Santa Beatrice di Nazareth: vita, opere e mistica dell’amore

Beatrice di Nazareth, nata a Tienen intorno al 1200 e morta nel monastero di Nazareth presso Lier il 29 agosto 1268, fu monaca cistercense, priora, mistica e scrittrice in medio nederlandese. È ricordata soprattutto per I sette modi di amare santamente, uno dei testi fondamentali della mistica medievale fiamminga e una delle prime opere di prosa religiosa conservate in quella lingua.

La sua esperienza spirituale descrive il cammino dell’anima verso Dio attraverso sette forme dell’amore, dal desiderio iniziale fino all’unione definitiva con il Signore. La sua vicenda è conosciuta anche attraverso la Vita Beatricis, composta in latino da un anonimo monaco cistercense dopo la sua morte e basata in parte su materiali autobiografici oggi perduti.

Beatrice di Nazareth monaca cistercense

Chi era Beatrice di Nazareth

Beatrice nacque a Tienen, l’antica Tirlemont, nel Brabante, nell’attuale Belgio. Era figlia di Bartolomeo di Tienen, un cittadino benestante che avrebbe sostenuto finanziariamente diverse fondazioni cistercensi femminili.

La famiglia ebbe un ruolo importante nella formazione delle nuove comunità monastiche del Brabante e diversi suoi membri scelsero la vita religiosa. La madre di Beatrice morì quando la figlia era ancora bambina.

Bambina precocissima nella devozione e nella volontà di penitenza, Beatrice mostra anche tali doti di intelligenza che la madre non ha dubbi sull’opportunità di farla studiare, circostanza non comunissima all’inizio del XIII secolo, seppure in ambiente borghese.

Il padre, rimasto vedovo, conferma senza esitazione la decisione materna e affida la piccola di sette anni alle beghine di Zoutleeuw, nel Brabante fiammingo, dove l’ingeniosa filia - così viene ricordata nei documenti - comincia a studiare.

Beatrice nacque intorno al 1200 a Tienen, nell'attuale Belgio, intorno al 1200 in una famiglia della ricca borghesia, ricevette una formazione insolitamente accurata per una donna del suo tempo e trascorse la vita in alcune delle più importanti comunità cistercensi femminili del Brabante.

La sua formazione fu particolarmente accurata: imparò il latino, la calligrafia e la preparazione dei manoscritti, acquisendo una cultura non comune per una donna del suo tempo.

Il contesto religioso del Brabante

B. è una esponente della vivace realtà ecclesiale fiamminga del sec. XIII in cui anche il mondo femminile entra con responsabilità creativa, in particolare attraverso il movimento delle beghine.

Il contesto era quello di una profonda trasformazione della vita religiosa femminile. Accanto ai monasteri tradizionali si erano sviluppati i beghinaggi, mentre gli ordini monastici, e in particolare i Cistercensi, promuovevano nuove fondazioni destinate alle donne desiderose di condurre una vita religiosa comunitaria.

L’esperienza delle beghine le permise anche di entrare in contatto con quella particolare spiritualità femminile che, nei Paesi Bassi meridionali del XIII secolo, attribuiva un ruolo centrale all’esperienza personale dell’amore di Dio.

La formazione cistercense

Beatrice, poi, è oblata a dieci anni, a Bloemendael, quindi novizia a sedici, nel monastero di La Ramée, professa a venticinque a Maagdendael e infine corista a trentasei all’abbazia cisterciense di Nazareth, presso Lier, dove reggerà la carica di badessa per trent’anni, dal 1237 fino alla morte.

Secondo la tradizione biografica, a circa sette anni Beatrice fu affidata alle beghine di Zoutleeuw, dove frequentò una scuola nella quale ricevette una prima formazione culturale. Successivamente entrò in contatto con il mondo cistercense e, ancora giovanissima, fu accolta come oblata nel monastero di Bloemendaal o Florival, fondazione sostenuta dal padre Bartolomeo.

Il padre indirizzò quindi Beatrice verso il monastero cistercense di Bloemendaal, presso Florival, dove ricevette una formazione più approfondita. Le fonti la presentano come una giovane dotata di notevoli capacità intellettuali, interessata alla Sacra Scrittura e alla letteratura spirituale.

