Missionari della Consolata in Kenya: storia, attività e presenza

L’Africa è il primo continente nel quale i Missionari della Consolata hanno stabilito la loro presenza. In Kenya si trova la prima missione, fondata nel 1902, mentre l’Angola è il paese di più recente insediamento dei missionari.

La presenza della Consolata in Kenya è nata dall’annuncio del Vangelo e si è sviluppata attraverso scuole, ospedali, dispensari, orfanotrofi, visite ai villaggi, formazione professionale, progetti per l’acqua e iniziative di promozione umana. Fin dall’inizio, l’attività missionaria è stata caratterizzata dall’incontro con le popolazioni locali, dall’apprendimento delle lingue e dalla progressiva responsabilizzazione della Chiesa africana.

Missionari della Consolata in Kenya

Le origini della presenza in Kenya

Nel 1903, in Kenya, i missionari della Consolata erano già presenti da qualche anno sul territorio, particolarmente sugli altopiani a nord di Nairobi. Nelle missioni di Limuru, Toro, Tuthu, Icigaki e Tigana prestavano la loro caritatevole opera soprattutto preti e missionari laici.

L’Africa è il primo continente nel quale i Missionari della Consolata hanno stabilito la loro presenza. In Kenya si trova la prima missione, fondata nel 1902, mentre l’Angola è il paese di più recente insediamento dei missionari.

La prima missione fondata nel 1902 dai missionari si trovava nelle valli dell’Aberdare, a oltre 2300 metri, mentre i missionari erano presenti a Nyeri-Mathari dal 1904. Da queste prime basi la presenza della Consolata si estese progressivamente verso altre aree del Kenya.

L’arrivo delle Missionarie della Consolata

L’Istituto ha tre anni di vita. Le suore professe sono 18, le novizie 24, le postulanti 12. Dall’Africa, e precisamente dal Kenya dove oramai da dieci anni i missionari della Consolata lavorano, si fa pressione sul Fondatore, il Beato Giuseppe Allamano, nostro comune Padre, perché mandi le missionarie.

Così ecco il 1913 con l’incalzare di eventi per il giovane Istituto: vestizioni religiose a gennaio, ad aprile, a maggio, a settembre. In aprile, il giorno 5, le prime professioni religiose nell’Istituto.

«Questo giorno, dice il Fondatore nella conferenza, è da scriversi a caratteri d’oro». Dieci sorelle, all’altare, emettono la loro professione religiosa. Sono le pietre angolari sulle quali si è innalzato l’edificio delle missionarie della Consolata.

1913, l’anno scorre veloce. Dopo il traguardo delle prime professioni, il Fondatore annuncia la partenza per le missioni. Da questo momento, nel Fondatore c’è un solo desiderio: formare le sue figlie più direttamente a quello spirito missionario di cui Lui aveva tutto acceso il suo grande cuore.

Le prime quindici missionarie

Madre Margherita De Maria viene scelta come superiora del primo gruppo delle partenti. Il tempo vola: corsi speciali di medicina, di inglese, di gekoyo (la lingua dei Kikuyu, come si scriveva allora, ndr.), di musica; le sorelle visitano regolarmente gli ospedali della città e non mancano di fare lunghe camminate per allenarsi alla vita missionaria.

1913, 28 ottobre, le prime 15 missionarie della Consolata destinate al vicariato del Kenya, ricevono solennemente il Crocifisso, il Compagno del loro pellegrinare in missione, dalle mani del cardinale Agostino Richelmy, assistito dal Fondatore e dal Canonico Camisassa.

È il momento dell’invio, del mandato «ad gentes» da parte della diocesi e della Chiesa. Da quel giorno in poi, le missionarie partiranno dalla Consolata e andranno in tutto il mondo.

«Ricevi la Croce di Gesù Cristo. Ti sia sostegno nelle fatiche dell’apostolato». È la voce del Vescovo che «manda» i nuovi operai nella messe.

AnnoAvvenimento
1902Fondazione della prima missione dei Missionari della Consolata in Kenya
1903Presenza nelle missioni di Limuru, Toro, Tuthu, Icigaki e Tigana
1913Partenza delle prime 15 Missionarie della Consolata per il Kenya
28 novembre 1913Arrivo delle missionarie alla stazione di Limuru
1972Ritorno delle suore del Cottolengo a Nairobi
1995Don Luigi Locati viene eletto Vescovo di Isiolo
1998Conclusione della presenza del clero vercellese nelle missioni di Merti e Garba Tula

Il viaggio verso il Kenya

Sono pronte per partire. Eccole: suor Agnese Gallo, suor Candida Sandretto, suor Carolina Crespi, suor Caterina Gemello, suor Cecilia Pachner, suor Costanza Golzio, suor Cristina Moresco, suor Domenica Drudi, suor Filomena Moresco, suor Lucia Monti, suor Margherita De Maria, suor Paolina Bertino, suor Rosa Margarino, suor Serafina Drudi, suor Teresa Grosso.

Le prime Missionarie della Consolata nel 1913. Tra loro le suore professe, le novizie e le postulanti. Partono. Sono 15 e provengono da otto diocesi: Torino, Saluzzo, Ivrea, Asti, Bergamo, Milano, Rimini e Montevideo.

