Sacerdozio alimentare e sacramentale: il ministero ordinato, l’Eucaristia e il servizio

Il sacerdozio sacramentale nasce dall’unico sacerdozio di Cristo e continua nella Chiesa la missione affidata dal Signore agli apostoli. Attraverso il sacramento dell’Ordine, alcuni fedeli vengono consacrati per agire in persona di Cristo e a nome della Chiesa, annunciando il Vangelo, celebrando i sacramenti, guidando il popolo di Dio e servendo la comunione ecclesiale.

Il rapporto tra sacerdozio ed Eucaristia è essenziale: tutti i compiti e uffici del sacerdote trovano la loro sintesi e il loro vertice nella celebrazione del sacrificio eucaristico. Al tempo stesso, l’Eucaristia non può essere separata dal servizio fraterno, dalla carità e dal dono di sé, perché il sacerdote è chiamato a prendere la forma del pane: essere scelto, benedetto, spezzato e dato per la vita del mondo.

Il significato del sacramento dell’Ordine

L'Ordine Saccro è il Sacramento grazie al quale la missione affidata da Cristo ai suoi Apostoli continua ad essere esercitata nella Chiesa, sino alla fine dei tempi. Si chiama Sacramento dell'Ordine perchè indica un corpo ecclesiale, di cui si entra a far parte mediante una speciale consacrazione (Ordinazione), che, per un particolare dono dello Spirito Santo, permette di esercitare una sacra potestà a nome e con l'autorità di Cristo a servizio del Popolo di Dio.

Il sacramento dell’Ordine occupa un posto centrale nella vita della Chiesa, poiché attraverso di esso alcuni fedeli vengono consacrati per svolgere, in nome di Cristo, il ministero sacerdotale a servizio del popolo di Dio. Il Sacramento dell’Ordine si compone di tre gradi, che sono insostituibili per la struttura organica della Chiesa: l’episcopato, il presbiterato e il diaconato.

Nell’Antica Alleanza sono prefigurazioni di tale Sacramento il servizio dei Leviti, come pure il sacerdozio di Aronne e l’istituzione dei settanta «Anziani» (Nm 11,25). Tali prefigurazioni trovano il loro compimento in Cristo Gesù, il quale, col sacrificio della sua Croce, è "l'unico mediatore tra Dio e gli uomini" (1 Tm 2,5), il «sommo Sacerdote alla maniera di Melchisedech» (Eb 5, l0).

L’unico sacerdozio di Cristo è reso presente dal sacerdozio ministeriale. "Solo Cristo è il vero sacerdote gli altri sono i suoi ministri" (san Tommaso d'Aquino).

Sacerdozio comune e sacerdozio ministeriale

I sacramenti dell’iniziazione cristiana, Battesimo, Confermazione, Eucaristia, sono la base della vocazione di ogni cristiano alla santità e alla missione di evangelizzare il mondo e danno le grazie necessarie per raggiungere questo scopo (CCC 1533). L’Ordine e il Matrimonio sono sacramenti “sociali” e sono donati per il servizio e la salvezza altrui; ma con il servizio agli altri, contribuiscono anche alla santità e salvezza personale.

Essi danno a coloro che sono stati già consacrati con il Battesimo e la Confermazione per vivere il sacerdozio comune dei fedeli, anche una consacrazione e missione particolare: chi riceve il sacramento dell’Ordine riceve il sacerdozio ministeriale per pascere la Chiesa in nome di Cristo; i coniugi cristiani con il matrimonio sono consacrati per vivere santamente loro unione e il loro servizio alla vita(CCC 1535).

Il sacerdozio dell’Antica Alleanza era trasmesso per generazione tra i figli di Aronne, era provvisorio e ha trovato il compimento in Gesù, “unico mediatore tra Dio e gli uomini" e unico sommo sacerdote, con l’unico sacrificio della croce. Cristo ha fatto della Chiesa "un Regno di sacerdoti per il suo Dio e Padre" (Ap 1,6).

Tutta la comunità dei credenti è sacerdotale (CCC 1546). Il sacerdozio dei fedeli e il sacerdozio dei vescovi e dei presbiteri partecipano all’unico sacerdozio di Cristo, ma sono essenzialmente diversi tra loro.

Il sacerdozio battesimale dei fedeli sviluppa la grazia battesimale, per vivere una vita di fede, di speranza e di carità e quindi di santità e partecipare alla missione di salvezza di Cristo, secondo la propria vocazione. Il sacerdozio ministeriale è al servizio del sacerdozio battesimale.

Il sacerdozio di Cristo è la sorgente del sacerdozio dei suoi ministri, che rendono presente sugli altari l’unico sacrificio della Croce. (CCC 1544-45). Per mezzo dei sacerdoti Cristo continua a santificare e guidare la Chiesa (CCC 15479.

I sacerdoti ordinati, nell’esercizio del ministero sacro, parlano e agiscono non per autorità propria e neppure per mandato o per delega della comunità, ma in Persona di Cristo Capo e a nome della Chiesa. Pertanto il sacerdozio ministeriale si differenzia essenzialmente, e non solo per grado, dal sacerdozio comune dei fedeli, a servizio del quale Cristo l'ha istituito.

I tre gradi dell’Ordine

GradoConfigurazione e missione
EpiscopatoPienezza del sacramento dell’Ordine; successione apostolica; uffici di insegnare, santificare e governare.
PresbiteratoConfigurazione a Cristo sacerdote; annuncio del Vangelo, celebrazione del culto divino, soprattutto dell’Eucaristia, e guida pastorale.
DiaconatoConfigurazione a Cristo servo; servizio della Parola, del culto divino, della guida pastorale e della carità.