Intorno al 1216-1218 fu inviata all’abbazia di La Ramée, dove si esercitò nella copiatura e nella produzione dei manoscritti. Questo soggiorno ebbe probabilmente un'importanza decisiva per la sua formazione, perché le consentì di entrare in contatto con testi teologici e spirituali che avrebbero alimentato la sua successiva elaborazione mistica.

A La Ramée conobbe anche Ida di Nivelles, che divenne una sua importante amica e interlocutrice spirituale. La sua formazione non fu quindi limitata alle pratiche della vita monastica.

Beatrice acquisì una conoscenza della cultura scritta che, per una donna del suo tempo, era tutt’altro che comune. Questa preparazione spiega in parte la qualità della sua produzione spirituale e la capacità di trasformare l’esperienza religiosa in una riflessione coerente.

Maagdendaal e le nuove fondazioni

Nel primo quarto del XIII secolo Beatrice partecipò alla nascita di nuove comunità cistercensi femminili nel Brabante. Una delle principali fu Maagdendaal, presso Oplinter.

Le cronologie riportate dalle fonti non sono completamente uniformi, ma la fondazione della comunità si colloca nei primi anni Venti del XIII secolo. Beatrice vi si trasferì insieme ad altre religiose della famiglia e della comunità di Bloemendaal.

Questo periodo fu importante anche per la sua maturazione spirituale. La vita religiosa femminile del Brabante offriva infatti un ambiente nel quale la meditazione, la lettura, il lavoro manuale e la ricerca di un’esperienza personale di Dio potevano intrecciarsi.

Beatrice sviluppò progressivamente una spiritualità nella quale l’amore, indicato con il termine medio nederlandese minne, divenne il centro dell’esperienza cristiana.

Nel 1235 il padre Bartolomeo avviò la fondazione di un nuovo monastero cistercense presso Lier, dedicato a Nostra Signora di Nazareth. Le fonti archivistiche locali collocano l’inizio della fondazione proprio in quell’anno.

Nel 1236 la nuova comunità chiese di essere accolta nell’Ordine cistercense. Beatrice si trasferì a Nazareth con altre monache e partecipò alla costruzione della nuova comunità.

Il monastero di Nazareth e il ruolo di priora

Nel 1236 Beatrice raggiunse una nuova fondazione cistercense dedicata a Nostra Signora di Nazareth, nei pressi di Lier, nel Brabante. Qui divenne priora della comunità e rimase alla guida del monastero per il resto della sua vita.

Nel 1237 fu eletta priora, incarico che mantenne fino alla morte. È importante precisare questo dato: alcune fonti divulgative la chiamano impropriamente badessa, mentre la documentazione e gli studi specialistici la indicano come priora.

Il monastero di Nazareth divenne il luogo principale della sua maturazione spirituale e della sua attività di scrittrice. Il suo compito non fu quindi soltanto quello di una mistica appartata.

Beatrice esercitò responsabilità concreta all’interno della comunità, accompagnando le religiose, formando le novizie e partecipando alla vita ordinaria del monastero.

La sua esperienza mostra così l’intreccio tra contemplazione e governo comunitario tipico di molte grandi figure della mistica medievale.

La vita interiore e le pratiche ascetiche

La sua vita spirituale fu caratterizzata da una forte ricerca dell’unione con Dio, accompagnata da una rigorosa disciplina ascetica, dalla preghiera e da profonde esperienze interiori.

Appassionata di Dio, B., sia da bambina che da adulta, vorrebbe conquistarlo gettandosi in pratiche ascetiche esagerate che arriverà a moderare solo quando sperimenterà come dono l’unione con Dio.

Le visioni che la consegneranno alla storia, e che ispireranno la sua opera sui Sette modi di amare Dio, testo capitale anche dal punto di vista linguistico, appartengono al periodo del noviziato.

Un periodo in cui Beatrice, oltre a vedere l’invisibile, a soffrire nel corpo i segni della grazia, a disciplinarsi con rigore inaudito, con altrettando rigore mette in atto una serie di strategie per approfondire la conoscenza di se stessa.

Le fonti agiografiche descrivono inoltre pratiche ascetiche particolarmente severe, comprendenti penitenze corporali, flagellazioni e altre forme di mortificazione.

