasformarsi. L’uomo che contava i soldi necessari per sfamare una folla diventa l’uomo che offre la sua intera vita per sfamare le anime.

Ci ricorda che la fede è un cammino, non uno stato fisso.

Infine, egli incarna il coraggio del missionario, di colui che lascia tutto per annunciare un messaggio più grande di lui. Il suo martirio testimonia una fede senza compromessi, una fede che arriva fino al dono di sé.

La croce che Filippo porta in mano può essere letta, perciò, come il segno visibile di una vita interamente orientata a Cristo: la chiamata, la ricerca della verità, la predicazione, l’accoglienza degli altri e la fedeltà fino al martirio.

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