L’episcopato

L’Ordinazione episcopale conferisce la pienezza del Sacramento dell’Ordine, fa del Vescovo il legittimo successore degli Apostoli, lo inserisce nel Collegio episcopale, condividendo con il Papa e gli altri Vescovi la sollecitudine per tutte le Chiese, e gli consegna gli uffici di insegnare, santificare e governare.

Il Vescovo, a cui viene affidata una Chiesa particolare, è il principio visibile e il fondamento dell’unità di tale Chiesa, verso la quale adempie, quale vicario di Cristo, l’ufficio pastorale, coadiuvato dai propri presbiteri e diaconi.

Il Vescovo, al grado più alto, riceve la pienezza del sacramento dell’Ordine e diventa successore degli apostoli, con la missione di governare, insegnare e santificare la Chiesa particolare a lui affidata.

I vescovi, in quanto successori degli Apostoli e membri del Collegio, hanno parte alla responsabilità apostolica e alla missione di tutta la Chiesa sotto l’autorità del Papa, successore di san Pietro.

Il presbiterato

L’unzione dello Spirito segna il presbitero con un carattere spirituale indelebile, lo configura a Cristo sacerdote e lo rende capace di agire nel Nome di Cristo Capo. Essendo cooperatore dell’Ordine episcopale, egli è consacrato per predicare il Vangelo, per celebrare il culto divino, soprattutto l’Eucaristia da cui trae forza il suo ministero, e per essere il Pastore dei fedeli.

Il sacerdote, ad esempio, riceve la capacità di consacrare l’Eucaristia, di assolvere i peccati nel sacramento della Penitenza, di amministrare altri sacramenti e di guidare la comunità cristiana.

Pur essendo ordinato per una missione universale, egli la esercita in una Chiesa particolare, in fraternità sacramentale con gli altri presbiteri che formano il «presbiterio» e che, in comunione con il Vescovo e in dipendenza da lui, portano la responsabilità della Chiesa particolare.

I presbiteri sono consacrati dal vescovo, per predicare il Vangelo e celebrare il culto divino; dipendono dal vescovo nel loro ministero e formano con lui un unico presbiterio, ne condividono funzioni e sollecitudini, lo rappresentano nelle comunità locali e sono uniti tra loro da intima fraternità.

La promessa di obbedienza e il bacio di pace al vescovo nel momento dell’ordinazione significano che essi gli devono obbedienza e che il vescovo li considera suoi intimi collaboratori, figli e fratelli(CCC 1567).

I Presbiteri svolgono il loro specifico ministero nella celebrazione dei sacramenti e principalmente dell’Eucaristia, nell’annuncio del Vangelo e nel guidare i battezzati alla santità. Essi, agendo in persona di Cristo, uniscono le preghiere e i sacrifici dei fedeli al sacrificio del loro Capo e nel sacrificio della Messa rendono presente e offrono al Padre il sacrificio di Cristo e del suo corpo mistico.

Da questo unico sacrificio trae la sua forza tutto il loro ministero sacerdotale. Essi rendono così presente in seno alla comunità cristiana Cristo Sacerdote, Profeta e Pastore della sua Chiesa.

Il diaconato

Il diacono, configurato a Cristo servo di tutti, viene ordinato per il servizio della Chiesa, che egli compie sotto l’autorità del proprio Vescovo, a riguardo del ministero della Parola, del culto divino, della guida pastorale e della carità.

I diaconi non sono consacrati per il sacerdozio, ma per il servizio che viene rafforzato con un sacramento (LG 29). Compete ai diaconi assistere il vescovo e i presbiteri nella celebrazione dei divini misteri, soprattutto dell’Eucaristia, distribuirla, benedire il matrimonio, proclamare il Vangelo, presiedere ai funerali e dedicarsi ai vari servizi della carità.

Hanno come modello Cristo, fatto servo di tutti. Il diaconato permanente, già fiorente nelle prime comunità cristiane e sempre conservato nelle Chiese d’Oriente, è stato ripristinato nella Chiesa latina dal Concilio Vat. II, (CCC 1569 -71).

La celebrazione dell’ordinazione

Per ciascuno dei tre gradi, il Sacramento dell’Ordine è conferito mediante l’imposizione delle mani sul capo dell’ordinando da parte del Vescovo, che pronunzia la solenne preghiera consacratoria. Con essa il Vescovo invoca da Dio per l’ordinando la speciale effusione dello Spirito Santo e dei suoi doni, in vista del ministero.

Il rito è costituito, per tutti e tre i gradi, dall’imposizione delle mani del vescovo, sul capo dell’ordinando e da una preghiera consacratoria che domanda a Dio l’effusione dello Spirito Santo e dei suoi doni necessari al ministero per il quale il candidato viene ordinato (CCC 1573).

Spetta ai Vescovi validamente ordinati, in quanto successori degli Apostoli, conferire i tre gradi del Sacramento dell’Ordine. La salvezza, opera di Cristo, è da lui affidata agli Apostoli e da essi ai loro successori.

Il sacerdozio ministeriale non solo opera a nome di Cristo nell’assemblea dei fedeli, ma agisce anche “a nome di tutta la Chiesa” quando presenta a Dio la preghiera della Chiesa e quando offre il sacrificio eucaristico (CCC 1552; SC 33). É sempre Cristo che prega e si offre insieme al suo corpo mistico per mezzo dei ministri, che sono perciò chiamati ministri di Cristo e della Chiesa. (CCC 1553).