Tali testimonianze devono però essere valutate con prudenza: la Vita Beatricis è un’opera agiografica e il suo autore utilizza modelli letterari della santità medievale.

La ricerca contemporanea ha infatti sottolineato la necessità di distinguere ciò che proviene direttamente dagli scritti di Beatrice dalle elaborazioni del suo biografo.

La conoscenza di sé: le celle del cuore

Allo scopo di scovare le proprie manchevolezze, infatti, «iniziò a un certo punto a esaminare con gli occhi della circospezione gli angoli della sua volontà e del suo affetto, perché non si nascondesse in essi qualche ignoranza o negligenza che offendesse gli occhi della divina maestà e provocasse l’ira di quella contro di sé».

Risultato della sua ricerca sono anzitutto due peccati: la pigrizia e l’incostanza, «la sua inseparabile compagna».

Per combatterli Beatrice «costituì nel suo cuore due piccole celle» dove sistemare una serie di «strumenti» utili a contrastarli.

Nella mente della mistica cisterciense, nel suo cuore, direbbero altri, si sviluppa una complessa geografia di luoghi - stanze, chiostri, giardini - che riflette forse anche i suoi studi.

«Occupata giorno e notte in queste riflessioni, quando si cimentava per raggiungere una più piena conoscenza di sé, e non ci riusciva al meglio, secondo il desiderio del suo cuore, escogitava sempre qualcosa di nuovo e, a suo parere, più adeguato, attraverso cui sperava di arrivare meglio alla conoscenza di sé, all’abbassamento e all’umiltà».

Le sei miserie della condizione umana

Nella stanza riservata all’incostanza, quella inferiore, troviamo le «normali miserie della condizione umana, che, contate nel numero di sei, [Beatrice] dispose ciascuna in ordine per ricordarle con devozione nell’ufficio».

NumeroCondizione meditata
1Il peccato, una dura condizione cui nessuno può sfuggire, «nemmeno un infante che sia sulla terrra da un solo giorno»
2Le passioni, i bisogni, la fame, la sete, il freddo, la nudità e i dolori del corpo
3L’instabilità della nostra natura
4L’esilio in questo mondo di dolore e vanità
5La tenebra del mondo e l’oscuramento della verità
6La morte, che ci condurrà al giudizio divino

Beatrice definisce la morte «odiosa e ineluttabile» anche se rappresenta l’unica via di uscita da quel mondo in cui saremmo, appunto, esiliati.

I cinque specchi dell’uomo interiore

Tra tutti, lo stratagemma psicologico forse più significativo è quello dei cinque specchi, nei quali Beatrice «si sforzava con una profonda meditazione di vedere il volto dell’uomo interiore».

  1. Il primo fu il cielo sopra di sé.
  2. Il secondo la terra sotto di sé.
  3. Il terzo il prossimo accanto a sé.
  4. Il quarto il Signore Gesù davanti a sé con le braccia spalancate sulla croce.
  5. Il quinto, infine, il costante ricordo della morte dentro di sé.

Questi cinque specchi ordinano lo sguardo spirituale secondo una direzione che comprende il cielo, la terra, gli altri, Cristo crocifisso e la morte.

Le visioni e il linguaggio del corpo

Nelle frequenti «visioni», legate di solito alla lettura della Scrittura e alla liturgia, B. è confermata nella conoscenza amorosa di Dio Trinità e di Gesù Cristo, attirata soprattutto dalla sua passione, dal suo cuore e dall’Eucaristia.

Il cammino mistico di Beatrice si colora di toni di intensa fisicità, mentre la passione d’amore, resa incontenibile dalla forza del desiderio, tracima oltre gli argini dell’interiorità ed erompe come un fiume in piena attraverso tutti i sensi del corpo.

Il corpo viene così sconquassato, stravolto e, quindi, profondamente trasfigurato, diventando segno, esso stesso, dell’esperienza mistica che all’interno si anima.

Se si raggruppano i «sintomi» citati dal suo biografo, questo è l’elenco che ne risulta: palpitazioni, svenimenti, tremori, dolori al petto, oppressione, catalessi, febbri, paralisi, ma anche sangue dal naso e riso smodato.

