Il pozzo sacro del Monte Arci, noto come Sa Scaba ’e Cresia, Scala ’e Cresia o Sa Grutta de is Caombus, è un santuario ipogeico di epoca nuragica costruito all’interno di una fenditura naturale della roccia nel territorio di Morgongiori, nell’antica regione della Marmilla, in provincia di Oristano.
Il complesso è costituito da una lunga scalinata in pietra basaltica, articolata in tre rampe e due pianerottoli, che scende nelle profondità del Monte Arci fino al punto in cui, durante la stagione piovosa, si accumula l’acqua. La simbologia della scala, l’ambiente sotterraneo e la presenza dell’acqua fanno presumere l’esistenza di un luogo sacro nuragico dedicato al culto di questo elemento.
Dove si trova Sa Scaba ’e Cresia
Il santuario ipogeico di Scala ‘e Cresia, in passato comunemente definito Sa Domu o Sa Grutta de is Caombus, è ubicato in regione Masoni Mannu.
Il sito si trova nel territorio di Morgongiori, all’interno del complesso vulcanico del Monte Arci, tra la Sardegna centro-occidentale e l’entroterra del Golfo di Oristano. Dal Gabbiano Azzurro Hotel & Suites dista 235 km, 2 ore e mezza in macchina.
L’area archeologica è inserita all’interno del complesso vulcanico del Monte Arci, situato nella Sardegna sud-occidentale, in un ambiente naturalistico di rara bellezza, dove il bene archeologico si coniuga felicemente col bene paesaggistico.

Il significato del nome
Il tempio a pozzo chiamato Sa Scaba ‘e Cresia letteralmente vuol dire “la scala della Chiesa o luogo sacro”.
Il sito è conosciuto anche con le denominazioni Scala de Crésia, Scala ’e Cresia e Sa Gruta de is Caombus.
Un tempio ipogeico nella roccia
Scala de Crésia è un sito molto particolare, davvero unico nel suo genere: si tratta infatti di un tempio ipogeico, di epoca nuragica, costruito all’interno di una diaclasi naturale, ovvero di una fenditura praticamente verticale ricavatasi con il passare del tempo in una parete rocciosa - formatasi nel Pliocene, tra i 2,5 e i 5 milioni di anni fa - alta circa venticinque metri (chiamata Is Concas de Funducaróngiu).
Al tempio, ricavato in una parete di aspre daciti plioceniche, si arriva attraverso camminamenti di macchia mediterranea e lecceti che si estendono anche di fronte alla parete rocciosa.
Scendendo per quasi 50 metri in una angusta crepa del Monte Arci (luogo delle pietre), la troupe è andata, con grande difficoltà, a riprendere una scalinata formata da tre rampe del tempio a pozzo chiamato Sa Scaba ‘e Cresia.
La rilevanza del tempio ipogeico fu evidenziata negli anni Cinquanta del secolo scorso da C.Puxeddu nel suo lavoro di censimento nella zona del Monte Arci per la tesi di laurea e negli anni Sessanta all’interno di studi delle grotte.
La scalinata del santuario
Il complesso nuragico ipogeico di natura sacra consta di una scala in pietra basaltica squadrata, larga circa m 1, di cui sono visibili tre rampe intervallate da due pianerottoli.
Dalle varie descrizioni sul web sappiamo che all’interno di questa diaclasi è stata realizzata una lunga scalinata, suddivisa in tre rampe, che si addentra e discende nelle profondità del monte e alla cui base, una quarantina di metri più in basso, si accumula l’acqua durante la stagione piovosa, un po’ come avviene nei pozzi sacri.
I gradini sono formati da due blocchi squadrati, incastonati nelle pareti naturali della fenditura; su alcuni di essi sono stati scolpiti degli elementi simbolici, come piccole bozze o bugne.
La scala, in alcuni gradini, presenta in rilievo incavi circolari interpretabili come coppelle.