Il carattere indelebile dell’Ordine

Il primo e più importante effetto del sacramento dell’Ordine è la configurazione ontologica della persona a Cristo. Chi riceve l’Ordine viene segnato da un carattere spirituale indelebile, che lo rende idoneo ad agire in persona Christi, cioè a compiere atti sacri in nome e nella persona di Cristo stesso.

Questo carattere distingue il ministro ordinato dagli altri fedeli e gli conferisce una nuova identità spirituale. Il sacramento dell’Ordine trasforma profondamente la persona che lo riceve, sia spiritualmente sia giuridicamente.

Uno degli aspetti più rilevanti dell’Ordine è il suo carattere indelebile. La teologia insegna che, come il Battesimo e la Confermazione, anche l’Ordine imprime nell’anima un carattere sacramentale che non può essere cancellato né ripetuto.

Questo carattere è una realtà spirituale permanente, che configura la persona a Cristo in modo unico e definitivo. L’ordinazione conferisce un carattere spirituale indelebile: perciò non può essere ripetuta né conferita per un tempo limitato.

Come per il Battesimo e la Cresima, l’Ordine sacro viene conferito una volta sola in ciascuno dei tre gradi, perché imprime un segno, un “carattere indelebile”, che li configura a Cristo per sempre (CCC 1582).

Un soggetto ordinato validamente può essere dispensato dagli obblighi e dalle funzioni connessi all’ordinazione o gli può essere proibito di esercitarli, per gravi motivi, ma non può più ridiventare laico in senso stretto, poiché il carattere impresso dall’ordinazione rimane per sempre.

Il carattere indelebile dell’Ordine trova il suo fondamento nella volontà di Cristo e nella tradizione apostolica. Gesù ha scelto gli apostoli e ha trasmesso loro, e ai loro successori, un ministero che non è semplicemente funzionale o temporaneo, ma costituisce una partecipazione stabile al suo unico sacerdozio.

Questo carattere rende il ministro ordinato sempre sacerdote, anche se dovesse essere dispensato dall’esercizio del ministero o sospeso dalle sue funzioni. Il carattere indelebile del sacramento dell’Ordine comporta che una volta ricevuta l’ordinazione, essa non può essere annullata.

L’Ordine, quindi, non è solo una funzione, ma una vera e propria trasformazione dell’essere, che permane per sempre. Il suo carattere indelebile garantisce la continuità e la stabilità del ministero sacerdotale, rendendo il ministro ordinato segno permanente della presenza di Cristo tra i fedeli.

La grazia dello Spirito Santo e la vita del ministro

Questo Sacramento dona una speciale effusione dello Spirito Santo, che configura l’ordinato a Cristo nella sua triplice funzione di Sacerdote, Profeta e Re, secondo i rispettivi gradi del Sacramento.

L’Ordine sacro configura a Cristo Sacerdote, per questo chi lo riceve è detto anche “un altro Cristo” e riceve la grazia necessaria per imitare il servizio del Signore.

Il dono spirituale dato dall’ordinazione è espresso bene da questa preghiera del rito bizantino:“Signore, riempi di Spirito Santo colui che ti sei degnato di elevare alla dignità sacerdotale, affinché sia degno di stare irreprensibile davanti al tuo altare, di annunciare il Vangelo del tuo Regno, di compiere il ministero della tua parola di verità, di offrirti doni e sacrifici spirituali, di rinnovare il tuo popolo mediante il lavacro della rigenerazione” (CCC 1587).

Ricevere l’Ordine comporta una trasformazione profonda della vita personale. Il ministro ordinato è chiamato a conformare la propria esistenza a Cristo Servo e Buon Pastore, vivendo nella carità, nella dedizione e nell’obbedienza alla Chiesa.

Questo impegno si traduce in una vita di preghiera, di servizio e di testimonianza evangelica, che diventa segno e strumento della presenza di Cristo nella comunità.

Dinanzi alla grandezza della grazia del sacerdozio, i santi e maestri spirituali hanno scritto pagine stupende, come S. Ignazio di Antiochia: “Tutti rispettino i diaconi come lo stesso Gesù Cristo, il vescovo come l’immagine del Padre e i presbiteri come il senato di Dio e come il collegio apostolico: senza di loro non c’è Chiesa” (Ep. ad Tral. 3, 1).

S. Gregorio Nazianzeno scrive: “Il sacerdote deve cominciare col purificare se stesso prima di purificare gli altri; deve essere istruito per poter istruire, deve divenire luce per illuminare, avvicinarsi a Dio per avvicinare a lui gli altri, deve santificarsi per santificare”.

Il santo Curato d’Ars: “Il sacerdote continua l’opera di redenzione sulla terra. Se si comprendesse bene il sacerdote qui in terra, si morirebbe non di spavento, ma di amore" (CCC 1589).

Il sacerdozio e l’Eucaristia

È una dottrina comune nella Chiesa cattolica che tutti i compiti e uffici di un sacerdote hanno loro sintesi e il loro vertice nella celebrazione del sacrificio eucaristico.

Il Concilio di Trento dichiarerà: «Il sacrificio e il sacerdozio per divino ordinamento sono talmente congiunti che l’uno e l’altro sono esistiti sotto ogni legge. E poiché nel Nuovo Testamento la Chiesa cattolica ha ricevuto dalla istituzione stessa del Signore il santo visibile sacrificio dell’eucaristia, bisogna anche confessare che vi è in essa anche il nuovo e visibile sacerdozio, in cui è stato trasferito l’antico.

Che poi questo sia stato istituito dallo stesso Signore e salvatore nostro, e che agli apostoli e ai loro successori nel sacerdozio sia stato trasmesso il potere di consacrare, di offrire e di dispensare il suo corpo e il suo sangue; e inoltre di rimettere o di non rimettere i peccati, lo mostra la Sacra Scrittura e lo ha sempre insegnato la tradizione della Chiesa cattolica» (Sess. XXIII, cap. 1).