Alla stazione di Porta Nuova a Torino, il Fondatore commosso dà loro la sua benedizione. Partono. Dà loro grande fiducia il sapere che andranno a lavorare accanto ai missionari della Consolata, figli dello stesso Fondatore, espressione di uno stesso carisma.

Le sorelle ripongono altrettanta fiducia nel fatto che in Kenya da una decina d’anni lavorano le Cottolenghine, le suore del Cottolengo della Piccola Casa di Torino; sotto la loro guida il tirocinio missionario sarà più facile e sicuro.

Partono. Non hanno con sé il biglietto di ritorno, hanno salutato tutti, per sempre. Vanno. Quando il bastimento «Catania» leva le ancore da Genova e le coste della patria si allontanano, le 15 si stringono l’una all’altra: piangono, sorridono e pregano.

Vanno verso l’ignoto piene di fiducia, sorrette dalla benedizione del Fondatore. Con sé portano una lettera del Padre Allamano, da leggersi durante il viaggio: è un prezioso compendio di quanto era stato loro insegnato durante la preparazione.

Limuru, la prima tappa

Dopo un lungo viaggio, le missionarie raggiungono il porto di Mombasa in Kenya e il piccolo treno a scartamento ridotto che porta in Uganda le lascia alla stazione di Limuru: è il 28 novembre 1913.

A Limuru, una ventina di km oltre Nairobi, i missionari avevano posto la loro casa procura da cui poi mandare, attraverso le valli dell’Aberdare, i rifornimenti alle missioni di Muranga, allora Fort Hall, di Nyeri e di Meru.

Il cuore è pieno di gioia: finalmente le missionarie sono nella terra dei loro sogni. Alla stazione sono ad attenderle monsignor Perlo Filippo, vicario apostolico di Nyeri, le suore Cottolenghine, vari missionari della Consolata, alcuni dei primi cristiani e i catecumeni.

Il giorno successivo molti vengono a salutarle e chiedere notizie del papa, dei superiori, degli italiani. Il terzo giorno le missionarie iniziano un «corso di orientamento» con le suore del Cottolengo visitando i villaggi attorno a Limuru e un corso intensivo di lingua kikuyu in modo di rendersi capaci di comunicare in modo diretto con la gente.

Nyeri-Mathari: la prima grande esperienza delle suore

Il rodaggio dura solo pochi mesi, poi inizia l’avventura. Le nuove missionarie lasciano Limuru e partono in carovana per raggiungere Nyeri.

I buoi trascinano carri carichi di tutto: le tende per ripararsi durante le notti del lungo viaggio di quattordici giorni, il cibo, gli attrezzi e il necessario per mettere su casa una volta arrivate a destinazione.

Dopo la lunga camminata le suore raggiungono Nyeri senza essere accolte da speciali cerimonie di benvenuto. Solo i circa 75 bambini dell’orfanatrofio, raccolti dai missionari e dalle suore del Cottolengo perché abbandonati alle iene nella foresta, le guardano con gli occhi sgranati.

Così ha inizio la nuova missione Nyeri-Mathari. Lo stile di vita è veramente povero a livello materiale, ma ricco di ogni sorta di attività.

Scuola, assistenza e lavoro quotidiano

Tutti i giorni riservano il tempo per il catechismo agli operai della grande fattoria agricola. Con loro lavorano, per produrre il necessario per se stesse e le varie missioni già aperte dai missionari della Consolata.

È un’avventura anche il ritmo di lavoro dalla domenica alla domenica. Scuola per tutti quelli che giungono alla missione dai villaggi intorno; attenzione particolare per le giovani che sono educate e vivono alla missione; visita agli ammalati nell’ospedale governativo.

Le missionarie curano anche quelli che arrivano all’improvvisato dispensario della missione collocato sotto un albero o in una capanna per proteggere il paziente e la suora dal sole implacabile.

Seguono inoltre visite regolari ai vicini villaggi, in cerca di malati da curare, e la cura dei 75 orfani, che vivono ancora in costruzioni molto provvisorie.

Il lavoro comprende anche la piantagione di caffè e quella di orchidee, oltre alla cura degli oltre 500 buoi e mucche che bisogna contare al sorgere e al tramonto del sole e accudire giorno dopo giorno.

Missionarie della Consolata visitano villaggi

Tuthu e le missioni nelle valli dell’Aberdare

Ma per tutto questo lavoro non tutte le 15 missionarie rimangono a Nyeri: quattro partono immediatamente per Tuthu, la prima missione fondata nel 1902 dai missionari nelle valli dell’Aberdare a oltre 2300 m, dove giungono dopo tre giorni di cammino.

Suor Agnese è la superiora, suor Paolina Bertino è destinata alla visita ai villaggi e all’insegnamento nell’incipiente scuola, suor Serafina Drudi per la visita ai villaggi e suor Rosa Margarino per la cucina di tutta la comunità maschile e femminile della missione.

Così le missionarie iniziano la seconda missione. Avventure di tempi eroici!

