Il Crocifisso di frate Elia era una grande croce lignea dipinta da Giunta Pisano nel 1236 per la chiesa superiore della Basilica di San Francesco ad Assisi, su commissione dello stesso frate Elia, allora ministro generale dell’Ordine dei Frati minori. L’opera è andata perduta nella seconda metà del Seicento, ma è documentata dalla descrizione del vescovo di Assisi Marcello Crescenzi, che nel 1624 riferì di aver trovato ai piedi del Cristo l’effigie di frate Elia accompagnata da un’iscrizione con il nome del committente, dell’autore e la data di esecuzione.
Il significato del Crocifisso è legato alla complessa figura di Elia d’Assisi, compagno e collaboratore di san Francesco, primo ministro generale dell’Ordine e principale artefice, insieme a Gregorio IX, della costruzione della Basilica di Assisi. Ai piedi della croce non era raffigurato san Francesco, come si era pensato in precedenza, ma proprio frate Elia, inginocchiato davanti a Cristo.
La perduta croce di Giunta Pisano
La croce lignea fu voluta nel 1236 da Elia per la chiesa superiore di Assisi dedicata a Francesco. Il Crocifisso era appeso alla trave lignea del soffitto nel punto in cui la navata centrale era separata dal presbiterio.
A causa della sua collocazione così in alto, nei secoli seguenti nessuno aveva notato l’immagine né la scritta che l’accompagnava, fin quando i frati non calarono il crocefisso nel 1623, in occasione della consacrazione del cardinale Francesco Boncompagni da parte del vescovo di Perugia Marcello Crescenzi.
L’anno successivo per fortuna, visto che negli anni seguenti la croce andò distrutta per l’incuria dei frati o per opera dei tarli, il Crescenzi lo descrisse in un’epistola indirizzata al cardinale Federico Borromeo.
Il 3 agosto 1624 il vescovo di Assisi Marcello Crescenzi comunicò al cardinale Federico Borromeo arcivescovo milanese la scoperta occorsa l’anno precedente, nel calare a terra il grande Crocifisso in testa alla navata della chiesa superiore di San Francesco di Assisi, di un’iscrizione nel subpedaneo accanto alla figura di un frate presente ai piedi del Cristo, che ne svelava l’identità in fra Elia, l’anno 1236 e il nome del pittore Giunta Pisano.
L’iscrizione ai piedi del Cristo
La testimonianza di Crescenzi riportava la scritta presente nella parte inferiore della croce, nella quale erano dichiarati il nome del committente, quello dell’autore e la data di esecuzione:
“Frater Elias fecit fieri. Iesu Christe pie, miserere precantis Eliae. Guncta [sic per Giunta] pisanus me pinxit. Anno D. MCCXXXVI Indictione nona”.
La formula può essere letta come una richiesta di misericordia rivolta a Cristo da Elia e come una dichiarazione esplicita della committenza: frate Elia fece realizzare la croce, mentre Giunta Pisano la dipinse nell’anno 1236.
Il Crescenzi descrive soltanto il vestito di Elia senza accennare al suo copricapo: “con l’Habito di s. Francesco, che è da Cappuccino, con le scarpe all’Apostolica e con l’iscrittione che mando qui inclusa”.
Il Crescenzi conclude dicendosi pronto ad inviare il Crocifisso al cardinal Borromeo “se le fosse a grado la detta Effigie di Frate Elia e a volermi accennare come possa inviargliela”.
La scoperta del ritratto di frate Elia
La scoperta ebbe un’importanza eccezionale. Non solo restituì un’identità all’autore del Crocifisso, prima che lo si perdesse a causa di una rovinosa caduta nella seconda metà del Seicento, ma legò l’esecuzione dell’immagine a una data e a un committente preciso.
Ancor oggi l’anno 1236 è indicato da parte della critica come il termine post quem non più attendibile per la conclusione dei lavori nella chiesa superiore di Assisi.
Soprattutto, la scoperta della scritta dimostra che il frate in adorazione del Cristo che si vedeva in quel Crocifisso non ritraeva san Francesco in orazione, bensì il ministro generale dell’Ordine dei frati Minori che per conto di Gregorio IX aveva seguito i lavori di costruzione della grande chiesa.