Sul quarto gradino della prima rampa in basso, in particolare, è stata realizzata una vaschetta, una sorta di grande coppella circolare, col bordo in rilievo, ben evidente.

L’acqua e il possibile significato rituale
Costruito 3200 anni fa, era dedicato al culto dell’acqua, perché gli dei sorvegliassero il ruolo di questo elemento così fondamentale per tutti ma in particolare per le popolazioni agricolo-pastorali, e la loro protezione li aiutasse ad evitare le terribili siccità e le inondazioni devastanti.
Secondo le teorie degli esperti, durante il periodo delle piogge l’acqua che si accumulava all’interno della fenditura era talmente tanta da sommergere gli ultimi gradini della scala, compreso il gradino sul quale era stata ricavata la suddetta vaschetta.
Successivamente, nei periodi siccitosi, mentre l’acqua regrediva progressivamente e riemergevano i gradini, pare che per qualche tempo la stessa ne trattenesse un pochino al suo interno.
La simbologia, la scala che ripete la gradinata dei templi a pozzo, l’ambiente infero ed arcano, fanno presupporre la presenza di un tempio ipogeico nuragico.
L’accesso sotterraneo e le difficoltà di visita
L’ingresso che consente l’accesso al tempio è crollato e quindi non ci è possibile visitarne l’interno; gli speleologi che vi si sono addentrati, a quanto sappiamo, sono entrati da un varco secondario, servendosi di corde e attrezzatura tecnica (sul web si possono visionare diversi filmati e varie foto, tra i quali un servizio della trasmissione Freedom).
Gli scopritori, invece, all’epoca quindicenni, pare si siano calati dall’alto della fenditura, passando da un piccolo varco al di sopra del crollo e calandosi all’interno puntellando schiena e piedi.
L’opera archeologica non è mai stata accessibile al pubblico fino a che, nel buio che lo permeava da millenni, sono arrivati i riflettori della troupe televisiva di “Freedom-Oltre il confine” accompagnati dallo Speleo Club Oristanese, per un servizio condotto dal presentatore Roberto Giacobbo.
Al riguardo Roberto Giacobbo ha affermato: “Entrare in questo unicum architettonico tutto da raccontare è stato uno dei passaggi più complicati ed emozionanti delle mie escursioni sotterranee”.
scaba cresia
La struttura circolare esterna
All’esterno, in prossimità del presunto ingresso principale è presente, a circa m 40 dalla fessura che conduce al tempio, una costruzione circolare megalitica a tholos nuragica, presumibilmente in stretta connessione col pozzo, oggetto di scavo archeologico alla fine degli anni Novanta del secolo scorso da parte della Soprintendenza Archeologica di Cagliari, condotto da Emerenziana Usai con Maria Lucia Atzeni.
La costruzione ha un diametro di m 5,40 e altezza residua di m 2,90.
E’ orientata lungo l’asse NE e si addossa alla parete Est di uno sperone roccioso.
All’interno del vano sono ricavate cinque nicchie poste su due ordini, a m 0,40 e a m 1,20 dal pavimento lastricato.
All’interno dell’area antistante l’ingresso, ai piedi dell’imponente costone roccioso costellato da varie fenditure e fessure irregolari, è presente una struttura circolare di notevoli dimensioni, posizionata proprio in direzione della diaclasi.
La muratura è formata da grandi blocchi irregolari sovrapposti, e al suo interno sono presenti una serie di blocchi squadrati, che parrebbero sedili, addossati alla parete nella quale sono state ricavate anche cinque grandi nicchie architravate di forma quadrata.
Il possibile edificio dei sacerdoti
La presenza di queste nicchie, interpretabili come stipetti e presenti anche nelle capanne delle riunioni di Barumini e di santa Vittoria di Serri, dove venivano celebrati gli atti civili e religiosi della comunità, orienta verso un’interpretazione della costruzione megalitica come luogo per i sacerdoti e gli addetti al culto, avanzata già prima dell’indagine scientifica e confermata dagli elementi di scavo.