Aggiungiamo quella di inserirsi nell’ambiente vincendo la sfida della lingua, dei lunghi viaggi, delle malattie come la malaria, le piaghe, la dissenteria, del cibo scarso: tutto contribuisce a rendere difficile la vita.

Ma il Signore è loro accanto, e interviene anche con i miracoli. Le sorelle rimaste a Torino, seguono con amore fraterno le loro missionarie, nell’attesa di raggiungerle, e pregano: «Vergine, piena d’amore, consolatrice d’ogni nostro pianto. Reggili sugli oceani, nell’orror delle foreste e dei deserti ardenti, Quando spira la furia dei torrenti, quando spossati cadono per via, quando li assale stanchezza e nostalgia, posati loro accanto!».

Le attività missionarie nelle prime comunità

Le prime comunità della Consolata in Kenya si svilupparono intorno a un modello di presenza che univa evangelizzazione e servizio. L’annuncio cristiano era accompagnato dall’istruzione, dall’assistenza sanitaria, dalla cura degli orfani, dalla formazione delle giovani e dalla visita sistematica ai villaggi.

La scuola, il dispensario e la visita alle famiglie permettevano di entrare nella vita quotidiana delle popolazioni. L’apprendimento del kikuyu e l’attenzione alle culture locali rendevano possibile una comunicazione diretta con la gente.

Tra le attività quotidiane figuravano il catechismo agli operai, l’insegnamento ai bambini, l’educazione delle giovani, la cura degli ammalati, la ricerca dei malati nei villaggi e il lavoro agricolo necessario alla sopravvivenza delle missioni.

Le piccole scatole-case, le capanne, i primitivi improvvisati dispensari, poco a poco hanno lasciato il posto a case vere, scuole, ospedali, orfanotrofi, dispensari.

Il rapporto con le suore del Cottolengo

C’era bisogno di suore che potessero ottenere la fiducia delle madri e avere dimestichezza con i problemi dei bambini. Difficile pensare all’evangelizzazione senza essere più immediati e pratici nei bisogni delle comunità.

Così le suore del Cottolengo iniziarono ad affiancare la Consolata nelle missioni in Kenya. Dopo la guerra mondiale e la prematura morte di Suor Maria Carola Cecchin, che sarebbe volentieri rimasta alle pendici del Monte Kenya dove ormai era madre, sorella e presenza amica di molti, e quasi per tutti “la Santa bianca”, le cottolenghine lasciarono in Kenya.

Le cottolenghine furono sostituite dalle loro omologhe della Consolata, che nel frattempo da congregazione puramente maschile, su richiesta di Papa Pio X, avevano iniziato a formare suore per le loro missioni.

Ma la storia della presenza del Cottolengo in Kenya non è finita qui. Fecero infatti ritorno a Nairobi quasi mezzo secolo più tardi, nel 1972, ancora una volta richiamate dalla Consolata.

Questa volta tornarono per la loro esperienza nell’avere a che fare con i disabili. A Nairobi fu costruita la sede di Langata che ospita attualmente le suore della congregazione ed una struttura di accoglienza per bambini sieropositivi.

La crescita della rete missionaria

Avventure missionarie: quante! Di quanti piccoli miracoli in questi cento anni di Kenya, siamo testimoni!

Le piccole scatole-case, le capanne, i primitivi improvvisati dispensari, poco a poco hanno lasciato il posto a case vere, scuole, ospedali, orfanotrofi, dispensari.

Cento anni per seminare l’Amore, la Consolata e il Padre Fondatore nel cuore della nostra gente del Kenya, obbedendo all’invito dell’Allamano: «Coraggio e avanti!».

Gesù, il missionario del Padre ci ha sempre precedute e ci ha rese anche capaci di cedere nelle mani responsabili della Chiesa locale quello che con tanto sacrificio è stato costruito.

La maggior parte degli ospedali, scuole e altre attività iniziate nelle missioni della Consolata, sono ora nelle mani delle Chiesa locale, avendo i missionari e le missionarie finito il loro compito di dare inizio ad una nuova comunità.

Sanità: ospedali, dispensari e maternità

Il lavoro in Africa si concentra principalmente sui seguenti contesti: sanità: i quattro grandi ospedali, che servono un bacino d’utenza complessivo di almeno mezzo milione di persone, si trovano a Ikonda, in Tanzania, a Wamba, in Kenya, a Neisu, in RD Congo e in Etiopia, a Gambo.

Vi sono poi centinaia di dispensari e centri di salute che servono le aree più isolate o le periferie urbane dove le condizioni sanitarie sono estremamente precarie.

In Kenya, l’ospedale di Wamba rappresenta una delle principali strutture sanitarie legate alla presenza della Consolata. Nelle zone interne del paese, l’assistenza sanitaria è stata costruita nel tempo grazie a persone e comunità capaci di operare anche in condizioni molto difficili.

Nelle zone più interne del paese, a Wamba, abbiamo conosciuto Suor Giovanna Pia Borra, altra persona carismatica, affabile, sorridente, che con grande semplicità e serenità ci ha sintetizzato la sua storia, iniziata tanti anni fa in una baracca poco lontano, con la compagnia dei topi sulle travi del tettuccio, fino alla costruzione dell’ospedale che oggi gestisce e che ospita centinaia di persone con diverse patologie.