Il Crocifisso e il significato della figura di Elia
La presenza di Elia ai piedi della croce è stata interpretata in modi molto diversi. Questa presenza non stava lì a insegnare ai frati come pregare, non era un esempio di umiltà, quanto un atto di superbia da parte di un frate che aveva anteposto la frequentazione dei poteri forti di quel tempo - il papa, l’imperatore - alla sequela Christi di Francesco.
Ne era seguito l’abbandono di un modello iconografico dominante in precedenza nella regione: il Christus triumphans esemplato dal Crocifisso di San Damiano davanti al quale aveva pregato il giovane Francesco, per esporre nella chiesa papale di Assisi un Christus patiens di origine bizantina.
Il Cristo morto invitava a prendere la spada e combattere le crociate come facevano i cavalieri cristiani impegnati nella riconquista di Gerusalemme: e fra Elia a Gerusalemme c’era stato ma evidentemente a differenza di Francesco non aveva parlato di pace bensì di guerra.
Questa lettura, tuttavia, si inserisce nella lunga tradizione polemica che ha presentato Elia come il contrapposto di Francesco. Un’analisi più attenta delle fonti mostra invece che i ruoli non risultano essere così scontati.
Chi era frate Elia
Nato probabilmente ad Assisi nel 1180 circa e soprannominato Bonusbaro, ossia Buonbarone, Elia era coetaneo di Francesco di Pietro di Bernardone, anche se socialmente di classe inferiore.
Entrò nella fraternitas minoritica tra il 1210 e il 1216, all’età di circa 35 anni. Egli, quindi, fece parte di quel gruppo di frati cosiddetti della seconda generazione che si unirono a Francesco dopo il viaggio a Roma da Innocenzo III per la conferma della forma vitae, vale a dire l’iniziale regola di vita della fraternità minoritica.
Certamente conobbe Francesco prima della conversione di quest’ultimo, se si dà credito a ciò che Salimbene de Adam afferma circa le sue origini: «Il padre di frate Elia era di Castel de’ Britti, nella diocesi di Bologna, la madre era invece di Assisi».
Certamente egli fu vicino a Francesco quasi fosse uno dei compagni, tanto che una certa tradizione storiografica, volendo togliere dall’anonimato l’amico che avrebbe avuto la confidenza di Francesco, ancora prima della sua conversione, ha ipotizzato il nome di Elia, oltre a quello di Leone.
Frate Elia vicario dell’Ordine
Frate Elia, assieme a frate Pietro Cattani, ebbe l’onore di essere denominato “vicario dell’Ordine dei Frati minori”, quando ancora era vivo frate Francesco d’Assisi.
Se nel 1217 gli fu riconosciuta una dote amministrativa, tanto da farlo provinciale della Siria, quattro anni dopo, nel 1221 gli fu affidata la carica di ministro generale o vicario, come si voglia dire.
Infatti, il 10 marzo 1221 morì Pietro Cattani e già nel successivo capitolo di Pentecoste, iniziato il 30 maggio, fu lo stesso frate Elia a svolgere un servizio che, se da una parte sembrava quello di semplice portavoce di Francesco, dall’altra lo faceva apparire come il superiore a tutti gli effetti, come testimonia Giordano da Giano.
Siamo qui di fronte ad un Elia che agisce in perfetta sintonia con Francesco, dal quale ha ottenuto fiducia probabilmente perché associa la tensione ideale tipica degli inizi della fraternitas minoritica ad un pragmatico senso della realtà.
Forse è Elia stesso il ministro a cui Francesco, dopo la Regola non bollata del 1221 e prima della conferma della Regola bollata il 29 novembre 1223, inviò una lettera in cui afferma come lo stare con i frati amandoli valga più che ritirarsi in un eremo.
Questa ipotesi non significa che Elia fosse a tutti gli effetti il ministro generale, visto che quando Onorio III, il 29 novembre 1223, confermò la Regola bollata indirizzò la lettera di conferma Solet annuere a frate Francesco e ai frati dell’Ordine dei Frati minori.