Questa dottrina nel corso del tempo ha conosciuto un completamento ed una integrazione in quella che con il Concilio Vaticano II è indicata come visione del triplex munus. Nel decreto Presbyterorum ordinis il presbitero è indicato quale ministro della Parola di Dio e della santificazione con i Sacramenti e con l’Eucaristia e come guida e educatore del Popolo di Dio.

Rimane, ad ogni modo l’affermazione della centralità dell’Eucaristia: «Tutti i sacramenti, come pure tutti i ministeri ecclesiastici e le opere d’apostolato, sono strettamente uniti alla sacra eucaristia e ad essa sono ordinati. Infatti, nella santissima eucaristia è racchiuso tutto il bene spirituale della Chiesa…» (n. 5).

Il Servo di Dio cardinale Anastasio Ballestrero, che fu arcivescovo di Torino e Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, scriveva: «Il Sacramento dell’Ordine, istituito da Cristo contestualmente al Sacramento dell’Eucaristia, il Sacramento che ha nel compiere l’Eucaristia e nel celebrare l’Eucaristia il suo ufficio fondamentale e il momento culminante della sua fecondità. Siamo ministri dell’Eucaristia» (Il prete e l’Eucaristia, Ecumenica Editrice, Bari 2005, 43).

A sua volta, il Direttorio per il ministero e la vita dei presbiteri (ed. 2013) spiega: «Consacrato per perpetuare il santo Sacrificio, il presbitero manifesta così, nel modo più evidente, la sua identità» (n. 66).

L’Eucaristia come memoriale dell’amore

L’istituzione dell’Eucaristia come rito memoriale della «nuova ed eterna alleanza» è certamente l’aspetto più evidente della celebrazione odierna che del resto giustifica la sua solennità proprio con un richiamo «storico» e figurativo dell’avvenimento compiuto nell’ultima cena.

Ma è lo stesso messale romano che invita a meditare su altri due aspetti dei mistero di questo giorno: l’istituzione del sacerdozio ministeriale e il servizio fraterno della carità.

Sacerdozio e carità sono, in effetti, strettamente collegati con il sacramento dell’Eucaristia, in quanto creano la comunione fraterna e indicano nel dono di sé e nei servizio il cammino della Chiesa.

Il Giovedì santo, con il suo richiamo «anniversario» all’evento dell’ultima cena, pone al centro della memoria ecclesiale il segno dell’amore gratuito, totale e definitivo: Gesù è l’Agnello pasquale che porta a compimento il progetto di liberazione iniziato nel primo esodo (cf prima lettura); il suo donarsi nella morte è l’inizio di una presenza nuova e permanente; «il suo corpo per noi immolato è nostro cibo e ci dà forza, il suo sangue per noi versato è la bevanda che ci redime da ogni colpa» (prefazio della ss. Eucaristia I).

La presenza reale del Signore morto e risuscitato nel pane e nel vino su cui si pronuncia l’azione di grazie (cf seconda lettura), si estende, sia pure in altro modo, alla persona dei fratelli, specialmente dei più poveri (cf tutto il contesto della 1 Cor 11).

«In questo grande mistero tu (o Padre) nutri e santifichi i tuoi fedeli, perché una sola fede illumini e una sola carità riunisca l’umanità diffusa su tutta la terra» (prefazio della ss. Eucaristia II).

Chi dunque fa discriminazioni, chi disprezza gli altri, chi mantiene le divisioni nella comunità «non riconosce il corpo del Signore». La sua non è più la Cena dei Signore, ma un rito vuoto che segna la sua condanna.

La lavanda dei piedi e il servizio fraterno

È significativo il fatto che Giovanni, nel riferire le ultime ore di Gesù con i suoi discepoli e nel raccogliere nei «discorsi dell’ultima cena» i temi fondamentali del suo vangelo, non riferisca i gesti rituali sui pane e sul vino come gli altri evangelisti: eppure era questo un dato antichissimo della tradizione, riportato in una forma ben definita dal primo documento che ne parla, la lettera di Paolo ai Corinzi (prima lettura).

Giovanni richiama l’attenzione sul gesto di Gesù che lava i piedi ai suoi e lascia, come suo testamento di parola e di esempio, di fare altrettanto tra i fratelli.

Non comanda di ripetere un rito, ma di fare come lui, cioè di rifare in ogni tempo e in ogni comunità gesti di servizio vicendevole - non standardizzati, ma sgorgati dall’inventiva di chi ama - attraverso i quali sia reso presente l’amore di Cristo per i suoi («li amò sino alla fine»).

Ogni gesto di amore diventa così «sacramento», cioè visibilizzazione, incarnazione, linguaggio simbolico dell’unica realtà: l’amore del Padre in Cristo, l’amore in Cristo dei credenti.

Il sacerdozio nasce dall’Eucaristia

All’interno della comunità, i rapporti reciproci sono valutati in chiave di servizio e non di potere, e trovano la loro più perfetta espressione nel momento dell’azione eucaristica.

Chi «presiede» la comunità e ne è responsabile, presiede anche l’Eucaristia: la raccoglie nella preghiera comune, come la unisce nelle diverse attività della parola e dell’aiuto reciproco.