Vari sono gli episodi toccanti che ci ha raccontato con il sorriso e l’umiltà di chi cerca di realizzare un compito, al meglio, per amore, senza chiedere un compenso.

Le condizioni sanitarie nel continente

In Africa sub-Sahariana, l’aspettativa di vita è di 63 anni - quasi venti anni in meno rispetto a quella nell’Unione europea, e dieci in meno rispetto alla media mondiale - mentre il 32 per cento della popolazione sopra i 15 anni è analfabeta.

Un quarto dei bambini in età da scuola primaria non va a scuola e un insegnante delle elementari su tre non ha adeguata formazione.

La media del personale sanitario è di due medici e dodici fra infermieri e ostetriche ogni diecimila persone, mentre in Italia, per lo stesso numero di abitanti, il dato è di 42 medici e 77 infermieri e ostetriche.

Un terzo dei parti avvengono senza l’assistenza di personale sanitario qualificato e una madre su cinque non riceve alcun tipo di cura prenatale.

Su mille bambini 68 muoiono prima di compiere cinque anni. L’infezione da HIV è in calo e si attesta sul 3,8 per cento, mentre la malaria nel 2015 ha colpito oltre 263 milioni di persone nel mondo, il 94 per cento delle quali in Africa.

Educazione, scuole e formazione professionale

I missionari gestiscono scuole di ogni ordine e grado, dall’asilo alle superiori. Numerosissime sono le scuole materne e primarie, che vengono supportate anche grazie al sostegno a distanza alimentato dalla generosità di circa quattromila donatori.

Infine, in molte missioni sono attivi programmi di formazione professionale che coinvolgono giovani, specialmente donne, interessati ad acquisire competenze professionali in sartoria, informatica, agricoltura e altri ambiti connessi al mercato del lavoro locale.

Il Sagana Technical Training Institute in Kenya ha formato diversi membri della classe dirigente kenyana. La formazione tecnica è stata affiancata da percorsi di educazione generale, preparazione al lavoro e accompagnamento dei giovani.

A Nairobi, Padre Lorenzo Cometto gestisce la Familia ya Ufariji, Casa della misericordia, un centro per bambini abbandonati e ragazzi di strada.

Nel suo centro i ragazzi possono contare non solo su un posto per dormire, attenzioni e cibo, ma ottengono anche istruzione scolastica ed imparano un mestiere, tra falegnameria, carpenteria e vetreria, sul modello salesiano.

Padre Lorenzo va ben oltre: non insegna solo la manualità, ma trasmette ai suoi ragazzi il senso del bello e coltiva in loro l’arte, il linguaggio della bellezza.

Con grande orgoglio ci ha parlato di un alunno, di cui purtroppo non ho colto il nome, che è stato il miglior studente del paese ed ora studia in America.

Acqua, infrastrutture e sviluppo comunitario

L’esperienza più significativa per l’accesso all’acqua, anche questa in Kenya, è indubbiamente il Tuuru Water Scheme, un acquedotto che serve 250 mila persone e circa 80 mila capi di bestiame.

Quella forza con cui segue sempre, anche da lontano le vicende del nostro paese, dicendo con dispiacere che vede l’Italia un paese “sfasciato”.

Vi sono poi progetti idrici in corso praticamente in tutte le missioni in Africa: pozzi, cisterne, sistemi di canalizzazione per l’irrigazione permettono alle comunità di accedere a fonti d’acqua sicure e protette.

In molti casi, l’accesso all’acqua viene perseguito come elemento funzionale alla sanità, con i pozzi che servono i dispensari, o all’istruzione, con pozzi e cisterne per le scuole.

Le risorse idriche sono sempre messe al servizio dell’intera comunità circostante e spesso regolate da appositi comitati di gestione locali che si fanno carico della manutenzione degli impianti, dell’equa distribuzione dell’acqua e della formazione al suo corretto utilizzo.

Voglio ricordare anche l’orso di Mukululu, o Mukiri, il silenzioso, come lo chiama la gente del posto, Fratel Peppino Argese, originario di Martina Franca, che è riuscito a costruire, o meglio a far costruire, insieme a molti altri, una diga che raccoglie l’acqua della foresta pluviale cioè dalla rugiada, con un sistema di cunicoli sotterranei, canali ed invasi, costruiti tutti a mano, senza essere ingegnere!

Non abbiamo potuto parlare molto con lui a causa delle sue difficili condizioni fisiche, ma quel poco che abbiamo trascorso insieme ci è bastato per coglierne la scorza, la tenacia, la forza che gli hanno consentito di costruire opere idrauliche che danno l’acqua a 250.000 persone e molte chiese.

Acquedotto Tuuru Water Scheme Kenya

Promozione sociale e sviluppo economico

Connesse ai programmi di formazione professionale vi sono svariate esperienze di progetti il cui obiettivo è quello di sostenere individui e piccole imprese locali nell’avvio di attività generatrici di reddito.

Agricoltura, microcredito, sartoria, produzione alimentare, forni e panifici, sono alcuni degli ambiti in cui si concentra il sostegno dei missionari.