L’amore si manifesta senza causa umana, il cuore ne è infuocato e l’anima «non è più che amore», perdendo talvolta forze fisiche e sensi.

La mistica dell’amore

Al centro del pensiero di Beatrice si trova l’idea che Dio è la sorgente dell’amore e che l’anima è chiamata a rispondere a questo amore con tutta la propria esistenza.

La mistica di B. sottintende la positività della persona umana e del suo amore, insofferente di ogni limite, per Dio Creatore.

Nella dinamica dell’amore, originata unicamente dall’amore-Amore, non da dovere o timore, è messo in luce il passaggio dall’agire al ricevere da Dio nonché il carattere sponsale dell’unione con il Signore.

Il cammino spirituale non elimina le difficoltà, ma passa anche attraverso il desiderio, l’attesa e la sofferenza provocata dalla percezione della distanza tra l’anima e Dio.

Per Beatrice, tuttavia, questa tensione conduce progressivamente a una trasformazione interiore. L’amore divino diventa così il principio capace di orientare ogni aspetto della vita e di condurre la persona verso l’unione con Dio.

I sette modi di amare santamente

L’opera più celebre attribuita a Beatrice è I sette modi dell’amore santo, conosciuta nell’originale neerlandese come Van seven manieren van heiliger minnen.

Si tratta di uno dei testi più importanti della mistica medievale fiamminga e di una delle più antiche opere di prosa mistica conservate in lingua neerlandese.

Il trattato descrive il cammino dell’anima verso Dio attraverso sette forme o gradi dell’amore. L’amore divino non viene presentato come una realtà statica, ma come un movimento crescente che purifica, trasforma e conduce progressivamente la persona verso una più profonda unione con Dio.

Le sette modalità, secondo il sottotitolo «L’amore prende sette forme, che vengono dalla cima dell’essere e fanno ritorno alla sommità», vengono presentate via via con chiarezza e calore insieme.

Il primo modo: il desiderio attivo dell’amore

Nel primo modo, che consiste nel «desiderio attivo dell’amore», B. nota che l’origine di tale desiderio si trova nella stessa persona umana che vuole servire il Signore in «purezza, nobiltà e libertà», poiché così Dio l’ha creata a sua immagine e somiglianza.

È l’inizio di un movimento spirituale nel quale la persona prende coscienza della propria origine divina e orienta volontariamente la propria vita verso il servizio di Dio.

Il secondo modo: amare senza perché

Nel secondo modo viene messa in rilievo la gratuità dell’amore. L’anima, la persona «vuole servire nostro Signore per niente: amarlo semplicemente, senza perché».

Questa espressione, tipica di B., sarà ripresa in seguito dai mistici renani. L’amore non viene subordinato a un vantaggio, a una ricompensa o a una motivazione esterna, ma diventa risposta gratuita all’amore divino.

Il terzo modo: il desiderio della perfezione

Il terzo modo è caratterizzato dal desiderio di amare Dio in modo totale e perfetto, di fare tutto «per servire, onorare e amare l’Amore secondo la sua dignità».

L’anima, pur rendendosi conto che l’assoluta perfezione è al di sopra delle possibilità umane, non si dà pace: «le sembra di morire senza morire e in questa morte soffre l’inferno».

«Nessun compimento, nessuna soddisfazione, nessuna pacificazione si lascia intravvedere».

Il Signore solo, non uno sforzo più generoso della persona, può fare uscire l’anima da questo modo.

Il quarto modo: l’amore ricevuto passivamente

Nel quarto modo B. descrive la svolta: ora è il Signore a suscitare i movimenti dell’anima ricevuti in maniera passiva.

L’amore si manifesta senza causa umana, il cuore ne è infuocato e l’anima «non è più che amore», perdendo talvolta forze fisiche e sensi.

Il passaggio dall’agire al ricevere da Dio costituisce uno dei punti centrali della spiritualità di Beatrice. L’esperienza non è più descritta principalmente come il risultato dello sforzo ascetico, ma come un dono che prende possesso dell’interiorità.

Il quinto modo: la fruizione e la ferita d’amore

Nel quinto modo, nella fruizione dell’amore, l’anima può ricevere una grande energia e capacità di operare oppure essere talmente sopraffatta dall’amore da sentir scoppiare corpo e cuore.