Il Concilio Vaticano II afferma: «I Presbiteri… ad immagine di Cristo, sommo ed eterno Sacerdote, sono consacrati per predicare il vangelo, pascere i fedeli e celebrare il culto divino, quali veri sacerdoti dei Nuovo Testamento… Esercitando, secondo la loro parte di autorità, l’ufficio di Cristo Pastore e Capo, raccolgono la famiglia di Dio, quale insieme di fratelli animati da un solo spirito, e per mezzo di Cristo nello Spirito li portano al Padre… » (LG 28).

«Il senso ultimo del sacerdozio di Cristo e di ogni sacerdozio che da lui trae origine, è quello di essere modello per tutti coloro che offrendosi in lui, con lui, per lui in sacrificio a Dio gradito, mettono la loro vita a servizio dei fratelli….

Cristo e il suo mistero vive e perdura nella Chiesa; la Chiesa non fa altro che rendere attuale questo mistero di salvezza mediante la Parola, il Sacrificio, i Sacramenti, mentre riceve in sé per la forza dello Spirito Santo, la vita del suo Signore da testimoniare nel mondo…

Da questa sacramentalità della Chiesa… scaturisce il significato essenziale della consacrazione-missione di quanti sono chiamati a predicare il Vangelo, a presiedere le azioni di culto e a svolgere un ruolo di guida del popolo di Dio» (Ordinazione del Vescovo, dei Presbiteri e dei Diaconi, Premesse, p. 12).

Prendere la forma del pane

Per quanto riguarda il nostro argomento, mi ispirerei alla formula agostiniana: prendere la forma del pane.

«Poiché c’è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo (1Cor 10,17). E in questo pane vi viene raccomandato come voi dobbiate amare l’unità.

Infatti quel pane è forse fatto di un sol chicco di grano? Non erano molti i chicchi di frumento? Ma prima di diventar pane erano separati e sono stati uniti per mezzo dell’acqua dopo essere stati in qualche modo macinati.

Se il grano non viene macinato e impastato con l’acqua, non prende quella forma che noi chiamiamo pane. Così anche voi prima siete stati come macinati con l’umiliazione del digiuno e col sacramento dell'esorcismo.

Poi c’è stato il battesimo e siete stati come impastati con l’acqua per prendere la forma del pane. Ma ancora non si ha il pane se non c’è il fuoco.

E che cosa esprime il fuoco, cioè l’unzione dell’olio? Infatti l’olio, che è alimento per il fuoco, è il segno sacramentale dello Spirito Santo» (Sermo 227. In die Paschae, IV. Ad Infantes, de Sacramentis, 1: PL 88, 1100).

L’espressione di Agostino, come capiamo, vale per tutti i battezzati. Possiamo, tuttavia, ben applicare il testo di sant’Agostino alla «formazione» del sacerdote, ministro per eccellenza dell’Eucaristia.

Come non ricordare, ad esempio, sant’Ignazio d’Antiochia quando, nella sua lettera ai Romani scritta sulla via del martirio, esprime l’ansia di diventare, stritolato fra i denti delle belve, «frumento di Dio. puro pane di Cristo»? (Ad Rom. IV. 1).

I verbi eucaristici della vocazione sacerdotale

S’intitola Sentirsi amati ed è la storia di un’amicizia, narrata perché molti possano desiderare di «ascoltare con il cuore».

Per questo, Nouwen mette a confronto il viaggio psicologico e il viaggio spirituale, i movimenti della psiche e i movimenti dello Spirito; per, poi, identificare questi ultimi egli ricorre ai verbi usati dal racconto dell’istituzione dell’Eucaristia: preso, benedetto, spezzato e dato.

«Queste parole - scrive - riassumono la mia vita di sacerdote, perché ogni giorno, quando mi riunisco intorno alla mensa con i membri della mia comunità, prendo il pane, lo benedico, lo spezzo e lo do.

Queste parole riassumono anche la mia vita di cristiano perché, come cristiano sono chiamato a diventare il pane per il mondo: pane che è preso, benedetto, spezzato e dato.

La cosa più importante, comunque, è che queste parole riassumono la mia vita, da qualche parte, in qualche modo, il prendere, il benedire, lo spezzare, il dare, sono eventi che accadono.

Le ho scelte non solo perché sono profondamente scolpite nel mio essere, ma anche perché, tramite loro, sono entrato in contatto con i modi per divenire l’Amato di Dio» (Queriniana, Brescia 199311, 41-42).

Il racconto dell’istituzione eucaristica noi sacerdoti lo ripetiamo ogni giorno, nel cuore della Preghiera Eucaristica: «prese il pane e rese grazie, lo spezzò, lo diede. » (cf. Mc 14,22 e parr.).

In questi verbi eucaristici c’è anche il mistero della nostra vocazione e del nostro essere sacerdoti, ministri della Chiesa, ministri dell'Eucaristia.

Presi e scelti

Tutto ha avuto inizio con una vocazione. Cosa c’è al principio della nostra vita se non la vocazione?

Ci sono le vocazioni che accadono nella storia, lungo la via, ma c’è la vocazione che inaugura la tua storia e ti apre la via.

Per quanto il disegno di Dio su ciascuno di noi si sveli solo nello sviluppo storico della singola esistenza e nell’intrecciarsi delle sue vicende, e pertanto solo progressivamente e giorno dopo giorno, tuttavia sin dall’eternità il Padre ha pensato a noi, amandoci come persone uniche e irripetibili.

Questo, ch’è vero per la vocazione lo è pure per quella chiamata che, nello svolgersi della nostra singola esistenza - se nel momento dell’adolescenza, o della giovinezza, o più tardi non importa, poiché l’evangelico «padrone della vigna» chiama ad ogni ora - ci ha portato a scoprire la nostra chiamata al ministero sacro, o alla vita consacrata.

