La conferenza di oggi su Santa Rita richiama una figura capace di parlare ancora al mondo contemporaneo attraverso la fede, la riconciliazione, il perdono e la speranza. Santa Rita da Cascia, conosciuta come la “Santa degli impossibili”, continua a interpellare quanti cercano una strada per affrontare con speranza la vita quotidiana spesso costellata di difficoltà.
Il suo messaggio si concentra sulla capacità di trasformare la sofferenza in amore, interrompere la spirale della violenza, restare uniti a Gesù Cristo e diventare costruttori di pace nella vita concreta. “Santa Rita continua a parlare al mondo perché ha vissuto fino in fondo il dolore umano senza lasciare che diventasse odio”, afferma suor Maria Grazia Cossu, Madre Badessa del Monastero di Santa Rita da Cascia.

Il tema della conferenza: che cosa insegna Santa Rita oggi
La storia di questa santa continua infatti a interpellare il mondo. Santa Rita, al secolo Margherita Lotti, nacque a Roccaporena tra il 1371 e il 1381, in un’epoca segnata da tensioni politiche e rivalità familiari.
Una figura che continua a esercitare un fascino particolare perché parla a un mondo che, pur cambiato, resta ferito da molti conflitti. Rita parla di pace e perdono in un tempo che esalta l’individualismo e in un mondo che teme il dolore.
Insegna che anche le ferite possono diventare luoghi di luce. La sua rosa, sbocciata contro ogni previsione, continua a raccontare che nulla è davvero impossibile per chi sceglie l’amore.
Santa Rita e il messaggio del Cardinale Michele Pellegrino
Le omelie del Cardinale Michele Pellegrino pronunciate in occasione della festa di Santa Rita raccolgono cinque meditazioni nelle quali, partendo dalle letture bibliche, nel corso degli anni il Cardinale si è rivolto ai fedeli traendo dalla vita di Santa Rita alcuni insegnamenti di perdurante attualità.
Le cinque omelie sono: Chi è e che cosa ci insegna Santa Rita (1971), Attraverso i Santi avvicinarsi a Gesù Cristo (1972), I nostri modelli (1973), Rinnovamento e riconciliazione (1974), La devozione ai Santi (1975).
Per l’Arcivescovo “la devozione ai Santi è autentica, è buona, se non si ferma ai Santi. Ma i Santi sono gli amici, i fratelli maggiori che ci prendono per mano per condurci a Gesù Cristo. Ed è soltanto così che Santa Rita può gradire l’omaggio della nostra devozione e della nostra preghiera”.
Per il Cardinale l’esempio di Santa Rita può rappresentare lo spunto per rafforzare la fede del cristiano: ecco quindi il tema della carità che la Santa di Cascia sperimentò nella sua vita, dell’amore fraterno, del perdono, sentimento questo che accompagnò le vicende di Rita, ma anche una grande lezione di speranza.
La devozione autentica: preghiera, Messa e comunione con Gesù
La devozione ai Santi, secondo l’insegnamento del Cardinale Pellegrino, non può ridursi a un gesto occasionale o alla sola partecipazione alla festa. Essa deve condurre a una relazione più profonda con Cristo e tradursi in una vita di preghiera.
“Cari fratelli, vogliamo renderci conto? Sarebbe strano che uno dicesse: “Io sono devoto di Santa Rita” e poi si accontentasse di andare a Messa a Natale, a Pasqua e alla festa di Santa Rita. Non sarebbe niente vero che è devoto di Santa Rita.
Non è devoto di Santa Rita chi trascura la preghiera del mattino e della sera, chi trascura la Messa della domenica, l’incontro al quale il Signore ci invita per ascoltare la parola di Dio, per pregare con lui, per mangiare il Pane che è il suo Corpo sacrificato per noi”.
Santa Rita ci insegna a mettere Gesù al centro della nostra vita: nella preghiera, nella Messa, nella Comunione; ci insegna a imitare Gesù; imitare Gesù povero e amico dei poveri, imitare Gesù sofferente e amico di chi soffre.
L’immagine della vite e dei tralci
Nel Vangelo abbiamo ascoltato una parola di Gesù. Quelli di voi che vengono dalla campagna la capiscono immediatamente. Per quelli della città occorre forse una piccola spiegazione.