All’interno di questi settori di intervento, i missionari operano per la valorizzazione delle periferie urbane, ad esempio con le esperienze nelle baraccopoli di Nairobi o nelle periferie di Kinshasa.

Operano inoltre nella prevenzione e risoluzione del conflitto, nel caso di tensioni inter-etniche come quelle che ciclicamente si verificano nel nord del Kenya.

La crescita dei dati macro-economici, tuttavia, non sempre corrisponde a un miglioramento tangibile nella vita delle persone: intere aree di alcuni paesi e larghe fasce della popolazione rimangono escluse dall’espansione economica, o ricevono benefici solo molto marginali.

La missione di Isiolo e il contributo della diocesi di Vercelli

La storia della missione vercellese in Kenya è ormai prossima al mezzo secolo e alcuni dei suoi attori principali sono ormai scomparsi, ma impegno di questo sito è anche ricostruirne con pazienza, fedeltà e attenzione le tappe proprio per imparare, per poter entrare in modo non indegno in questo grande sforzo di sequela all’invito missionario che Gesù fece ai suoi discepoli e che va rinnovato con impegno ed entusiasmo in ogni epoca compresi i nostri non facili tempi.

Quest’anno ricorre il 50° anniversario dell’enciclica “Fidei Donum”. Il papa Pio XII, Eugenio Pacelli, ha dato una scossa grande al mondo missionario con l’enciclica “Fidei Donum” nel 1957.

Anticamente le chiese particolari, le diocesi, appoggiavano gli istituti missionari che erano istituzioni propriamente preparate all’annuncio del Vangelo a tutti i popoli.

Questa enciclica invece invitava tutte le diocesi del mondo ad essere protagoniste nella Missione ad gentes, cioè ad appoggiare altre chiese di Missione, a crescere e vivere con loro il dono della fede.

La partenza di don Luigi Locati

Sei anni dopo l’enciclica del papa, giunse la risposta della Chiesa vercellese. Nel 1963 iniziò l’avventura missionaria ad gentes della Chiesa vercellese con l’approvazione ufficiale di Mons. Francesco Imberti, allora arcivescovo di Vercelli.

Don Luigi Locati fu il primo prete ad offrirsi ad aprire questo cammino. A questo punto è doveroso ricordare la grande figura di un prete vercellese, don Eugenio Giacometti.

Lui è stato il vero artefice di questa avventura e apertura al mondo missionario per noi preti diocesani. È stato lui a prendere i primi contatti con i missionari della Consolata di Torino per aiutare l’inserimento di don Luigi Locati nel nuovo mondo delle Missioni.

È stato lui a redigere documenti e convenzioni fra la Diocesi di Vercelli e la Diocesi di Meru, in Kenya, con il vescovo locale Mons. Lorenzo Bessone.

Don Luigi partì per Londra per imparare la lingua inglese e tornò nel 1964 e fu mandato in Kenya nella missione di Tigania e poi a Isiolo.

La situazione di Isiolo dopo l’indipendenza

In Kenya era appena terminata la guerra di indipendenza dagli inglesi e la gente era stata raggruppata in grandi centri, molto simili a campi di concentramento, per un maggior controllo della popolazione.

Erano scene apocalittiche di miseria umana. Don Luigi subito iniziò con asili e scuole e si rese conto che il lavoro era enorme ed aveva bisogno di rinforzi.

Chiese aiuto a don Giacometti e all’Arcivescovo di Vercelli. A quel tempo io ero viceparroco proprio in questa chiesa di Santa Maria Maggiore e anche successore di don Luigi all’oratorio S. Giuseppe nella zona del Cervetto.

Partii il 1 novembre 1968 da Venezia con una nave. Dopo 25 giorni di viaggio arrivai a Mombasa. Don Luigi era là ad aspettarmi.

A quel tempo viveva in una stanzetta senza luce e senza acqua ed in alcuni giorni a pranzo c’era solo insalata e un uovo sodo da spartire in due.

Il lavoro era grande nel Distretto di Isiolo. Il Distretto di Isiolo si estende per 25.000 Km2.

Due sono i centri popolosi oltre ad Isiolo: Garba Tula e Merti. Le autorità locali musulmane richiesero con insistenza la presenza caritativa della Chiesa Cattolica anche in quelle zone.

Scuole, dispensari e promozione della donna a Isiolo

Nel gennaio 1972 arrivò il diacono Franco Givone, per un’esperienza missionaria prima dell’ordinazione sacerdotale. Fu un colpo di fulmine anche per lui che subito comprese che nella vita missionaria poteva realizzare tutto quanto stava nel cassetto dei suoi sogni.

Nel 1969 anche le suore di S. Eusebio risposero all’invito di Mons. Albino Mensa inviando tre suore. Subito iniziarono il loro lavoro nel dispensario e nell’asilo.

Per motivi di salute e di ambientazione tornarono in Italia dopo due anni. A sostituirle giunsero le Suore di S. Maria di Loreto, animate e spinte da Suor Angelina Merlo.

Dopo un po’ di tempo di ambientazione si resero presenti in tutte le attività della Missione. A loro fu affidato il funzionamento dell’asilo, del dispensario, e il lavoro della promozione della donna quali il cucito e l’igiene.

