Santa Rita da Cascia: il significato della rosa, delle api, della vite, della spina, dell’anello nuziale e del rosario

Attraverso i simboli ritiani, ripercorriamo la strada della santità che questa piccola grande donna ha fatto sua. Scopriamo i significati della simbologia della santa: la rosa, le api, la vite, la spina, l’anello nuziale e il rosario.

La vita di Santa Rita da Cascia è strettamente connessa alla sua vicenda terrena di donna, moglie e madre forte e saggia che ha trovato il coraggio di lottare contro le avversità rispondendo loro con l’impegno pacifico nei confronti dei deboli piuttosto che con l’odio ed il rancore. In seguito a numerosi episodi “impossibili” quali guarigioni o apparizioni di api, fiori e frutti nei luoghi frequentati da Rita durante l’arco della sua vita, i suoi devoti la definiscono la santa delle “cause impossibili” e a lei si rivolgono per ottenere grazie che ritengono difficili da realizzare.

La rosa: il simbolo ritiano per eccellenza

Alla fine dei suoi giorni, malata e costretta a letto, Rita chiede a una sua cugina venuta in vista da Roccaporena di portarle due fichi e una rosa dall’orto della casa paterna. Ma siamo in inverno e la cugina la asseconda, pensandola nel delirio della malattia. Tornata a casa, la giovane parente trova in mezzo alla neve una rosa e due fichi e, stupefatta, subito torna a Cascia per portarli a Rita.

Un episodio molto noto legato a questo fiore è avvenuto prima della morte della Santa. Chiese a una sua parente che stava per andarla a trovare e salutare un’ultima volta, di portarle dalla sua vecchia casa una rosa e due fichi. Ma non potevano esserci né rose né fichi da cogliere, perché era pieno inverno. Ma ecco che quando la sua parente uscì di casa, trovò nell’orto una rosa fiorita sotto la neve e due fichi, che portò a Cascia.

Come la rosa, Rita ha saputo fiorire nonostante le spine che la vita le ha riservato, donando il buon profumo di Cristo e sciogliendo il gelido inverno di tanti cuori. La rosa “racchiude il senso del messaggio che ci ha tramandato la santa - spiegano le monache di Cascia - godere appieno dell’amore e della bellezza di Dio attraverso l’amore e la bellezza della vita, accettando le spine come parte di essa.

Il prodigio delle rose e dei fichi in inverno è reso attendibile da diverse testimonianze raccolte nel processo per la beatificazione nel 1626. Il fiore caratterizza anche il nome della Rivista del monastero “Dalle Api alle Rose“.

Rosa fiorita nella neve di Roccaporena

Le api: il primo miracolo

Il quinto giorno dopo la sua nascita, mentre la piccola Rita riposa nella culla, posta nel giardino della casa paterna, delle api cominciano a entrare e uscire dalla sua bocca, senza pungerla. Un contadino, mietendo in un campo poco distante, si taglia profondamente una mano con la falce.

L’uomo comincia a perdere molto sangue e lascia frettolosamente il lavoro in cerca d’aiuto. Nel passare accanto alla piccola Rita, si accorge delle api che le ronzano attorno al viso e fa un gesto con la mano per allontanarle. Nel ritirare la mano a sé, si accorge con stupore di essere guarito.

Il primo miracolo di Santa Rita avvenne quando era ancora una neonata. Lasciata in una cesta dai genitori, la piccola Rita fu circondata da uno sciame di api che portarono miele nella sua bocca, lasciandola incolume.

Alcune api avevano attorniato la culla, ma invece di pungerla depositarono del miele sulle sue piccole labbra, a simboleggiare che dalla sua bocca sarebbero uscite dolci parole di pace nei confronti dell'umanità sofferente. Un’altra volta Rita bambina si trovava in un campo, vide un contadino che mentre falciava il grano si era ferito ad un braccio, attorniata da uno sciame di api, e la ferita guarì.

Si tratta di una semplice credenza popolare, piena di simbologia. In particolare, la scelta delle api è legata alla necessità di comunicare l’importanza della figura di Rita fin da piccolissima. C’è una sacralità nel miele, che ha radici antiche.