Tuttavia, Francesco riconobbe Elia quale ministro generale, come testimonia la sua lettera a tutto l’Ordine scritta negli anni 1224-1226: «A tutti i frati, ai quali debbo riverenza e grande amore, a frate H., ministro generale della Religione dei frati minori, suo signore, e agli altri ministri e custodi e sacerdoti della stessa fraternità, umili in Cristo, e a tutti i frati semplici e obbedienti, primi e ultimi».
Il rapporto con san Francesco
Il nuovo manoscritto ritrovato da Jacques Dalarun presenta una “vita intermedia” fra la prima e la seconda vita scritte da Tommaso da Celano.
Dall’Incipit appare immediatamente evidente che lo scritto deve essere datato fra il 1232 e il 1239 - infatti, frate Elia d’Assisi fu ministro generale dei frati Minori dal 1232 al 1239.
Inoltre emerge con chiarezza che l’autore è Tommaso da Celano, poiché è lui che scrisse la prima vita domino papa Gregorio iubente.
Infine emerge che l’informatore principale nella scrittura della Vita beati Francisci, ossia la cosiddetta prima Vita di san Francesco, fu frate Elia: te pater edocente.
Essendo quest’ultimo contemporaneo e conterraneo di Francesco di Pietro di Bernardone - nati entrambi ad Assisi agli inizi degli anni ottanta del XII secolo - l’attendibilità storica di quanto scritto dal Celano è di particolare rilievo.
La nuova vita non sembra particolarmente innovativa rispetto alla precedente ed alle successive, ma permette, invece di chiarire quanto frate Elia fosse vicino a San Francesco ed al suo modo di condurre l’Ordine, contrariamente alla vulgata corrente che lo vede come uno che gli si sarebbe in qualche modo opposto.
Tommaso da Celano scrive di lui: «Fu una madre per Francesco e un padre per gli altri frati».
La costruzione della Basilica di San Francesco
Dopo la morte del Santo frate, Elia convocò un capitolo straordinario nel 1227 a cui erano presenti solo i “ministri”, ossia coloro che, secondo le disposizioni della Regola bollata, avevano il potere di eleggere il nuovo generale.
Nel capitolo fu eletto frate Giovanni Parenti, «cittadino romano e giudice, nato a Civita Castellana», il quale, come da prassi, scelse personalmente coloro che lo avrebbero coadiuvato nel governo dell’Ordine e nel 1230 istituì i nuovi ministri provinciali.
Per frate Elia l’elezione di frate Giovanni Parenti non fu una sconfitta avendo ricevuto nientemeno che dallo stesso papa Gregorio IX il compito di interessarsi della costruzione di quella Ecclesia specialis che in Assisi avrebbe custodito le spoglie di frate Francesco, il quale nelle intenzioni del Pontefice doveva essere canonizzato a breve termine.
Il terreno per la costruzione della basilica fu dato da Simone Puzarelli a frate Elia, in quanto rappresentante di Gregorio IX, il 29 marzo 1228, mentre il mese successivo, il 29 aprile, il papa concedeva mediante la lettera Recolentes qualiter indulgenze a coloro che avessero contribuito all’edificazione della nuova chiesa.
Nel luglio dello stesso anno Gregorio IX canonizzò frate Francesco che da quel momento diventava sempre più fondatore di un Ordine religioso al cui interno aumentava sensibilmente la presenza di chierici e frati colti i quali avevano studiato teologia, soprattutto nella prestigiosa università di Parigi.
Nel 1230, le spoglie di Francesco, canonizzato due anni prima, vennero trasportate nella basilica inferiore, terminata a tempo di record.
La basilica diventò così, secondo la felice espressione di Ozanam, la tomba del Poverello e la culla del Rinascimento.
Basti pensare ai cicli pittorici di Giotto, di Simone Martini, di Cimabue, che essa accoglie.
Frate Elia tra fedeltà e controversia
Elia è una figura tra le più controverse del primo francescanesimo. Di lui se ne sono dette di tutti i colori. Solo gli studi più recenti lo hanno in gran parte riabilitato.
