Omelia di Padre Carmine Arice per la festa di Cristo Re

Padre Carmine Arice è da 40 anni al Cottolengo, dove ora è superiore della Piccola Casa della Divina Provvidenza. L’opera di San Giuseppe Benedetto Cottolengo, uno dei santi sociali che hanno intramato d’intelligenza e carità Torino, creando una città nella città, 112.000 mq quadri di scienza e di pietà, per accogliere malati, anziani, poveri e nuovi poveri.

Padre Carmine ricorda i principi guida che rendono la casa un modello , che commuove e incanta uomini e istituzioni. Scelta preferenziale per i poveri, la carità non sostituisce la giustizia, eccellenza nella cura, amministrazione oculata, rispetto dei valoro etici.

Il significato della regalità di Cristo

Essere donne e uomini liberi non significa vivere come padroni assoluti della propria esistenza, ma avere il cuore puro per vedere Dio, conoscere il vero bene e avere la forza di compierlo; in una parola: essere liberi significa amare, amare sino alla fine!

Cristo crocifisso è l’icona dell’uomo libero, Cristo nel cenacolo che si fa semplice pane per essere nutrimento per l’umanità affamata di Dio e bisognosa di salvezza è la rivelazione di un amore libero, senza condizioni; il Signore benedetto mediante il quale ogni cosa è stata creata nei cieli, sulla terra e sottoterra che si fa vulnerabile alla cattiveria degli uomini, è il testimone dell’uomo libero.

Rovesciando, poi, la mondana visione per la quale coloro che sono importanti sono padroni e signori da servire, Egli compie un gesto che non solo sorprende i suoi contemporanei, ma addirittura li scandalizza: depone le vesti, si cinge di un asciugamano e lava i piedi ai discepoli.

Ancora una volta la logica dell’incarnazione che è quella dell’abbassamento per amore, sorprenderà: come può essere il Figlio di Dio un inerme bambino avvolto in fasce e deposto in una mangiatoria; come può essere il Re e salvatore colui che muore come un maledetto appeso ad una croce, come può essere il Maestro e Signore, Colui che si china a lavare i piedi compiendo il gesto a cui era obbligato lo schiavo.

Il Re che si fa servo

Si legge in Esodo 21,2: “Quando tu avrai acquistato uno schiavo ebreo, egli ti servirà per sei anni e nel settimo potrà andarsene libero, senza riscatto”. Un midrash a questo versetto commenta: “Voi non dovrete mai chiedere al vostro schiavo di lavarvi i piedi. Allo schiavo potrete chiedere tutti i lavori immaginabili e possibili, ma non gli direte mai: “Vieni qui, ho i piedi impolverati, lavameli”, perché questo è un gesto di umiliazione estrema e non lo si dovrà chiedere a nessuno, neanche allo schiavo”.

Cari fratelli e sorelle non abituiamoci alla sorpresa di questo episodio evangelico che ogni anno la liturgia del giovedì santo ci fa leggere; non si spenga il nostro stupore nel sentire che Colui che svuotò sé stesso della natura divina abbassandosi fino all’incarnazione e poi alla passione fa un’azione che forse nemmeno agli schiavi si poteva obbligare a fare.

Lavare i piedi non significa solo servizio ma servizio umiliante! Ma attenti: per mettere quel grembiule che ha messo il Maestro occorre prima deporre le proprie vesti, le vesti del proprio io, del proprio egoismo: non si può mettere quel grembiule sul proprio io!

Sarebbe una farsa che strumentalizzerebbe anche un gesto così umile e nello stesso tempo reso da Gesù così nobile. Il proprio io è l’Egitto per eccellenza, il luogo della schiavitù più grande, la prigione da cui ci si libera con più difficoltà; come ha ricordato il nostro Arcivescovo questa mattina, servire il proprio narcisismo e gli egoismi più o meno nascosti che ci portiamo dentro, è la mortificazione di ogni gioia vera e della pienezza di Vita; è il proprio io l’origine di ogni peccato contro Dio e contro i fratelli.

L’Eucaristia, memoriale della Pasqua

In questo contesto, comprendiamo perché proprio l’Eucarestia è il memoriale della Pasqua. Questo è il mio Corpo che è per voi? Per chi? Per tutti, anche per me quando sono Giuda e tradisco l’amore incondizionato di Dio; anche per me quando sono Pietro e sono debole testimone dell’amicizia con il Signore; anche per me quando sperimento non solo di essere fragile e vulnerabile ma anche di essere peccatore bisognoso della sua misericordia.

E nella sua grande bontà il Signore rimarrà sempre sacramentalmente presente in quel pane, Suo vero corpo, perché agli uomini di ogni di ogni tempo e di ogni luogo, non sia mai negato il frutto della Pasqua e la liberazione da ogni schiavitù.