La Chiesa medievale usava le api come simbolo per rappresentare l’operosità, la laboriosità, l’efficienza sociale, tipica di questi insetti. Gli insetti operosi simbolo di Santa Rita hanno ispirato la Beata Madre Fasce quando ha chiamato Alveare di Santa Rita il progetto di sostegno a bambine e bambini.

Le api, custodi instancabili della biodiversità, sono diventate icone di conservazione ambientale nel nostro mondo contemporaneo, tanto che il 20 maggio è stata dichiarata la Giornata Mondiale delle Api, un'occasione per celebrare e riflettere sul loro ruolo fondamentale nell'ecosistema.

Già nell’antica Grecia le api erano considerate simbolo di ispirazione divina e della purezza spirituale necessaria per avvicinarsi alla divinità. La sacerdotessa dell’oracolo di Delfi, devota ad Apollo, era chiamata melissa, cioè ape.

Nell’antichità le api erano infatti considerate portatrici di ispirazioni divine, ovvero il tema ricorrente dell’enthusia greca, l’ispirazione divina che si manifesta attraverso la bocca e le parole degli esseri umani. Nel mondo greco abbondonano gli esempi che collegano le api al divino.

Esse sono legate a divinità femminili come Demetra, che assume il titolo di Pura Madre Ape, mentre la Grande Madre era identificata come l’Ape Regina e le sue sacerdotesse erano chiamate Melisse, ovvero “quelle del miele”. Anche Zeus, appena nato dalla madre Rea, fu nutrito dalle api che vivevano nella grotta dove era stato nascosto per salvarlo dal padre Crono.

Gli Egizi e gli Etruschi utilizzavano il miele anche in ambito funerario, legando così le sue proprietà di lunghissima conservazione alla vita eterna dell’anima del defunto. I Romani invece avevano eletto il miele prelibatezza, tanto che si trova menzionato in quasi tutte le ricette del famoso trattato di cucina romana scritto da Apicio.

La storia di questo insetto colloca in Umbria la prima opera scritta interamente dedicata alle api. Si tratta dell’Apiarum, un trattato pubblicato nel 1626 da Federico Cesi, duca di Acquasparta, fondatore dell’Accademia dei Lincei nonché importante scienziato naturalista.

L’opera, interamente dedicata al tema delle api e all’apicoltura, descrive dettagliatamente le caratteristiche morfologiche di questo insetto. Una curiosità: per lo studio dei piccoli insetti usò un primordiale microscopio, l’“occhialino” di Galileo, altro illustre membro dell’Accademia.

Nel 2016 in Umbria, grazie alla ferma volontà di enti e associazioni umbre, è nata l’iniziativa dei “Comuni Amici delle Api” con la finalità di sensibilizzare sull’importanza dell’ape ai nostri giorni e creare una rete di amministrazioni locali impegnate a salvaguardare l’apicoltura.

Non si tratta di tutelare solo un’attività agricola legata alla produzione di miele, ma di promuovere questa pratica come elemento cruciale per la conservazione di una biodiversità sempre più minacciata. Molte le iniziative a sostegno di questo obiettivo di grande importanza, come quella che ha portato alla creazione dell’Urban Bee Park di Perugia, un’oasi urbana progettata a forma di polmone dove hanno trovato dimora numerose specie di piante aromatiche, in grado di contribuire alla salubrità dell’aria ma soprattutto alla salvaguardia delle api e della biodiversità.

Le api murarie del monastero

Un gruppo di api muratrici ha preso dimora nei muri del monastero di Cascia, vicino alla tomba della santa. Queste api appaiono ogni anno durante la Settimana Santa e rimangono fino al 22 maggio, giorno della festa di Santa Rita, per poi ritirarsi misteriosamente fino all’anno successivo.

Sul muro accanto alle scale, possiamo notare qua e là dei piccoli fori; qui abitano le api murarie. Un’antica credenza popolare collega le api al primo miracolo attribuito a Rita in vita: la guarigione di un contadino.

Le api di Santa Rita sono api muratrici, api operose prive di pungiglione, che si preoccupano solo di costruire i propri alveari e trasformare il polline in nettare e poi miele. Così anche Santa Rita, dopo aver chiuso le porte alla propria vita dolorosa e turbolenta, dentro le mura del monastero di clausura ha saputo trasformare la Parola di Dio in un messaggio di dolcezza e umiltà, di coraggio e capacità di resistere al dolore e alle avversità.