La «fidanzata» è nel tormento: la sua anima più riceve più anela a ricevere.

L’universo mistico di Beatrice emerge nella forma più alta e intensa di un amore furente e di un desiderio incolmabile, che l’incontro estatico con Dio non può mai pienamente soddisfare.

Al contrario, l’incontro con Dio riaccende il desiderio, generando un vorticoso moto di ascesa e discesa, quiete e turbamento, gioia e dolore.

Il sesto modo: l’amore vittorioso

Nel sesto modo, la fidanzata del Signore riconosce che l’amore regna in lei e che può sia agire che riposare.

Tutto le diventa facile, «nella prudenza, saggezza, dolcezza e forza della carità», e comincia la vita eterna.

Questo sembra essere il grado culminante dell’amore, perché l’anima vive ormai nella libertà dell’amore che opera senza contrapposizione tra azione e riposo.

Il settimo modo: l’amore eterno

Beatrice aggiunge tuttavia il settimo modo, nel quale l’anima si trova al confine, doloroso e felice, della situazione definitiva in Dio e nella Trinità.

Compaiono solo ora i termini Ben Amata, Amato, Ben Amato e Sposo.

Dalla terra esilio, la fidanzata arde per Cristo, per il tempo nel quale «contemplerà appassionatamente colui che ha amato così teneramente e così fedelmente servito», ormai totalmente «unita al suo Sposo».

Il trattato descrive quindi un amore che nasce da Dio, attraversa il desiderio e la sofferenza, diventa esperienza passiva della grazia e conduce verso l’unione definitiva.

La struttura del cammino spirituale

Non si tratta semplicemente di una scala rigida nella quale ogni esperienza sostituisce definitivamente la precedente. La ricerca contemporanea ha osservato che il testo descrive piuttosto le diverse manifestazioni dell’amore nell’anima, che possono anche sovrapporsi.

Il linguaggio è particolarmente originale. Beatrice parla dell’anima attraverso immagini nuziali e descrive l’amore divino come desiderio, ferita, inquietudine, gioia e trasformazione.

La sua spiritualità appartiene alla grande tradizione cistercense dell’amore di Dio, ma utilizza una voce personale e un linguaggio volgare capace di rendere accessibile l’esperienza spirituale al di fuori dell’ambiente strettamente scolastico.

In coerenza con l’accento sull’amore per l’umanità di Gesù, tale «mistica» presenta l’amore fattivo verso gli altri quale via e segno imprescindibile del cammino di unione con Dio.

La Vita Beatricis

Un’importante fonte per conoscere la sua esperienza spirituale è la Vita Beatricis, composta nella seconda metà del XIII secolo. L’autore, legato al monastero di Nazareth, utilizzò materiali autobiografici e trattati spirituali attribuiti a Beatrice, traducendoli e rielaborandoli in latino.

La fonte principale per conoscere la dimensione interiore di Beatrice è la Vita Beatricis, composta dopo la sua morte. Il testo anonimo si basa in parte su un’autobiografia spirituale che Beatrice aveva scritto in lingua volgare, oggi perduta, e su informazioni trasmesse dalle consorelle.

L’autore inserì nella propria opera anche ampie sezioni derivate dagli scritti spirituali della monaca. Grazie a questa opera è stato possibile conservare almeno in parte la memoria della sua vita interiore.

La Vita Beatricis testimonia inoltre il ruolo di Beatrice come figura significativa della spiritualità cistercense femminile e della cultura religiosa fiamminga del Medioevo.

Il rapporto tra autobiografia e agiografia

Beghina e mistica, ma soprattutto monaca. Questa è la Beatrice che emerge dalla Vita, basata sulle testimonianza delle sorelle del monastero e su uno scritto autobiografico di Beatrice stessa, che, oggi perduto, emerge come un torrente carsico dalle pieghe di una narrazione agiografica apparentemente del tutto tradizionale.

I tratti propri della scrittura di Beatrice e della sua personale esperienza di Dio vengono così tradotti, trascritti, incanalati entro i confini della spiritualità cistercense, senza per questo venire mai traditi o travisati.

La Vita Beatricis costituisce una fonte fondamentale ma deve essere utilizzata con metodo storico. L’opera fu composta nell’ultimo quarto del XIII secolo da un autore anonimo appartenente all’ambiente cistercense di Nazareth.