Secondo la cronaca partigiana di Salimbene De Adam, lo stesso san Francesco lo avrebbe tacciato di «bastardo dell’ordine». Ma ciò non è credibile.
In realtà, Elia fu una persona d’intelligenza acuta, la quale comprese che, come spesso avviene per le grandi avventure dello spirito, l’ideale di san Francesco per sopravvivere doveva essere, in qualche modo, tradito.
Come ha messo in evidenza Bonder in un suo saggio molto stimolante, esistono fedeltà che si rivelano perverse e, all’opposto, tradimenti che nascono da una grande lealtà.
A questi ultimi appartiene il tradimento di frate Elia.
I suoi tempi furono ingiusti verso di lui: venne destituito d’autorità dalla carica di ministro generale con l’accusa di cupidigia nella raccolta del denaro necessario per l’opera grandiosa che aveva intrapresa; venne espulso dall’Ordine per complicità con Federico II nella lotta contro il Pontefice; venne denigrato in modo infamante dalla corrente integralista del suo Ordine per aver dato spazio a persone indegne a discapito degli osservanti.
Nella realtà, con il grandioso progetto della basilica di Assisi, egli intese fare risplendere, attraverso l’arte, il messaggio francescano, favorendone una lettura che si imporrà fino ai giorni nostri.
D’altronde, anche su sollecitazione di Ugolino da Ostia, il futuro Gregorio IX, egli si adoperò per spingere Francesco riluttante a scrivere una regola che garantisse l’identità e la continuità della comunità di uomini riunitasi attorno a lui.
Rispetto a Federico II, non si trattò di uno schieramento a fianco degli Hohenstaufen, ma di un tentativo illuminato di mediazione tra il potere imperiale e quello pontificio.
Infine, lungi dall’annacquare il messaggio di Francesco, si oppose alla clericalizzazione dell’Ordine nascente e alla mitigazione delle norme sulla povertà, tanto che, anche dopo il suo allontanamento, rimase un punto di riferimento vitale per Chiara.
La deposizione del 1239 e il passaggio ad Assisi e Cortona
Certamente punto di svolta della vicenda di frate Elia fu il 1239, ossia la fine del suo governo dell’Ordine, con il conseguente trasferimento da Assisi a Cortona.
Tuttavia, alcuni indicano come anno di passaggio il 1239, quando il laico frate Elia fu dimesso da ministro generale in favore del sacerdote frate Alberto da Pisa.
Un passaggio non semplice se si pensa che da quel momento l’ormai ex-ministro generale ruppe non solo con l’Ordine, ma anche con il papato tanto da incorrere nella scomunica, essendosi rifugiato presso l’imperatore Federico II.
Nel capitolo generale indetto per la Pentecoste del 1239, fra Elia fu deposto da ministro generale.
Per qualche tempo mantenne la custodia di Assisi, per poi lasciare precipitosamente la città e cercare rifugio presso la corte dell’imperatore Federico II di Svevia, incorrendo nella scomunica da parte di Gregorio IX.
Ma cosa accadde realmente in quell’anno che segnò il passaggio di frate Elia da Assisi, dove era ministro generale, a Cortona, dove morì nel 1253?
Forse nella risposta a tale interrogativo si può anche scoprire il motivo per cui frate Elia d’Assisi divenne Elia da Cortona.
Frate Elia e Federico II
Il filo con l’imperatore si spezza poco prima della sua morte. Elia rientra a Cortona definitivamente e si dedica all’ultimo incarico che sente di dover portare a termine, anche se non riuscirà a vederlo ultimato.
Un altro snodo nella storia, controversa, di questo frate dal carattere spigoloso e dall’ingegno acutissimo, passato dagli onori di primo successore di Francesco alla guida dell’Ordine - è lui che fa costruire la Basilica di Assisi -, al disdoro della scomunica di cui fu artefice Gregorio IX.
Sarà proprio l’estremo provvedimento del Vaticano che lo spinge a consolidare il rapporto con Federico II.
I due si conoscevano già e per i suoi detrattori era motivo di denigrazione davanti al pontefice.
L’imperatore gli affida incarichi diplomatici e politici come suo emissario nel mondo allora conosciuto e il frate opera con tenacia e abilità, nel tentativo, mai riuscito, di sanare lo strappo tra Papato e Impero.