La vite: obbedienza e fecondità

La vite rigogliosa che si può ammirare dentro al monastero, produce ogni anno uva bianca. La tradizione dice che mentre Rita è novizia, la superiora le chiede di innaffiare per obbedienza una pianta secca, che si trova nel giardino.

Rita lo fa umilmente giorno per giorno, attingendo l’acqua dal pozzo che tutt’oggi si trova accanto alla vite. Così la pianta riprende a vivere. Nel 1700 si comincia ad affermare che la pianta secca rinverdita per l’obbedienza di Santa Rita era di fatto una vite. Quella che si vede oggi ha più di 200 anni.

La tradizione racconta che la superiora chiede a Rita, appena novizia, di innaffiare uno sterpo secco in giardino. Rita lo fece umilmente, giorno per giorno, attingendo l’acqua dal pozzo. Così, un giorno, Dio trasformò lo sterpo secco in una vite rigogliosa.

Per questo, la vite è il simbolo della pazienza, dell’umiltà e dell’amore di Rita verso le sue consorelle e, più in generale, verso l’altro. Ancora oggi, la testimonianza di questo prodigio è, per tutti i fedeli, la vite di Santa Rita.

Quella che si vede oggi nel chiostro del Monastero non è la stessa della tradizione, risale a più di duecento anni fa. Nonostante ciò continua a rappresentarne il forte valore simbolico.

Se le api rappresentano la dolcezza e la guarigione, la vite di Santa Rita simboleggia la trasformazione e la rinascita. Questa trasformazione non rappresenta solo un miracolo fisico, ma racchiude un insegnamento profondo: anche ciò che sembra morto e privo di speranza può rifiorire se nutrito con pazienza, umiltà e amore.

Proprio come Rita riuscì a trasformare un ramo secco in una pianta vitale, così anche noi possiamo dare nuovi frutti nella nostra vita, anche quando tutto sembra perduto.

Vite secolare nel chiostro del monastero

La spina: amore sacrificale

Le stigmate sono il segno di un amore vero che dona la vita liberamente fino in fondo per gli amici e per i nemici, per i vicini e per i lontani. Dopo aver attraversato il dolore per la morte dei cari, tra le mura del Monastero, Rita innalza il suo dolore alle sofferenze di Cristo per l’umanità: chiede ed ottiene dal Signore, come pegno d’amore, di diventare partecipe ancora di più alla Sua sofferenza.

Non è possibile sapere cos’è accaduto in quel momento: una luce, un lampo, una spina staccatasi dal Crocifisso le si conficca per sempre nella fronte e nell’anima.

È il 1432. Un giorno, mentre è assorta in preghiera, forse memore della predicazione sulla passione di Cristo fatta da fra Giacomo della Marca nel 1425 presso la chiesa di Santa Maria e, ancor più, formata alla spiritualità agostiniana incentrata sull’amore verso l’umanità di Cristo (che trova la sua più alta espressione nella passione), chiede al Signore di renderla partecipe alle sue sofferenze.

Non sappiamo cos’è accaduto in quel momento, una luce, un lampo, una spina staccatasi dal Crocifisso le si conficca nella fronte e nell’anima. Sicuramente Rita ha vissuto questo dono con molta umiltà, senza farne mai vanto, parlando poco della sua ferita e presentandola come tale: una piaga.

La sua “spina” sulla fronte, l’aveva espressamente chiesta a Cristo, mentre pregava per partecipare alla sua passione. Rita si avvicina sempre più a Cristo sofferente e chiede ed ottiene dall’Amato, come pegno d’amore, di diventare partecipe ancora di più alla Sua sofferenza.

La notte tra il 21 e il 22 maggio si commemora la sua morte avvenuta nel 1457. Con un fisico ormai provato dalle tante sofferenze, Rita giunge all’alba dell’incontro celeste la notte tra il 21 e il 22 maggio dell’anno 1447.

L’anello nuziale e il rosario: amore verso Dio

Dentro la cella di Rita nell’antico Monastero, ci sono l’anello nuziale e la corona del rosario di Rita, molto simile per numero di grani a quelle che vediamo dipinte nelle mani della santa nell’iconografia più antica.