Gesù dice: “ogni tralcio che porta frutto, (l’agricoltore) lo pota, perché porti più frutto” (Gv 15,2). È quello che fa appunto il contadino quando, al principio della primavera, pota le viti, toglie i rametti inutili e parassiti perché la vite porti maggior frutto.
Questo ci ricorda la penitenza, la mortificazione, lo spirito di sacrificio di Santa Rita. Una vite, quando le vengono recisi quei rametti, forse se potesse parlare si lamenterebbe. “perché mi tagli?”, direbbe al contadino. Ma il contadino lo fa per il suo bene.
Allora noi comprendiamo quelle parole che Gesù ci ha rivolto un momento fa nel Vangelo: “Io sono la vite e voi i tralci” (Gv 15,5). Il tralcio deve rimanere unito alla vite se vuol portare frutto.
Così noi dobbiamo essere uniti a Gesù come Santa Rita, uniti a Gesù perché lui solo è il nostro Salvatore, lui solo è il nostro Maestro; uniti a Gesù con la fede, uniti a Gesù come il tralcio che, unito alla vite, vive della medesima linfa che sorge su dalle radici e dal tronco e si comunica a tutti i tralci.
Di conseguenza, dobbiamo pregare per essere uniti a Gesù. San Paolo ci ha avvertiti un momento fa che dobbiamo essere perseveranti nella preghiera. È la preghiera che ci unisce a Gesù.
La sofferenza vissuta nella fede
Santa Rita ha un grande insegnamento da darci. La sua fu una vita di sofferenza: sofferenze di cuore, sofferenze di corpo, sopportate con amore, con fede, aderendo alla volontà di Dio.
Essa ci insegna che se vogliamo essere devoti dei Santi e di Santa Rita, dobbiamo accettare il sacrificio e la mortificazione, dobbiamo mortificare i nostri istinti.
La sua fu una vita di preghiera, una vita di sacrificio nascosto, fu soprattutto una partecipazione dolorosa e amorosa alla Passione di nostro Signore Gesù Cristo.
Quella spina e quella corona di spine con cui noi la vediamo raffigurata, ci richiamano appunto questo fatto, che Gesù volle farla partecipare nel modo più intimo alla sua Passione.
La carità, l’amore fraterno e la giustizia
C’è un altro esempio che ci dà Santa Rita, non meno importante. L’abbiamo ascoltato dalla parola di San Paolo nella seconda lettura. È tutto un programma. È un programma di carità, di amore fraterno.
La vita di Rita viene presentata come un cammino nel quale la fede non rimane separata dai rapporti umani. L’amore per Dio si manifesta nell’attenzione verso gli altri, nella cura delle persone ferite e nella scelta di non restituire il male ricevuto.
“Santa Rita continua a parlare al mondo perché ha vissuto fino in fondo il dolore umano senza lasciare che diventasse odio”, afferma suor Maria Grazia Cossu, Madre Badessa del Monastero di Santa Rita da Cascia.
“Oggi più che mai sentiamo il bisogno della sua testimonianza. In un mondo ferito da guerre, divisioni e violenza, Rita ci ricorda che il perdono non è debolezza, ma una forza capace di cambiare la storia delle persone e delle comunità”.
Il perdono come scelta concreta
La storia di Rita mostra che il perdono non significa negare il dolore, ma impedire che il dolore diventi una nuova forma di violenza. Il suo gesto nei confronti dei figli, dopo l’assassinio del marito, viene ricordato come una scelta capace di interrompere la catena della vendetta.
In un gesto che rivela tutta la sua lucidità, nasconde la camicia insanguinata per impedire ai figli di alimentare la spirale dell’odio. È un atto di coraggio civile, prima ancora che spirituale: interrompere la catena della violenza, anche quando il dolore è personale e bruciante.
La violenza genera sempre violenza e non risolve nulla, ai miei come ai vostri tempi. Ho capito che, se i miei figli si fossero vendicati degli assassini del padre, questo non avrebbe fatto altro che generare ulteriori conflitti.
Allora ho affrontato la questione da un altro punto di vista: se il moltiplicarsi della violenza vuol dire moltiplicare la morte, immettere nel tessuto sociale germi di vita e di perdono, di accoglienza reciproca e comprensione, avrebbe voluto dire neutralizzare quelle cellule di rabbia e risentimento.