L’opera caritativa della Chiesa cattolica ad Isiolo era l’unica ad interessarsi della miseria della gente. Alla fine degli anni 70 si aggiunse un altro sacerdote vercellese don Guido Pezzana, compaesano di don Luigi.

Di comune accordo decidemmo di dividerci le tre zone del Distretto. Don Luigi rimaneva ad Isiolo come appoggio e sostegno, don Guido fu mandato a Garba Tula e io a Merti.

L’Africa ha le sue esigenze segrete e don Guido dopo alcun tempo tornò in Italia. Ecco allora don Franco Givone prendere il suo posto nel deserto di Garba Tula e dopo due anni tornò ad Isiolo con don Luigi e vi rimase per 18 anni.

La scuola tecnica e il ruolo dei laici

Nel 1990 don Franco fu chiamato a Roma per lavorare per la CEI, appoggiando il lavoro dei missionari italiani in Africa. Nel 1996 ritornò ad Isiolo come Vicario generale di don Luigi, vescovo di Isiolo.

Altri preti vercellesi si offrirono al servizio pastorale missionario. Don Pino Ferrarotti arrivò a Merti pieno di entusiasmo e capacità reali.

Dopo alcuni anni tornò in Italia per motivi di salute sostituito da don Luciano Pasteris che vi rimase per 10 anni.

Il suo arrivo a Merti favorì un grande sviluppo delle scuole elementari e secondarie ed inoltre, in campo sociale, Don Luciano, grazie alle sue capacità umane ed intellettuali, seppe relazionarsi bene con la cultura borana locale.

Oltre ai sacerdoti, la diocesi di Vercelli inviò anche laici. Ad affiancare don Luigi nel suo grande lavoro, nel febbraio del 1973 arrivò ad Isiolo il dott. Lino Cossetti.

Fino a pochi mesi prima era vice-direttore della Chatillon, azienda chimica vercellese. Utilizzò le sue capacità di amministratore per dare più tempo a don Luigi nel lavoro missionario.

Il dottor Lino si prese cura dei problemi economici, e dopo un po’ di tempo di ambientamento e apprendimento della lingua inglese, assunse la direzione della scuola tecnica della Missione.

Era molto stimato dagli alunni per la sua puntualità, per la grande pazienza e per la meravigliosa testimonianza di fede cristiana. Ritornò in Italia nel 1988 dopo 15 anni di lavoro.

Il dott. Cossetti lavorava 10 ore al giorno ed invece di essere pagato versava tutta la sua pensione alla Missione di Isiolo.

Felice Bagnati e la cattedrale di Isiolo

Altra grande figura di laico missionario fu Felice Bagnati. L’Africa ha le sue difficoltà e arrivò nell’ottobre del 1985; legato da grande amicizia con don Luigi, si licenziò da capo meccanico del reparto manutenzioni impianti della Pavesi di Novara ed offrì le sue capacità al servizio della Missione.

Era meccanico, muratore, saldatore ed elettricista. Riparava con facilità le macchine da cucire, gli elettrodomestici, TV, gli orologi ed i computer.

Era il factotum della Missione. Quando qualcosa non funzionava, si chiamava il Felice e tutto era risolto.

Ma l’opera in cui egli manifestò le sue capacità sorprendenti fu la costruzione della Cattedrale di Isiolo. Un monumento architettonico di grande rilevanza.

Egli, con una squadra di giovani volenterosi, cominciò e terminò la grande opera che ancora oggi domina tutta la cittadina di Isiolo, dall’alto delle due torri alte 27 metri.

Un giorno volendo modificare un piccolo particolare del soffitto del presbiterio, salì fino in cima per iniziare il lavoro. Quello che successe nessuno lo vide, cadde dal soffitto da 14 metri.

Morì all’istante, proprio ai piedi dell’altare come offerta della sua vita a Dio. Martire del lavoro, umile e silenzioso.

Felice è l’esempio per tanti giovani che non sanno dare significato alla vita. Morì il 22 febbraio 1995: dieci anni in missione al servizio degli altri.

Cattedrale di Isiolo Kenya

Don Luigi Locati e l’africanizzazione della missione

Don Luigi Locati ad Isiolo continuò il lavoro cominciato nel 1964: scuole elementari, secondarie, college per segretarie d’azienda, una scuola per l’avviamento al lavoro.

Praticamente don Luigi, con il suo carattere duro e forte, era il punto di riferimento di tutta l’azione di sviluppo umano e religioso del distretto.

Nel 1995 don Luigi fu eletto Vescovo di Isiolo e cominciò ad organizzare la nuova Diocesi. Il pensiero che sempre affiorava dentro di lui era africanizzare tutte le missioni.

Era giunto il tempo di dare responsabilità e fiducia al clero africano. Ecco che un giorno, di ritorno da Nairobi, ci disse che aveva trovato una congregazione missionaria africana, gli Apostoli di Gesù, pronta a prelevare le nostre Missioni di Merti e Garba Tula.

Ci chiamò e ci parlò del suo piano di africanizzazione. Di accordo con il Nostro Arcivescovo, Mons. Enrico Masseroni, tornammo a Vercelli.