La liturgia della Parola del triduo santo inizia con la narrazione dell’istituzione della Pasqua ebraica, memoria del passaggio del popolo Ebraico dalla schiavitù d’Egitto alla libertà. È l’evento per eccellenza al quale fa riferimento tutta la Scrittura sia nell’Antica che nella Nuova Alleanza perché in esso è presentato il fine dell’azione di Dio a favore dell’uomo: liberare i suoi figli da tutte le schiavitù che feriscono la loro esistenza anche mortalmente, che appesantiscono il cuore e che intristiscono lo spirito.

Già questa mattina, nella messa crismale durante la quale sono stati benedetti gli olii per la celebrazione di alcuni sacramenti e i sacerdoti hanno rinnovato le promesse fatte all’ordinazione, siamo entrati in un clima spirituale straordinario che ogni anno ci fa percepire la grandezza dei misteri che celebriamo.

Sappiamo, però, che fare memoria non significa soltanto ricordare; per il dono dello Spirito Santo, nella memoria il mistero raccontato e celebrato si rende presente a noi, e noi, se lo vogliamo, per grazia di Dio, possiamo diventarne partecipi, lasciandoci toccare profondamente fino al punto di conformarci ad esso.

Una regalità fondata sull’amore

Con la messa in Coena Domini, iniziamo le celebrazioni del triduo santo, nel quale faremo memoria della passione morte e resurrezione del Signore, contemplando l’amore di Cristo che, fino alla fine, fino a quando ha detto: “tutto è compiuto”, si è donato a noi.

Il Signore benedetto mediante il quale ogni cosa è stata creata nei cieli, sulla terra e sottoterra che si fa vulnerabile alla cattiveria degli uomini, è il testimone dell’uomo libero.

Cristo crocifisso è l’icona dell’uomo libero.

Quando si ascolta il racconto della Passione del Signore, siamo invitati a genuflettere e stare in silenzio dinanzi a Cristo crocifisso che muore sul patibolo più infame, quello riservato ai maledetti della storia e agli infedeli.

La scarna e solenne liturgia del Venerdì’ Santo, scevra di ogni elemento che possa distrarre lo sguardo dal Crocifisso, vuole aiutarci ad andare all’essenziale per guardare Colui che “non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per poterci piacere”.

Proprio dalla contemplazione di questo Volto, per grazia di Dio, molti uomini e donne hanno trovato il senso della loro vita di fede, lo scopo della loro missione e persino la via della letizia cristiana e della pace.

Il Crocifisso e la salvezza dell’umanità

Così è stato per san Giuseppe Cottolengo che davanti al Crocifisso passava momenti intensi e prolungati di preghiera e di meditazione fino a percepire consolazione e forza per la sua esistenza e per la sua missione.

Eppure quello del Crocifisso è un volto che non ha bellezza! Queste persone non sono sadiche! Da dove proviene, allora, questa straordinaria fecondità?

Cari Fratelli e Sorelle, non confondiamo mai la croce con il Crocifisso; sapientemente, la liturgia tra qualche momento, ci inviterà a baciare il Crocifisso e non la croce. E se il Crocifisso è diventato un tutt’uno con la croce è stato solo perché ha voluto prendere su di sé tutte le croci degli uomini e delle donne di ogni tempo!

È stato questo amore per l’umanità, fedele fino alla fine, che ha imbrutito il Suo volto e la Sua umana bellezza. Quando Isaia ha scritto l’oracolo che abbiamo ascoltato, ben sei secoli prima dell’era cristiana, forse non poteva immaginare che, un giorno, lo stesso Figlio di Dio avrebbe realizzato alla lettera la sua profezia: “Egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori; e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato. Egli è stato trafitto per le nostre colpe, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui!”.

Quante reazioni ha conosciuto la storia a questo proposito: Dio non può abbassarsi al punto da farsi uomo, Dio non può morire come un maledetto, Dio non può soffrire perché la sua natura è altra!

San Paolo ha avuto il suo da fare per convincere che la sapienza di Dio ha il volto del Crocifisso: “Mentre i giudei chiedono i miracoli e i greci cercano la sapienza, noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i giudei, stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia giudei che greci, predichiamo Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio» (1 Cor 1, 22-24).

La missione della Chiesa davanti alle croci del nostro tempo

Fratelli e sorelle carissimi, oggi, Venerdì Santo, Cristo Crocifisso non ci rivela soltanto la sua opera di salvezza avvenuta nel modo più imprevedibile, ma ci è indicata anche la missione della Chiesa e il metodo per renderla feconda!

Il nome di quella croce è quello che anche oggi troviamo scritto sulle spalle di ogni uomo. Quella croce è la stessa croce di coloro che oggi sono afflitti da ingiustizie, solitudini, abbandoni, violenze e da ogni sorta di male che imbrutisce la vita.

Quella croce ha il nome della tristezza e della desolazione che tocca le nostre esistenze quando il peccato ci appare come esercizio di libertà; quella croce ha il nome di quanti vedono la loro fragile vita e la loro incondizionata dignità sporcata e talvolta violentata da azioni disumane e da interessi di ogni sorta.