Cortona gioca un ruolo di primo piano: è la città dell’incontro tra i due, lì si riannoda il filo della conoscenza. Accade nel 1235.
La reliquia della Santa Croce a Cortona
All’interno della chiesa di S. Francesco si conservano alcune delle reliquie più importanti della città: il frammento della Croce Santa che frate Elia portò con sé in seguito all’ambasceria a Costantinopoli per conto dell’imperatore Federico II, e tre reliquie di san Francesco sulla cui autenticità storica si sono svolti nuovi studi.
La reliquia della Croce Santa rappresenta il legame più evidente tra la memoria di frate Elia, la sua attività diplomatica e la storia religiosa di Cortona.
Sull’altare maggiore in marmo, opera di Bernardino Radi, si trova un tabernacolo, in forma di tempietto, realizzato dall’orafo Cesarino del Roscetto, con la collaborazione del cortonese Girolamo Palei, su commissione del Comune di Cortona nel 1518.
All’interno del tempietto si conserva una tavola d’avorio scolpita risalente al X secolo, detta stauroteca, sulla quale è incastonato un frammento della Croce Santa.
Secondo la tradizione la reliquia sarebbe stata donata a frate Elia dall’imperatore greco di Nicea Giovanni III Vatatze tra il 1243 e il 1244 come segno di gratitudine per avere negoziato le clausole di matrimonio fra lo stesso Giovanni III e la figlia di Federico II, Costanza.
Una reliquia che Frate Elia aveva ricevuto nel 1244 dall’imperatore di Costantinopoli Baldovino.
Il francescano era stato inviato in Oriente dall’imperatore Federico II di Svevia come ambasciatore di pace.
La tradizione tramanda dunque il dono della reliquia nel contesto delle missioni diplomatiche di Elia in Oriente; le diverse indicazioni riportano rispettivamente Giovanni III Vatatze e Baldovino come imperatori collegati alla consegna.

La stauroteca e il tempietto della reliquia
Quella scheggia del Sacro Legno al quale fu inchiodato Cristo è incastonata in una croce di filigrana inserita in una tavoletta di avorio lavorata in entrambe le superfici e ornata da figure di santi, con due iscrizioni in greco.
E’ il reliquario della Croce Santa, risale al decimo secolo ed è conservato all’interno di un tempietto di rara manifattura.
Divenuto oggetto di devozione, il reliquiario veniva esposto solo in alcuni momenti dell’anno per la venerazione dei fedeli, fino a quando i cortonesi decisero di impreziosire il manufatto con un tempietto in stile barocco.
L’esecuzione è affidata a tre artisti, in tempi diversi: Cesarino di Valeriano, perugino, Girolamo Palei, cortonese e Paolo Tornieri da Roma.
Non è un lavoro facile, anzi, attorno alla realizzazione dell’opera, negli anni, si alternano vicissitudini intrighi, contenziosi, contrapposizioni, fino al 1592.
E tuttavia bisognerà aspettare il 1619 per sancire il completamento che avviene con l’ultimo intervento di Bernardino Radi.
Solo allora la reliquia della Croce Santa trova la sua collocazione definitiva.
Le reliquie di san Francesco conservate a Cortona
Nella chiesa si conservano tre reliquie di san Francesco che sono state oggetto di studi recenti: la tonaca del transito, il cuscino mortuario donato dalla nobildonna Iacopa de Settesoli e un Evangelistario, il «Libro dei Vangeli» da leggersi durante la messa, più volte citato nelle Fonti Francescane.
La prima è una tonaca, che, a stare al racconto di san Bonaventura, frate Elia avrebbe dato «in prestito» a Francesco perché non morisse senza l’abito religioso scelto come espressione di povertà.
La seconda è un cuscino, custodito all’interno di una fodera ricca ed elegante, sul quale Francesco morente poggiò il capo; secondo la tradizione il cuscino fu confezionato dalla nobildonna romana Iacopa de Settesoli e poi donato a frate Elia.