Era il novembre 1998, erano passati 34 anni dall’inizio della presenza del clero vercellese ad Isiolo in Kenya.

La notizia di lasciare Isiolo non fu ben compresa qui in Diocesi. Ancora oggi qualcuno ce ne chiede il perché.

La risposta chiara e vera è stata appena descritta: don Luigi pensava e credeva che fosse giunto il momento di lasciare agli africani la possibilità di esprimersi con la loro cultura e capacità.

Don Luigi si immerse totalmente, anima e corpo, nel suo lavoro, aiutato da questi preti africani. Rimasero ad Isiolo, a fianco di Mons. Locati, le Suore di Loreto ed ancora oggi sono immerse in un lavoro di educazione giovanile con una scuola elementare e un asilo.

La morte di don Luigi Locati

Il 14 luglio del 2005 ricevemmo la terribile notizia della morte di don Luigi. Rimanemmo in silenzio per molto tempo, nessuno era preparato a ricevere questa notizia.

Don Luigi aveva dato la vita per l’ideale in cui credeva. Fui al suo fianco per 30 anni, posso dirvi che l’ho conosciuto profondamente.

Carattere spartano e senza fronzoli. Era stato vittima del suo intenso lavoro.

L’invidia di un gruppo di fondamentalisti islamici pensò di eliminare l’opera di solidarietà di don Luigi, uccidendolo.

Il suo lavoro però, benedetto con il suo sangue come ai tempi dei primi cristiani, continuerà per sempre.

Lingue, culture e incontro con le comunità

Tra le attività quotidiane, lo studio della cultura e del kiswahili, le sorelle entrano ben presto nella vita della gente: avevano una metodologia impregnata di calore umano e di valori evangelici, molto rispettosa delle persone.

Erano donne forti, operose, avvedute, così come le voleva il Fondatore, il Beato Giuseppe Allamano.

“Vite ricche di fede, coraggio e abnegazione, donate per la missione” dice suor Stefanella, 28 anni di missione in Tanzania, e continua: “Beati quei piedi che hanno camminato molto, diffondendo ovunque la Parola di Dio e avendo anche sempre molto a cuore la promozione umana!”.

L’apprendimento della lingua è sempre il primo passo che si richiede per comunicare con la popolazione. Ed a una certa età non è facile.

Per lavorare in Kenya abbiamo sudato parecchio per imparare l’inglese, il kiswahili e il borana.

La conoscenza delle lingue locali non riguarda soltanto la comunicazione pratica, ma permette di comprendere meglio la cultura, le relazioni sociali e le aspirazioni delle comunità.

La visita ai villaggi e l’assistenza alle persone

Missionarie della Consolata impegnate nella visita ai villaggi. Suor Serafina Drudi in visita a capanne attorno al villaggio di Thusu.

Scuola per tutti quelli che giungono alla missione dai villaggi intorno; attenzione particolare per le giovani che sono educate e vivono alla missione; visita agli ammalati nell’ospedale governativo.

Le missionarie visitano regolarmente i vicini villaggi, in cerca di malati da curare. La visita alle capanne permette di raggiungere persone che non potrebbero arrivare spontaneamente ai dispensari o alle scuole.

La presenza nei villaggi si fonda sulla continuità, sulla conoscenza personale e sulla fiducia. La missione non è soltanto un edificio, ma una rete di relazioni che collega comunità lontane tra loro.

Una testimonianza sulla presenza contemporanea

Sono tornata da qualche giorno dal Kenya dove, con la mia famiglia, ho partecipato ad un viaggio organizzato dai Missionari della Consolata di Torino.

Sintetizzare quello che abbiamo visto e provato non è cosa semplice. La natura, meravigliosa, rigogliosa, generosa, la vita, pulsante, semplice, confusa.

Ma fra tutto, mi hanno colpito molto i missionari, un gruppo di “vecchi amici”, pochi, in là con gli anni, affettuosi fra di loro e con gli altri, e ….matti, completamente matti!

Sempre sorridenti, positivi, sereni, certi della mèta, impegnati, concreti, allegri. In un contesto difficile, fatto di povertà, malattia, di usi e costumi tanto diversi, e di inquinamento.

Ricordo primo fra tutti l’organizzatore, Padre Adolfo De Col, di origini bellunesi, che ormai da 24 anni organizza questo viaggio, instancabilmente.

Ore di viaggio sullo sterrato, davvero impegnative, che hanno messo alla prova la resistenza di giovani ed autisti, non lo hanno mai affranto; non lo abbiamo mai sentito lamentarsi.

Nairobi: periferie urbane e nuove generazioni

Arrivati a Nairobi, abbiamo incontrato Padre Gerardo Martinelli, che con grande semplicità e cordialità ci ha parlato della situazione politica e sociale del paese, ora in forte crescita economica, con grandi potenzialità, ricco non solo di materie prime, ma soprattutto di giovani.

A Nairobi abbiamo conosciuto anche Padre Lorenzo Cometto, originario di Cuneo, che gestisce la Familia ya Ufariji, Casa della misericordia, un centro per bambini abbandonati e ragazzi di strada.