La corona sottolinea il suo amore filiale verso la Madre di Dio e l’imitazione delle sue virtù. L’anello nuziale richiama invece la sua esperienza di moglie e il legame con Paolo di Ferdinando di Mancino, mentre nella spiritualità di Rita la vedovanza e la vita monastica diventano il cammino verso un amore interamente consacrato a Cristo.

Come per tante ragazze, anche per la giovane Rita arriva il momento di farsi una famiglia. Il giovane che s’innamora di lei, e che lei ricambia, si chiama Paolo di Ferdinando di Mancino.

Il Signore benedice l’amore dei giovani con la grazia di due bambini, probabilmente gemelli o venuti al mondo a breve distanza tra loro: Giangiacomo e Paolo Maria. Rita, quindi, non “ammansisce” affatto Paolo, piuttosto lo aiuta a vivere con una condotta più autenticamente cristiana.

Paolo di Ferdinando di Mancino viene assassinato nei pressi del “Mulinaccio”, dove si era trasferito con Rita e i suoi due figli. Rita perdona di cuore e mai rivelerà il nome degli assassini, anche se questo gesto le costerà il risentimento della famiglia del marito ucciso: i Mancino.

Chiusa nel suo perdono, un timore ancora più grande la affligge: che i suoi ragazzi possano diventare vittime o protagonisti di quella spirale d’odio che s’è innescata. I due giovani, Giangiacomo e Paolo Maria, muoiono molto presto l’uno dopo l’altro, probabilmente di peste o a causa di qualche altro malanno.

Rita, donna del dialogo e del perdono

“Donna del dialogo e del perdono, Santa Rita - continuano - non ci ha lasciato nulla di scritto, ma continua a vivere attraverso il suo esempio vissuto nella quotidianità e tramandato fino a oggi. Un esempio fatto di gesti semplici, che però mettono in luce la forte personalità di una “piccola, grande donna” che si pone contro ogni regola del suo tempo, per cercare il dialogo e la pace e mettere fine, così, alla cruenta faida familiare che ha visto suo marito assassinato”.

Sull'esempio dei suoi genitori, Rita si adopera come paciera. Nel 1426, scoppia una vera battaglia tra sostenitori della tabulella Bernardiniana (l’iscrizione YHS usata per indicare Gesù Salvatore degli uomini) e i domenicani uniti agli agostiniani, con a capo il frate teologo Andrea, che le avversano.

La tensione purtroppo degenera in una serie di delitti in cui sicuramente la Santa si è prodigata per riportare la pace. Non a caso, nel suo sarcofago solenne - oggi conservato nella cella di Santa Rita - è riportata tanto la formula Bernardiniana YHS, quanto quella introdotta dagli agostiniani come XPS.

“Santa Rita ci dice che non dobbiamo disperare, perché c'è sempre una soluzione” ricorda suor Maria Rosa Bernardinis, madre priora del monastero di Santa Rita di Cascia, alla vigilia della festa della santa degli "Impossibili". “Santa Rita ci insegna invece - aggiunge la religiosa - che dobbiamo combattere il male con la forza del bene, la pace si costruisce giorno per giorno attraverso il dialogo”.

La madre priora parla anche delle violenze tra le mura domestiche che vedono sempre più donne sopraffatte e allora invita “all'educazione all'amore vero”. “Come ci ha insegnato Santa Rita - spiega - l'amore nasce con il rapporto con Dio”.

La vita di Santa Rita e la nascita dei simboli

Rita figlia

Il vero nome della nostra Santa è Margherita Lotti, figlia di Antonio Lotti e Amata Ferri. La piccola Margherita di Roccaporena, frazione a 5 km da Cascia, sboccia nel 1371, altri ritengono la data del 1381.

Le ipotesi sono due: per la nascita 1371 o 1381, per il trapasso (rispettivamente) 1447 o 1457. In un clima di fragile calma, Antonio e Amata svolgono la funzione di “pacieri”.

I genitori di Rita sono particolarmente stimati e gli statuti del libero comune di Cascia affidano loro l’arduo incarico di pacificare i contendenti o almeno evitare stragi cruenti tra famiglie in conflitto. La famiglia di Rita non è aristocratica, ma comunque benestante.

Rita viene battezzata nella chiesa agostiniana di San Giovanni Battista in cima al colle di Cascia. L’unica istruzione che Rita può avere è quella degli Agostiniani: da loro, apprende la devozione verso i suoi santi protettori Agostino, Giovanni Battista e Nicola da Tolentino (che, al tempo di Rita è ancora beato).