In passato è stata attribuita a Guglielmo di Affligem, ma questa attribuzione non è oggi considerata sufficientemente sicura.

Il biografo disponeva di materiali particolarmente preziosi: il perduto libro autobiografico di Beatrice, informazioni ricevute dalle consorelle e alcuni suoi scritti spirituali.

Tuttavia egli rielaborò questo materiale secondo i modelli dell’agiografia medievale. Per questo motivo i racconti di visioni, penitenze e fenomeni straordinari non possono essere considerati sullo stesso piano delle informazioni documentarie relative alle fondazioni, agli incarichi monastici e alla cronologia della sua vita.

Le opere perdute

Beatrice aveva scritto più di quanto sia giunto fino a noi. Il suo Liber vitae, o libro della vita, era una sorta di diario spirituale nel quale registrava le proprie esperienze interiori.

L’originale è perduto, ma il materiale fu utilizzato dal biografo anonimo della Vita Beatricis. Sono inoltre ricordati diversi trattati spirituali oggi perduti, dedicati alla vita interiore, alla conoscenza di sé, alla preghiera e all’esercizio delle virtù.

Tra i titoli tramandati nella tradizione latina figurano opere sul tempo, sugli affetti spirituali, sulle due celle del cuore, sui cinque specchi del cuore e sul monastero spirituale.

La loro perdita rende impossibile ricostruire integralmente il pensiero della monaca.

Beatrice e la mistica femminile dei Paesi Bassi

Beatrice appartiene alla straordinaria stagione della mistica femminile delle Fiandre e del Brabante nel XIII secolo. In questo ambiente operarono donne che svilupparono forme di vita religiosa e di scrittura spirituale particolarmente originali.

La sua esperienza presenta affinità con quella di Hadewijch di Anversa, con la quale condivide il linguaggio dell’amore e il medesimo ambiente culturale dei Paesi Bassi meridionali.

Non è tuttavia opportuno ridurre Beatrice a una semplice continuatrice di Hadewijch: la sua spiritualità è profondamente segnata dalla tradizione cistercense e dalla riflessione sull’amore di Dio sviluppata da autori come Bernardo di Chiaravalle e Riccardo di San Vittore.

Il suo contributo consiste soprattutto nell’aver trasferito questa ricca tradizione spirituale nel linguaggio volgare.

In questo senso Beatrice rappresenta un passaggio significativo dalla teologia e dalla mistica elaborate negli ambienti colti in latino alla possibilità di esprimere l’esperienza religiosa attraverso la lingua parlata.

Il rapporto tra chiostro e interiorità

La profonda intimità dell’uomo diventa, così, intima profondità di Dio stesso e luogo dell’incontro con lui.

Quello che sarà per Eckhart il Grund, il fondo, quel luogo interno all’uomo ma quasi inaccessibile, dove si realizza l’unione con Dio, assume in Beatrice una personalissima coloritura.

I tratti propri di una mistica femminile dell’amore, caratterizzata da un sentimento intimo e nascosto, vengono abitati da una forza inedita e diventano strumento dell’azione stessa di Dio.

La volontà dell’uomo vive della volontà di Dio e in essa si immerge, mentre un desiderio stravolgente conduce la ragione al superamento di se stessa e il corpo all’abbandono delle proprie funzioni.

Beatrice mistica e scrittrice e Beatrice monaca, le «due» donne che caratterizzano - come soggetto la prima, come oggetto la seconda - i due testi, riescono così a intessere un profondo dialogo.

Il cuore della beata diventa chiostro, giardino sicuro e protetto, dimora in cui accogliere e custodire l’incontro con l’Amato.

Il chiostro esteriore, il monastero fatto di pietra in cui Beatrice trascorre la sua esistenza e alla cui Regola rivolge tutta la dedizione della propria obbedienza, si identifica con lo spazio delle relazioni, delle occupazioni e degli studi che costruiscono l’interiorità di Beatrice e formano la sua spiritualità.

Il tempo liturgico scandisce la vicenda e ne connota i punti di maggiore intensità, soprattutto le visioni, fornendo in qualche misura una chiave d’accesso per esperienze che pure rimangono soprattutto indicibili, inesprimibili, incomprensibili per chi non le abbia provate.