Nulla che si possa fare automaticamente, non basta uno slancio di buona volontà, ma ci vuole la conversione del cuore, occorre imparare. Un processo che richiede tempo e pazienza, finché le ferite ancora sanguinanti, pur rimanendo ferite, non diventeranno cicatrici.
La vita di Santa Rita
Non si conosce molto dei primi anni di vita di Margherita Lotti, ma sembra che i genitori si fossero sposati in età matura, tanto che la bimba nacque dopo circa dodici anni di matrimonio.
Margherita, conosciuta da tutti come Rita, nacque nella frazione di Roccaporena, una piccola località rurale sita nei pressi della cittadina umbra di Cascia.
I genitori, Antonio e Amata, erano conosciuti come “pacieri” del territorio. Rita cresce in questo clima, osservando i genitori impegnati a ricomporre conflitti e a ricucire rapporti difficili e spesso spezzati.
È un apprendistato silenzioso che segna profondamente la sua visione del mondo: la pace, per lei, non sarà mai un concetto astratto, ma un lavoro quotidiano.
Il matrimonio e la perdita del marito
Giovanissima, dovette acconsentire alla volontà degli ormai anziani genitori, sposando contro la sua volontà un uomo irascibile e violento, il risentito ghibellino Paolo di Ferdinando di Mancino, nonostante avesse manifestato più volte il desiderio di seguire la fede nel Signore abbracciando l’abito monacale.
Suo marito le fece condurre una vita coniugale estremamente infelice, fatta di umiliazioni e tradimenti, mentre lei perseguì sempre l’intento di redimerlo, accompagnandolo verso una condotta cristiana e un modo di vivere dedito all’attenzione verso gli altri.
Da lui ebbe due figli, probabilmente gemelli, molto influenzati dal padre. L’esistenza di Rita e della sua famiglia cambiò radicalmente intorno al 1406, quando Paolo venne assassinato.
Rita accorre, ma può solo raccogliere il suo ultimo respiro. Rita cercò in ogni modo di fare in modo che i figli non covassero un sentimento di vendetta verso i carnefici del padre; e pare che lei stessa conoscesse l’identità degli uccisori del marito, pur senza mai rivelarla.
La morte dei figli e l’ingresso in monastero
Giangiacomo e Paolo Maria, i due figli, muoiono molto presto l’uno dopo l’altro, probabilmente di peste: Rita rimase sola, finché non coronò il suo primo desiderio, quello di votarsi al Signore.
La morte dei due figli, avvenuta poco dopo, la lascia sola. È un vuoto che potrebbe schiacciarla, ma che per Rita diventa un varco.
Decide di entrare nel monastero di Santa Maria Maddalena a Cascia, un desiderio che coltivava da tempo. Ma il suo ingresso non è semplice: incontra resistenze, pregiudizi e ostacoli.
Lo fece nel 1407 tramite l’ingresso nel Monastero delle Agostiniane di Santa Maria Maddalena, dopo diversi rifiuti da parte delle autorità preposte, poiché non era più illibata.
Lei, però, non si tira indietro. È una donna determinata, una donna di preghiera, profondamente devota a Sant’Agostino e a San Nicola da Tolentino, allora beato.
La vita religiosa e il segno della spina
In monastero vive un’esistenza di intensa interiorità. È una presenza discreta ma incisiva: si dedica alla preghiera, al servizio e alla cura delle sorelle.
È qui che riceve il segno della spina sulla fronte, una ferita che la accompagnerà per anni e che diventerà simbolo della sua partecipazione alla Passione di Cristo.
Monaca esemplare che usciva dalla clausura del suo monastero solo per assistere poveri e bisognosi, fece della sua vita un esempio di penitenza e devozione a Gesù crocifisso che la premiò durante un’estasi con una spina della sua corona che le si conficcò in fronte.
La rosa e la vite
Negli ultimi mesi di vita, ormai gravemente malata, Rita chiede un segno: sapere se le sue preghiere per la pace nella sua famiglia siano state ascoltate.
Una parente, recatasi a Roccaporena in pieno inverno, trova una rosa sbocciata e gliela porta. Quel fiore fuori stagione diventa un’icona universale: la rosa di Rita, simbolo di speranza contro ogni logica, promessa che la grazia può fiorire anche nei momenti più duri.