Rita moglie e madre

Il giovane che s’innamora di lei, e che lei ricambia, si chiama Paolo di Ferdinando di Mancino. Non è un giovane violento, come descritto in qualche vita, ma un ghibellino risentito e basta.

Il Signore benedice l’amore dei giovani con la grazia di due bambini, probabilmente gemelli o venuti al mondo a breve distanza tra loro: Giangiacomo e Paolo Maria. Con la nascita di due figli si richiede sicuramente una condotta più consona e responsabile per Paolo, già uomo d’armi, ma anche una sistemazione domestica.

Rita vedova

Paolo di Ferdinando di Mancino viene assassinato nei pressi del “Mulinaccio”, dove si era trasferito con Rita e i suoi due figli. La tradizione colloca l'accaduto intorno al 1406.

Rita se ne accorge, accorre ma non le resta che cogliere il rantolo finale del marito e affrettarsi a nascondere la camicia insanguinata, perché i figli, vedendola, non finiscano col covare vendetta. Rita perdona di cuore e mai rivelerà il nome degli assassini, anche se questo gesto le costerà il risentimento della famiglia del marito ucciso: i Mancino.

Si spiegano così le preghiere a Dio perché non si macchino di simili atrocità e allontanino da loro il desiderio di vendicare il padre. I due giovani, Giangiacomo e Paolo Maria, muoiono molto presto l’uno dopo l’altro, probabilmente di peste o a causa di qualche altro malanno.

Rita monaca

Dopo l’assassinio del marito e la tragica morte dei suoi due figl, Rita si rifugia nella preghiera. È in questo momento che deve aver maturato con forza il desiderio di elevare il suo amore ad un altro livello, ad un altro sposo: Cristo.

All’età di circa 36 anni, Rita bussa alla porta del Monastero di Santa Maria Maddalena. Superate le mille difficoltà, con l’aiuto della preghiera ai suoi tre protettori Sant’Agostino, San Nicola Da Tolentino e San Giovanni Battista, finalmente corona il suo desiderio.

Nel 1407 ca., inizia la sua nuova vita nel Monastero di Santa Maria Maddalena. Qui riceve l’abito e la Regola di Sant’Agostino, che professa e vive nei suoi quaranta anni di permanenza nel Monastero fino alla morte.

Ascesi, contemplazione, preghiera, penitenza, ma anche azione sono state sicuramente le coordinate dei quaranta anni di vita claustrale di Santa Rita da Cascia. La vite diventa così il simbolo della pazienza, dell’umiltà e dell’amore di Rita verso le sue consorelle e, più in generale, verso l’altro.

Il monastero e i simboli ritiani

Superate le due porte di entrata del Monastero Santa Rita da Cascia, salendo ci troviamo nel chiostro del monastero dove c’è il pozzo, da cui Santa Rita attingeva l’acqua per l’orto, la cucina, le pulizie.

La tradizione racconta che la superiora chiede a Rita, appena novizia, di innaffiare uno sterpo secco in giardino. Rita lo fece umilmente, giorno per giorno, attingendo l’acqua dal pozzo.

Così, un giorno, Dio trasformò lo sterpo secco in una vite rigogliosa. La vite che vediamo oggi produce uva bianca ed è plurisecolare, anche se più giovane rispetto all’epoca in cui è vissuta Rita.

Dentro la cella di Rita nell’antico Monastero, ci sono l’anello nuziale e la corona del rosario di Rita, molto simile per numero di grani a quelle che vediamo dipinte nelle mani della santa nell’iconografia più antica.

Ancora oggi chi visita il Monastero, può vedere quello che secondo la tradizione è il Cristo del prodigio. Il corpo di Santa Rita viene poi spostato ulteriormente, fino a giungere nella bellissima cappella dentro la Basilica a lei intitolata.

La rosa, le api e la vite nella devozione a Santa Rita

Vedremo in questo articolo come le storie di Santa Rita, delle sue api e della sua vite non siano semplici racconti folkloristici, ma testimonianze di una fede capace di trasformare l’impossibile in possibile, di far fiorire la vita anche nei terreni più aridi, di portare dolcezza e guarigione anche nelle situazioni più dolorose.