Pure in questa vocazione c’una «predestinazione», che non vuol dire una sorta d’ineluttabile e inesorabile destino, poiché nel linguaggio paolino essere predestinato significa essere amato da Dio.

Si tratta, anzi, di un amore che è senz’altro coniugato con la libertà, poiché «quelli che ha predestinati, li ha anche chiamati. » (Rom 8,30).

L’essere stati «presi» suppone un grande Amore, un amore tutto per noi. L’essere stati scelti dichiara la nostra preziosità e unicità e, proprio per questo, esige gratitudine.

La gioia dell’essere scelti porta a riconoscere gli altri fratelli che come me sono stati scelti e ad avere per loro i sentimenti di Dio: ha scelto loro, come me e ha scelto me, come loro.

Benedetti

Questa parola, benedizione, può aiutarci a immaginare-sognare (e se il caso rivivere) con la immaginazione/memoria il giorno della nostra ordinazione e a nuovamente aderire con la fede al mistero che in essa si è realizzato.

Per un sacerdote (vescovo o presbitero che sia) queste memorie sono tra le più intime e le più sante. Nella prassi ecclesiastica del rito di Ordinazione è nascosto, dunque, un valore enorme, che meriterebbe di essere ulteriormente meditato.

Benedire, letteralmente vuol dire «parlare bene», o dire cose buone di qualcuno. Nella Sacra Ordinazione, Dio ha «detto bene» di noi!

In quanti, durante gli anni della iniziale formazione nel seminario, un giovane è valutato, apprezzato, incoraggiato, o corretto. C’è pure, nelle scadenze della Sacra Ordinazione e secondo le norme canoniche, uno «scrutinio». Ma poi v’è Dio che benedice!

Benedire qualcuno è anche dire sì al fatto che egli è una persona amata da Dio e perciò amarla. La benedizione, pertanto, va oltre la distinzione tra ammirazione e condanna, virtù e vizio, bontà e cattiveria.

Quante volte un prete «benedice». Lo fa quando lo prescrive l’azione liturgica e anche per questo lo suggerisce il benedizionale.

Tante altre volte, però, lo domandano persone che si incontrano! Chiedono: puoi benedirmi. vuoi benedire il mio bambino. questa persona ammalata. ? Il benedetto benedice sempre!

Spezzati

Il momento della frantumazione è anch’esso un momento eucaristico, come l’essere scelti e l’essere benedetti. Abbiamo udito sant’Agostino: se il grano non viene frantumato, non può prendere la forma del pane.

C’è quel sentirsi (ed essere) come spezzati, che viene dall’umano e che consiste nelle delusioni, negli sconforti, nelle paure, nelle frustrazioni; c’è, poi, quello che viene dal nostro essere cristiani e consiste nella fedeltà al Vangelo, nella coerenza della nostra vita di fede, nel tenere sempre «alta» la misura della vita cristiana, nelle esigenze morali. i comandamenti, le beatitudini; c'è, infine, l’essere spezzati inerente allo stato di vita di un sacro ministro.

Ricordiamo questa espressione del beato Antonio Chevrier (1826-1879): Bisogna diventare del buon pane. Il sacerdote è un uomo mangiato!

Il cardinale E. Suhard spiegava così: «Non solamente perché le sue occupazioni gli impediscono di fare diversamente, ma perché è suo dovere di padre, di donarsi in cibo ai suoi figli come il Pellicano al quale la liturgia e le sculture delle sublimi nostre Cattedrali paragonano il Cristo nel banchetto eucaristico».

Nella prospettiva eucaristica, allora, l’esperienza dell'essere spezzati non è una maledizione, ma una grazia; non è una fine, ma una premessa. Anzi è la condizione per essere davvero donati.

Dati

Siamo stati presi/scelti, benedetti e spezzati per essere dati. C’è nell'epistolario paolino un verbo ch’esprime questa dialettica dell’essere scelto e quasi separato e, al tempo stesso, dell’essere destinato a una missione: è il verbo aphorizo in Rom 1,1 (cf. Gal 1,15), dove l’apostolo Paolo, richiamando la propria vocazione, riprende il linguaggio delle vocazioni profetiche e rievoca l’esperienza dell’essere come sequestrato da Dio.

Per questo egli si presenta con la credenziale di chi è «scelto per il vangelo di Dio». L’apostolo è messo da parte per essere inviato.

In questa medesima prospettiva il Concilio Vaticano II descrive la dialettica della presenza del sacerdote nel mondo: «I presbiteri del Nuovo Testamento, in forza della loro chiamata e ordinazione, sono in un certo modo segregati (segregantur) in seno al popolo di Dio; non tuttavia per rimanere separati da questo popolo o da qualsiasi uomo, bensì per consacrarsi interamente (non ut separentur sed ut totaliter consecrentur) all’opera per la quale il Signore li ha assunti" (Presbyterorum ordinis, 3).

Vocazione, celibato e requisiti dell’Ordine

Può riceverlo validamente soltanto il battezzato di sesso maschile: la Chiesa si riconosce vincolata da questa scelta fatta dal Signore stesso. Nessuno può esigere di ricevere il Sacramento dell’Ordine, ma deve essere considerato adatto al ministero dall’autorità della Chiesa

Può riceve l’Ordine sacro il battezzato di sesso maschile, secondo l’esempio di Gesù che ha scelto solo uomini come Apostoli e l’esempio degli Apostoli che hanno fatto la stessa cosa nello scegliere i loro successori (CCC 1578).

Per l’episcopato è sempre richiesto il celibato. Per il presbiterato, nella Chiesa latina sono ordinariamente scelti uomini credenti che vivono da celibi e che intendono conservare il celibato "per il regno dei cieli" (Mt 19,12); nelle Chiese Orientali non è consentito sposarsi dopo aver ricevuto l’ordinazione.