Si racconta anche che, durante il periodo del noviziato, la Madre Badessa, per provare la sua umiltà, le abbia comandato di piantare e innaffiare un arido legno. Lei obbedisce e il Signore la premia facendo fiorire una vite rigogliosa.
La badessa del suo monastero pare che per testare il suo spirito di obbedienza le ordinasse di innaffiare tutti i giorni un rovo ormai secco. Rita obbedì e con il trascorrere del tempo lo sterpo - che in realtà era una vite - riprese a crescere.
È per questo che la vite è il simbolo della pazienza, dell’umiltà e dell’amore di Rita verso le sue consorelle e, più in generale, verso l’altro.
Ancora oggi, per la devozione popolare, la vite che si trova nel cortile dell’antico monastero viene riconosciuta come quella innaffiata dalla santa. Quella che si vede oggi nel chiostro del monastero non è la stessa della tradizione: risale a più di duecento anni fa.
Nonostante ciò, continua a rappresentarne il forte valore simbolico.
La speranza nelle prove della vita
La speranza risuona spesso nelle omelie pronunciate dal Cardinale e che anche ai nostri occhi sono di un’attualità sconvolgente: “I Santi ci ricordano che c’è una vita futura, perché essi sono vivi come noi e più di noi e ci ricordano che anche noi siamo chiamati a regnare con Cristo glorioso.
I Santi e quindi anche Santa Rita ci animano a quella che nella liturgia della Messa chiameremo anche oggi “la beata speranza”: la speranza che già nella vita deve accompagnarci: povera nostra vita se perdessimo la speranza.
Ebbene i Santi ci sono vicini come amici buoni che ci aiutano a sperare”.
Le parole di San Paolo fanno da guida al tema: “Stimando quindi che le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi” (Rm 8,18); e ancora l’invito “Siate lieti nella speranza” (Rm 12,12) che Santa Rita incarnò profondamente nella speranza che il Signore ci sarà vicino in mezzo alle prove e alle tribolazioni di ogni giorno.
La speranza riguarda anche chi vive situazioni di sofferenza, miseria, oppressione, fame e sfruttamento. Il cristiano è chiamato ad aiutare le persone più provate e a diventare collaboratore della loro gioia.
Questa speranza - conclude il Cardinale Pellegrino - ci animi nella preghiera specialmente nella liturgia eucaristica in cui Gesù, che è la sorgente della nostra speranza, si farà presente per assicurarci del suo amore, del suo aiuto”.
Le letture bibliche della festa
Prima lettura fuori del Tempo Pasquale
Voi che temete il Signore, confidate, sperate, amate.
Dal libro del Siracide (2,7-13).
Quanti temete il Signore, aspettate la sua misericordia; non deviate per non cadere. Voi che temete il Signore, confidate in lui; il vostro salario non verrà meno. Voi che temete il Signore, sperate i suoi benefici, la felicità eterna e la misericordia.
Considerate le generazioni passate e riflettete: chi ha confidato nel Signore ed è rimasto deluso? O chi ha perseverato nel suo timore e fu abbandonato? O chi lo ha invocato ed è stato da lui trascurato?
Perché il Signore è clemente e misericordioso, rimette i peccati e salva al momento della tribolazione. Egli protegge quanti lo cercano con sincerità.
Prima lettura nel Tempo Pasquale
Cenerò con lui ed egli con me.
Dal libro dell’Apocalisse di San Giovanni apostolo (3,14.20-22).
Così parla l’Amen, il Testimone fedele e verace, il Principio della creazione di Dio: Ecco sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me.
Il vincitore lo farò sedere presso di me sul mio trono, come io ho vinto e mi sono assiso presso il Padre mio sul suo trono. Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese.
Salmo responsoriale
Beati gli afflitti, perché saranno consolati.
Benedirò il Signore in ogni tempo, sulla mia bocca sempre la sua lode. Io mi glorio nel Signore, ascoltino gli umili e si rallegrino.
Celebrate con me il Signore, esaltiamo insieme il suo nome. Ho cercato il Signore e mi ha risposto E da ogni timore mi ha liberato.
Guardate a lui e sarete raggianti, non saranno confusi i vostri volti. Questo povero grida e il Signore lo ascolta, lo libera da tutte le sue angosce.
L’angelo del Signore si accampa attorno a quelli che lo temono e li salva. Gustate e vedete quanto è buono il Signore; beato l’uomo che il lui si rifugia.