Si tratta di un edificio maestoso che, come hanno appurato gli archeologi durante gli scavi, potrebbe essere stato utilizzato non solo in epoca nuragica, ma anche nelle epoche successive, fino a quella romana.
Da qui, volgiamo lo sguardo verso la suggestiva fenditura verticale: tra le due pareti, comunque riconoscibili, vi sono grossi massi incastrati; a livello del terreno è visibile l’imbocco di un piccolo varco, ma è ostruito da terra e massi crollati.
Le testimonianze puniche e romane
Dai reperti ritrovati nell’area, vi sono oggetti e terraglie del periodo punico e molte monete attribuibili al periodo romano, testimoniando che attorno al tempio di Sa Scaba 'e Cresia fu abitato per circa 1200 anni.
Il possibile utilizzo della struttura circolare anche nelle epoche successive, fino a quella romana, si inserisce quindi in una lunga frequentazione dell’area archeologica.
Il contesto naturale del Monte Arci
L’area del Monte Arci è situata nell'entroterra del Golfo di Oristano, in Sardegna centro-occidentale tra le regioni del Campidano di Oristano e Marmilla, ha forma approssimativamente ellittica, con direzione principale N-S e assi lunghi 24 e 14 km ca., e occupa una superficie di circa 271 Km2, pari a circa il 6.52% dell’estensione del Parco Geominerario della Sardegna, comprendendo 19 comuni.
Il Monte Arci è un apparato vulcanico formatosi in seguito ad una serie di episodi eruttivi prevalentemente lineari avvenuti attraverso fessure di cui oggi rimangono testimoni, prevalentemente nel settore centrale, imponenti muraglioni emergenti costituiti appunto dai dicchi alimentatori delle colate laviche, che culminano con le tre vette di Trebina Longa (812 s.l.m.), Trebina Lada (795) e Corongiu de Sizoa (463).
Il santuario è inserito in un paesaggio caratterizzato da pareti rocciose, fenditure, macchia mediterranea, boschi di lecci, corbezzoli e roverelle.
A differenza delle precedenti esperienze, oggi troviamo i massicci lecci del bosco ricoperti da spessi strati di muschio.
Le nuvole basse e stratificate rendono l’atmosfera ovattata; non c’è un alito di vento e la temperatura è abbastanza gradevole, tanto che a metà mattina dobbiamo toglierci i piumini, mentre procediamo spediti tra i vari sentieri.
La flora e la fauna del parco
Nel Parco Monte Arci si trovano oltre 500 specie di flora, appartenenti a 400 generi e 100 famiglie.
Questa ricchezza floristica è dovuta alla varietà di ambienti presenti nel parco.
Nel territorio sono presenti 150 specie di vertebrati, tra cui mammiferi, uccelli, rettili, anfibi e pesci.
Nei pressi della Trébina Lada, raggiunta subito dopo aver sostato alla base della sorella Trébina Longa, ci imbattiamo in un gruppo di cavallini selvatici.
L’ossidiana del Monte Arci
Dal punto di vista geominerario, l’area costituisce il più antico distretto estrattivo della Sardegna, essendo sede di uno dei maggiori giacimenti del Mediterraneo di ossidiana, vetro vulcanico di composizione riolitica, per lo più nero, a frattura scheggiosa concoide, particolarmente prezioso e ricercato già a partire dal VI millennio a.C., in “età pre-metallurgica”, come materia prima per la produzione di armi e strumenti da taglio, anche da parte di popolazioni alloctone che giungevano in Sardegna proprio per approvvigionarsi di tale materiale.
Nel territorio di Monte Arci l’ossidiana ha rappresentato una risorsa fondamentale molto prima della costruzione del santuario ipogeico.
Pur se l’area non comprende miniere attenzionate, tuttavia sono presenti due musei d’interesse minerario: il Museo dell’Ossidiana a Pau e il GeoMuseo Monte Arci a Masullas, dove si racconta la storia geologico-vulcanica tardo-terziaria dell’area di Monte Arci.