Al diaconato permanente possono accedere anche uomini già sposati. Tutti i ministri ordinati della Chiesa latina, ad eccezione dei diaconi permanenti, sono normalmente scelti fra uomini che intendono vivere da celibi e consacrarsi con cuore indiviso al Signore e alle "sue cose", donandosi interamente a Dio e agli uomini.

Nelle Chiese Orientali, i vescovi sono sempre scelti fra persone celibi, mentre i diaconi e presbiteri possono essere anche cristiani sposati. (CCC 1579-80).

La presenza di Cristo nel ministero

Quando i sacerdoti esercitano il loro ministero, Cristo stesso agisce per mezzo loro. Dice S. Agostino: «Malgrado la moltitudine dei ministri, santi o peccatori, che battezzano, la santità del Battesimo è da attribuirsi unicamente a Cristo.

Battezzi pure Pietro, è Cristo che battezza; battezzi Paolo, è Cristo che battezza; e battezzi anche Giuda, è Cristo che battezza».

La presenza di Cristo non toglie purtroppo la debolezza umana, gli errori o anche il peccato dei ministri; ci sono stati e ci saranno sempre ministri santi e ministri indegni, ma il sacramento è sempre valido, perché è sempre Cristo che agisce anche con un ministro indegno. (CCC 1550-1551).

Il sacerdote, quindi, non esercita il ministero come un potere personale, ma come servizio ricevuto da Cristo e svolto nella comunione della Chiesa. Il suo compito è rendere presente l’azione salvifica del Signore attraverso la Parola, il Sacrificio e i Sacramenti.

Il sacerdozio nelle religioni e nella tradizione cristiana

Il sacerdozio è un’istituzione comune a molte religioni antiche e moderne per cui le funzioni sacrali di ministro del culto vengono riservate a particolari categorie di persone.

Nell’uso comune, senza alcuna specificazione, sacerdote è il ministro del culto cattolico, cioè chi ha ricevuto il sacramento dell’Ordine e ha la potestà spirituale di amministrare i sacramenti e predicare la parola di Dio.

Presso diversi popoli specialmente, ma non soltanto, tra i cosiddetti primitivi, le funzioni sacrali fanno parte delle normali attività dell’individuo.

La prima discriminazione tra persona e persona, in questo caso, non è di carattere specifico dal punto di vista del sacerdozio: come da certe altre attività di particolare importanza sociale, così anche da quelle sacrali possono essere escluse le donne, i bambini, gli ammalati, gli stranieri ecc.

Più notevole è l’inserirsi, nella distinzione tra le persone nel campo delle attività sacrali, del principio della rappresentanza, particolarmente là dove le funzioni del capo diventano complesse e gravose; così nell’antico Egitto, nello shintoismo giapponese e nell’antica Roma.

Nell’India vedica le funzioni religiose conservavano un forte carattere privato e le famiglie celebravano i riti per conto proprio, ma l’esecuzione valida dei riti era condizionata a competenze speciali di cui disponevano soltanto i sacerdoti, chiamati perciò dai privati, volta per volta, per i loro bisogni rituali.

Questa situazione dava nascita, ancora nella preistoria indiana, a una particolare casta sacerdotale; qualcosa di simile a una casta sacerdotale esisteva anche nella Persia antica.

Meno rigido era il sistema del sacerdozio nell’antica Grecia: anche qui ogni cittadino, e il capofamiglia per la famiglia, i magistrati per la città, potevano offrire sacrifici, e il sacerdote subentrava al loro posto solo in virtù della sua competenza specifica.

In tutti i tipi di sacerdozio finora menzionati, per ricoprire la carica sacerdotale la persona deve corrispondere a esigenze rituali, che variano non solo di religione in religione ma anche tra i singoli culti della stessa religione.

Vi è però un’altra categoria fondamentale del sacerdozio che si riscontra anche nelle religioni primitive: essa è condizionata a particolari qualità personali dell’individuo, ritenuto dotato di peculiari capacità, per esempio di guaritore, indovino, purificatore, esorcista.

La differenza fra i due tipi di sacerdozio appare totale, tanto che si è potuto dire che il primo tipo rappresenta la comunità di fronte alle potenze sovrumane, mentre il secondo rappresenta le potenze sovrumane di fronte alla comunità.

Tuttavia già nelle religioni primitive la separazione tra i due tipi non è sempre netta: anche il re-sacerdote, che potrebbe essere concepito sacerdote in quanto rappresentante del proprio popolo, è dotato di capacità superiori.

Nelle religioni interiorizzate, in cui il rito perde d’importanza, il sacerdozio del primo tipo scompare o diventa marginale, mentre il secondo può svolgersi sulla linea del misticismo individuale o eventualmente nelle forme del monachesimo.

Il sacerdozio nell’ebraismo e nel cristianesimo

Nell’ebraismo, in senso lato l’intero popolo di Israele deve essere, rispetto agli altri popoli, secondo le parole di Dio rivolte a Mosè sul Sinai, «un regno di sacerdoti» (Esodo 19,6), ma al suo interno sono propriamente sacerdoti i discendenti maschi di Aronne, fratello di Mosè.

Nell’antico ebraismo il sommo sacerdote era a capo di tutti i sacerdoti e, per il ruolo centrale della religione nella società, rappresentava una delle massime autorità.

Nella Chiesa cattolica, il sacerdozio è l’ordine sacro che dà la potestà di consacrare e offrire il corpo e sangue di Cristo nel sacrificio della messa, di amministrare i sacramenti, di predicare la parola di Dio.