Temete il Signore, suoi santi, nulla manca a coloro che lo temono. I ricchi impoveriscono e hanno fame, ma chi cerca il Signore non manca di nulla.
Seconda lettura
Siate solleciti per le necessità dei fratelli, premurosi nell’ospitalità.
Dalla lettera di San Paolo apostolo ai Romani (12,9 - 19a 20a 21).
Fratelli, la carità non abbia finzioni: fuggite il male con orrore, attaccatevi al bene; amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda.
Non siate pigri nello zelo; siate invece ferventi nello spirito, servite il Signore. Siate lieti nella speranza, forti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera, solleciti per le necessità dei fratelli, premurosi nell’ospitalità.
Benedite coloro che vi perseguitano, benedite e non maledite. Rallegratevi con quelli che sono nella gioia, piangete con quelli che sono nel pianto.
Abbiate i medesimi sentimenti gli uni verso gli altri; non aspirate a cose troppo alte, piegatevi invece a quelle umili. Non fatevi un’idea troppo alta di voi stessi.
Non rendete a nessuno male per male. Cercate di compiere il bene davanti a tutti gli uomini. Se possibile, per quanto questo dipende da voi, vivete in pace con tutti.
Non fatevi giustizia da voi stessi, carissimi. Al contrario, se il tuo nemico ha fame, dagli da mangiare; se ha sete, dagli da bere.
Non lasciarti vincere dal male, ma vinci con il bene il male.
Vangelo
Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto.
Dal Vangelo secondo Giovanni (15,1-8).
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo toglie e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto.
Voi siete già mondi, per la parola che vi ho annunziato. Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me.
Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete fare nulla.
Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca, e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano.
Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli.
Santa Rita e la pace nel mondo contemporaneo
Sono milioni nel mondo i fedeli di Santa Rita da Cascia che, con grande intensità, festeggiano, in tutto il mondo, la sua festa il 22 maggio. E migliaia sono quelli che da ogni parte d’Italia si muoveranno per raggiungere la città umbra, pregare e rendere omaggio a santa Rita.
Lei, la “Santa degli impossibili”, figura universale di pace, perdono e speranza, capace ancora oggi in grado di toccare l’animo dell’uomo moderno.
“Nel tempo che stiamo vivendo, attraversato da conflitti e profonde divisioni, il messaggio di Santa Rita risuona con una forza ancora più urgente e necessaria” aggiunge madre Cossu, evidenziando che la vita di Rita “insegna che la pace non è un’utopia, ma una scelta concreta che nasce dal perdono, dalla riconciliazione e dal coraggio di amare anche quando è più difficile”.
Compito di ogni persona, infatti, per la badessa del Monastero di Cascia, è essere “nel proprio quotidiano, costruttori di pace”.
Le “Donne di Rita” e la trasformazione del dolore
Sono madri e mogli che incarnano i valori più autentici di Santa Rita da Cascia - il perdono, la fede e la capacità di trasformare la sofferenza in amore per gli altri - le tre donne che quest’anno riceveranno il Riconoscimento Internazionale dedicato alla santa dei casi impossibili.
Sono Fanni Curi, Lucia Di Mauro e Mirna Pompili, “che hanno conosciuto il dolore più profondo e che, proprio lì dove tutto sembrava perduto, hanno scelto di generare ancora vita, speranza, amore”, spiega in un comunicato la badessa del Monastero di Cascia madre Maria Grazia Cossu.
Sono “donne e madri” nelle quali si ritrova “il volto più autentico di Santa Rita” e le cui “storie”, “in un tempo segnato da divisioni e ferite”, sottolinea la religiosa, “ricordano che il perdono non è debolezza, ma una forza capace di cambiare il cuore delle persone e delle comunità”.
Fanni Curi
Fanni Curi, di Roma, ha conosciuto il dolore della perdita del figlio Luca, nato con una grave malattia cardiaca e sottoposto a più interventi fino alla morte. Una grande sofferenza che non l’ha spezzata.
Racconta di aver “sempre ringraziato Dio per il dono della vita” del figlio. La sua vita è stata segnata anche da una scoperta tardiva e dolorosa: Fanni ha saputo di essere stata adottata, ma non perché abbandonata, bensì amata da una madre impossibilitata a tenerla.