Lo attesta la scritta tessuta sul cuscino stesso: «Confessor Domini Franciscus ad ethera migrans, hoc capitale suum tenui subter caput almum. Valete in Domino et orate pro me».
La terza reliquia cortonese è un codice manoscritto, nello specifico un «Evangelistario», che Francesco e i suoi compagni hanno utilizzato per recitare l’Ufficio divino quando erano in viaggio; il libro proviene, forse, dall’eremo delle Celle di Cortona.
Il saio probabilmente appartenuto a Francesco è stato oggetto di uno studio meticoloso e sottoposto alla prova del carbonio 14 che nel 2007 sciolse gli interrogativi sull’autenticità: quella tela era compatibile con gli anni della vita del santo.
Stessi rilievi sul cuscino dove Francesco morente abbandonò il capo e sull’Evangelistario, libro liturgico con i passi del Vangelo.
La chiesa di San Francesco a Cortona
A Cortona, Elia si è ritirato nella casa fatta costruire e della quale, da architetto, è probabile abbia seguito ogni fase di realizzazione.
Esattamente come fece con la Basilica di Assisi e, molto tempo dopo, con la chiesa di San Francesco, a Cortona.
Della dimora di frate Elia, è rimasta traccia in un documento in cartapecora conservato nell’Archivio della Cattedrale.
È nel progetto della chiesa dedicata a Francesco che spende le energie che gli restano prima della morte, nel 1253.
E’ qui che l’alter ego del santo di Assisi depone e custodisce le preziose reliquie: oltre al frammento della vera Croce, c’è il saio probabilmente appartenuto a Francesco, il cuscino e l’Evangelistario.
E’ in questa chiesa che si compie il cammino di Elia e Francesco.
Il frate ha ormai superato i settant’anni quando da Roma arriva la riabilitazione del Vaticano, ma lui è impegnato a tirar su la chiesa di Francesco dove lascia una delle sue rarissime firme: un volto di uomo, in un capitello della volta a crociera absidale, proprio sul pilastro che unisce la chiesa al convento di San Francesco.
È il sigillo di un’esperienza totalizzante vissuta accanto al santo “rivoluzionario” tra Assisi e Cortona.
I due hanno condiviso giornate intere e lunghi dialoghi nel convento delle Celle.
Sono per Elia le ultime parole di Francesco: «Ti benedico, o figlio, in tutto e per tutto».

Le immagini del Crocifisso perduto
Non conosciamo quale sia l’aspetto fisico di frate Elia, perché non è pervenuto fino a noi un suo ritratto risalente al tempo in cui era in vita ma solo disegni e dipinti di epoca posteriore.
L’effigie di frate Elia infatti venne dipinta quando il generale dei frati Minori era in vita e costituirebbe un documento prezioso se la croce non fosse andata perduta o distrutta.
Di essa vennero fatte copie nello stesso secolo del, per così dire, “ritrovamento”, in particolare un’incisione che si conserva al Museo francescano di Roma e un quadro che si trovava nella chiesa di Santa Maria della Concezione, sempre a Roma.
Da queste immagini dipendono le successive, sia il dipinto presente nella chiesa di San Francesco a Cortona, sia i disegni che accompagnano la storia di frate Elia in testi scritti da storici francescani e laici.
Il dipinto del coro della chiesa di San Francesco a Cortona mostra Elia mentre presenta la reliquia della Santa Croce donata dall’imperatore di Costantinopoli presso il quale era stato inviato in missione diplomatica da Federico II.
Il misterioso copricapo “all’armena”
In tutte le immagini si può vedere come frate Elia indossi un singolare copricapo, una sorta di cappello bombato e allungato.
Sul significato di questo copricapo non vi è accordo tra chi ne riconosce l’esistenza e chi invece ritiene sia una falsa immagine dovuta alla cattiva conservazione della figura originale nella perduta croce di Assisi, coperta dallo sporco dei secoli e dalla fuliggine dei ceri.
Vi è infatti chi, come lo storico dell’arte Faranda, è dubbioso che ciò che si vede nelle più antiche riproduzioni possa essere un qualche cappello e parla di “un improbabile copricapo che non trova riscontro nella descrizione del Vescovo di Assisi”.