Il sacerdozio è considerato un sacramento istituito da Gesù quando comandò agli apostoli di ripetere il rito eucaristico (Luca 22, 19) e quando conferì loro il potere di rimettere i peccati (Giov. 20, 22-23).

Negli Atti degli Apostoli compaiono persone rivestite di un carattere sacro; sono i presbiteri, detti anche episcopi (Atti 20, 17-28), cui presto si uniscono i diaconi, ossia uomini con funzioni liturgico-amministrative secondarie.

Sia per gli uni sia per gli altri si richiede un rito particolare, imposizione delle mani con preghiere appropriate, perché ottengano la dignità di servire da responsabili della comunità.

Al tempo di s. Ignazio di Antiochia si delinea la distinzione tra vescovi, presbiteri, diaconi. La teologia posteriore sviluppò e precisò il concetto dell’Ordine o sacerdozio come sacramento.

Le chiese protestanti ammettono soltanto il sacerdozio universale dei fedeli: l’amministrazione dei sacramenti, la predicazione e l’insegnamento sono semplici ministeri affidati a membri della Chiesa che si ritiene ne abbiano le capacità, ma che per ciò stesso non si differenziano dagli altri membri del popolo di Dio.

Il servizio come forma del potere sacerdotale

Il ministro ordinato è chiamato a conformare la propria esistenza a Cristo Servo e Buon Pastore, vivendo nella carità, nella dedizione e nell’obbedienza alla Chiesa.

All’interno della comunità, i rapporti reciproci sono valutati in chiave di servizio e non di potere. Il sacerdote guida la comunità non separandosi dal popolo di Dio, ma consacrandosi interamente all’opera per la quale il Signore lo ha assunto.

Il diacono, configurato a Cristo servo di tutti, viene ordinato per il servizio della Chiesa, che egli compie sotto l’autorità del proprio Vescovo, a riguardo del ministero della Parola, del culto divino, della guida pastorale e della carità.

Il presbitero è ministro della Parola di Dio e della santificazione con i Sacramenti e con l’Eucaristia e come guida e educatore del Popolo di Dio.

Il Vescovo esercita l’ufficio pastorale nella Chiesa particolare, coadiuvato dai propri presbiteri e diaconi. Il presbitero opera in comunione con il Vescovo e con gli altri presbiteri, mentre il diacono svolge il proprio servizio nell’ambito della Parola, del culto, della guida pastorale e della carità.

Il dono per l’unità ecclesiale

Sacerdozio e carità sono, in effetti, strettamente collegati con il sacramento dell’Eucaristia, in quanto creano la comunione fraterna e indicano nel dono di sé e nei servizio il cammino della Chiesa.

Partecipare consapevolmente all’Eucaristia, memoriale dei Sacrificio di Gesù, implica avere per il corpo ecclesiale di Cristo quel rispetto che si porta al suo corpo eucaristico.

Chi «presiede» la comunità e ne è responsabile, presiede anche l’Eucaristia: la raccoglie nella preghiera comune, come la unisce nelle diverse attività della parola e dell’aiuto reciproco.

Questo inserimento nella struttura gerarchica della Chiesa comporta anche una serie di responsabilità pastorali, liturgiche e amministrative. Il sacerdote e il diacono, a loro volta, ricevono la missione di servire la comunità cristiana, ciascuno secondo il proprio grado, partecipando all’unica missione di Cristo.

Il Vescovo è chiamato a esercitare il suo ministero in comunione con il Papa e gli altri vescovi, secondo una visione di collegialità e corresponsabilità, come sottolineato dal Concilio Vaticano II.

Il sacerdote e il diacono, a loro volta, ricevono la missione di servire la comunità cristiana, ciascuno secondo il proprio grado, partecipando all’unica missione di Cristo.

La formazione e la missione nella Chiesa

Tra i sette grandi doni santi che per mezzo della Chiesa Dio offre ai fedeli, ci sono due posti al servizio della comunione e della missione: il sacramento dell’Ordine e il sacramento del Matrimonio.

Questi due sacramenti conferiscono una grazia speciale per una missione particolare nella Chiesa a servizio dell’edificazione del popolo di Dio. Essi contribuiscono in particolare alla comunione ecclesiale e alla salvezza degli altri.

Nella Diocesi di Lugano esistono varie realtà che sono dedicate all’accoglienza e accompagnamento dei giovani che sentono la vocazione ad una totale offerta della loro vita a Dio.

Tra tutte, la più importante per la vita della nostra Chiesa locale è il Seminario San Carlo di Lugano, dove giovani chiamati dal Signore alla vita sacerdotale si preparano - da punto di vista umano, intellettuale e spirituale - per diventare sacerdoti diocesani, cioè per servire Dio e i fratelli nelle comunità parrocchiale.

Il sacerdozio è un dono da accogliere con fede; è un bene comune, che i cristiani devono chiedere continuamente a Dio, perché mandi operai alla sua messe, e susciti nella Chiesa numerose e sante vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata.

I chiamati ringraziano Dio per averli eletti a un così grande ministero: essere suoi amici e mettere la vita al servizio del Vangelo e chiedono la grazia di rispondere con generosità e con gioia a tale vocazione.

I cristiani devono pregare per avere da Dio nuove vocazioni e devono anche favorirle; devono anche pregare per la santificazione dei sacerdoti, devono stare loro vicini, collaborare, amare, incoraggiare i sacerdoti nella loro grande ma difficile vocazione e missione.

La chiesa non è solo dei sacerdoti: la chiesa è della chiesa, cioè di tutti i battezzati.

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