Nel suo centro i ragazzi possono contare non solo su un posto per dormire, attenzioni e cibo, ma ottengono anche istruzione scolastica ed imparano un mestiere.

Padre Lorenzo va ben oltre: non insegna solo la manualità, ma trasmette ai suoi ragazzi il senso del bello e coltiva in loro l’arte, il linguaggio della bellezza.

La presenza nelle periferie urbane si collega alle esperienze nelle baraccopoli di Nairobi, dove l’educazione, l’assistenza e la formazione professionale diventano strumenti per accompagnare bambini e giovani verso una maggiore autonomia.

La testimonianza delle Missionarie della Consolata

“Quanto sono belli sui monti i suoi piedi, i piedi di Colei che porta buone notizie”. Quest’anno la festa della nostra cara Sorella, la Beata Irene Stefani, si è svolta.

Oggi, storia e fede si sono intrecciate magnificamente mentre ci siamo riuniti a Tuthu, in Kenya, la culla dell’evangelizzazione cattolica nella Regione, per celebrare l’apertura del centenario della presenza.

La Beata Irene Stefani, missionaria della Consolata, è una presenza vicina e viva per la gente in Kenya, Tanzania e Mozambico, Nyaatha: Madre tutta Misericordia.

Il 31 ottobre abbiamo celebrato la memoria liturgica della Beata Irene Stefani, missionaria della Consolata, morta a Gikondi, in Kenya, il 31 ottobre 1930.

Il popolo kikuyu l’ha battezzata Nyaatha, Madre tutta Misericordia.

La presenza delle Missionarie della Consolata nel tempo

Il passaggio del testimone è un attimo di concentrazione, di precisione, di passione.

Molto di quello che scrivo l’ho sentito dalla viva voce di madre Margherita De Maria, la missionaria della prima ora che nelle belle serate di ricreazione a Sanfré ci raccontava, vibrante di passione, le prime ore, i primi giorni, le prime spedizioni delle suore missionarie della Consolata in Africa, in Kenya.

Con queste righe voglio rendere omaggio alle tante sorelle conosciute e amate che ora riposano nei cimiteri di quella terra benedetta.

Tra le prime 15 suore missionarie della Consolata accolte dai missionari della Consolata, dalle suore del Cottolengo e dai primi cristiani, lavoratori e bambini della missione di Limuru, c’erano suor Rosa Margarino, suor Filomena Moresco, suor Agnese Gallo, suor Teresa Grosso, suor Caterina Gemello, suor Domenica Drudi, suor Candida Sandretto, suor Margherita De Maria, suor Serafina Drudi, suor Paolina Bertino, suor Cristina Moresco, suor Carolina Crespi, suor Costanza Golzio, suor Cecilia Pachner e suor Lucia Monti.

Ora tocca sempre a noi andare e partire per testimoniare, per passare il testimone ad altre sorelle, alle giovani di oggi, anche a nome delle 157 missionarie che riposano nei cimiteri del Kenya: 47 al Mathari-Nyeri, 8 a Meru, 95 al Nazareth Hospital-Nairobi e 7 in altri cimiteri.

Una presenza inserita nella Chiesa locale

Il pensiero che sempre affiorava dentro di lui era africanizzare tutte le missioni. Era giunto il tempo di dare responsabilità e fiducia al clero africano.

La risposta alla crescita delle comunità cristiane non è stata una presenza indefinita nel tempo, ma un cammino verso l’autonomia e la responsabilità locale.

La maggior parte degli ospedali, scuole e altre attività iniziate nelle missioni della Consolata, sono ora nelle mani delle Chiesa locale, avendo i missionari e le missionarie finito il loro compito di dare inizio ad una nuova comunità.

La transizione alla Chiesa locale rappresenta una componente essenziale della storia della Consolata in Kenya: l’opera missionaria mira a creare comunità capaci di esprimersi con la propria cultura e le proprie capacità.

In questa prospettiva, l’evangelizzazione, la sanità, l’istruzione, la promozione sociale e la formazione del clero locale sono parte di un unico processo.

La presenza attuale della Consolata in Africa

Oggi i missionari hanno presenze in: Angola, Costa d’Avorio, eSwatini, Etiopia, Kenya, Repubblica democratica del Congo, Sudafrica, Tanzania, Uganda.

In Africa il lavoro dei Missionari della Consolata continua a concentrarsi sulla sanità, sull’istruzione e formazione, sull’accesso all’acqua, sullo sviluppo socio-economico, sulla valorizzazione delle periferie urbane, sulla prevenzione dei conflitti e sulla protezione delle culture autoctone e delle minoranze.

Questa crescita nei dati macro-economici, tuttavia, non sempre corrisponde a un miglioramento tangibile nella vita delle persone: intere aree di alcuni paesi e larghe fasce della popolazione rimangono escluse dall’espansione economica, o ricevono benefici solo molto marginali.

La presenza missionaria continua quindi a misurarsi con condizioni di povertà, malattia, esclusione scolastica, mancanza di acqua sicura, carenza di personale sanitario e difficoltà di accesso al lavoro.

Ma tanto rimane ancora da fare e ampi sono gli spazi per chi vuole collaborare.

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