Come le api che lavorano instancabilmente per produrre il miele, e come la vite che rinasce da un ramo secco, anche noi possiamo trasformare le nostre difficoltà in opportunità di crescita e rinascita.

Il legame tra Santa Rita e le api ha origini antichissime, che risalgono addirittura ai primi giorni di vita della santa. Questo straordinario evento si inserisce in ampio panorama carico di simbologie legate alle api e alle loro “entusiasmanti” manifestazioni.

Se le api rappresentano la dolcezza e la guarigione, la vite di Santa Rita simboleggia la trasformazione e la rinascita. La rosa, invece, racchiude il senso di una vita capace di accogliere insieme bellezza e sofferenza, fioritura e spine.

L’Alveare di Santa Rita

Dal 1938 il Monastero Santa Rita da Cascia offre un nido a chi non ce l’ha. L’Alveare è un progetto di accoglienza per minori fondato a Cascia nel 1938 dalla Beata Madre Fasce, storica Badessa del Monastero di Santa Rita.

Nei suoi 87 anni di storia, l’Alveare di Santa Rita è diventato casa, scuola, comunità. Ha saputo adattarsi costantemente ai cambiamenti sociali per proporre un progetto sempre attuale, in grado di rispondere con efficacia alle esigenze dei minori e dei giovani.

Oggi, nella sua parte residenziale, l’Alveare si è trasformato in comunità educativa, capace di accogliere bambine e ragazze tra 11 e 17 anni, provenienti da famiglie bisognose, dai servizi sociali o dal Tribunale dei Minori nei casi previsti dalla legge.

Accoglienza, studio e protezione

  • ACCOGLIENZA: Ospitiamo fino a 10 Apette, con 2 posti in più per accogliere anche le sorelle dei minori e altri 2 dedicati a situazioni di emergenza.
  • DIRITTO ALLO STUDIO: Garantiamo attività scolastiche alle Apette residenti e supporto allo studio in orario doposcuola per bambini esterni, i Millefiori.
  • PROTEZIONE DELL’INFANZIA: Offriamo casa, scuola, cure mediche e assistenza per garantire un’infanzia e una crescita serena.

Il progetto La struttura propone due percorsi: 1. Residenziale per le Apette, così come chiamiamo affettuosamente le bambine e le ragazze di cui uno staff di educatrici si prende cura nella quotidianità, a 360 gradi, garantendo tutto l’amore possibile e un ambiente familiare dove crescere serene.

Offriamo loro aiuto nello studio, assistenza sanitaria, sostegno psicologico, un programma alimentare specifico e personalizzato. L’obiettivo è farle crescere in un luogo sano e protetto, in cui sperimentare un modello di relazione funzionale.

2. Doposcuola per i Millefiori, bambini e bambine del territorio di età compresa tra i 6 e gli 11 anni. Anche per loro c’è l’equipe delle educatrici che li segue con amore e dedizione, sia nei compiti sia nei vari momenti di gioco e attività.

L’idea di fondo è garantire un servizio educativo che risponda alle necessità dei minori - differenti per ognuno di loro - e sia in grado di accompagnarli in un percorso di crescita positivo e funzionale.

Il minore e i suoi bisogni sono al centro dell’operato dell’Alveare, secondo una filosofia dell’accoglienza che la fondatrice, Madre Fasce, ha imperniato sull’amore, sull’attenzione e su fondamentali linee guida:

  • creare per i minori un luogo adeguato alla crescita;
  • sviluppare le loro autonomie;
  • favorire la costruzione e il mantenimento di processi che contribuiscono ad uno sviluppo psico- fisico-sociale adeguato.

La morte, i miracoli e la diffusione del culto

Nell’inverno precedente la sua scomparsa, gravemente ammalata, Rita trascorre lunghi periodi nella sua cella. Probabilmente la nostalgia per la sua Roccaporena, il ricordo di Paolo e dei figli si fa sentire vivo.

Chiede un segno all’Amore e il cielo le risponde. Ad una sua parente, che era venuta a trovarla, chiede di passare nel suo orto di Roccaporena e cogliere una rosa e due fichi.

È un gennaio nevoso e freddo. La parente si reca all’orto e trova le due rose e i due fichi richiesti, che coglie e porta a Rita. Le sue preghiere sono state esaudite: il marito, morto ammazzato e i due figli, morti uno dopo l’altro, sono stati accolti da Dio in Paradiso.