Da quella ferita è nato un percorso di perdono e riconciliazione con la propria storia. Accanto al marito Sante, la donna ha trasformato il dolore in impegno concreto dedicandosi al volontariato accanto ai più fragili, alle prostitute, ai senzatetto e ad altri genitori che hanno perso un figlio.
Lucia Di Mauro
Napoletana, Lucia Di Mauro è rimasta vedova perché il marito, guardia giurata, è stato ucciso da quattro ragazzi.
Tra loro, il più giovane, appena diciassettenne, nel carcere minorile ha incontrato don Luigi Ciotti. Lucia ha scelto di incontrarlo, di non fermarsi all’odio, di rompere la logica della vendetta e ha iniziato ad accompagnarlo, a prendersi cura di lui e ancora oggi ne segue il cammino.
Mirna Pompili
Mirna Pompili, di Palestrina, ha perso la figlia Camilla in un incidente. Un tragico evento che non l’ha portata a chiudersi nella sofferenza ma ad aprirsi a un gesto di straordinaria compassione verso la donna coinvolta nella morte della figlia.
Mirna ha sentito il bisogno di rassicurarla, di dirle che il suo cuore e quello della sua famiglia non erano abitati dal rancore. Ha trovato una strada per non cedere alla disperazione, trasformando il dolore in un’esperienza condivisa.
Da questo incontro è nato anche un cammino di fede che ha avvicinato entrambe alla preghiera e ai sacramenti.
La conferenza di oggi e le celebrazioni a Cascia
Le “Donne di Rita” 2026 saranno presentate ufficialmente nell’ambito delle celebrazioni ritiane, domani, 21 maggio, alle 10, nella Sala della Pace, a Cascia, e riceveranno il Riconoscimento al termine della Messa presieduta dal priore generale dell’Ordine di sant’Agostino padre Joseph Farrell nel pomeriggio, alle 16.30, nella basilica di Santa Rita.
Terminata la liturgia rivolgerà un suo messaggio madre Cossu, poi, alle 18, sarà celebrato il transito di Santa Rita.
Alle 21.30 arriverà da Roccaporena la Fiaccola della Pace e del Perdono benedetta oggi da Leone XIV all’udienza generale e accesa il 14 marzo a Chicago, città gemellata quest’anno con Cascia che prende parte agli eventi con una delegazione.
Unendo idealmente Cascia, Chicago e Roma, la Fiaccola è “molto più di un segno”, spiega madre Cossu, “è un appello che attraversa i confini e interpella la coscienza di ciascuno.
In sintonia con il forte richiamo alla pace di Papa Leone XIV, vogliamo dire con chiarezza che non possiamo abituarci alla guerra, né rassegnarci alla divisione”.
“A Santa Rita affidiamo il grido di pace che sale dai popoli e dalle famiglie - prosegue la badessa del Monastero di Cascia - perché si trasformi in gesti di dialogo, accoglienza e fraternità”.
Con la fiaccola, la sera del 21 maggio, sul sagrato della basilica verrà acceso un tripode, poi verrà consegnata la lampada votiva per l’urna che custodisce le reliquie della santa, alla quale, infine, sarà rivolta la preghiera di affidamento.
Il programma del 22 maggio a Cascia
Il 22 maggio, giorno in cui la Chiesa celebra la memoria liturgica della santa agostiniana, alle 11, sarà il cardinale Stanisław Dziwisz, arcivescovo emerito di Cracovia a celebrare, nella Sala della Pace, il solenne pontificale, preceduto dall’arrivo della processione da Roccaporena con la statua di santa Rita e il Corteo Storico che rievoca la sua vita.
Alle 12.30 seguirà, sul sagrato della basilica la supplica a alla santa e la benedizione delle rose, i fiori che la rappresentano.
Tutti gli eventi potranno essere seguiti in diretta sul canale youtube Santa Rita da Cascia Agostiniana e sulle pagine social ufficiali del Monastero.
| Momento | Luogo | Contenuto |
|---|---|---|
| 21 maggio, ore 10 | Sala della Pace, Cascia | Presentazione delle “Donne di Rita” 2026 |
| 21 maggio, ore 16.30 | Basilica di Santa Rita | Messa e conferimento del Riconoscimento |
| 21 maggio, ore 18 | Cascia | celebrazione del transito di Santa Rita |
| 21 maggio, ore 21.30 | Cascia | Arrivo della Fiaccola della Pace e del Perdono |
| 22 maggio, ore 11 | Sala della Pace | Solenne pontificale |
| 22 maggio, ore 12.30 | Sagrato della basilica | Supplica e benedizione delle rose |
La memoria liturgica di Santa Rita
22 Maggio.
Memoria facoltativa.