La sua esistenza sarebbe dovuta alla “scarsa leggibilità dell’opera in quel momento”.
Essa infatti cozza con la descrizione del vescovo di Assisi che ricorda il frate con l’abito da cappuccino ma senza alcun copricapo di così singolare foggia.
Per tale motivo Faranda ipotizza “che la ‘berretta’ altro non fosse che la tonsura celata da uno strato di sporco che offuscando l’immagine può aver suggerito l’idea di un copricapo inusuale nell’iconografia francescana”.
In effetti questo copricapo riprodotto nelle immagini dei secoli seguenti il “ritrovamento” del Crocifisso è inusuale per l’abito non solo francescano ma, più in genere, monastico.
La maggior parte degli storici, come anche la Catholic Encyclopedia alla voce Frater Helias, parla invece di un “berretto armeno” senza ulteriori specificazioni.
Recentemente Fornari giustifica il cappello anche con la nota di fra Salimbene che dice che il frate “portava sul capo un berretto all’armena”.
La nota di fra Salimbene però fa riferimento a un altro contesto: frate Elia riceve il podestà di Parma Gerardo da Correggio nella sala da pranzo degli ospiti “seduto su di un letto con cuscino, e aveva un grande fuoco davanti a se e portava sul capo un berretto all’armena”.
Ancora nell’Ottocento era in uso presso i popoli della Persia, in cui al tempo era compresa l’Armenia, un copricapo in pelle molto simile a quello che si vede nelle immagini di frate Elia.
Che il “berretto all’armena” di cui parla Salimbene da Adam fosse adoperato in quei tempi e che lo adoperasse proprio frate Elia potrebbe confermarlo un complesso disegno del manoscritto Gamma P.4.14 della Biblioteca Universitaria Estense di Modena.
Il copricapo e l’ipotesi dell’alchimia
Il codice in questione è costituito da tre manoscritti assemblati insieme, di cui il primo e il terzo sono di inizio XVI secolo mentre il secondo, a cui appartiene il disegno, è della metà del XIV secolo.
Il disegno, accompagnato da scritte e molto complesso nel suo insieme, raffigura la ricerca del segreto dell’Opera da parte degli alchimisti.
Gli alchimisti, dapprima bendati in segno della loro ignoranza, ricevono da un angelo la chiave che apre la porta di accesso al consesso dei saggi, Aristotele, Morieno, Geber e Avicenna.
Come si può vedere nell’immagine tutti gli alchimisti senza eccezione portano sul capo un “berretto all’armena” che è perfettamente identico a quello delle raffigurazioni di frate Elia.
Quale possa essere il significato di tale copricapo e perché un alchimista nel XIII secolo adoperasse un indumento che era considerato tipico dell’Armenia non è possibile al momento dirlo.
Sembra però di poter dedurre che esso costituisse una sorta di attributo specifico di questi sapienti, per cui lo si potrebbe intendere come un’ulteriore conferma dell’attività di frate Elia come alchimista.
Gli interessi cosiddetti esoterici di frate Elia, come il darsi all’alchimia, furono infatti tra gli aspetti che contribuirono a rendere controversa la sua figura.
Frate Elia e la trasformazione del francescanesimo
Frate Elia aveva compreso che Francesco, al di là del modo in cui egli porgeva il suo messaggio, riassumeva lo sforzo collettivo dell’intera sua epoca e ne rappresentava la coscienza più alta.
Questa fu la sua vera genialità e grandezza, che non sarebbero morte con lui.
Elia aveva capito che Francesco costituiva il culmine e l’interprete di un possente movimento che, lungi dal limitarsi all’ambito religioso, si espandeva potentemente nel mondo della cultura, delle trasformazioni degli equilibri politici, di una nuova organizzazione sociale e che era impossibile che a questi aspetti Francesco restasse estraneo.
Elia capì qual era l’incrocio in cui si insediava l’avventura del suo amico Francesco, alla quale aveva aderito fin dagli inizi, e cercò di farla diventare ciò che intrinsecamente era: una cultura e una politica.
Francesco è stato un uomo di sentimento, in cui dominava la passione e la logica del cuore.