Il Museo dell’Ossidiana di Pau
Il Museo dell’Ossidiana a Pau, nato nel 2007 ma ufficialmente inaugurato il 6 marzo 2010, fornisce un percorso espositivo organizzato secondo il principio della fruizione diretta e partecipata agli aspetti scientifici naturalistici, tecnologici, sociologici e storici dell'ossidiana, sia in senso generale che specifico dell’area.
Il Museo si articola in diverse sezioni dedicate alla materia prima, alla sua origine, alle caratteristiche fisiche, alle tecniche di estrazione e lavorazione e alla storia del suo sfruttamento.
- Ingresso: introduzione al percorso espositivo attraverso un pannello riassuntivo della pianta della struttura museale, con esplicita indicazione dei contenuti per ciascuna sezione e delle singole unità didascaliche.
- Sala 1: dove sono mostrate le materie prime litiche presenti nell’area.
- Sala 2: dove si illustrano la genesi, la struttura, le caratteristiche fisiche e la diffusione dell’ossidiana, che potrà essere non solo vista ma anche maneggiata dai visitatori.
- Sala 3: dove si illustrano le caratteristiche specifiche dell’ossidiana locale.
- Sala 4: dove vengono presentate le tecniche di estrazione e lavorazione, i centri di produzione e i tipi di prodotti finiti, oltre alla cronologia di sfruttamento in età preistorica.
- Loggiato: che raccoglie una collezione di produzioni artigianali e artistiche attuali in ossidiana, di libera ispirazione a tematiche di origine preistorica, oltre a includere una sezione di rappresentazione delle vicende geologiche che hanno anticipato e caratterizzato la genesi del complesso vulcanico del Monte Arci.
- Cortile interno: dove è ricostruito un ambiente montano con officina di lavorazione dell’ossidiana che riproduce gli spazi reali visitabili nell’ambito del Parco dell’Ossidiana sul versante del Monte Arci.
Il percorso nel paesaggio archeologico
Parcheggiamo in una piazzola sulla strada, in corrispondenza di alcuni pannelli informativi riguardanti il sito, e imbocchiamo un sentiero ripristinato, apprendiamo, recentemente, costeggiato da un muretto a secco e da alberi di corbezzolo e roverella.
In pochi minuti, dopo una salitella e l’attraversamento di un’ampia radura, raggiungiamo l’area archeologica.
Il percorso permette di osservare il rapporto tra il santuario, la parete vulcanica e la vegetazione del Monte Arci prima di arrivare davanti alla fenditura che custodisce la scalinata.
Oltre che guardare questa meraviglia della Natura, non ci rimane altro da fare se non usare l’immaginazione per visualizzare l’elegante scalinata al suo interno.
Conservazione e possibile apertura al pubblico
Dopo l’intervento del programma televisivo Freedom, il Comune di Morgongiori ha preso la decisione di finanziare un’importante scansione laser 3D dell’insieme archeologico.
80 immagini a 360 gradi verranno inseriti in un portale web, dove si potranno misurare tutte le parti del complesso archeologico.
Il sindaco Renzo Ibba ha spiegato: “riaprire il sito di Sa Scaba e Cresia è sempre stato uno dei miei obiettivi per valorizzare un importante monumento nel territorio del comune. Auspico adesso che le istituzioni intervengano a supporto del Comune per la messa in sicurezza della montagna e la futura apertura al pubblico del sito”.
L’ingresso crollato, la posizione sotterranea e la necessità di utilizzare corde e attrezzatura tecnica rendono indispensabili interventi di messa in sicurezza prima di una possibile apertura al pubblico.
Speriamo vivamente che i lavori di ripristino, di cui abbiamo letto, e la messa in sicurezza del sito, comincino il prima possibile, così da riportare alla luce quest’opera che per adesso è appannaggio di pochi fortunati.