La morte e la memoria liturgica

Gli ultimi anni di Beatrice furono segnati, secondo la Vita, da una progressiva intensificazione della vita interiore. Il racconto insiste meno sulle attività esteriori e maggiormente sul desiderio di unirsi definitivamente a Dio.

La tradizione biografica colloca l’inizio della sua ultima malattia nel Natale del 1267. Dopo diversi mesi di infermità, Beatrice morì il 29 agosto 1268 nel monastero di Nazareth, presso Lier.

Fu sepolta nel monastero. Nel XVI secolo, durante le persecuzioni e le distruzioni che interessarono i Paesi Bassi, il corpo venne nascosto per evitare profanazioni.

La tradizione cistercense riferisce che nel 1578 le reliquie furono occultate e che successivamente se ne perse la localizzazione.

Le fonti non concordano completamente sul giorno della morte, ma la tradizione liturgica che la ricorda come Santa Beatrice di Nazareth celebra la sua memoria il 29 agosto.

Beata o santa: la questione del culto

Beatrice è tradizionalmente venerata come beata, soprattutto nell’ambiente cistercense e nelle comunità legate alla memoria dell’antica abbazia di Nazareth.

La documentazione disponibile non permette di parlare di una canonizzazione pontificia nel senso moderno del termine. Per rigore storico è quindi preferibile utilizzare il titolo di Beata Beatrice di Nazareth, anche se alcune pubblicazioni e tradizioni locali la indicano come santa.

La memoria viene celebrata il 29 agosto, data della sua morte. A Lier la sua memoria è rimasta particolarmente viva e nel 2018 la diocesi di Anversa ha approvato la sua intitolazione come patrona, insieme a san Gummaro, della pastorale unità locale.

Iconografia ed eredità

Le rappresentazioni di Beatrice la mostrano generalmente con l’abito cistercense, spesso con un libro, riferimento alla sua attività di scrittrice e alla sua formazione spirituale.

Le immagini possono inoltre richiamare il tema dell’amore mistico, della relazione nuziale dell’anima con Cristo e della vita contemplativa.

Beatrice è infatti una delle prime autrici conosciute di prosa religiosa in medio nederlandese e il suo trattato costituisce uno dei testi fondamentali della prima letteratura mistica dei Paesi Bassi.

La riscoperta moderna di Beatrice è legata soprattutto alla pubblicazione e allo studio del testo dei Sette modi. Nel 1923 Léonce Reypens riconobbe nell’anonimo trattato medio nederlandese una possibile opera della mistica di Nazareth e negli anni successivi Reypens e van Mierlo ne consolidarono l’attribuzione.

Da allora il testo è diventato uno dei riferimenti principali nello studio della mistica femminile medievale. Gli studiosi hanno evidenziato il rapporto fra l’opera di Beatrice e la successiva tradizione della mistica renano-fiamminga, pur evitando di stabilire rapporti di dipendenza diretta là dove le fonti non lo consentono.

La ricerca contemporanea continua inoltre a interrogarsi sulla trasmissione del testo. Il fatto che I sette modi di amare santamente sia anonimo nei manoscritti e che l’identificazione con Beatrice risalga al XX secolo impone una certa prudenza.

La maggior parte degli studiosi continua tuttavia a considerarlo l’opera più rappresentativa della sua spiritualità.

Nel 2016 l’opera è stata pubblicata per la prima volta in traduzione italiana insieme alla Vita di Beatrice, permettendo a un pubblico più ampio di accedere direttamente ai due principali testimoni della sua esperienza spirituale.

Santa Beatrice di Nazareth occupa un posto particolare nella storia della spiritualità medievale. La sua figura unisce infatti la vita monastica, la mistica e la scrittura.

In un’epoca in cui la produzione teologica e spirituale era prevalentemente affidata agli uomini, Beatrice riuscì a esprimere con grande originalità la propria esperienza di Dio nella lingua del suo popolo.

La sua testimonianza continua a essere considerata un importante esempio della grande stagione della mistica femminile del XIII secolo, accanto alle esperienze nate nei monasteri e nei beghinaggi delle Fiandre e del Brabante.

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