La missione della Chiesa, allora, è la stessa del suo Signore: non girare la testa dall’altra parte e provare, pur con tutte le nostre fragilità, a prendere sulle spalle i crocifissi del nostro tempo per essere segni della salvezza operata da Cristo e collaboratori di Dio nel portare speranza agli uomini.

La storia della Chiesa è una incessante storia di carità ed è iniziata oggi, sul Calvario; nasce dal costato di Cristo dal quale è sgorgato sangue ed acqua, simbolo non solo dei segni sacramentali ma anche di quel sacramento dell’amore di Dio che sono chiamati ad essere i discepoli di Cristo.

Dio ci chiederà conto se sapremo genuflettere davanti ai crocifissi del nostro tempo come oggi genuflettiamo davanti alla memoria di Cristo Crocifisso.

La carità nella Piccola Casa

La misericordia ci ha graziati chiamandoci a vivere in una Casa abitata da piccoli, da poveri che tendono con umiltà la loro mano, da persone sofferenti che sperimentano la fragilità del loro corpo e che ricordano a tutti noi il bisogno di salvezza.

La Piccola Casa della Divina Provvidenza accoglie malati, anziani, poveri e nuovi poveri. Scelta preferenziale per i poveri, la carità non sostituisce la giustizia, eccellenza nella cura, amministrazione oculata, rispetto dei valoro etici.

Per esempio, nessun cedimento per la legge sulle Disposizioni Anticipate di Trattamento: Faremo obiezione di coscienza, perché in coscienza non possiamo assecondare una richiesta di morte”.

Ricorda Calvino, che ne La giornata di uno scrutatore ebbe a dire: “L’umano arriva dove arriva l’amore. Non ha confini se non quelli che gli diamo”, parlando proprio del Cottolengo.

Un luogo di dolore - e lo scandalo del dolore ci interroga, nuove la carità e la scienza, e la ricerca di senso per la vita. Ma anche una casa dove la gioia e l’accoglienza si respirano, per chiunque voglia farne esperienza.

Il servizio come forma concreta della regalità cristiana

Prendere su di sé il dolore proprio e degli altri non è facile; per arrivare a mettere assieme croce e Crocifisso è necessario tempo, generosità, preghiera e grazia di Dio, ma quando abbiamo il coraggio di farlo, la bontà di Dio ci sorprende.

Lo testimoniano, con sorpresa, quanti hanno provato a farlo magari inconsapevolmente, anche in questa nostra Casa benedetta. Con il suo permesso, condivido con voi qualche frase di una lettera straordinaria di un’operatrice di casa nostra che mi racconta con pudore ma efficacia quello che sta vivendo:

“Dopo 25 anni di attività lavorativa in un’Azienda Ospedaliera Universitaria, ho iniziato a lavorare per La Piccola Casa. Operare al Cottolengo significa vivere la Spiritualità, operare nell’Hospice della Piccola Casa significa condividere, ritrovare la Spiritualità.

Ridare dignità alle persone, vedere i loro occhi bassi di quando arrivano, trovare la forza di rialzarsi, guardarti e addirittura sorriderti, è Spiritualità. Spiritualità è incontrare una mano che era stata abbandonata, ritrovare la dignità e il coraggio di stringere la tua.

Spiritualità è la condivisione del percorso dell’ultima fase della vita, farla rimanere tale (vita) fino alla fine, senza aspettare la fine. Negli anni la mia fede ha vacillato ma qui ho conosciuto la Provvidenza.

Ho capito, sentito che la Provvidenza c’è ed è grande, perché arriva senza essere invocata oppure la implori ma senza sapere che nome darLe. Arriva quando nessun altro potrebbe farlo perché la provvidenza è la mano di Dio, è la presenza di Dio.

Ho ritrovato la Fede che pensavo di aver dimenticato, ho ritrovato la pace e la gioia interiore, sentimenti che mi riempiono e mi scaldano il cuore. Sono un’anima Cottolenghina. Grazie per avermi accolta”.

La preghiera di Padre Carmine Arice

Signore Gesù, in questo giorno santo, nel quale mostri la tua magnanimità lavando i piedi anche all’Apostolo che aveva già il suo cuore ferito dalla tenebrosa opera del diavolo, ti preghiamo: liberaci dalla schiavitù più grande, dalla voglia di essere padroni della vita e della morte, dal sentirci migliori degli altri, dal credere che possiamo salvarci da soli.

Ti preghiamo, o Signore, fa che la nostra carità sia sincera, umile, sapendo che solo per Tuo dono potremo passare dalla polvere alla vita, dall’insignificanza al senso, dal peccato alla grazia; avremo così la gioia di aiutarti a versare su ogni uomo ferito, e feriti lo siamo tutti, l’olio della consolazione e il vino della speranza.

Amen!

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