In questo momento, la tradizione vuole che le campane del Monastero, mosse da mani invisibili, si siano messe a suonare, richiamando la cittadinanza che, come per ispirazione celeste, si è recata in Monastero per venerare la suora Santa.

Nel 1457, per iniziativa delle autorità comunali, i primi miracoli di Santa Rita cominciano ad essere riportati nel Codex miraculorum (il Codice dei miracoli). Fra questi, troviamo quello cosiddetto maxime, ovvero il più straordinario: il miracolo di un cieco che riebbe la vista.

Il corpo di Rita non è mai stato sepolto, proprio per il forte culto nato immediatamente dopo la sua morte. Da subito, infatti, cominciano ad arrivare gli ex voto portati dai devoti.

Subito dopo la sua morte, Rita viene venerata come protettrice dalla peste, probabilmente per il fatto che in vita, suor Rita Lotti si era dedicata alla cura degli appestati, senza mai contrarre questa malattia. Da qui deriverebbe l’attribuzione di santa dei casi impossibili.

Beatificazione e canonizzazione

Il processo di beatificazione ha inizio il 19 ottobre 1626, sotto il pontificato di Urbano VIII, che ben conosce la Santa essendo stato vescovo di Spoleto fino al 1617.

In seguito al processo casciano, il 2 ottobre 1627, Urbano VIII concede alla diocesi di Spoleto e ai religiosi agostiniani la facoltà di celebrare la messa in onore della beata Rita. Il 4 febbraio 1628 dispone che tale messa possa essere celebrata nelle chiese agostiniane anche dal clero secolare.

Nel 1737 gli agostiniani e il comune di Cascia intendono premere per la canonizzazione. Per una lunga serie di vicissitudini, il processo canonico viene più volte interrotto e ripreso, fino alla riapertura del 1853 e alla svolta rappresentata dal miracolo ottenuto da Cosma Pellegrini di Conversano del 1887.

Il 25 febbraio 1896, viene finalmente redatto il decreto sulle virtù eroiche. Nel 1899, dopo aver preso in esame i vari miracoli, stimati utili per la canonizzazione, tra questi si approvano: il profumo che si diffonde dal corpo della santa, la guarigione della piccola Elisabetta Bergamini e quella di Cosma Pellegrini, che viene guarito da una malattia incurabile.

Finalmente il 24 maggio 1900, Leone XIII proclama Santa la Margherita di Cascia. Giovanni Paolo II, nel grande giubileo del 2000, il 20 maggio concede udienza generale a una pellegrina speciale e ai suoi fratelli.

Le date essenziali della vita e del culto

Periodo o dataEvento
1371 o 1381Nascita di Margherita Lotti a Roccaporena
Circa 1406Assassinio di Paolo di Ferdinando di Mancino
1407 circaIngresso di Rita nel Monastero di Santa Maria Maddalena
1432Tradizionale ricezione della spina sulla fronte
1446Pellegrinaggio a Roma collegato dalla tradizione alla canonizzazione di Nicola da Tolentino
1447 o 1457Morte di Santa Rita
1457Prima registrazione dei miracoli nel Codex miraculorum
1626Inizio del processo di beatificazione
24 maggio 1900Canonizzazione di Santa Rita da Cascia da parte di Leone XIII

Il significato complessivo dei simboli di Santa Rita

  • La rosa rappresenta la fioritura della vita nonostante le spine, la bellezza di Dio e la speranza che nasce anche nell’inverno.
  • Le api richiamano il primo miracolo, la dolcezza delle parole, la pace, l’operosità e la guarigione.
  • La vite simboleggia l’obbedienza, la pazienza, l’umiltà, la fecondità e la possibilità di rinascere da ciò che sembra morto.
  • La spina esprime l’amore sacrificale e la partecipazione alle sofferenze di Cristo.
  • L’anello nuziale richiama la vita matrimoniale di Rita e il valore spirituale dell’amore coniugale.
  • Il rosario sottolinea l’amore filiale verso la Madre di Dio e l’imitazione delle sue virtù.

Per rinnovare la forza di questo messaggio di pace e fratellanza, Cascia ogni anno, la notte dl 21 maggio, si illumina di decine di migliaia di fiaccole per rievocare il momento del trapasso di Rita avvenuto nel 1457.

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