Elia si è sforzato di razionalizzare questa intuizione per garantirle il futuro.
Egli amava profondamente Francesco e la sua idea.
Uno dei passaggi di questo processo è stata la mitizzazione del fondatore e la costruzione della grande basilica assisiana, che costituisce un’immagine plastica della dialettica e delle contraddizioni dell’Ordine francescano e di queste un magnifico monumento.
È lo splendore della povertà, la stupenda espressione dell’arte sgorgata dal francescanesimo, dove si fondono in un’unica idea armonica religione e natura, ispirazione colta e narrazione popolare.
In fondo, la basilica di Assisi è il Cantico di frate Sole riscritto con la pietra e con i colori.
Il Crocifisso tra arte, religione e memoria storica
Secondo Thode, il francescanesimo rappresentò l’inizio di un «movimento del senso dell’umanità», cioè di un nuovo umanesimo che portava alla ribalta l’individuo e ne affermava il primato.
Le prime espressioni di questo nuovo umanesimo sono state, nell’arte, Nicola Pisano, Giotto e Petrarca.
Con il francescanesimo entra nell’arte la natura, lo studio della realtà e quindi una nuova forma di bellezza, un nuovo modo di sentire, che abbandona definitivamente la lontana ieraticità dell’arte precedente.
Il Crocifisso di San Damiano, che parlò al cuore tormentato del giovane Francesco, è un Cristo vivo, che ha gli occhi aperti.
Una delle prime rappresentazioni del Crocifisso come Cristo morto è quello di Cimabue nella basilica superiore di Assisi.
In mezzo c’è tutta la storia del Poverello.
Il Crocifisso commissionato da Elia a Giunta Pisano apparteneva a questo passaggio della cultura figurativa francescana: la croce era insieme immagine di devozione, documento della costruzione della basilica e manifestazione del ruolo pubblico assunto dal ministro generale.
La sua perdita impedisce di esaminare direttamente stile, colori, materiali e composizione, ma le testimonianze antiche consentono di ricostruire almeno alcuni elementi essenziali: la presenza del Cristo, la figura inginocchiata di Elia, la commissione del 1236, la firma di Giunta Pisano e il rapporto dell’opera con la chiesa superiore di Assisi.
La memoria di frate Elia tra Assisi e Cortona
L’ultimo viaggio è nel segno di Francesco d’Assisi. Come è stata tutta la sua vita.
L’ultimo viaggio a Cortona. Il bagaglio è fatto di quattro oggetti: un frammento della Croce di Cristo che porta da Costantinopoli, un saio, un cuscino finemente ricamato, l’Evangelistario.
Lui, Elia Coppi, alter ego del poverello e suo primo successore al timone dell’Ordine.
Due uomini tanto diversi eppure così uniti, nella fede e nella missione francescana: il Santo di Assisi, un mistico, permeato di spiritualità; Elia un fine politico, architetto, studi giuridici, abilità e visione.
Sullo sfondo Cortona, dove frate Elia si rifugia nell’ultimo tempo della vita e qui custodisce la preziosa reliquia della Croce che da otto secoli guida le processioni e rinnova la devozione dei fedeli.
Un cammino penitenziale, accompagnato dagli antichissimi simulacri, nella notte del silenzio, della solitudine, della meditazione.
La memoria cortonese di Elia non dipende quindi soltanto dalla sua presenza storica nella città, ma anche dalla conservazione della reliquia della Santa Croce, delle reliquie legate a Francesco e della chiesa che egli contribuì a progettare e costruire.
Nel suo percorso, il Crocifisso perduto di Assisi e il reliquiario della Croce Santa di Cortona formano due nuclei distinti ma collegati: il primo testimonia il ruolo pubblico di Elia nella costruzione della basilica e nell’organizzazione dell’Ordine; il secondo conserva la memoria delle sue missioni diplomatiche e dell’ultima fase della sua vita.
Nel capitolo generale indetto per la Pentecoste del 1239, fra Elia fu deposto da ministro generale. Morì a Cortona nel 1253, dopo aver dedicato le sue ultime energie alla chiesa di San Francesco e alla custodia delle memorie francescane.
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