Dal Martirologio.
Santa Rita, religiosa, che, sposata con un uomo violento, sopportò con pazienza i suoi maltrattamenti, riconciliandolo infine con Dio; in seguito, rimasta priva del marito e dei figli, entrò nel monastero dell’Ordine di Sant’Agostino a Cascia in Umbria, offrendo a tutti un sublime esempio di pazienza e di compunzione.
Santa Rita come modello per la vita quotidiana
Con la sua semplicità è entrata nel cuore milioni di devoti in tutto il mondo: tutti coloro che cercano una strada per affrontare con speranza la vita quotidiana spesso costellata di difficoltà.
Rita muore nel 1457. Da allora, numerosi miracoli avvenuti per sua intercessione vengono raccolti nel Codex miraculorum.
Nel 1626 arriva la beatificazione e nel 1900 la canonizzazione, anche se il suo culto era già ampiamente diffuso e lei era ormai conosciuta come la “santa degli impossibili”.
Rita da Cascia è una delle sante più invocate al mondo: il suo culto è oggi molto diffuso anche nei paesi latini, negli Stati Uniti d’America e in Irlanda; in Italia viene invocata come patrona dei casi difficili, in particolar modo di quelli che hanno attinenza con la vita matrimoniale.
Il suo corpo incorrotto fu sepolto in un sarcofago ancora esistente, meta di continuo pellegrinaggio. La basilica a lei dedicata è luogo di pellegrinaggio quotidiano che culmina nel giorno della sua festa, il 22 maggio quando si benedicono le rose in memoria della sua richiesta sul letto.
La preghiera e la speranza
Avere fede non vuol dire possedere il talismano della felicità o la pillola magica che risolve i problemi, tantomeno attraversare indenni sofferenze e fatiche.
Gesù non è venuto a spiegare la sofferenza e il fallimento, è venuto a prenderlo su di sé. Io nella mia vita ho cercato di abbracciare questo insegnamento per abbracciare le prove che mi si sono presentate davanti: lo propongo anche oggi nel vostro tempo, tutti dobbiamo affrontare i momenti difficili che ci schiacciano con la consapevolezza di essere in compagnia di qualcuno che ha condiviso fino in fondo questa nostra stessa situazione e ci aiuta a vivere con sapienza anche il dolore.
Non certo in maniera leggera o superficiale, ma sapendo che c’è sempre il Signore che ci sostiene, anche nelle situazioni di grande e continua fatica.
Cara Santa Rita da Cascia, tu sei stata sposa, madre, vedova e, infine monaca agostiniana. Hai conosciuto diverse condizioni di vita, ma un filo d’oro ha unito tutte le stagioni della tua esistenza: il filo prezioso dell’amore!
Cara Santa Rita da Cascia, oggi il mondo sta vivendo una drammatica carestia di amore: tante persone non sanno più amare, perché l’egoismo sembra aver contagiato l’intera umanità.
Con la tua potente intercessione fa’ piovere dal cielo una pioggia di petali di rose: petali di vero amore che arrivino al cuore degli sposi, dei padri, delle mamme e delle persone consacrate al Signore.
Cara Santa Rita da Cascia, una spina della Passione di Gesù entri nella nostra anima e ci ricordi che l’Amore del Divino Crocifisso da tanto tempo aspetta la risposta del nostro amore. Prega per noi, prega per la nostra conversione. Amen.
Fiaccola della Pace e del Perdono - Vigilia Festa di Santa Rita
I simboli iconografici di Santa Rita
È ritratta in abito monacale, segno distintivo che la identifica nella sua vita religiosa, con le stigmate in fronte oppure in uno stato di estasi.
In molte rappresentazioni, la santa indossa il velo, elemento caratteristico dell’abbigliamento delle monache, oppure la corona di spine.
Talvolta viene raffigurata con rose, uva o api, simboli che richiamano i miracoli a lei attribuiti.
La rosa richiama il segno ricevuto negli ultimi mesi di vita, mentre la vite rappresenta la pazienza, l’umiltà e la fedeltà alla volontà di Dio.
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